giovedì 23 marzo 2017

Giuseppe GALDERISI

«Galderisi ebbe un momento di fortuna che oggi si potrebbe definire sfacciata – scrive la pungente penna di Caminiti – nell’esordio in Serie A dal 60’ in sostituzione di Marocchino, avvenuto a Perugia in un match senza goal, il 9 novembre 1980, le sue doti si erano potute appena intuire, doti di sveltezza innanzitutto. Poi il 14 febbraio 1982 giocò contro il Milan e segnò i tre goal della sua vita, e Boniperti, cioè il più silenzioso presidente dell’intera storia del pallone, gli dedicò una frase, anzi un pensiero, ricco di una grande virtù: la generosità. Boniperti disse testualmente: «Questo Galderisi fa goal come Zoff para». Erano i giorni in cui Zoff lustrava la sua gloria sempiterna e parve una profezia per la carriera più luminosa. Così fu in effetti, anche se di goal nella Juventus, dopo quei tre, non ne avrebbe segnati molti: il marchio, direbbe Angelo Caroli, rimane».

mercoledì 22 marzo 2017

REYNERT

1911, anno della guerra di Libia; anno difficile per la Juventus imbevuta di giovani entusiasti e non sprovveduti a tecnica. Reynert, svizzero, di ruolo fa il centravanti e non è colpa sua se, di goal, la squadra bianconera ne segna pochini, subendone molti di più. Accade così che la sua prima rete in campionato, il 15 ottobre 1911 a Genova, salvi a malapena l’onore di una Juventus che il Genoa domina e travolge per 5-1. Ci sono pomeriggi migliori, come quello del 19 novembre, Juventus batte Piemonte 4-1; tripletta del centrattacco, che ci ha preso gusto.

Sergio CERVATO

Figlio di contadini, è nato a Carmignano di Brenta (PD), il 22 marzo del 1929 ed è scoperto diciottenne nel Bolzano dal maestro Luigi Ferrero; tre anni dopo è già in Nazionale. È uno di quelli dello scudetto fiorentino ma i tifosi viola lo lasciano partire senza clamorose contestazioni. Cervato sta per compiere trent’anni e sembra un vecchio combattente pieno di ferite: ha avuto guai a un piede (il famoso piede freddo che, a suo tempo, aveva bloccato anche Meazza) e si dice che fosse troppo spesso esposto a strappi muscolari. Anche in Nazionale, dopo venticinque partite, non è più titolare: lo sostituisce un tracagnotto della sua stessa stazza, Gaudenzio Bernasconi, centromediano della Sampdoria. La Juventus lo acquista nel 1959, per cinquanta milioni. In quegli stessi giorni il Bologna ingaggia Campana per ottanta e la Roma, con la stessa cifra, Manfredini detto Piedone. Siamo alla vigilia del boom economico, una Fiat 1100 lusso, appena presentata al salone di Ginevra, costa poco più di un milione di lire.

martedì 21 marzo 2017

Cristian ZENONI

Nasce a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, il 23 aprile 1977, si impone, insieme al fratello-gemello Damiano, come uno dei migliori giovani schierati dal club orobico: «Io e Damiano abbiamo sempre giocato insieme, a partire dalla squadra del Cenate, nel 1986. L’anno successivo, siamo passati all’Atalanta, dove siamo rimasti fino al 1996, quando Damiano è andato a giocare all’Alzano ed io alla Pistoiese. Ho esordito in Serie A prima io, nell’ottobre del 1997; lui, invece, tre anni dopo, contro la Lazio. In Nazionale, invece, è stato lui il più rapido, visto che ha esordito contro l’Inghilterra nel novembre del 2000; io contro l’Argentina nel febbraio dell’anno dopo. Siamo sempre andati d’accordo su tutto».

Piero MAGNI

Negli anni Settanta, l’Olanda “totale” di Cruijff fece capire al mondo intero che il calcio moderno doveva in larga misura prescindere dai ruoli tradizionali. Difensori che attaccavano, attaccanti che retrocedevano per difendere e impostare ed anche un portiere che, all’occorrenza, sapeva uscire dai pali nelle vesti di libero aggiunto. Un’innovazione futuristica che aveva portato all’Ajax (vincitore di ben tre edizioni consecutive della Coppa dei Campioni) il tecnico rumeno Stefan Kovács, uno studioso di calcio che fece le fortune dell’Olanda calcistica. La storia della Juventus annovera, comunque, un protagonista che è sicuramente stato il primo grande jolly del calcio. Si tratta di Piero Magni che, senza raggiungere la notorietà di tanti altri affermati campioni, rappresenta tuttavia un caso emblematico, in materia di duttilità. In bianconero, dove giocò immediatamente prima e immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale, Magni indossò dieci maglie su undici! Un ruolino assolutamente atipico soprattutto quando si pensa che nel periodo in questione, al contrario di quanto accade oggi, il numero portato sulla schiena contrassegnava, con precisione, il ruolo ricoperto.

lunedì 20 marzo 2017

Roger MAGNUSSON

1967: scudetto vinto significa Coppa dei Campioni da onorare – scrive Gianni Giacone – se possibile agganciare, comunque sognare. Sarà molto dura, con le frontiere chiuse e con un mercato che ha pochi pezzi pregiati, praticamente irraggiungibili. Il sogno è il giovane Gigi Riva, che non si muove da Cagliari. Anche il granata Meroni farebbe felice l’Avvocato, ma con il Torino non si può, i tifosi granata farebbero la rivoluzione. I rinforzi veri sono Volpi a centrocampo e Simoni a dare una mano all’attacco. In extremis, e solo per la Coppa, arriva uno svedese spilungone di nome Magnusson. In campionato, è subito durissima. Dopo due vittorie e due pareggi, arriva il derby del dolore e della rabbia granata: Meroni, travolto da un’auto, è morto sei giorni prima; la Juventus, quella domenica, ammaina bandiera quasi senza combattere. E il riscatto arriverà solo a dicembre, con prove convincenti e vittorie che non impediscono comunque al Milan, del ragazzino terribile Pierino Prati, di andare in fuga.

domenica 19 marzo 2017

SAMPDORIA - JUVENTUS

22 maggio 1977 – Stadio Ferraris di Genova
SAMPDORIA–JUVENTUS 0–2
Juventus: Zoff; Cuccureddu e Gentile; Furino, Morini (dal 76’ Cabrini) e Scirea; Causio, Tardelli, Boninsegna, Benetti e Bettega. In panchina: Alessandrelli e Gori. Allenatore: Trapattoni.
Sampdoria: Cacciatori: Callioni e Valente; Bedin, Ferroni e Lippi; Saltutti, Orlandi (dal 63’ Chiorri), Bresciani, Savoldi e Tuttino. In panchina: Di Vincenzo e Arecco. Allenatore: Bersellini.
Arbitro: Lattanzi di Roma.
Marcatori: Bettega al 61’, Boninsegna all’84’.

sabato 18 marzo 2017

Simone PADOIN

«A tutti i tifosi juventini, premesso che si tratti per me di una cosa assolutamente inusuale scrivere sui social (di cui sono sprovvisto, questo è di mia moglie) e, infatti, è la prima volta che lo faccio, penso che in questa occasione sia assolutamente necessario esprimere da parte mia un ringraziamento particolare a tutto il popolo bianconero che in questi anni mi ha dimostrato costantemente il suo affetto. So assolutamente che un semplice grazie non può bastare a spiegare la mia gratitudine verso tutto l’ambiente juventino: questi sono giorni in cui provo sentimenti contrastanti, da una parte sono carico a mille per la nuova avventura che mi attende, dall’altra provo un grande nodo alla gola per quello che sto lasciando e che con questa lettera voglio ringraziare.

Roberto TRICELLA

Nasce a Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano. Il paese dei liberi, così chiamato, perché ha dato i natali a tre grandi giocatori, accomunati dal ruolo, tutti quasi contemporaneamente sui campi di Serie A: Gaetano Scirea, Roberto Galbiati e, appunto, Tricella. Ai più parve naturale che, sul finire della carriera dell’immenso Gaetano, la Juventus gli affiancasse il migliore degli altri due compaesani, quel Roberto Tricella che, nel 1987 anno del passaggio in bianconero, era nel pieno della maturità calcistica. Dopo gli esordi nell’Inter e l’affermazione nel Verona dello storico scudetto, è un libero affermato e stimato. Elegante nello stile di gioco, si inserisce presto e bene negli schemi di una squadra che lui stesso definisce di transizione: «Quella juventina è stata per me un’esperienza fondamentale. Ne conservo ricordi molto positivi dal punto di vista umano, mentre ho qualche rammarico per i risultati, che non sono stati tutti favorevoli; abbiamo vinto poco, tranne l’ultimo anno, quello con Zoff, il 1989-90.

venerdì 17 marzo 2017

Matteo PARO

Nato ad Asti il 17 marzo 1983, compie tutta la trafila nelle giovanili bianconere, fino a debuttare in Serie A il 17 maggio 2003, in Reggina-Juventus 2-1. Nella stagione successiva è ceduto in prestito, insieme a Sculli e Gastaldello, al Chievo, nell’operazione che porta Legrottaglie in bianconero. Ritorna alla Juventus tre anni dopo: la società e il tecnico Deschamps puntano molto su di lui; effettivamente, Matteo è un centrocampista con ottime qualità, sia in fase difensiva sia in fase di costruzione del gioco. Disputa trentadue partite con la Juventus, delle quali ventisette da titolare, sfruttando i soventi problemi fisici di Giannichedda e di Cristiano Zanetti; nella seconda parte della stagione, complice un infortunio, cede il posto di titolare a Claudio Marchisio, altro prodotto delle giovanili della Juventus. Matteo Paro entra di diritto nella storia della Juventus; è proprio lui, infatti, a realizzare il primo goal della Vecchia Signora nel campionato di Serie B, il 9 settembre 2006 nella partita di esordio contro il Rimini. L’estate successiva, non rientrando nei piani del nuovo allenatore Ranieri, è ceduto in comproprietà al Genoa, dove ritrova il suo mentore Gasperini.

Giuseppe ZANIBONI

Nasce a Stagno Lombardo, in provincia di Cremona, il 13 marzo 1949; libero o stopper a seconda delle esigenze tattiche, Zaniboni si distingue per la tendenza a marcare l’avversario, privilegiando l’anticipo sulla palla al controllo arcigno e prettamente fisico. È uno stopper di quelli gentili, che non tira calcioni: «Sono nato come libero, ma alla fine ho sempre fatto il marcatore. Ero uno che prendeva gomitate più che dare calci». Cresce nelle giovanili della Cremonese, facendo il suo esordio in Serie B nelle file dell’Atalanta, che lo acquista nella stagione 1968-69: «Ho iniziato da giovanissimo con la maglia della Viscontea a San Sigismondo. Mi piaceva giocare, ma tutti i giorni andare a scuola in bicicletta da Stagno, andare ad allenarsi e tornare a casa era dura. C’erano tanti ragazzi e alla fine è stato mister Bergonzi il mio talent scout; dopo una sola stagione lui è passato alla Cremonese e mi ha voluto con sé. Sono restato due anni tra giovanili e prima squadra e poi sono passato all’Atalanta. Quello è stato il primo vero affare del presidente Domenico Luzzara; sono andato con lui a Bergamo al ristorante Capello d’Oro. Alla fine, l’affare si è chiuso sulla base di una ventina di milioni».

giovedì 16 marzo 2017

Giacomo PEREGO

Non si può nemmeno considerare una meteora Giacomo Perego, poiché il bianconero lo ha vestito solamente per la foto ufficiale e per qualche amichevole pre-campionato. Non avendo convinto allenatore e dirigenti, viene mandato a Lecco dove riuscirà a farsi valere.

GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 1972
Olà avanti la Juventus, che da sempre vuol dire gioventù. Giacomo Perego, da Merate a un tiro di schioppo da Como, viene a pallino in una squadra che in questi ultimi anni di baldi giovincelli parecchi ne ha lanciati nell’orbita dell’italica pelota. Ventuno anni, essendo che il nostro è nato il 16 marzo 1951, e una stazza niente male che subito ti dice che sei di fronte ad un attaccante: alto quanto comanda il gioco moderno, che è gioco di cervello sì ma anche di bioccola, nel senso più vasto del termine, vale a dire che una punta che si rispetti deve esserci anche sui palloni aerei, Robi Bettega docet eccome no. Che Perego abbia una gran voglia di farsi strada nel bosco del campionato lo si capisce subito, al primo approccio col tipo, che è simpatico anzichenò e ci ha pure idee chiare.

Roberto GALIA

Dire cose importanti in perfetto silenzio è un privilegio degli uomini veri. Dirle senza urlare, in un calcio ricco di eccessi, è impresa titanica. Eppure, Roberto Galia percorre questo strano mondo da tanti anni ed è riuscito a non cambiare, a non fare deroghe. Il bello è che, la sua, non è l’umiltà un po’ appiccicosa e retorica dei vinti, ma una serenità che deriva dalla piena coscienza dei propri mezzi e dei propri limiti. Una scheda personale che il centrocampista bianconero tiene a mente e usa come cartina di tornasole della realtà: «Mi conosco, so di non essere un fuoriclasse ma un giocatore prezioso forse sì. Ho cambiato diverse maglie, sono sempre andato d’accordo con i miei allenatori e sempre ho avuto la precisa sensazione di essere utile. Non è poco».

mercoledì 15 marzo 2017

Paul POGBA

È pressoché impossibile mettersi nei panni di Paul Pogba – ammette Massimo Zampini su Juventibus.com del 7 agosto 2016 – dire quale sarebbe stata la scelta giusta, certificare noi cosa avremmo fatto al suo posto. Dovremmo immaginare di essere un ragazzo francese che a sedici anni viene preso dal Manchester United, la squadra più famosa del mondo. Di giocare lì per tre anni, in quell’età dove noi finiamo lentamente l’adolescenza mentre loro, i giocatori, quelli veri, sono già adulti, fuori casa da chissà quanto. Di avere un allenatore che crede in te, ma non ancora, non quanto vorresti, e allora arriva una squadra dall’Italia (LA squadra dall’Italia, quella di Platini, Zidane, Deschamps, Trézéguet e compagnia) che sta rinascendo, mentre tu stai nascendo e ti coccola, ti lusinga fino a convincerti.

martedì 14 marzo 2017

Bruno MAZZIA

Vero e proprio “jolly” di centrocampo, Bruno Mazzia da Vigliano Biellese, affronta le sue due avventure bianconere con il ruolo di prima riserva, vale a dire (in tempi durante i quali non erano consentite le sostituzioni) il calciatore valido per tutte le occasioni e per ricoprire tutti i ruoli. Così, piano piano, il buon Bruno mette insieme settantasei partite e sei goal. La sua annata migliore è senza ombra di dubbio, la 1961-62: ventisette presenze, due goal e, soprattutto, titolare nella triplice sfida contro il grandissimo Real Madrid di Puskás, Di Stéfano, Gento, Santamaría e Del Sol, terminata in modo nefasto nella “bella” di Parigi. Poi, in prestito al Venezia e alla Lazio, prima di tornare in riva al Po e disputare altre due stagioni alla corte di Heriberto Herrera, che lo utilizza sovente e volentieri. Mazzia disputa sempre partite a buon livello, non riuscendo però, a fare quel salto di qualità che gli avrebbe permesso di conquistare un posto al sole. Nell’estate del 1966, proprio alla vigilia del campionato del tredicesimo scudetto, Bruno è ceduto al Brescia. Al suo attivo uno scudetto, due Coppa Italia, un Torneo di Viareggio e una finale di Coppa delle Fiere contro il Ferencváros.

Fernando VIOLA

Prodotto del vivaio bianconero, arriva alla maglia più importante a vent’anni e ci arriva in una giornata per concentrazione di eventi, anche atmosferici oltre che sportivi: la giornata in cui la Juventus di Vycpálek capisce in pratica di potere e volere lo scudetto numero quattordici. 12 marzo 1972, al Comunale contro il Bologna: Nando Viola, elemento di spicco della Primavera, è chiamato a rimpiazzare niente meno che Causio già detto Brazil, a sua volta investito dei panni di Haller. «Esordire in Serie A – dice Fernando – è il miglior modo per prepararsi alla maggiore età. Certo, entrare nella Juventus in questo momento decisivo del campionato, è un’impresa. Prometto comunque il massimo impegno. Ho un po’ di emozione, ma sono sicuro che in campo tutto passerà». Piove a dirotto su Torino, il campo è un vero acquitrino: la compagine bianconera gioca bene, crea occasioni ma sono i felsinei a portarsi in vantaggio con Perani. Sembra impossibile poter risalire la china, ma la Juventus è coriacea e non molla mai, proprio come il suo allenatore. Nel giro di due minuti, 71’ e 72’, Anastasi e Marchetti rovesciano la situazione e la “Vecchia Signora” conquista due punti preziosissimi per continuare a inseguire quel sogno chiamato scudetto.

lunedì 13 marzo 2017

Edgar DAVIDS

Nasce a Paramaribo in Suriname, il 13 marzo 1973. Appena diciottenne debutta nel campionato olandese, indossando la mitica maglia dell’Ajax. Con gli “Aiaci”, dal 1991 al 1996 la sua carriera è una linea di successi personali; Edgar è giocatore potente, selvaggio, sempre pronto a ringhiare contro tutti gli avversari. Van Gaal, il suo maestro olandese, gli regala il nomignolo di Pittbull: il personaggio è astioso, scorbutico e irascibile, ma è un grande campione. Se ne accorge il Milan, che alla vigilia del campionato 1996-97, lo ingaggia, convinto di avere fatto un grosso affare. L’impatto con Milano e con la stampa sportiva non è dei più facili: «Quando arrivò in sede – scrissero – dietro un paio di occhialoni scuri che non si tolse mai, emerse quel ghigno pietrificato e provocatorio che non si sarebbe più tolto e che avrebbe urtato tutti in casa Milan. Ci furono poche domande e, già allora, nessuna risposta».

domenica 12 marzo 2017

Baldo DEPETRINI

«Mi sono sempre chiamato Baldo – racconta – questa di Teobaldo è inventata, mi sono sempre chiamato Baldo. De poi Petrini, unito, sono stato sempre unito io, ho sempre corso per quattro, dovevo aiutarmi da solo. La Juventus mi aveva preso dalla Pro Vercelli, ero cresciuto nella stessa squadra, dove si erano formati Piola e Ferraris II, cioè la Veloces. Cominciai a giocare proprio piccolo, a dodici anni ero qualcuno. I miei lavoravano sul riso, anche mio nonno. Vercelli vive comunque sul riso. Avevo giocato in A con la Pro Vercelli i campionati dal 1931 al 1933. Mi facevano marcare Orsi ed io gli rendevo la vita difficile. Non m’incantava, quello. Non abboccavo alle sue finte, restavo immobile e lui finiva con l’innervosirsi. Il primo anno ho giocato dieci partite, ho esordito a Casale, vittoria per 3-0 che festeggiammo a champagne. Sostituii Sernagiotto e giocai ala destra, facendo un goal; non era facile giocare nella Juventus perché i grandi campioni c’erano già e sfondare non era impresa da poco.