domenica 29 novembre 2009

CAGLIARI - JUVENTUS

domenica 29 novembre 2009 0
Stagione 1969-70
Il “sergente di ferro” Heriberto Herrera, dopo l’ultima stagione un pochino grigia, non è confermato e la panchina bianconera è affidata ad un comandante di burro, “Don” Louis Carniglia, che non ci mette molto a far cadere i giocatori negli equivoci e negli ozi che, cinque anni prima, avevano richiesto la presenza di un uomo forte. Carniglia, un argentino che ha già avuto in Italia altre esperienze da tecnico, non ha né il polso né la lucidità per impostare una squadra abbastanza rinnovata ed i risultati, che sono lo specchio della situazione, non tardano a dargli torto.
Quattro sconfitte nelle prime otto giornate (fra le quali il “derby”) fanno decidere il presidente Catella, contro le sue abitudini, ad esonerare il tecnico, prima che diventi problematico raddrizzare la situazione. La Juventus, con solamente sei punti in classifica, è già staccata di otto lunghezze dal Cagliari del cannoniere “Gigirriva” e proprio il Cagliari, la domenica successiva, è la squadra che attende i bianconeri. Prima di cadere in zona retrocessione, una parola che il club torinese non vuole assolutamente pronunciare, è meglio prendere delle decisioni immediate.
Così fra l’ottava e la nona giornata Carniglia lascia il posto e viene adottata una soluzione interna, con il silenzioso e modesto Ercole Rabitti, responsabile del settore giovanile. Proprio in quei giorni, nel mercato di riparazione autunnale, la Juventus perfeziona l’acquisto di un sardo che gioca nel Brescia, tale Antonello Cuccureddu, che va ad aggiungersi alla lista degli arrivi estivi. Lista che comprende, tra gli altri, Francesco Morini e “Bob” Vieri dalla Sampdoria (in cambio di Romeo Benetti) ed un giovane del vivaio di origine siciliana, andato a farsi le ossa a Savona eppoi a Palermo, “Beppe” Furino, allievo di Rabitti.
Contro il formidabile Cagliari di quella stagione la Juventus rialza la testa e proprio con il sardo appena acquistato, Cuccureddu, pareggia la rete di Angelo Domenghini. Dopo quella partita succede l’incredibile: otto successi consecutivi, qualche pareggio meritato ed altre vittorie. Insomma, quando nel girone di ritorno il Cagliari capolista si presenta al “Comunale” di Torino, la Juventus è imbattuta dalla partita di andata. La squadra isolana ha sempre camminato sicura, nel frattempo, ma Rabitti ed i suoi ragazzi, con 27 punti totalizzati in 15 giornate, sono ormai a ridosso della capolista: 32 punti contro 34.
Per l’incontro l’attesa è enorme; si decide la diretta TV per accontentare tutti, ma uno sciopero dell’ultimo istante lo impedisce. In campo, Riva si conferma implacabile, ma la Juventus getta tutte le sue energie e va in vantaggio per 2 a 1, nella ripresa, grazie ad un rigore rocambolesco, prima sbagliato da Haller (parato da Albertosi muovendosi in anticipo) eppoi realizzato da Anastasi nella ripetizione. Sarebbe l’aggancio se l’arbitro Lo Bello, nel finale, non si rendesse ancora protagonista concedendo, per un fallo veniale su Martiradonna, il rigore del definitivo 2 a 2, realizzato dallo stesso “Rombo di tuono”.
Il distacco resta invariato, quindi. Mancano sei giornate alla fine, tutto è ancora in gioco. Ma il contraccolpo psicologico è pesante, nel sodalizio juventino. E già la domenica successiva, dopo sedici partite utili, la compagine bianconera è seccamente sconfitta a Firenze, mentre il Cagliari, battendo di misura il Verona, spicca il volo. La Juventus scende al terzo posto, con qualche rammarico, ma con l’orgoglio di essere stata grande protagonista di questa stagione.
Ma per la società bianconera l’annata avrà nella storia un’importanza ancora più grande: Boniperti, finora dietro le quinte, è diventato amministratore delegato e consigliere tecnico. La Juventus ha trovato l’uomo che la condurrà all’antica gloria. Ma per ora ancora non lo sa; per ora ha fiducia in lui, come in Italo Allodi, manager che aveva costruito la “Grande Inter” di Moratti ed Herrera. Nasce, così, la grande Juventus degli anni settanta.

Ritorniamo a quel Cagliari-Juventus.
È il 16 novembre 1966 ed allo stadio “Amsicora” di Cagliari scendono in campo le seguenti formazioni, agli ordini dell’arbitro Bernardis di Trieste:
CAGLIARI: Albertosi; Martiradonna e Zignoli; Cera, Niccolai e Tomasini; Domenghini, Nenè, Gori, Greatti e Riva. (Portiere di riserva: Reginato; tredicesimo: Brugnera).
Allenatore: Scopigno.
JUVENTUS: Tancredi; Salvadore e Furino; Marchetti, Morini e Castano; Leonardi, Del Sol, Haller, Cuccureddu e Favalli. (Portiere di riserva: Anzolin; tredicesimo: Roveta).
Allenatore: Rabitti.

Il commento dei giornali dell’epoca:

“LA GAZZETTA DELLO SPORT”
La Juventus, senza Vieri e Anastasi, si è schierata come meglio non poteva, ha spinto al massimo del rendimento i suoi uomini, ammirevole in Del Sol, Cuccureddu e via via tutti gli altri, ed ha affidato al gran correre dei più le poche speranze di non perdere. Anche se non fosse riuscita nel miracolo del pareggio, ad un minuto dalla fine, avrebbe comunque ottenuto un elogio incondizionato per aver saputo colmare la differenza di qualità che, certamente, deve soffrire di fronte al Cagliar,i sotto molti aspetti largamente migliore anche oggi. Cosi Del Sol ha corso più di Greatti (i due in pratica si ignoravano), Cuccureddu ha costretto Cera nella zona più improbabile del campo, mentre il solo Nenè può dire di aver avuto ragione, anche sul piano atletico, di Marchetti suo controllore.
Haller ha prodotto numeri divertenti quanto fumosi, ha anche richiamato qualche applauso, ma nel gioco di squadra non si è inserito, nemmeno quando Del Sol gli ha fornito un pallone pregevole al centro dell’area. Chi invece dimostra di possedere buone doti è il giovane Cuccureddu, un discreto atleta, buon maratonete ed in possesso di un energico tiro a rete. Con Cuccureddu, Marchetti e poi Vieri (se atleticamente soffrirà per migliorare), e forse Morini e Furino, la Juventus future comincia ad avere un volto, mentre manca ancora chi sappia tirare decisamente a rete. Ma dove sono gli uomini che sappiano farlo veramente, ad eccezione di quei tre o quattro che conosciamo ???

“CORRIERE DELLO SPORT”
Cuccureddu è l’unica cosa buona capitata finora alla Juventus, in questo torneo avviatosi sotto il segno del caos e dell’improvvisazione. A tre minuti dalla fine, mentre il pubblico urla «serie B, serie B» ai bianconeri, Cuccureddu si vendica finalmente di questo Cagliari cha lo ha respinto, sorprendendo Albertosi con una gran botta vincente.
Il ragazzo entra cosi a vele spiegate nella festosa baraonda del nostro massimo campionato; la presentazione è splendida. Per i sardi, fermati nella loro travolgente corsa verso lo scudetto, la consolazione dolce/amara che a bloccarli sia stato un ragazzo di casa, il primo prodotto del “boom” calcistico isolano, promosso proprio dalle imprese del Cagliari.
Rabitti ha potuto sperimentare dei giovani che verranno assai utili in futuro alla società torinese, impegnata ormai a costruire una valida compagine per il futuro ed a riportarsi in posizioni più decorose. In questo compito Rabitti potrà dimostrarsi assai utile, avendo dimostrato di saper lavorare molto bene nelle squadre minori della Juve. Soltanto affidandosi a dei ragazzi pieni di entusiasmo e di ambizione, la società torinese riuscirà forse ad inserirsi nuovamente ne! posto che le compete per tradizione.
Questo discorso può sembrare paradossale, proprio oggi che il migliore della Juventus è stato indubbiamente il più vecchio dei calciatori in campo: Del Sol, classe 1935. Professionista coscienzioso, lo spagnolo ha sentito in modo particolare il drammatico momento della società in cui lavora dal 1962: si è battuto con accanimento furioso, ha rimediato ad una incertezza di Marchetti, ha ben controllato Greatti, ha portato sovente lo scompiglio nel centrocampo cagliaritano, ha corso, picchiato, bestemmiato, frastornato i compagni di rimproveri, intontito l’arbitro di proteste (a volte giuste) beccandosi anche una ammonizione. Evidentemente quel coro beffardo «serie B, serie B», che ha lungamente accompagnato la Juventus, lo ha pungolato nell’orgoglio e lo ha reso rabbioso come un mastino. Dopo il goal di Domenghini, è stato l’anima della reazione juventina.

Sandro SALVADORE

Sandro Salvadore, detto “Old Billy” fece parte del poker dei magnifici “classe 1939” della Juventus, quattro giocatori che rimarranno sempre nella storia bianconera, per come si sono battuti, per quanto hanno vinto: Castano, Leoncini, Haller ed appunto “Old Billy”
Questo soprannome proviene dalla grande ammirazione per Billy Wright, mitico centromediano dell’Inghilterra che sconfisse 4 a 0 l’Italia di Valentino Mazzola allo “Stadio Comunale” di Torino, il 16 maggio 1948.
Billy Wright fu adottato come nome di battaglia da Salvadore.
«Potenza del nome, suonava bene, e poi apparteneva ad un gran regista difensivo, un pilastro dell’Inghilterra dei maestri».
Nato a Niguarda, scoprì il pallone all’oratorio della sua parrocchia, come tutti i bambini dell’epoca. Poi fu scoperto dai tecnici delle giovanili del Milan ed in maglia rossonera bruciò tutte le tappe: vinse due “Viareggio” ed a diciotto anni debuttò in serie A, laureandosi campione d’Italia nel 1959; nel 1960 disputò le Olimpiadi a Roma con la Nazionale e, due anni dopo, centrò il suo secondo scudetto, sempre con i rossoneri.
La coppia centrale di quel Milan era formata da Salvadore e da Maldini ed i due si somigliavano parecchio, come stile e modo di giocare; allenatore del Milan era il mitico Gipo Viani, che privilegiò l’esperto Cesare Maldini come libero. Salvadore si ritrovò a fare il marcatore e con le sue qualità fisiche e con i suoi fondamentali, si sentiva sprecato in quel ruolo ed ebbe dunque un concorrente agguerrito in Maldini.
Questo dualismo fu risolto cedendo Salvadore, insieme ad un altro terzino, Noletti, in prestito) alla Juventus in cambio di Bruno Mora, un’ala molto talentuosa. Viani, inventore di uno dei primi sistemi difensivi fondato sul libero, era un personaggio di spicco nel panorama del calcio italiano; per giustificare la cessione di Salvadore disse:
«Avevamo due paia di pantaloni, Salvadore e Maldini, ne abbiamo dato via uno in cambio di una giacca, Mora. Adesso disponiamo di un vestito completo».
Letto l’articolo, Salvadore gli rispose:
«Il ragionamento funzionerebbe, se non fosse che si è tenuto i pantaloni vecchi. Poteva tenersi quelli nuovi da abbinare alla giacca nuova, così avrebbe avuto un vestito veramente bello».
Salvadore era uno dei pochissimi difensori, se non l’unico, che teneva i calzettoni arrotolati sulle caviglie, come Omar Sivori. All’epoca non era obbligatorio portare i parastinchi, a lui davano fastidio e li metteva solo in casi eccezionali. Mostrava gli stinchi nudi agli avversari, senza timore. A volte sembrava brusco, quasi burbero, ma capace di ridere e scherzare su tutto, se c’era da dire qualcosa in faccia a qualcuno, Salvadore non si tirava indietro. Non erano anni facili alla Juventus, anche se c’erano grandi giocatori, come il fenomenale Omar Sivori, ancora capace di fare la differenza, ed un cursore infaticabile come Del Sol. L’allenatore era Paulo Lima Amaral, già preparatore atletico del Brasile che nel 1958 e 1962 aveva vinto due mondiali, giocava a zona ed applicava il rischiosissimo 4-2-4, che si trasformava in 4-3-3 in fase difensiva. La coppia centrale della difesa era composta da Castano e Salvadore, che giocavano in linea. Amaral non durò a lungo e, nelle prime giornate del torneo successivo, fu esonerato e sostituito da Eraldo Monzeglio, ex campione del mondo 1938. Dopo Monzeglio arrivò Heriberto Herrera, con il quale Salvadore ebbe un rapporto difficile. Il “ginnasiarca” volle utilizzarlo sull’uomo, con Castano battitore, ma Salvadore si ribellò e l’inflessibile Herrera lo mise fuori squadra. Riserva nella Juventus e titolare, come libero, nella Nazionale di Edmondo Fabbri, che lo riteneva un elemento importantissimo. Una situazione veramente comica.
Sandro assicurava che, se avesse potuto tornare indietro, non contesterebbe più Heriberto, l’inventore del “movimiento”, accettando il ruolo.
«È un po’ anacronistico dirlo in tempi in cui tutti contestano e, come vanno in panchina, fanno intervenire il procuratore e, magari anche l’avvocato. Comunque, il tempo mi diede ragione».
A fine maggio 1967, Salvadore vinse il suo terzo scudetto, il primo con la Juventus. Fu quello del clamoroso sorpasso sull’Inter, all’ultima giornata. Il ciclo di “HH2” toccò il culmine con la semifinale di Coppa dei Campioni persa con il Benfica di Eusebio, la “perla del Mozambico”. Sullo slancio, Salvadore ottenne la soddisfazione più bella della carriera, vincendo il campionato d’Europa per Nazioni, a Roma nel 1968. Escluso dalla prima finale con la Jugoslavia, finita 1 a 1 dopo i tempi supplementari, fu ripescato da Valcareggi per la ripetizione.
«Il C.T. capì di aver sbagliato qualcosa e corresse la formazione, azzeccando le mosse giuste, dal sottoscritto in difesa, al tandem Riva-Anastasi in attacco. I goals di Gigi e “Pietruzzu” ci diedero il trionfo. Una notte magica, indimenticabile, con lo “Stadio Olimpico” e l’Italia in delirio».
Nel 1969-70, a causa del declino di Castano, “Old Billy” divenne capitano e tornò, stabilmente, a giocare da libero. Ebbe piena fiducia da Carniglia e poi da Rabitti, che subentrò al tecnico argentino, dopo un avvio di campionato quasi disastroso. Salvadore ripagò la fiducia con gli interessi, pilotando la Juventus ad una serie di 16 risultati utili consecutivi che misero paura al Cagliari di Gigi Riva lanciato alla conquista del primo storico ed unico scudetto. Un dubbio rigore concesso da Lo Bello, il “principe del fischietto”, per un fallo su Riva, trattenuto per la maglia proprio da Salvadore in mischia sotto porta, dopo un corner per i sardi, fissò il risultato sul 2 a 2 e permise al Cagliari di tenere la Juventus a meno due punti. Da quella partita il Cagliari del suo condottiero “Rombo di Tuono” prese la spinta decisiva per volare verso il tricolore.
Quella fu anche la stagione che costò a Salvadore il posto in azzurro, proprio alla vigilia del Mondiale messicano. Aveva già disputato due mondiali ed erano stati fallimentari; è il suo più grosso rimpianto.
«In Cile, nel 1962, avevamo uno squadrone fortissimo, in grado di strappare il titolo al Brasile. Sivori, Altafini, Rivera, Maldini, Mora, Trapattoni, Maschio, Pascutti, Robotti ed altri nomi importanti. Eppure, fummo eliminati nel primo turno. A parte l’arbitraggio scandaloso dell’inglese Aston fu una cattiva gestione la causa dell’eliminazione. Come in Inghilterra, quattro anni dopo. Albertosi, Facchetti, Bulgarelli, Rivera, Mazzola, Rosato, Meroni, in una rosa ricca di campioni. Eppure, fummo incredibilmente battuti dalla Corea del Nord, a Middlesbrough, con un goal di un certo Pak Doo Ik. Valcareggi, visionandoli li aveva definiti dei “Ridolini”. Loro risero e noi piangemmo amare lacrime. Ero in tribuna, quel giorno, ma anch’io divenni un “coreano”. Peccato».
Due sfortunatissime autoreti al “Santiago Bernabeu” di Madrid nell’amichevole con la Spagna, la sera del 21 febbraio 1970, vanificarono i goals di Anastasi e Riva ed indussero il C.T. Valcareggi, che come Napoleone voleva i suoi generali fortunati, a non convocarlo per il Mondiale messicano.
«Il giorno più brutto della mia carriera; In realtà, feci solo un autogoal, sull’altro non toccai il pallone, ma me lo attribuirono lo stesso». Fu la 36sima ed ultima presenza dello juventino in Nazionale.
La Juventus divenne la “sua” Nazionale. Non saltò mai una partita.
«Avessero dovuto pagarmi a gettone, sarei costato un patrimonio alla società».
Non gli è mai piaciuto perdere: come quella volta che andò a segnare il gol del pareggio, al ritorno di Juventus-Milan, decisiva per la testa del campionato, poi vinto.
«Aveva segnato Bigon per loro, ma noi non potevamo perdere; continuavo ad andare in attacco, anche per far capire agli altri che non bisognava mollare la presa, finché non è arrivata la palla giusta. No, non si poteva perdere e non abbiamo perso».
Con la maglia bianconera ha disputato ben 449 partite vincendo altri due scudetti nel 1971-72 e nel 1972-73 e giocando anche la finalissima dei Coppa dei Campioni a Belgrado, persa 1 a 0 contro l’Ajax. Nel 1974, per dare spazio a Scirea, la Juventus gli concede la lista gratuita.
Cominciò l’attività di allenatore, nel settore giovanile della Juventus. Ebbe anche due parentesi con i semiprofessionisti a Casale ed Ivrea, ma la sua passione era allenare i giovani. Qualche anno dopo prese la solenne decisione di trasferirsi, con moglie e tre figlie, in una “cascina” a Costigliole d’Asti. Sentiva il bisogno di stare all’aria aperta, di vivere nel verde, diventando così un ricco pensionato che ama vivere nel verde e guidare i trattori. Con, nel sangue, la mai sopita passione per il calcio.
Ci lascia nel 2007, in una fredda mattina di gennaio, mentre la sua amata Juventus gioca un insensato, immeritato ed immotivato campionato di serie B. Ma noi lo ricordiamo fiero e senza timore, senza parastinchi e con i calzettoni giù fino alle caviglie, uscire dall’area palla al piede e scendere nella metà campo avversaria per cercare l’assalto decisivo.

sabato 28 novembre 2009

Alessandro ALTOBELLI

sabato 28 novembre 2009 0
Alessandro Altobelli nasce a Sonnino, in provincia di Latina, il 28 novembre 1955. Soprannominato “Spillo” per il suo fisico esile e gracilino, con il passare degli anni diventa uno dei più forti attaccanti italiani; è un centravanti completo, forte di testa, buona tecnica, molto rapido ed abile sia negli spazi brevi che in acrobazia.
Cresce nel Brescia e con le “Rondinelle” debutta nel grande calcio, nella stagione 1973-74: nel capoluogo lombardo rimane per quattro stagioni, prima di spiccare il grande salto nell’Inter. Con il club nerazzurro esplode definitivamente, anche se i trofei si possono contare sulle dita di una mano: uno scudetto e due Coppa Italia. “Spillo” conquista anche la Nazionale, con la quale disputa due Mondiali, quello glorioso del 1982 e quello messicano del 1986; con la maglia azzurra totalizza 61 presenze e 25 goals. Il più famoso di questi goals è, senza ombra di dubbio, quello segnato nella finale di Madrid, contro la Germania, dopo una volata di Conti ed un dribbling ai danni del portiere tedesco Schumacher.
Dopo aver trascorso undici stagioni nell’Inter, di cui diventa anche il capitano, Altobelli viene ceduto alla Juventus, nell’estate del 1988. La società bianconera deve sostituire Rush, tornato tristemente in Inghilterra, e spera di ripetere i fasti di un decennio prima, con l’acquisto di Boninsegna. “Spillo”, purtroppo, ha esaurito le sue cartucce ed è sul viale del tramonto e così, con la maglia bianconera, disputa solamente una stagione, totalizzando 34 presenze (20 in campionato, 6 in Coppa Italia ed 8 in Coppa Uefa) e realizzando 15 goals (4, 7 e 4 rispettivamente). Fino a metà stagione, l’apporto di “Spillo” è soddisfacente; in Coppa Uefa va a segno con regolarità, in Coppa Italia è strabiliante (segna un tripletta al Vicenza ed una al Taranto) ed in campionato regala ai dei tifosi la rete della vittoria nel “derby” del 31 dicembre 1988. Poi il suo rendimento cala paurosamente e l’allenatore Zoff gli preferisce l’emergente Buso.
A fine stagione, Altobelli, ritorna al Brescia, dove conclude la sua carriera, dopo aver disputato 337 presenze in serie A e realizzato 132 goals.

venerdì 27 novembre 2009

Lionello MANFREDONIA

venerdì 27 novembre 2009 0
Nato il 27 novembre 1956, giovane talento della Roma calcistica, Manfredonia cresce in una società del rione “Camilluccia”, la Don Orione. La Lazio lo preleva, intuendone le enormi possibilità tecniche ed atletiche, e lo fa esordire in serie A il 2 novembre 1975, allo stadio “Olimpico” contro il Bologna. Corsini, l’allenatore di quella Lazio, ha subito fiducia in quel ragazzo che se la cava egregiamente come “mastino” difensivo, ma sarà con Vinicio, che esploderà definitivamente.
«Un’emozione unica, la più forte in assoluto. All’ “Olimpico”, di fronte alla mia gente. Doveva ancora compiere diciannove anni. Merito dell’allenatore. Ebbe un gran coraggio. Mi dette il numero quattro e mi mise a fare il libero, al posto di capitan Wilson. Un battesimo di fuoco, niente male, se pensa che quella squadra nel 1974 aveva vinto il campionato».
Con la maglia biancoazzurra ha totalizzato complessivamente 233 partite (segnando 10 goals). Della squadra capitolina diventa immediatamente un simbolo, grazie anche alla sua duttilità che gli consente di ricoprire più ruoli.
Nel 1976, come stopper, il giovane laziale esordisce anche in Nazionale, nella Under. L’anno dopo lo chiama Bearzot nella Nazionale maggiore. Giocherà in azzurro soltanto 4 partite, la prima contro il Lussemburgo (3 dicembre 1977), nel ruolo di libero. Nel 1978 Manfredonia figura tra i convocati per il mondiale argentino. Ha 22 anni e, come spiega lui, «una voglia matta di giocare»; non trova spazio: nemmeno un’apparizione, così ci resta male. Se la prende, piuttosto esplicitamente, con il C.T.
«A tradirmi fu la mia impulsività. Bearzot mi aveva convocato per la prima volta nel 1977 e mi aveva portato al mondiale in Argentina, spiegandomi che sarei stato la riserva di Bellugi. Quando Bellugi si infortunò il mister fece però entrare Cuccureddu, io ci rimasi male e l’affrontai a muso duro. “Non sono venuto sin qui per fare il turista”, gli dissi, “ed in avvenire eviti di convocarmi se poi non mi fa giocare”. Lui mi prese in parola e la mia breve esperienza azzurra si chiuse».
L’anno dopo Lionello, si fece invischiare nella celebre (ed amara) storia del calcio-scommesse. Con l’amico Giordano viene squalificato per 3 anni e mezzo. Torna in campo, grazie all’amnistia concessa per la vittoria del Mondiale 1982, dopo due stagioni di penitenza. La lezione gli è servita e cambia totalmente vita.
«È stato un periodo abbastanza doloroso durante il quale, però, sono riuscito a laurearmi; inoltre, ho continuato gli allenamenti, come se nulla fosse accaduto cosicché, una volta rientrato, ero a posto anche dal punto di vista fisico. Sicuramente non è stato facile, per cui non auguro a nessuno di trovarsi in una simile situazione. È stato un incidente di percorso. Frequentazioni sbagliate, personaggi discutibili. Come tanti miei compagni della Lazio, anch’io andavo al ristorante di Alvaro Trinca. Sono finito anch’io nella rete, senza grandi responsabilità. Non ho mai scommesso sui risultati della mia squadra, per esempio. Ma la mia difesa è servita a poco: mi sono beccato una lunga squalifica. Questo è quello che conta».
Nel 1984 il passaggio in bianconero sembra fatto, ma il trasferimento sfuma. Bisogna attendere ancora un anno. Lionello arriva nell’estate 1985, quando Boniperti promuove un rinnovamento piuttosto radicale. A centrocampo manca Tardelli, passato all’Inter, e sulla grinta dell’ex-laziale ricade una enorme responsabilità, in quanto solo in rare occasioni ha rivestito il ruolo di centrocampista.
«Non devo raccogliere l’eredità di nessuno», risponde quando gli chiedono di Tardelli, «Marco è un fuoriclasse, non sono e non sarò mai la sua controfigura. Oltretutto, giocherò in una posizione diversa; lui giostrava sulla destra, io dovrò coprire la fascia centrosinistra del campo».
Manfredonia è galvanizzato e non vede l’ora di cominciare la sua nuova avventura: dopo tante attese, e molte sofferenze nella Lazio del post-scudetto, il centrocampista romano insegue e conquista a Torino il suo primo scudetto.
«Sono alla Juventus per vincere», dice il giorno del raduno, «ho l’età giusta per provare emozioni e soddisfazioni nuove e diverse. Per anni ho lottato per la salvezza, non per lo scudetto; adesso posso finalmente puntare a traguardi importanti, veri».
Lionello fornisce un contributo fondamentale al record delle otto vittorie iniziali consecutive ed alla conquista della Coppa Intercontinentale a Tokyo. La Juventus gli ha restituito antichi splendori, il fisico è intatto e resistente, lo ha maturato psicologicamente, tanto da fargli dimenticare le antiche amarezze e gli errori che non ha mai negato di avere commesso.
Manfredonia si rivela un prezioso “motore” di centrocampo, ideale supporto a Bonini; soltanto nel girone di ritorno, complice qualche squalifica di troppo ed un infortunio alla costola, il suo rendimento cala.
Nel campionato successivo, a 29 anni, Manfredonia gioca alla grande tre quarti di stagione: così bene che si parla di un clamoroso rientro in azzurro. Con Bearzot la “pace” formale è siglata, ma i giovani premono e ritrovare lo spazio perduto è difficile. Lionello deve accontentarsi (si fa per dire) di essere ormai uno dei pilastri della “nuova” Juventus. Con Giordano è tornato amico.
«Sono state scritte un sacco di fesserie su di noi. Da ragazzi eravamo inseparabili. Poi, i rapporti si sono un po’ diluiti, anche per alcune incomprensioni. D’altronde, si cresce, cambiano le esigenze, ci sono le famiglie. Quello che conta è che l’amicizia resista ancora oggi. Ognuno di noi sa che quell’altro c’è».
Lionello è laureato in giurisprudenza ed è uomo di indubbia esperienza, Carolina, deliziosa compagna, gli ha dato tanto amore ed un figlio, Andrea Giorgio.
«Non credo di essere stato un fuoriclasse del pallone, ero solo un ottimo giocatore ed avevo grinta e carattere. Mi ha pure giovato l’adattabilità a ruoli diversi; nella primavera laziale giocavo a centrocampo, in prima squadra diventai stopper e nella Juventus tornai centrocampista. Il mio rammarico ??? Non essere andato alla Juventus dieci anni prima: a volermi era Gianni Agnelli in persona, che per me s’era preso una specie di cotta calcistica e che incaricò Boniperti di trattare il mio acquisto. Avevo solo venti anni e non volevo allontanarmi da Roma, fu un errore di cui non mi sono mai pentito abbastanza. Nel 1985 arrivai a Torino con l’impegnativo incarico di sostituire Tardelli; un’eredità che si rivelò meno pesante del previsto perché mi ambientai subito bene, nella società, nella squadra e nella città; disputai due grandi stagioni.
La sera del “Bernabeu”, quando annullarono il mio validissimo goal del pareggio, Platini di disse:
“Ha fatto bene l’arbitro a fischiare. Se tu avessi segnato al Real Madrid sarebbe finito il calcio !!!”
Al ritorno, al momento di individuare i rigoristi, non rimase nessuno. Erano spariti tutti. Andai anch’io dal dischetto, con Brio e Favero. Ma dagli undici metri sono sempre stato un debole. Non riuscivo a mantenere la freddezza necessaria. Peccato, perché così uscimmo dalla Coppa dei Campioni. Ci tenevo moltissimo ad arrivare fino in fondo.
Me ne andai per colpa del mio orgoglio ed anche di Boniperti, che mi propose di rinnovare il contratto stagione per stagione. Io avevo già superato la trentina e pretendevo un contratto triennale, quando me lo propose la Roma, accettai».
Nell’estate del 1987 ritorna a Roma, sponda giallorossa, dove terminerà la carriera il 30 dicembre 1989 quando è colto da un arresto cardiaco sul campo del Bologna, rischiando seriamente la vita.
«Ricordo il viaggio Roma-Bologna con il “Pendolino”. Una scelta diversa dal solito, il treno non si prendeva quasi mai per le trasferte. Quindi, il ritiro, la preparazione della partita, cose normali, consuetudinarie. Poi, c’è un buco di due, tre giorni, quando mi sono svegliato dal coma in ospedale. Nei primi bollettini medici si è parlato di infarto, ma la diagnosi vera è arresto cardiaco. È andata così, senza che ci fossero segni premonitori.
Quando ho riaperto gli occhi, la prima persona che ho visto è stato il mio amico ed ex compagno di squadra, Fulvio Collovati. In quei giorni, oltre ad i miei famigliari, so che sono venute tantissime persone a farmi visita. Cabrini passò lì la notte di San Silvestro. Sono rimasto molto colpito da tanti gesti di amicizia e solidarietà. Non me l’aspettavo.
Quella domenica faceva molto freddo ed io avevo un po’ di febbre. In più, avevo accumulato quantità enorme di stress, senza dimenticare che poco tempo prima era morta mia madre. Credo che sia stato un insieme di cause perché mai prima di quel giorno avevo avuto problemi cardiaci, né di altro tipo. Devo la vita al fatto che ci fosse un defibrillatore a bordo campo, fatto eccezionale per quell’epoca. E poi ai medici e massaggiatori di Roma e Bologna ed ai dottori dell’ospedale “Maggiore” di Bologna, in particolare Giorgio Rossi, che mi ha praticato la respirazione bocca a bocca, ed il dottor Naccarella che mi ha attivato il cuore al quinto tentativo.
Per fortuna, ho recuperato molto velocemente. Sono tornato a vivere presto. Sono rinato come persona, quello sì, ma sono morto come calciatore, purtroppo. Mi rode che mi abbiano impedito di giocare. Stavo benissimo, ero tranquillo ed avevo una voglia matta di pallone. Mi hanno fermato i medici, ma io ero pronto a prendermi tutte le responsabilità pur di non smettere di giocare. Quello di Bologna è stato un episodio. Ho sempre fatto vita da atleta. Mai fumato né bevuto».
Smessi gli scarpini da calcio, intraprende la carriera di dirigente sportivo, con alterne fortune.

mercoledì 25 novembre 2009

Gianfranco ZIGONI

mercoledì 25 novembre 2009 0
Nato a Oderzo (Treviso) il 25 novembre 1944. Cresciuto nella società, nel 1961, poco più che diciassettenne, debutta in bianconero ed in serie A. Dopo un triennio caratterizzato da sporadiche apparizioni la Juventus lo cede in prestito al Genoa. Due stagioni con i rossoblu e nell’estate del 1966 rientra a Torino dove conquista la maglia di titolare. Attaccante di ottimo talento, eccede in personalismi ed un autentico limite è il suo carattere ribelle che in molte occasioni gli costa espulsioni e squalifiche.
“Zigo” ha la fama da “sciupafemmine” ma, si rende protagonista di vere e proprie bravate da “bullo” di periferia. Come quando, per cercare di sconfiggere la noia dei ritiri, si diverte a sparare ai lampioni con la sua “Colt 45”. Ma Zigoni, per fortuna, non è solo questo. È soprattutto un calciatore, anzi, un fuoriclasse.
«Quello è un musso, è un “figlio de puta” e poi ha troppe donne che lo sfiniscono, ma quando vuole è un purosangue».
Queste parole, pronunciate da Saverio Garonzi, presidente di Zigoni nei suoi anni a Verona, riassumono perfettamente la personalità ed il carattere del nostro. Pare di vederlo ancora, “Zigo”, che si toglie pelliccia e cappello, il suo abbigliamento da panchina, saluta il suo pubblico e, se gli gira bene, porta a casa la partita con un paio di prodezze.
Racconta:
«Detestavo gli arbitri, tiranni al servizio delle squadre più potenti e fregarli non era solo un piacere, ma un dovere per chi giocava in una squadra di provincia. Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. Mi immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più “Bentegodi”, ma Gianfranco Zigoni. Ho accumulato più giorni di squalifica che goals, perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili ed ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi ad un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni negli anni settanta: all’epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione. Ho un unico rimpianto, essermi tagliato i capelli alla Juventus, ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli. Avevo una grande opinione di me stesso, pensavo di essere il più forte calciatore sulla terra. In campo odiavo l’avversario e lo colpivo col mio pugno, che era micidiale, fuori gli volevo bene e lo invitavo a bere un whisky. Un giorno, alla Roma, capita di incontrare il Santos di Pelè, in amichevole, allo stadio “Olimpico”. Mi dico: “Oh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-goal è più forte di Pelè”. Lo aveva già detto Trapattoni dopo un Genoa-Milan 3 a 1 degli anni Sessanta, tripletta mia. «Ragazzi», dichiarò il “Trap” quel giorno, «Zigoni è meglio di Pelè». Lo aveva ammesso Santamaria, gran difensore, dopo una sfida Juventus-Real Madrid: io avevo fatto impazzire il Santa, finte e tunnel, e quello a fine partita si rivolse così a Sivori: “‘Sto chico è migliore del negro”. Ero convinto della cosa, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi. Poi arriva l’amichevole col Santos, vedo Pelè dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: “Zigoni lascia l’attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui”. Ad un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelè va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore».
Girava in pelliccia, mangiava coniglio e polenta prima di un allenamento, erano più le volte in cui usciva dal campo con la maglietta ancora asciutta, ma sapeva come far innamorare i tifosi. Calzettoni perennemente abbassati, una stempiatura evidenziatasi ben presto nonostante sulla nuca i capelli fossero sempre lunghi, Gianfranco Zigoni dall’inizio degli anni sessanta alla fine dei settanta è stato uno dei calciatori più spettacolari. Faceva impazzire gli allenatori, ma li ripagava sul campo.
«Più forte di me ??? C’è stato solo Pelè, io ero il corrispettivo in bianco. Solo che per avere continuità avrei anche dovuto allenarmi, qualche volta».
Il vocabolo estroso sarebbe fin troppo riduttivo per inquadrare “Zigo-goal”. Lui era la mosca bianca, quello che usciva dagli schemi, che non si faceva ingabbiare, convinto che il suo enorme talento sarebbe comunque emerso. Juventus, Genoa, Roma, Verona, Brescia.
«In bianconero vinsi anche uno scudetto con Heriberto Herrera: mi faceva impazzire chiedendomi di andare a coprire a centrocampo. Quello era uno Zigoni vincente, ma triste».
Il meglio è convinto di averlo dato a Verona (sei campionati, uno in serie B) e nelle ultime due stagioni con il Brescia.
«A Verona ero e sono tuttora un idolo. I bambini incidevano sui banchi delle chiese il mio nome ed i preti si arrabbiavano con me. Ci vorranno almeno altri trent’anni prima che a Verona mi dimentichino. Quando giocavo penso di aver distribuito almeno 5.000 fotografie autografate ed ancor oggi i tifosi mi chiamano nei club».
Arriva a Brescia l’11 ottobre 1978, al mercatino di riparazione, lo pagarono 60 milioni. Ha già 34 anni, si teme che sarebbe venuto a “tirare indietro il piedino”, ma serve una quarta punta dietro il trio Mutti-Grop-Mariani.
«La squadra era in B e navigava in brutte acque. Mi chiamò il mio amico “Gigi” Simoni, con il quale avevo giocato nella Juventus. Giocai 21 partite e segnai 4 goals, ci risollevammo in fretta per una salvezza dignitosa».
L’anno successivo è quello della promozione.
«Rimasi, ben sapendo che il mio compito sarebbe stato quello di uomo spogliatoio».
Lo ricordiamo con il numero 14 sulle spalle (al tempo in panchina andavano tre giocatori), in quei riscaldamenti sotto la tribuna del “Rigamonti”.
«Entravo sempre, io dicevo al mister di far giocare i giovani, ma lui aveva bisogno della mia esperienza».
Quando la gara non si sblocca, dalle scalette del “Rigamonti” s’alza il coro: “Zigo, Zigo, Zigo” e Simoni, puntualmente, opera il cambio.
Capita però che vada a prendere posto in panchina a partita già ampiamente iniziata. Capita proprio in un Brescia-Verona del 6 gennaio 1980:
«Ad una certa età il freddo pungente fa male», commenta a fine gara, mentre Simoni lo guarda sorridendo.
«L’anno della promozione non feci goal, ma dopo un pessimo inizio della squadra giocai 4 partite consecutive e facemmo 7 punti. Ci diedero la spinta decisiva».
Ma Zigoni in che ruolo giocava ???
«Lerici, l’allenatore che ebbi al Genoa, diceva prima della partita: date la palla a lui. Ero un numero undici, che aveva bisogno di giocare a briglie sciolte, oggi mi farebbero stare, forse, nei Dilettanti, eppure ero il più forte. Per fare un’altra carriera avrei dovuto rinunciare a parecchie bicchierate con gli amici, e vedere qualche alba in meno, ma non ne valeva la pena». Fare il calciatore per Zigoni, che oggi allena i ragazzini nel paese natale di Oderzo, è stato un gioco. Il bello è che gli è venuto anche bene.
Nonché un aneddoto ulteriore, con parole sue:
«Prima della gara Valcareggi mi dice: “Zigo, oggi non giochi”. Non c’era nulla da fare, dovevo andare in panchina, e visto che era una giornata molo fredda decisi di andare in campo con la pelliccia ed il cappello. Entrai in campo e ci fu un boato».
Nelle sette stagioni al servizio della maglia bianconera totalizza 118 presenze ed un bottino di 33 goals. Con la Juventus si laurea campione d’Italia nel 1967.
Nell’estate del 1970 lascia Torino e si accasa alla Roma, dopo un biennio nella capitale raggiunge il Verona dal quale si separa al termine della stagione 1977-78 per indossare la maglia del Brescia e con le “rondinelle”, a trentasei anni suonati, conclude l’attività a livello professionistico.
Zigoni, il 25 giugno 1967, debutta in Nazionale A lanciato a Bucarest contro la Romania da Valcareggi e rimane quella la sua unica esperienza azzurra.

martedì 24 novembre 2009

Gil Soares RUI BARROS

martedì 24 novembre 2009 0
Un metro e sessanta di velocità e di resistenza, per la Juventus che Dino Zoff vuole riportare rapidamente a livelli importanti. Attaccante o centrocampista, l’ex stella del Porto non fa preferenze: gioca al servizio del collettivo e predilige il contropiede, nel quale si esalta a mettere in crisi i lungagnoni che lo incrociano.
Gli inizi nella squadra lusitana non sono certo facili; il Porto deve dirottarlo in giro per la Nazione, perché ha bisogno di sfoltire i ranghi e consentire a tutti di giocare. Reibordosa e Pasos sono le prime tappe di una carriera che non sembra dover mai decollare. Gli anni passano, Rui dimostra di avere dei numeri; di prestito in prestito arriva finalmente ad un campionato “vero”; gioca con il Covilha, in seconda divisione, è il 1986 e l’esplosione è imminente. Ad innescarla è il passaggio al Varzim, squadra che punta alla promozione, Rui è assoluto protagonista; otto goals in ventidue partite e, soprattutto, uno stile di gioco ormai maturo. La vitalità inesauribile di questo folletto che agisce su tutto il fronte offensivo a sostegno delle punte, ma anche in fase di interdizione, costringono spesso e volentieri all’errore i difensori, che trattengono un po’ troppo la palla.
Il Porto decide di riprenderselo, anche perché deve sostituire Futre, passato all’Atletico Madrid; la sua prima stagione in serie A è quella più esaltante della storia del Porto. I “Dragoes”, guidati da Ivic, vincono tutto, Coppa dei Campioni a parte; il momento più luminoso della stagione, avviene ad Amsterdam, il 24 novembre 1987, dove Rui festeggia il ventiduesimo compleanno con il goal decisivo in Ajax-Porto, match di andata della Supercoppa Europea.
24 febbraio 1988, a Lisbona si gioca Portogallo-Italia, valida per le qualificazione olimpiche; allenatore della Nazionale Olimpica è Dino Zoff, il quale si accorge subito che fermare questo giocatore è difficilissimo. Quando “Dinomito” diventa allenatore della Juventus, fa il suo nome come primo rinforzo per la squadra bianconera; venerdì 22 luglio 1988, con una mossa che prende in contropiede un po’ tutti, la Juventus presenta Rui Barros.
Rui non ha molto tempo a disposizione per ambientarsi; dopo essere stato “costretto” a fare una visita dal barbiere, è già tempo di raduno. Via Filadelfia è bloccata dai tifosi, che riservano al piccolo portoghese, il saluto più caldo; sono bastate 24 ore per prenderlo in simpatia, sentimento che non lo abbandonerà mai più.
«Sì, è vero, sono stato molto fortunato, potevo finire a tagliare legna, invece faccio i goals nel campionato più bello del mondo e nel mio paese sono un idolo. Io, però, non perdo mai la misura della realtà, per questo continuo a stare con i piedi per terra, ad allenarmi con umiltà e serietà. Il calcio è un mondo fantastico, ma ricco di insidie».
L’avventura in bianconero comincia alla grande, in Coppa Italia; la Juventus travolge il Vicenza, 5 a 1, e Barros è subito protagonista, con gli assist che mandano Altobelli a segnare una tripletta. I tifosi imparano ad amare questo campione tascabile che lotta su ogni palla come se fosse quella della vita. Tanto più che in campionato Rui si fa valere con prestazioni che non ammettono repliche. Come a Bologna, partita con un risultato d’altri tempi; la Juventus schioda lo 0 a 0 con una giocata del portoghese e costruisce sulle sue invenzioni, una vittoria (4 a 3) che la rilancia dopo anni ai vertici della classifica.
Le conferme arrivano subito dopo: Barros risolve in zona goal (alla fine della stagione saranno 15 su 45 partite) ed ispira i compagni, da Laudrup ad Altobelli. Una sua doppietta a Cesena, consente alla Juventus di tornare a vincere dopo mesi fuori casa. Un’altra doppietta sancisce l’ultima vittoria stagionale della Juventus a spese del Verona, con quarto posto finale. Barros viene confermato e, nella stagione successiva contribuisce in modo determinante alla doppia vittoria in Coppa Italia ed in Coppa Uefa; suo, a coronamento di uno splendido contropiede, il primo dei tre goals con cui i bianconeri superano il Colonia del futuro juventino Hässler e conquistano la finale.
In campionato, una partita su tutte: 11 marzo 1990, la Juventus surclassa il Milan capolista e riapre il campionato. É un 3 a 0 firmato da Schillaci, autore del primo goal, e, soprattutto, dal piccolo portoghese, che segna due reti: la seconda, in contropiede, dopo una volata palla al piede di cinquanta metri, vanamente braccato da mezza difesa rossonera. Alla fine, saranno 94 partite con 19 goals.
«Devo ringraziare Dino Zoff; ha sempre avuto delle belle parole nei miei confronti. Ed io sono orgoglioso di avere, come tecnico, un uomo della sua statura morale e con un passato, forse, irripetibile».
Sarà ceduto a fine anno, sacrificato ad un radicale quanto improvvido rinnovamento, voluto da Montezemolo e da Maifredi. Lo rimpiangeranno in molti.

domenica 22 novembre 2009

JUVENTUS - UDINESE

domenica 22 novembre 2009 0
27 agosto 1961. Prima giornata di un campionato che inizia in anticipo per far spazio, nell’estate successiva, ai Campionati del Mondo cileni: Juventus-Mantova 1 a 1. Sembra una partita come tante altre ma, se si legge la formazione bianconera, non si trova il nome di Boniperti. Il capitano di lungo corso, dopo il quinto scudetto personale, ha deciso di chiudere in bellezza, con un coraggio pari alla classe che ha sempre messo in mostra.
C’è un certo sconcerto nel sodalizio bianconero, in quanto il ritiro di Boniperti è stato come un fulmine a ciel sereno. Ben presto, come prevedibile, il campo lascia capire quanto l’uomo dalla bacchetta magica fosse decisivo per le buone sorti della squadra, malgrado Sivori voglia dimostrare il contrario. Proprio Omar, che l’anno precedente è stato il primo calciatore del campionato italiano a vincere il “Pallone d’oro”, alterna buone prestazioni a momenti sconcertanti e la Juventus risente tantissimo di questo rendimento altalenante del proprio fuoriclasse.
Il mister Parola le prova tutte per dare un assetto accettabile alla squadra, dove l’oriundo Rosa non è Boniperti, dove Anzolin è il nuovo portiere ed in difesa ruotano in tanti, tanto è vero che anche Charles viene impiegato come stopper. Poi, ad un certo punto della stagione, il gallese si eclissa, dovendosi operare al ginocchio.
Anche in Coppa dei Campioni le cose non vanno meglio. La compagine bianconera, infatti, è eliminata al terzo turno dal Real Madrid. Ma la Juventus si fa onore, tanto è vero che costringe le “Merengues” allo spareggio di Parigi, dopo aver conquistato il mitico stadio “Chamartín”, con un goal di Omar Sivori.
Due punti nelle prime quattro giornate danno subito l’idea della difficoltà della squadra e la sconfitta nel “derby”, che non arrivava da tre anni, praticamente comporta l’addio definitivo alle speranze di scudetto.
Comincia male anche l’Atalanta, che subisce un pesantissimo 0 a 6 dall’Inter. Nonostante questa sconfitta, però, gli orobici si riveleranno la vera sorpresa del campionato, tanto è vero che alla quinta giornata si ritrovano in testa insieme ai nerazzurri milanesi. L’Inter prova ad allungare, ma l’Atalanta ed il Torino non mollano la presa fino al termine del girone del ritorno, quando la squadra del “Mago” Herrera distacca le rivali. Il 10 dicembre 1961, l’Inter si laurea “Campione d’inverno” con quattro punti di vantaggio su Bologna e Fiorentina.
Ma per i nerazzurri sarà fatale il girone di ritorno: il 31 gennaio 1962 perdono in casa contro la Roma e sono raggiunti da Milan e Fiorentina. Il 4 febbraio, l’Inter vince il “derby” e pone una grande ipoteca sulla vittoria finale. Invece, la capolista è inaspettatamente sconfitta a Ferrara, mentre la settimana dopo il Milan si ferma a Lecco. In testa alla classifica, così, balza prepotentemente la Fiorentina. Il 4 marzo, ventinovesima giornata, la squadra viola crolla nello scontro diretto contro i rossoneri che, traendo entusiasmo da questa vittoria, prendono il largo e, l’8 aprile battendo il Torino, vincono l’ottavo scudetto della loro storia.
La Juventus a metà campionato è al centro della classifica, 17 punti contro i 27 della compagine di Helenio Herrera. L’espulsione di Sivori, nella partita contro la Sampdoria nel finale di campionato, dopo una violenta scenata all’arbitro, è l’indice della tensione in una squadra che, mancando della guida di Boniperti, è ora fragile anche nel morale. Un pareggio e nove sconfitte nelle ultime dieci partite fanno sì che la Juventus concluda il campionato al dodicesimo posto, a ben 24 punti dal Milan ed a soli sei punti dal Padova, retrocesso in serie B.

Una delle ultime sconfitte avviene alla penultima giornata di campionato. Si gioca domenica 8 aprile 1962 ed al “Comunale” scende l’Udinese. La compagine friulana è ben stabile all’ultima posizione in classifica e, quindi, sta per salutare la massima serie. L’arbitro è Varazzani e scendono in campo le seguenti formazioni:
JUVENTUS: Gaspari; Sarti e Bozzao; Emoli, Bercellino e Castano; Stacchini, Rosa, Nicolè, Charles e Stivanello.
UDINESE: Zoff; Burelli e Valenti; Sassi, Tagliavini e Del Pin; Pentrelli, Salvori, Rozzoni, Segato e Selmosson.

La Juventus si presenta priva di parecchi titolari, a cominciare da Omar Sivori, squalificato. Manca anche Roberto Anzolin, sostituito da Gaspari. Nella compagine friulana, spicca il nome di Dino Zoff, allora poco più di ventenne. Nell’attacco udinese figura anche lo svedese Selmosson, detto “Raggio di luna”, per via dei suoi capelli biondi. Selmosson è rimasto nella storia del “derby” romano, essendo uno dei pochi ad aver segnato, nella stracittadina, sia con la maglia della Lazio che con quella della Roma. Si è anche laureato vice-campione del mondo, con la sua Nazionale, al Mondiale casalingo del 1958.
La partita termina 3 a 2 per l’Udinese. Selmosson segna dopo dieci minuti dall’inizio del match. Raddoppia Del Pin al ventesimo, prima della rimonta juventina con reti di Stacchini e di John Charles. Nella ripresa, la rete decisiva è di Rozzoni ad un quarto d’ora dalla fine.
C’è un particolare curioso legato a questa sfida e riguarda proprio Dino Zoff. Era d’uso, in quegli anni, che fosse la squadra di casa a cambiare casacca e, così, la Juventus si presentò con un elegante completo nero. Pure la maglia di Zoff era completamente nera e l’arbitro pregò il giovane portiere di indossare una maglia di colore diverso. Siccome l’Udinese non aveva la maglia del portiere di riserva (non essendo prevista la sua presenza in panchina, come da regolamento di quell’epoca), la partita rischiò di essere rinviata. Intervennero, allora, i magazzinieri della Juventus che prestarono a Dino la maglia della Juventus (che era completamente bianca con due righe nere attorno al collo) alla quale venne scucito lo scudetto e la stella in fretta e furia.
Dino Zoff non poteva saperlo ma, in quell’aprile del 1962, indossò la prima delle sua quasi cinquecento maglie juventine.

Pietro GIULIANO

Una vita dentro la Juventus, per la Juventus. Grande passione e competenza, nessuna voglia di mettersi in mostra, secondo il carattere piemontese. Il dottor Pietro Giuliano, prima segretario, quindi general manager e poi direttore generale della Juventus è nato a Caluso, il 9 novembre del 1936. Moglie, due figli, una famiglia serena, la maggior parte della giornata passata a fianco di Boniperti.
Giuliano entra di diritto anche nella storia della Juventus, intesa come squadra. Qualche stagione fra i rincalzi («I primi contatti con Giampiero avvennero», ricorda, «nelle settimanali partite titolari/riserve ormai passate di moda, ed erano battaglie feroci, noi non ci stavamo a farci mettere sotto e loro si arrabbiavano»), quindi l’esordio in serie A il 19 febbraio 1956 a Torino, contro i rosso/alabardati triestini. Giocò solamente quella partita.
«A me è bastata», dice, «anche se è ovvio che quando si è giovani si fanno sogni più belli. Ma io sapevo capire la realtà, ci sono gradini difficili da salire nel calcio professionistico eppoi avevo anche gli studi, parallelamente. Ho fatto le due cose insieme, ho un buonissimo ricordo di quel periodo».
Pietro Giuliano, assorbito sempre più dallo studio, si staccò via via dallo sport per entrare sempre di più nella veste del dottore in scienze economiche. Lasciata la Juventus (squadra ed ambiente), giocò ancora un poco tra amici ed intanto iniziò quella che ormai credeva sarebbe stata la sua vita di lavoro. Impieghi alla Banca Ceriana, all’Azienda Elettrica Municipale, alle officine Savigliano, quindi il ruolo di Capodivisione all’ospedale Amedeo di Savoia.
«Il calcio era ormai lontano dai miei pensieri», rammenta, «anche la Juventus la seguivo ormai con affetto, ma da lontano».
Si riavvicinò alla Juventus, nella primavera del 1970, quando incontrò nuovamente Giampiero Boniperti.
«Il mezzogiorno di una domenica, nella chiesa del Santo Natale si celebrava una messa in ricordo di mio padre. Sul portone, all’uscita, l’incontro con Giampiero e la sua famiglia, i soliti convenevoli. Poi Boniperti sbotta: “Vediamoci, sentiamoci, ho una cosa da dirti”. Confesso che non l’ho cercato, nelle giornate seguenti. Non per sfiducia, certo, ma perché conoscevo Giampiero come un uomo dalle cento idee, ma anche con molti impegni. Mi telefonò lui, con tono di rimprovero. Mi voleva alla Juventus, a lavorare per la società. Ho detto sì, e ne sono felice. Vedere il calcio la domenica e viverlo dal di dentro tutta la settimana è affascinante !!!»
Rimane alla Juventus fino al 1990, quando si dimette Boniperti.

sabato 21 novembre 2009

Férénc HIRZER

sabato 21 novembre 2009 0
Férénc Hirzer, classe 1902, cresciuto nella squadra ungherese del Torekves e poi ceduto in Cecoslovacchia al Makkabi Brno, è uno degli attaccanti più promettenti dell'Est europeo. Gli osservatori bianconeri ed, in particolare, l’allenatore Jeno Karoly, ungherese pure lui, sono molto impressionati dalla sua velocità, dal suo scatto e dalla capacità di andare a segno con straordinaria continuità.
Edoardo Agnelli è entusiasta del rapporto sul giocatore e tenta l’acquisto, cosa non facile a quei tempi, ma lo stesso Karoly si propone come mediatore e, nonostante tante difficoltà, l'affare va finalmente in porto e Férénc può vestire la maglia bianconera.
L’arrivo di Hirzer scatena tra i tifosi consensi clamorosi, che si trasformano in vera adorazione quando lo vedono in azione in allenamento; tanto basta, infatti, per capire che si tratta di un fuoriclasse, velocissimo, fortissimo nel dribbling e dotato di un tiro micidiale. Tra i tifosi che assistono ai suoi allenamenti c'è anche un bambino, figlio del presidente: Gianni Agnelli. Il futuro Avvocato si innamora all’istante di Férénc, che rimarrà sempre uno dei suoi giocatori preferiti.
Si devono superare le ultime difficoltà burocratiche, legate alle proteste della federazione ungherese che vorrebbe annullare il trasferimento per poterlo schierare in Nazionale, per vederlo in campo. Hirzer debutta in campionato il 4 ottobre 1925 in “Corso Marsiglia” contro il Parma: 6 a 1 per i bianconeri, tre goals del magiaro, uno più bello dell'altro. Tra i suoi compagni di squadra ci sono autentici campioni come Combi, Rosetta, Allemandi, Bigatto e Munerati, ma è Férénc quello che fa la differenza e, dopo la goleada sul Parma, ne arriva un'altra a spese del Milan (6 a 0), che viene battuto due volte dall' ungherese.
Quando la Juventus gioca sul campo della Pro Vercelli, Hirzer è già temutissimo e gli viene riservata una sorveglianza davvero particolare. Ma l'ungherese non si scompone ed anche in questa occasione dimostra di essere un vero fuoriclasse: salta in velocità tre giocatori vercellesi e serve un palla d’oro a Pastore per il goals che risolve la partita. Proprio per la sua velocità, Férénc viene soprannominato “la gazzella".
Il resto della stagione e' una cavalcata trionfale, conclusa dalla vittoria nelle finali Nord a spese del Bologna e dalla finalissima con l'Alba Roma, battuta sia in casa che fuori con punteggi (7 a 1 e 5 a 0) che non lasciano dubbi. Alla fine del campionato, Hirzer, capocannoniere della squadra, ha segnato 35 goals in 26 partite, una media spaventosa !!!
Purtroppo le nuove norme federali penalizzano il campione ungherese: per l'anno successivo, oriundi a parte, possono essere tesserati solamente due stranieri e ne può essere schierato solo uno. Hirzer subisce anche qualche infortunio ed è costretto a ridurre il suo apporto alla squadra: giocherà solamente 17 partite segnando 15 goals.
La stagione successiva nuove norme permettono l'utilizzazione dei soli oriundi ed Hirzer è costretto, a soli 25 anni, a lasciare l'Italia per tornare in Ungheria. Se ne va dopo aver giocato 42 partite e segnato 50 goals. Erano altri tempi, siamo d’accordo, ma nessuno riuscirà a segnare a questi ritmi, nel nostro campionato.

Il ricordo di Caminiti:
«Nell’estate del 1925, la Juventus di Edoardo Agnelli ingaggia il celebre attaccante magiaro Férénc Hirzer, ebreo. Alto, biondissimo, con due grandi occhi azzurri, Hirzer si immette nella “prima” Juventus, una squadra bella e romantica, con i suoi scatti ed i tiri folgoranti. La Juventus lo aveva acquistato, dopo averlo molto fatto seguire nel Makkabi Brno e nel Torekves, nonché nella sua Nazionale. Nell’estate del 1926, la Juventus, molto più fantasiosa rispetto ad un fortissimo Bologna, la squadra che il futuro Avvocato comincia ad ammirare, schiera in porta Combi, ha Bigatto come “half” cipiglioso, irriducibile come fumatore e come lottatore, ha in Allemandi un terzino poderoso ed in Rosetta il giocatore più strategico, in grado di fare la mezzala quasi meglio del difensore. Ed al di là del contributo che fino alla tripla finale col Bologna, segnata dall’improvvisa morte per infarto del bravo allenatore magiaro Reno Karoly (ex grande “center half” ungherese, un innamorato dell’Italia e dell’opera lirica, soprattutto di Verdi), danno i Ferrero, Meneghetti, Torriani, l’altro ungherese Viola, Munerati ed Hizer saranno determinanti per la conquista dello scudetto. Hirzer “la gazzella” è decisivo nella finale dedicata a Karoly, l’irriducibile Bologna è castigato dai guizzi e dalle fantasie del superbo Férénc. La divisa bianconera, in quei giorni, pretendeva la maglia bianconera infilata sotto i bianchi calzoncini; Hirzer non rinunciava per civetteria e per vezzo ad una cintura per tenere su i calzoncini. Il cervello tattico della squadra era Viola, che fece anche buone prove da opinionista calcistico, ma il suo leader effettivo, il suo giocatore che andava a fare la differenza, segnando e facendo segnare, era Hirzer. Una media goal impressionante, 42 partite e ben 50 goals, bionda “gazzella” del goal, col quale praticamente comincia a sbizzarrirsi la fantasia dei cronisti applicata al calcio. Non sarebbe arrivato a godersi la vecchiaia, povero grande Férénc: dal 1937, vagabondo nell’Europa minacciata dal mostro germanico, e prematuramente strappato alla vita da un atroce destino».

venerdì 20 novembre 2009

Giampiero COMBI

venerdì 20 novembre 2009 0
Giampiero Combi era nato a Torino, il 20 novembre 1902. Ha sempre militato nelle file della Juventus; portiere di grande classe, che sapeva, all’occasione, anche giocare in altre posizioni, specialmente in quella d’ala, all’attacco. Ha giocato complessivamente 47 incontri per la squadra Nazionale con la quale ha avuto un esordio che avrebbe stroncato la carriera di chiunque. Chiamato improvvisamente il 16 aprile del 1924 a Budapest contro l’Ungheria a sostituire De Prà, indisponibile, condivise coi compagni la sorte di una fra le più dure sconfitte subite dagli azzurri, ed incassò ben sette reti.
Tornato in squadra nazionale nell’anno seguente, il 1925, divise per qualche tempo l’onore di difendere a porta azzurra con diversi colleghi: De Prà e Gianni, fra gli altri. Finì per imporsi e per tenere incontrastato il suo posto per lunghi anni. Nel 1934, quasi trentaduenne, iniziava la preparazione per il Campionato del mondo, convinto di dover fare da riserva a Ceresoli dell’Ambrosiana, l’astro sorgente del momento. Piero seguiva i compagni nel loro lavoro più per amore della firma che per altro, ma la sorte era in agguato: Ceresoli si ruppe un braccio in allenamento e Combi si vide così di nuovo proiettato in prima linea.
In pochi giorni, lavorando con grande abnegazione, si mise in piena forma, disputando l’incontro con gli Stati Uniti, i due con la Spagna, la semifinale con l’Austria (uscendo come uno dei migliori uomini in campo da questa partita) e la finale con la Cecoslovacchia. Chiunque altro si sarebbe lasciato attrarre ed abbagliare dalla splendida vittoria, ed avrebbe continuato a giocare. Combi invece decise di porre la parola fine, si ritirò, resistendo ad ogni insistenza, nel momento più brillante della sua carriera.
Pochi sanno che al termine della stagione 1924-24, Combi voleva lasciare il calcio.
«Voleva quasi lasciare», racconta il fratello Maurizio, «lui rappresentava la parte commerciale della nostra distilleria di liquori e doveva partire per l’America. Ne ha parlato alla Juventus e così è diventato professionista. Ha avuto la prima macchina “501” ed è diventato grandissimo. Io mi ero dato al canottaggio. Mi attirava quella disciplina seria, ed ho vinto due titoli italiani; ma mio fratello è stato un vero campionissimo. Ha giocato con tre costole incrinate, dopo una partita con il Modena; con la Cremonese ha giocato con la vertebra coccigea incrinata e stava appoggiato al palo ed interveniva quando era necessario. Non voleva perdere il posto, si preoccupava sempre di perderlo. Forse più si è bravi meno si è sicuri di esserlo. Ha giocato anche con l’itterizia, tutto fasciato, nel gran freddo; ha giocato con i polsi e le dita e la faccia scassati; ha giocato».
Combi fu una delle colonne della squadra della Juventus che dominò per tanti anni in Italia. Per i bianconeri egli vinse cinque volte il Campionato d’Italia: nel 1926, nel 1931, nel 1932, nel 1933 e nel 1934, totalizzando 367 presenze. Formò con Rosetta e Caligaris il più famoso terzetto di difesa che sia mai esistito. Di media statura (1,71), muscolato in modo meraviglioso, aveva una struttura fisica robustissima. Era detto “fusetta”, che in dialetto piemontese significa lampo, petardo. Ferito più volte a seguito di parate ed uscite spericolate, rischiò in un paio di occasioni la vita, per colpi alla testa.
In un Juventus-Bologna, fece una parata incredibile; Angelo Schiavio, che era un fuoriclasse, un grandissimo campione ed un gentiluomo, si presentò da solo, davanti a Combi. Lo stadio piombò in un silenzio angoscioso, allucinante; i due grandi campioni si guardarono negli occhi e Schiavio, con una finta, indirizzò la palla nell’angolo, alla sinistra di Combi, il quale intuì il tiro e, con un gran balzo, respinse a pugni chiusi. L’attaccante felsineo fu di nuovo sul pallone e, senza aspettare un istante, tirò ancora, esattamente nello stesso angolo di prima, dove Giampiero era rimasto ad aspettare la palla, per bloccarla comodamente. Combi, giocatore di rara intelligenza, aveva capito che Schiavio, vedendolo a terra nell’angolino sinistro, avrebbe creduto che si sarebbe buttato dall’altra parte, dove ogni altro giocatore al mondo, all’infuori di Schiavio, avrebbe indirizzato il pallone. E, contrapponendo l’astuzia all’astuzia, era rimasto fermo, sicuro della mossa dell’attaccante bolognese, il quale, non appena Combi si alzò da terra, corse subito a stringergli la mano.
Giocatore dotato di grande serietà e dirittura morale, fu senza alcun dubbio uno dei migliori portieri che abbia prodotto il calcio italiano.
Conclusa la sua vita di calciatore, Combi diventò dirigente. Il suo giudizio era competente e ponderato, fatto di tanto buon senso e tanta esperienza. Mai un apprezzamento azzardato, mai una valutazione che non fosse ben pensata. Nel consiglio direttivo della Juventus portò la sua saggezza, la sua onestà. Venne anche chiamato alla direzione della squadra nazionale con Busini e Beretta in un periodo agitato della vita calcistica. La morte lo coglie nel 1956 mentre cooperava con Umberto Agnelli a risollevare i destini della Juventus: anche grazie a lui ed ai suoi preziosi servigi, la squadra bianconera rivedrà, in poco tempo, le stelle.

Il ricordo di Angelo Caroli.
«Si era spento, sul lungomare che da Sanremo conduce ad Imperia, uno dei più grandi portieri della storia. Colto da malore, aveva avuto il tempo di accostare la macchina al ciglio della strada. Venne soccorso e trasportato presso l’Ospedale di Imperia. dove morì qualche ora dopo. Era il 13 di agosto. Quella notte le stelle caddero dal cielo con parabole struggenti. “Fusetta”, così lo chiamavano i tifosi, aveva lasciato al calcio un’antologia di prodezze, fatte di coraggio, di spavalderia e di continuità. Aveva vinto gli scudetti del quinquennio ed un campionato del mondo con Vittorio Pozzo. Mai atleta dimostro questa prodigiosa contraddizione: riflessivo nella vita, spregiudicato in campo. Quante volte si era presentato all’arbitro e successivamente fra i pali della porta con la testa o con una mano rotta !!! “Fusetta”, che in piemontese vuol dire lampo, aveva la rapidità dei felini quando fiutano la preda. Lessi della sua morte e rividi al rallentatore le immagini di quel gennaio del 1956, quando mi sorrise stringendomi la mano, mentre l’orologio della stazione di Porta Nuova scoccava la mezzanotte».
 
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