mercoledì 24 agosto 2016

Luigi SIMONI

Nasce a Crevalcore, in provincia di Bologna, il 22 gennaio 1939.
La Juventus vorrebbe Luigi Meroni, ma la forte protesta dei tifosi del Torino, spinge l’avvocato Agnelli a rinunciare al beat granata e a ripiegare su Simoni, altro granata e sempre Gigi di nome. Simoni è lineare e pulito, piacevole, ma di poca incisività. Rimane alla Juventus solamente nella stagione 1967-68, collezionando tredici presenze (undici in campionato e due in Coppa Campioni).
Nell’estate del 1968 viene ceduto al Brescia. Dopo aver giocato anche nel Genoa, intraprende la carriera di allenatore.

Fabio PECCHIA

Nasce a Formia, in provincia di Latina, il 24 agosto 1973; dopo due ottime stagioni all’Avellino, è ceduto, nell’estate del 1993, al Napoli dove disputa quattro stagioni ad altissimo livello, tanto da guadagnarsi le attenzioni della Juventus. Lippi, che ha avuto Fabio a Napoli, ritiene che sia un giocatore fondamentale per far rifiatare Zidane e, così, Pecchia approda in riva al Po, nell’estate del 1997. Purtroppo per lui, però, la stagione non è fortunata: Zizou è in pratica sempre presente in campo e la società bianconera acquista Edgar Davids, chiudendo, in sostanza, le porte del campo all’ex giocatore del Napoli. Pecchia scende in campo solamente trentasette volte, ma ha la fortuna e la bravura di realizzare un goal a Empoli, che risulterà fondamentale per la conquista dello scudetto. Al termine di quella stagione, è ceduto alla Sampdoria e inizia un lungo girovagare per l’Italia: Torino, Napoli, Bologna, Como, ancora Bologna, Siena e di nuovo nel capoluogo emiliano, sempre disputando campionati da protagonista.

martedì 23 agosto 2016

Gianluca LUPPI

Un bolognese atipico, come tutti (o quasi) quelli che l’anagrafe ha fatto nascere a Crevalcore. Gianluca Luppi è riservato, riflessivo, attento a non giocare troppo con le parole. Un freddo? Lui dice di no. Piuttosto un concreto, dietro l’apparente velo della timidezza. Ricorda, in questo, Gigi Simoni, pure lui di Crevalcore, persona di stile, educato, tranquillo e, tuttavia, maledettamente determinato, capace di centrare per ben cinque volte l’obiettivo promozione, con Brescia, Genoa e Pisa.
«Di promozione – dice Gianluca il giorno della sua presentazione in bianconero – ne ho centrata una pure io, importantissima, quella che ha cambiato il corso della mia carriera. Salendo in Serie A con il Bologna ho realizzato un sogno, però non mi sono fermato a contemplarlo. Ho preso a inseguirne di nuovi. Se sono arrivato alla Juventus, il merito è anche del mio carattere. Non mi accontento mai, cerco sempre gli stimoli giusti. E gli stimoli, qui alla Juventus, non mi mancano di certo».

Giuseppe MEAZZA

Cannoniere di purissima razza, molto dotato tecnicamente, è uno dei giocatori più completi della ricca storia del nostro calcio. Soprannominato Balilla, è l’inventore del famoso goal a invito: tarda il tiro, lascia la prima mossa al portiere e lo infila freddamente sull’uscita. Meazza, è tre volte capocannoniere del campionato (nel 1930 con trentuno goal, nel 1936 con venticinque e nel 1938 con venti) e al termine dell’attività i suoi bersagli sono 267 che lo collocano sui gradini più alti dei cannonieri della Serie A. Proprio a Meazza è legato il periodo più aureo della storia della Nazionale della quale è a lungo l’autentico fiore all’occhiello. Dal 1930 al 1939 in azzurro gioca cinquantatré partite e realizza trentatré reti che fino all’avvento di Gigi Riva ne fanno il bomber assoluto. Con la Nazionale si assicura la Coppa Internazionale nel 1930, il titolo mondiale nel 1934, nuovamente la Coppa Internazionale nel 1935 e ancora il Mondiale francese del 1938. Nel 1940, dopo quasi un anno di lontananza dai campi di gioco per un intervento chirurgico (causato da un’insufficiente circolazione sanguigna verso gli arti inferiori), approda al Milan dal quale si separa dopo un paio di stagioni per accasarsi alla Juventus.

lunedì 22 agosto 2016

Luciano MIANI

Da Chieti, classe 1956, è una promessa del vivaio bianconero a metà degli anni Settanta. Difensore di grinta, all’occorrenza libero di buona disposizione tattica, è chiamato in prima squadra da Trapattoni sul finire della stagione 1977-78 e utilizzato per cinque volte in Coppa Italia, in una stagione che porta in casa bianconera il diciottesimo scudetto.
«Libero di vent’anni – scrive Gianni Giacone, su "Hurrà Juventus" dell’ottobre 1976 – arriva alla Juve di Trapattoni e si ritrova immediatamente nelle condizioni ideali per esprimere le proprie doti. Nelle partitelle di preparazione, la sua tecnica e la grinta non comune lo mettono in mostra. Insomma, il Trap si accorge che dietro Scirea c’è un tipo che all’occorrenza può benissimo essere buttato nella mischia. Un libero che lascia intravedere le qualità di predecessori illustri, che in maglia bianconera hanno nobilitato il ruolo con araldica compostezza e risorgimentale impegno. Miani ricorda nello stile Salvadore, e vi preghiamo di non storcere il naso: il paragone non è irriverente. La grinta di Bill, il suo incontrismo esemplare, si ritrovano pari pari in questo talento ventenne tornato in bianconero dopo una lucente parentesi in provincia. Il suo ritorno alla Juve dopo un anno di corroborante rodaggio tra i semiprò, potrà anche non coincidere con un’immediata esplosione. Ci vuole fortuna e un concorso di circostanze. A volte non basta essere bravi. Ma sicuramente di Miani risentiremo parlare. Il piglio c’è. Si farà strada».

Roberto MONTORSI

Autentica meteora nel cielo bianconero, Montorsi veste la maglia della Juventus solamente per quattro volte: una in campionato, una in Coppa Italia e due in Coppa Uefa.
«Mi prese la Juventus di Allodi – racconta – avevo diciannove anni, ero nello spogliatoio che avevo sognato. Ma non stavo bene: mi mancava l’affetto paterno che Giagnoni aveva per me a Mantova, ero spaesato e non c’era più chi placava i miei pensieri, metteva ordine alla mia timidezza. Mister Armando Picchi mi chiamava il Dottorino, ero la riserva di Haller e avrei dovuto godermi la vita ma sentivo il bisogno di aiutare il mio prossimo. Il calcio non faceva per me, con la preghiera e l’aiuto al prossimo che amo come me stesso sono realizzato».

domenica 21 agosto 2016

Domenico DONNA

«È il piccoletto della compagnia – afferma Renato Tavella – muove nervoso gli occhi scuri e profondi su di un volto di furetto, senza mai stancarsi di dire la sua, arguta e sferzante. Rapido e scaltro gioca da avanti ed è titolare nell’undici titolare campione d’Italia del 1905. Abbandona l’attività agonistica nel 1910. Oramai avvocato di grido, seguita a diffondere l’idea Juventus fino all’ultimo giorno di vita. Cantastorie dei primi tempi, a lui e a Varetti si devono le pagine di “Sport”, bollettino che veniva inviato ai soci agli inizi del Novecento».
Con Domenico Donna, il mestiere dell’ala pionieristica comincia a prendere dei contorni precisi. Domenico è il giocatore che rappresenta meglio lo spirito della Juventus del primo scudetto. Sul baffo a manubrio di questo signore piccoletto e pazzerellone, si potrebbe scrivere la storia dei primordi bianconeri.

Massimo PILONI

Cresciuto nel settore giovanile bianconero, dove si fa valere anche grazie a un fisico da corazziere, Massimo Piloni da Ancona, classe 1948, detto Pilade, si fa le ossa nella Casertana in B. Nella stagione 1970-71, ritorna alla Juventus che, con gli innesti di Bettega, Causio, Spinosi, Capello, Landini e altri giovani di belle promesse, si prepara ai trionfi. Piloni è l’alternativa al titolare Tancredi e trova spesso spazio, in una stagione che vede i bianconeri battersi ad alto livello sia in campionato sia in Europa. Proprio in Coppa delle Fiere, a Colonia, nella semifinale di andata, Piloni gioca una partita indimenticabile che lo consegna di filato alla simpatia dei tifosi. «Sui giornali scrissero, addirittura, che con le mie parate avevo contribuito, in modo decisivo, alla qualificazione della Juventus. Purtroppo, non ho avuto la fortuna di sfruttare a lungo l’improvvisa popolarità; alla finale, contro il Leeds, è legato l’episodio più infelice, il ricordo più triste in assoluto della mia carriera.

sabato 20 agosto 2016

JUVENTUS - FIORENTINA

12 febbraio 1966 – Stadio Comunale di Torino
JUVENTUS–FIORENTINA 4-1
Juventus: Anzolin; Gori e Leoncini; Bercellino, Castano e Sarti; Zigoni, Del Sol, Depaoli, Cinesinho e Menichelli. Allenatore Heriberto Herrera.
Fiorentina: Boranga (Albertosi dal 55’); Diomedi e Vitali; Bertini, Ferrante e Pirovano; Hamrin, Merlo, Brugnera, De Sisti e Chiarugi. Allenatore: Chiappella
Arbitro: Pieroni
Marcatori: Del Sol al 7’, Menichelli al 34’, Depaoli al 54’, Bertini all’80’, Menichelli al 90’

Giovanni VECCHINA

La notizia della scomparsa di Nane Vecchina – scrive Alberto Fasano su “Hurrà Juventus” del maggio 1973 – ha colto gli amici bianconeri tra un’edizione e l’altra del nostro giornale. Ma il personaggio ci è troppo caro per non tributargli, sia pure in ritardo, un doveroso omaggio. Lo sapevamo da tempo malato, ma speravamo che la sua fibra eccezionale gli facesse superare le crisi sempre più frequenti e violente. Lo scorso anno eravamo andati a trovarlo in clinica e avevamo provato un senso di inenarrabile tristezza. Chi lo aveva visto nei periodi del suo formidabile fulgore atletico, non lo avrebbe quasi riconosciuto. Giovanni Vecchina era nato a Venezia il 19 agosto 1902. Apparteneva anche lui, dunque, alle schiere del calcio veneto che ha sempre esercitato sensibile influsso nel gioco in Italia, in virtù della robustezza e della sanità della razza.

venerdì 19 agosto 2016

Sergio BRIO

Quando arriva alla Juventus, deve raccogliere l’eredità di Francesco Morini, ma non si spaventa affatto e si ambienta subito, come se avesse sempre fatto parte della famiglia juventina. Sergio è l’emblema della potenza, un gladiatore per antonomasia, che da molta più importanza all’efficacia, piuttosto che allo stile. Non soltanto in campo, ma anche nella vita: pochi hanno subito una serie così grande di infortuni, ai quali ha sempre risposto con una volontà notevole. Nasce a Lecce, il 19 agosto 1956. Alto 192 centimetri per ottantaquattro chili, è un generoso e un umile, per natura e per estrazione sociale. Ama definirsi un prodotto del Sud, per spiegare la sua vocazione al sacrificio, la sua grande dedizione al lavoro: «A quattordici anni, ero già molto alto e in famiglia i miei si preoccupavano. Temevano fossi malato. Invece ero sanissimo e proprio i medici mi predissero un futuro nello sport, in qualsiasi tipo di disciplina sportiva».

giovedì 18 agosto 2016

Vittorio SENTIMENTI

Nato a Bomporto (Modena) il 18 agosto 1918, è il terzo della dinastia di cinque fratelli, tutti dedicatisi al calcio (ben quattro dei quali arrivati al palcoscenico maggiore: Arnaldo II, Lucidio IV e Primo V); cresce nelle file del Modena che, negli anni precedenti la seconda Guerra Mondiale, militava in Serie A e, per tradizione, era solito schierare giocatori di notevole grinta e di eccellenti qualità atletiche. I fratelli Sentimenti si misero subito in evidenza, essendo giocatori di indubbio talento, specialmente il terzo e il quarto della stirpe, atleti che recitarono poi la parte più importante della loro carriera indossando la maglia della Juventus. Vittorio Sentimenti III, detto Ciccio, si fece notare da alcuni osservatori bianconeri, nel corso del campionato 1938-39; dopo aver pareggiato (1-1) sul proprio campo nel girone di andata, la Juventus venne nettamente sconfitta a Modena nell’incontro di ritorno (2-0 con reti di Bazan e Zironi) e Ciccio fu un autentico protagonista di quell’impresa. Nella stagione 1941-42, a guerra iniziata, Vittorio arrivò alla Juventus e si giovò moltissimo della presenza, al suo fianco, di un fuoriclasse come Felice Borel, che lo maturò completamente dal punto di vista calcistico.

mercoledì 17 agosto 2016

Thierry HENRY

È uno dei più grandi rimpianti della gloriosa storia juventina; liquidato (dopo solamente mezza stagione) anche a causa di un clamoroso equivoco tattico. Infatti, era impiegato, spesso e volentieri, come esterno sinistro del centrocampo a cinque, in pratica da terzino, nonostante al Monaco si fosse messo in luce come un attaccante dotato di ottimi mezzi fisici, capace di svariare su tutta la zona d’attacco. Tecnico, rapido e dotato di grande senso del goal, nella squadra del Principato rende quasi inutile la presenza una seconda punta al suo fianco per la completezza del suo repertorio. Luciano Moggi, accusato di essere il colpevole di questo clamoroso errore, si difende: «Ricordo che Henry faticava a inserirsi per problemi legati alla giovane età, alla durezza del campionato italiano, alle difficoltà di mettersi in mostra in una grande squadra (peraltro in crisi): forse era troppo per lui in quel momento.

martedì 16 agosto 2016

Manuele BLASI

Nasce a Civitavecchia in provincia di Roma, il 17 agosto 1980. Cresce nella società giallorossa, senza però mai scendere in campo; nell’estate del 1998, viene ceduto a un’altra compagine giallorossa, il Lecce. In Puglia rimane solamente quella stagione, poi ritorna alla Roma, con la quale disputa solamente cinque gare. Il primo campionato del nuovo secolo lo affronta con la maglia del Perugia; finalmente, Manuele può esprimere tutte le sue potenzialità, che sono enormi. Blasi è un giocatore dotato di notevoli doti dinamiche e di grande generosità, anche se, spesso, incorre in ammonizioni per l’eccessiva foga e impetuosità. È molto apprezzato e stimato per la sua grande generosità, essendo una persona di grande umiltà e bontà di animo; per gli stessi motivi, è considerato molto capace di creare la coesione all’interno di una squadra. Rimane in Umbria fino all’estate del 2003, quando viene ceduto al Parma: l’avventura nella città ducale non è per niente fortunata. Manuele è trovato positivo al Nandrolone che gli costa, com’era successo qualche anno prima a Edgar Davids, una squalifica di sei mesi.

lunedì 15 agosto 2016

Marco PACIONE

Da Pescara, classe 1963, è l’attaccante che, nella stagione 1985-86, deve sostituire il titolare Serena all’occorrenza, o affiancarlo quando si tratta di dare maggiore peso e incisività all’attacco bianconero. Il ragazzo, che nell’Atalanta in Serie B era stato ribattezzato Paciogol per la sua abitudine a segnare reti pesanti, è un talento naturale: gran fisico, buon colpitore di testa, sembra fatto apposta per sfondare le difese avversarie. Racconta il giorno del raduno: «Essere alla Juventus è come arrivare al top, al gradino più alto. Quando ero a Bergamo, nell’Atalanta, sapevo che la Juventus mi stava facendo seguire e si interessava a me. Ora vivo questa esperienza con umiltà e con una gioia incredibile. Non sono storie; quando mi hanno fatto sapere che sarei stato bianconero, mi è sembrato di essere di colpo entrato a far parte del grande calcio. Poi, mi sono detto, quello era soltanto un passaggio e non il traguardo finale. Alla Juventus si deve far sempre bene, crescere con il tempo».

Claudio Cesare PRANDELLI

Dici jolly e pensi al generico, al professionista che è in grado, più o meno, di ricoprire qualsiasi compito. Per Prandelli, tutto ciò è vero, ma c’è dell’altro e non va sottovalutato. Cesare è, nel suo genere, uno specialista: ci vuole, infatti, un temperamento particolare, unito a doti fisiche tutt’altro che comuni, per essere all’altezza del compito abitualmente svolto da Prandelli. Il Trap sa di poter contare sempre su di lui, ma il come e il quando, sono sempre legati, per forza di cose, all’andamento della partita. Calarsi nella realtà di una gara, spesso delicatissima, in frangenti magari burrascosi, è roba da specialisti, senza alcun dubbio. Nato a Orzinuovi (Brescia) il 19 agosto 1957. Si forma nella Cremonese, dove lo preleva l’Atalanta nell’estate del 1978. Dopo un’annata a Bergamo raggiunge la Juventus per la stagione 1979-80. È pedina preziosa sia per la difesa sia per il centrocampo, sa disimpegnarsi sull’uomo e anche nelle vesti di libero ed è inoltre discreto propulsore. In una Juventus di tutti campioni deve, comunque, fare panchina ed anche nell’ingrato ruolo di riserva, sa disimpegnarsi con dignità e grande senso di responsabilità, trovandosi al meglio della condizione ogni qualvolta Trapattoni decide di avere bisogno del suo apporto.

domenica 14 agosto 2016

Cristian MOLINARO

Comincia la sua carriera come ala sinistra, all’età di cinque anni, nella squadra della Gelbison, a Vallo della Lucania: «Il mio paese è a quindici minuti dal mare, ma è in collina. Io sono nato a Vallo della Lucania, perché lì c’è l’ospedale, ed è più vicino alla Basilicata che a Salerno. A cinque chilometri c’è il mio paese, Moio della Civitella, che è l’ultimo prima dell’entroterra. Subito dietro ci sono le montagne. Mio padre è un insegnante di educazione fisica, mentre mia madre è maestra elementare. Anche uno dei miei due fratelli insegna lettere, mentre l’altro è commercialista. Con tutti questi professori in casa, il diploma dovevo prenderlo per forza. E così sono diventato ragioniere!».