sabato 18 febbraio 2012

Roberto BAGGIO


Nato a Caldogno, in provincia di Vicenza, il 18 febbraio del 1967, Roberto Baggio inizia a tirare calci ad un pallone nella squadra del suo paese, per poi trasferirsi al Vicenza in Serie C1, a quindici anni; con la maglia biancorossa dimostra di essere un potenziale fuoriclasse, mettendo a segno, con la squadra Primavera 46 goal in 48 partite. Queste ottime prestazioni gli permettono di debuttare in prima squadra nel 1983; nella stagione 1984/85 mette a segno 12 reti in 29 partite, consentendo così, alla squadra vicentina, di essere promossa in serie B. In una delle ultime giornate di campionato, si rompe il ginocchio destro; la Fiorentina, che lo ha già acquistato, ha la possibilità di recedere dal contratto, ma il presidente viola, Piercesare Baretti, decide di credere nel suo recupero.

Dopo due anni di calvario esordisce in serie A il 21 settembre 1986 e realizza il suo primo goal nella massima divisione il 10 maggio 1987, contro il Napoli di Maradona. Proprio contro i partenopei, il 17 settembre 1989, Roberto segna uno dei suoi goal più belli, partendo dalla propria metà campo, saltando tutta la difesa partenopea, compreso il portiere Galli e depositando il pallone in rete.

Rimarrà in Toscana fino al 1990, quando si trasferisce alla Juventus, tra le furiose e violente proteste della tifoseria fiorentina, conscia di perdere un grande giocatore, già diventato un idolo.

venerdì 17 febbraio 2012

Renato CAOCCI


Renato Caocci da Olbia, classe 1943, è una di quelle tante meteore che passano nel cielo bianconero senza lasciare troppe tracce.

A diciannove anni, arriva a Torino accompagnato dai giudizi lusinghieri degli osservatori, che lo hanno seguito a lungo sui campi minori. È un difensore eclettico ed assai moderno, nel senso che sa fare il terzino ed il mediano; un giocatore universale per cui stravede Pablo Amaral, l’allenatore brasiliano appena arrivato a guidare la Juventus fuori dalle secche nelle quali la squadra si era incagliata l’anno prima. Amaral, nel ritiro precampionato di Cuneo, prova a convertire la sua squadra al nuovo verbo calcistico, il tipico 4-2-4 brasiliano che nel mondo va per la maggiore, dopo che la nazionale brasiliana, pur priva del suo fuoriclasse Pelè, ha battuto tutti nel Mondiale cileno.

Caocci è tra i più duttili a raccogliere il messaggio, che altri colleghi di più lungo corso vedono con una punta di scetticismo. Va da sé, che il buon Renato venga messo dall’allenatore sullo stesso piano dei titolari. Ma il ragazzo non ha la minima esperienza di calcio ad un certo livello e le sue prove fanno presto ricredere Amaral; non tanto sulla formula, che perfezionerà adottandola per tutta la stagione, quanto sugli interpreti. Caocci finisce, così, quasi sempre in tribuna, rispolverato solo quando i vari Castano, Sarti, Leoncini, per non dire Salvadore, devono marcare visita.

Il giovanotto, che pure è un buon incontrista e sa pure impostare l’azione, raggranella solamente 9 presenze in tutto, suddivise tra campionato e Coppa Italia. E l’anno dopo finisce al Palermo, dove giocherà ben di più, costruendosi un’onesta e non breve carriera.

Enrico CRAVERI



DI ANTONIO SCAMONI, DA “HURRÀ JUVENTUS” DEL FEBBRAIO 1972:

Ho conosciuto Enrico Craveri nel 1904 ad Ivrea dove egli fondò con Carlo Realis, con i fratelli De la Pierre, con Salvator Gotta, con me e con altri giovani il Football Club Ivrea, emanazione provinciale della Juventus cui egli già da allora era spiritualmente legato e della quale volle si adottassero i colori bianco e nero.

Nella Juventus effettivamente si iscrisse nel 1905, allorché, frequentando l'Università, faceva la spola fra Torino ed Ivrea, finché nel 1908 per ragioni professionali si stabili definitivamente in Torino. Il tempo libero, già da allora, lo dedicava tutto alla Juventus nella quale ricopriva cariche sociali.

Ricordo che in quell'epoca egli organizzò una gara fra la squadra dei F.C. Ivrea e la Juventus stessa allora Campione d'Italia, gara che si svolse ad Agliè alla presenza dì poca gente ma del ben noto poeta, nostro amico Guido Gozzano che si rammaricava di non poter essere con noi nella squadra: naturalmente fummo battuti. Trasferitomi a mia volta, alla fine del 1908 a Torino; da lui presentato entrai nel club dei bianconeri e seguii l'attività sociale dell'amico carissimo fino alla sua dipartita.


giovedì 16 febbraio 2012

Roberto GALIA


Dire cose importanti in perfetto silenzio è un privilegio degli uomini veri. Dirle senza urlare, in un calcio ricco di eccessi, è impresa titanica. Eppure, Roberto Galia percorre questo strano mondo da tanti anni ed è riuscito a non cambiare, a non fare deroghe. Il bello è che, la sua, non è l’umiltà un po’ appiccicosa e retorica dei vinti, ma una serenità che deriva dalla piena coscienza dei propri mezzi e dei propri limiti; una scheda personale che il centrocampista bianconero tiene a mente ed usa come cartina di tornasole della realtà: «Mi conosco, so di non essere un fuoriclasse ma un giocatore prezioso forse sì. Ho cambiato diverse maglie, sono sempre andato d’accordo con i miei allenatori e sempre ho avuto la precisa sensazione di essere utile. Non è poco».

Angelo PERUZZI


La leggenda racconta che a Blera, il paese in provincia di Viterbo dov’è nato, Angelo allenava la presa ferrea delle mani cercando di afferrare i pesci nei ruscelli. La passione originaria, quasi genetica, era per la pesca. Ma la prodigiosa abilità delle mani poteva trovare sfogo anche altrove, per esempio nel ruolo solitamente meno amato dai ragazzini che giocano a pallone. Nasceva così, quasi per scherzo, il portiere Peruzzi.

La prima squadra fu quella di Blera. Il passatempo diventava in breve una cosa più seria. Angelo fu notato dagli osservatori della Roma, che convinsero papà Francesco e mamma Francesca ad affidarglielo. Non fu facile, perché l’idea che il figlio tredicenne trascorresse lunghi periodi fuori di casa era accettata con molte riserve, ma alla fine il ragazzo si trasferì nella foresteria giallorossa della Montagnola. Di qui, prendeva l’autobus per recarsi agli allenamenti a Trigoria.

mercoledì 15 febbraio 2012

Valerij BOJINOV


Nato a Gorna Oryahovitsa, in Bulgaria, il 15 febbraio 1986, arriva in Italia la sera del 16 ottobre 1999 grazie ad una felice intuizione di Pantaleo Corvino; l’allora direttore sportivo del Lecce lo scopre, dodicenne, in un torneo a Malta, dove Bojinov gioca nella squadra Pietà Hotspurs: «Non è stato difficile lasciare la mia terra così giovane, i miei genitori hanno lasciato che facessi la mia scelta, senza condizionarmi in nessun modo. Mia madre, Pepa, ha giocato nella serie A bulgara di basket, però non mi ha detto di comportarmi nell’una o nell’altra maniera. Così, ho scelto di partire e, grazie a Dio, ho avuto la fortuna di farcela; e pensare che la sera che sono arrivato in Italia, è nata mia sorella Michela».

PARMA - JUVENTUS


8 gennaio 1995, quindicesima giornata del girone di andata del campionato 1994/95. Il Parma di Nevio di Scala è in testa alla classifica; non è una sorpresa, perché è già da qualche stagione che il presidente Tanzi ha allestito una squadra in grado di competere con le grandi. La Juventus segue ad un punto. È la Juventus della triade Moggi, Giraudo e Bettega. Soprattutto, è la Juventus di Marcello Lippi, appena arrivato dal Napoli per cercare di rilanciare la squadra piemontese, a secco di vittorie da troppo tempo.

Quella fra gialloblu e bianconeri sarà una lotta infinita e per gli avversari rimarranno solamente le briciole. La Juventus festeggerà lo scudetto e la Coppa Italia, vinta in finale contro il Parma. La squadra emiliana alzerà la Coppa Uefa, conquistata proprio a spese dei bianconeri.

La partita del Tardini è di importanza fondamentale. Una vittoria della compagine di Scala, significherebbe mettere una pesante ipoteca sulla vittoria finale. Al contrario, se a spuntarla fosse il sodalizio bianconero, sarebbe la rampa di lancio per una stagione ricca di soddisfazioni.

Romolo BIZZOTTO


Bizzotto è un gentiluomo di vecchio stampo, che non ama parlare di sé e che lega il suo nome ad una delle Juventus più forti della storia, quella dei grandi assi danesi John Hansen e Præst e del giovane Boniperti, tra il 1949 e il 1952. Due scudetti vinti, con il contributo complessivo di 46 presenze e 2 reti: «Ho iniziato la carriera giocando, giovanissimo, nel Verona in serie B ed in quel periodo fui convocato anche per le Olimpiadi di Londra. Purtroppo, non scesi in campo, perché fummo eliminati alla seconda partita, dalla fortissima Danimarca, quella dei due Hansen, dei Præst, Pilmark, Jensen, tanto per gradire. Perdemmo 5-3 nei quarti di finale. Giocavo centromediano metodista e, dopo i Giochi, fui acquistato dalla Juventus. Era una squadra fortissima, forse la più forte di tutti i tempi; in due campionati, superammo le 100 reti segnate, eravamo formidabili in attacco. Essendo, però, quella squadra formata da tantissimi campioni, furono poche le volte che scesi in campo ma, per me, era già un grandissimo vanto vestire la maglia bianconera.

martedì 14 febbraio 2012

Roberto VIERI


La storia del calcio è fatta di tipi stravaganti come Bob Vieri; basta cercare in epoche di meno solido pragmatismo e di più diffusa poesia, come il calcio, nei ruggenti anni venti; poesia, appunto, condita appena da un pizzico di professionalità. La poesia di Bigatto, strenuo lottatore, è ancora impregnata di rimembranze dannunziane ed assai poco propensa alla filosofia pratica del risultato da conquistare ad ogni costo. Per non parlare di Pastore, il centrattacco di quella Juventus, in fondo tardo romantica e tardo garibaldina, che nei ruvido tackle con il “centr’half” avversario, scopre in se stesso insospettate doti drammaturgiche e finisce sul set del nascente mondo cinematografaro. Vieri, tanto per tornare in argomento, in quella Juventus di estrosi protagonisti ci sarebbe stato molto bene.

LA JUVE OSCURA



La Juve che nasce sulla panchina di Corso Re Umberto e subito si imbeve del romanticismo dei tempi, è leggenda che ogni juventino di buona volontà già conosce a memoria. Non si aggiungerà nulla di nuovo nel rievocare i primordi ginnasiali, la camiciola rosa, le prime disfide in Piazza d’Armi. Ogni storia juventina che si rispetti dedica pagine a questi momenti e non è difficile, con un minimo di fantasia, immaginare anche i dettagli di quel quadro di fine secolo.

Si partirà, perciò, qualche anno più tardi, prendendo come riferimento iniziale il primo scudetto, o meglio targhetta, che i pionieri juventini conquistarono nel sempre molto leggendario 1905. È la fine di un’epoca più propriamente avventurosa e l’inizio di tempi nuovi e strani, che per il calcio nazionale e juventino dovrebbero significare assestamento e che, invece, sono caratterizzati da incertezza e talvolta da crisi.


lunedì 13 febbraio 2012

Adolfo GORI


Adolfo Gori arrivato alla Juventus nella stagione 1963/64 e rimasto in bianconero per ben cinque stagioni, ha rappresentato uno dei punti-cardine della compagine juventina, negli anni di Heriberto allenatore, contribuendo, con 179 presenze e 5 reti, a risultati di prestigio quali la vittoria in Coppa Italia e la conquista dei 13° scudetto.

«Il giorno del mio arrivo a Torino», racconta, «toccavo il cielo con un dito; era la Juventus, cioè il massimo e sarebbe stato facile di lì in poi. Non era vero, naturalmente, ma avevo poco più di vent'anni e ci credevo. Arrivavo dalla Spal, cioè dalla provincia piccola piccola e mi ritrovavo in una squadra carica di gloria e di tradizioni. Sono stati anni indimenticabili, anche se non vincemmo molto».

William BRADY


Estate 1980, le frontiere sono nuovamente aperte e, dopo anni di ostracismo, si possono acquistare giocatori stranieri. La scelta della Juventus cade su Liam Brady, maturata dopo varie opzioni, compreso Maradona che Boniperti e Giuliano inseguono vanamente con una puntata segreta in Argentina. Ai primi di luglio parte una telefonata all’avvocato Freeman, legale londinese che cura gli interessi dei più importanti calciatori d’oltre Manica, compreso Brady.

La risposta è affermativa, non altrettanto agile la trattativa che si conclude comunque, col trasferimento di Liam alla Juventus. Brady ha ventiquattro anni, essendo nato a Dublino nel febbraio 1956. Trasferito quindicenne all’Arsenal, con altri cinque coetanei. Liam Brady compie tutta la trafila nel glorioso club londinese dove esordisce in prima squadra all’età di diciassette anni, giocando per sette stagioni, condite dalla conquista di una favolosa Coppa d’Inghilterra nel 1979. Nella primavera 1980 l’Arsenal di Brady affronta ed elimina la Juventus nelle semifinali di Coppa delle Coppe: 1-1 a Londra, 1-0 per gli inglesi a Torino, goal di Vaessen all’87° minuto.

domenica 12 febbraio 2012

Giuseppe GRABBI


Aveva cominciato a giocare all’ala destra e terminò come mediano laterale. Era piccolo, coraggioso, velocissimo, portava avanti la palla con sicurezza, sapeva crossare molto bene e si inseriva nella manovra offensiva per tirare verso la porta avversaria.

Aveva l’abitudine di guardare molto il pallone quando correva, ma sapeva vigilare sull’andamento del gioco. Era studente in ingegneria e giocava per puro diletto, nel senso che lo faceva con grandissima passione, frequentando assiduamente tutti gli allenamenti. Il suo gioco non era molto appariscente, ma redditizio, dava calore più di quanto desse luce.

Fu una pedina quasi insostituibile nella Juventus che, nel 1925, conquistò il titolo di Campione d’Italia. Grabbi, vestì la maglia azzurra come ala destra, il 20 gennaio 1924, nella partita disputata a Genova contro l’Austria.

In totale, Giuseppe (nonno di Corrado che giocherà qualche partita nella prima Juventus di Lippi) indossò la maglia bianconera dal 1921 al 1927, collezionando 84 presenze e 14 goal.

Luciano BODINI


Bodini nasce a Leno, provincia di Brescia, il 12 febbraio 1954. Cresciuto nell’Atalanta, squadra con la quale (dopo una fortunata parentesi alla Cremonese) debutta in serie A, l’11 settembre 1977: «Ho cominciato in una squadretta d’oratorio, a Brescia, ma a tredici anni ero già all’Atalanta ed a diciassette finivo già in panchina con la prima squadra, in seguito ad un incidente che aveva tolto di mezzo il secondo portiere Rigamonti. Poi, a ventanni, vado a Cremona. e gioco in serie C: 108 partite, tante soddisfazioni ed è già ora di tornare a Bergamo. Gioco solo otto volte il primo anno, anche a causa di un serio infortunio, ma mi rifaccio in pieno l’anno dopo, rivalutandomi, anche se la squadra va così e così e retrocediamo. Ed eccomi alla Juventus».

sabato 11 febbraio 2012

Carlo DELL'OMODARME


Maggio 1963: il Campionato non ha più nulla da dire, l’ha vinto l’Inter di Moratti, Herrera e, da poco tempo, anche di un giovincello dal nome famoso: Mazzola ed il ricordo vola a Superga, lontana ma sempre presente. La Juventus si è arresa per ultima alla superiorità dei rivali meneghini; è seconda, le ultime tre giornate sono pura formalità. In casa bianconera si comincia prestissimo a pensare ai rinforzi, l’Inter non può vincere sempre, si pensa, basta trovare qualche pedina buona.

Ed i primi acquisti sono con il botto, la concorrenza è battuta sul tempo: Adolfo Gori, terzino e Giampaolo Menichelli, ala sono il meglio che il mercato offra; per il romanista c’è stato un grande tira e molla, i tifosi della capitale non volevano sentire ragioni, Menico doveva rimanere a Roma.

Ciro FERRARA



«Ciro Ferrara, c’è solo un Ciro Ferrara», cantavano i tifosi della Juventus. Personaggio straordinario, dotato di una notevole simpatia e di un’umanità fuori dal normale. Sicuramente, uno dei più forti difensori italiani di ogni epoca.

Nato a Napoli l’11 febbraio 1967, a quattordici anni è costretto momentaneamente in carrozzella dalla Sindrome di Osgood-Schlatter, ma si riprende prontamente ed esordisce in serie A, con la maglia azzurra del Napoli, il 5 maggio 1985, al San Paolo, proprio contro la Juventus. Nella città partenopea, Ferrara gioca durante tutta l’era di Maradona: vince il primo scudetto e la Coppa Italia nella stagione 1986/87, poi due secondi posti consecutivi in Serie A ed ancora uno scudetto, nel 1989/90.

venerdì 10 febbraio 2012

Vincenzo MARESCA


Vincenzo Maresca nasce a Pontecagnano, in provincia di Salerno, il 10 febbraio 1980; cresce nelle file del Milan che lo cede, nell’estate del 1997, al Cagliari dove non riesce a totalizzare nemmeno una presenza. Nella stagione 1998/99, emigra in Inghilterra, nel West Bromwich; scende in campo 47 volte, realizzando 5 goal nella Division One inglese, l’equivalente della serie B italiana: «Ci ho pensato un attimo ed ho accettato», ricorda, «mi attirava l’idea di andare in Inghilterra, imparare una nuova lingua e fare un’esperienza importante».

Nel gennaio 2000, a soli diciannove anni, si trasferisce alla Juventus; totalizza solamente una presenza, nella vittoriosa partita contro il Piacenza. La stagione successiva viene prestato al Bologna; nel capoluogo emiliano, disputa un campionato notevole, vestendo la maglia rossoblu per 23 partite.

giovedì 9 febbraio 2012

Luca TONI



È durata solamente un anno l’avventura di Luca Toni alla corte bianconera, ma ha lasciato il segno fra i tifosi. L’ex Campione del Mondo arriva a Torino nel gennaio del 2011, in una Juve in piena crisi di identità e di risultati, dopo aver girovagato per mezza Italia ed aver fatto una veloce capatina in Germania, nientepopodimeno che nel Bayern München.

L’esordio con la maglia bianconera numero 20 avviene il 9 gennaio, a Napoli. La Juve è sconfitta nettamente per 3-0, ma Luca riesce a mettersi in evidenza. È suo, infatti, il goal del pareggio se non fosse inspiegabilmente annullato dall’arbitro. L’appuntamento con la rete è rinviato di un mese: 5 febbraio, Cagliari. La Juventus sta vincendo per 2-1, grazie ad una doppietta di Matri (anche lui arrivato nel mercato di gennaio). A pochi minuti dalla fine, su un preciso cross di Barzagli, Luca svetta di testa e batte l’incolpevole portiere isolano. È la rete della sicurezza, che fissa il punteggio sul 3-1 per i bianconeri.