lunedì 9 ottobre 2017

Giancarlo BERCELLINO

Quando aveva quindici anni gli dissero che sarebbe diventato un forte attaccante se avesse continuato ad allenarsi con serietà, senza grilli per la testa. Esordì, in quel ruolo, contro la squadra ragazzi della Juventus. Giocò talmente tanto bene che, l’anno dopo, la società bianconera lo acquistò per un milione e mezzo Giancarlo Bercellino, ragazzo senza grilli, aveva realizzato il grande sogno.
«Mi ricorderò sempre quel giorno. Battersi contro la Juventus, anche se si trattava dei giovani, era una vera emozione. La notte prima non aveva chiuso occhio, mi rigiravo nel letto in preda agli incubi. E in quel dormiveglia correvo come un forsennato su e giù per il campo, dribblavo mediani e terzini segnando stupendi goal. Invece non ho segnato, ma ce l’ho messa tutta per fare bella figura».
Quella domenica è ancora viva nella sua memoria, come fosse ieri. Una bella giornata di sole con tanta gente che affollava lo a stadio del Borgosesia. L’allenatore della squadra locale è il papà di Bercellino, Teresio, un uomo che al di sopra degli affetti credeva, a ragione, nelle capacità del figlio. Alla fine dell’incontro un dirigente avvicinò Giancarlo e gli dice: «Sei forte, chissà che non ti debba trasferire a Torino molto presto». Passano, invece, alcuni mesi e, quando Bercellino ha oramai dimenticato quel grande sogno, arriva la notizia: «Giancarlo, vai alla Juventus».
Fu proprio papà Teresio, che aveva trattato il passaggio, a dargli la lieta novella. Lascia i compagni a malincuore, perché in quella squadra aveva provato le prime emozioni, il batticuore della vigilia. Gattinara, la cittadina del vercellese dove Giancarlo Bercellino, detto Berceroccia è nato il 9 ottobre del 1941, gli tributa una bella festa con brindisi e applausi. «Avevo le lacrime agli occhi, mi sentivo troppo ragazzo per osare tanto. Cosa poteva succedere? Sarei stato in grado di rispondere alle esigenze di una squadra come la Juventus? Mille domande mi sono fatto durante quel viaggio fino a Torino. E molte di quelle domande restavano senza risposta».
La sua vita cambia. Gli allenamenti, i nuovi amici, i compagni di squadra, le speranze; i tecnici lo seguono con interesse, si informano spesso di lui, sono convinti che, prima o poi, passerà in prima squadra. Non è più il forte attaccante, emergono in lui le doti del difensore sicuro, tenace nei duelli, potente nel tiro. «Faticavo all’inizio, ero quasi deluso di dover rinunciare ai compiti di centravanti, ma fu solo una questione di tempo. Ben presto mi resi conto che, giocare in difesa, ti prova un’emozione è più forte, la responsabilità è maggiore».
Diventa inevitabile l’esordio in Serie A, contro il Mantova. Come in quella vigilia di Borgosesia-Juventus, Giancarlo si trova in preda agli incubi, come se quelle ore che precedono l’incontro siano le più lunghe della sua vita. Il ritiro con i compagni celebri, i discorsi sulla tattica, sono come un’eco ossessiva che gli martella la testa, mentre l’alba della domenica tarda ad arrivare. «In campo di colpo è passato tutto. Alla paura è subentrata la volontà, il coraggio di lottare. Non sentivo neppure più il pubblico. Capivo, però che avevo superato il momento più terribile».
Negli spogliatoi i giornalisti si occupano subito di lui, gli fanno tante domande e vogliono sapere ogni cosa. Bercellino, l’esordiente, occupa buona parte della cronaca sportiva dei giornali del lunedì. «Sicuro nel dribbling... formidabile nell’anticipo... saettante nei colpi di testa», scrissero. Insieme a Castano costituisce un duo insuperabile: «Con Castano e Leoncini andiamo molto d’accordo. Anche con gli altri, ma loro sono gli amici con i quali divido spesso le ore libere, per andare al cinema o per fare una gita o una battuta di caccia».
La caccia è il suo hobby. Un fucile a ripetizione; una doppietta, carnieri e cartucce sono fra gli oggetti preziosi nella camera che lo ospita in una pensione vicina allo stadio. È rimasto ragazzo, semplice, senza presunzioni. Legge “Topolino”, i romanzi della serie “Segretissimo” perché lo distraggono, lo aiutano a non pensare specie durante la vigilia degli incontri più accesi: «Preferisco stare in pensione e non prendermi un alloggio perché così mi sento legato al mio paese. Difatti quando ho una giornata libera vado a Gattinara a trovare i miei genitori e Marisa». Marisa è una graziosa ragazza, che diventerà la signora Bercellino; si conoscono da ragazzi. Lei è di Gattinara, gli è stata vicina sempre, aiutandolo moralmente nei momenti più difficili. Qualche volta, la domenica, viene a Torino per vederlo giocare, poi si incontrano per passeggiare e parlano del loro domani: «Mi comprerò un negozio per avere di che vivere quando non potrò più giocare. Penso che sarà un negozio di articoli di caccia e pesca. Non ho grandi ambizioni, risparmio più che posso; so benissimo che questa professione non dura tutta la vita. A trent’anni siamo finiti, la gente ci dimentica», confessa con tono triste.
Adora il fratello Silvino. «Gioca a Potenza e va davvero forte, diventerà quello che avrei dovuto diventare io, un centravanti», diceva. Silvino ha segnato quattordici reti diventando l’idolo della città. Anche lui è del vivaio bianconero, un altro dei tanti giovani che, nelle file della Juventus, hanno imparato molte cose importanti. «Spero che torni presto alla Juve, per giocare insieme. La Serie B gli servirà per farsi le ossa, ma il suo sogno è di stare a Torino e di giocare con la maglia bianconera».
Non accarezza pallone e avversari, li maltratta con anticipi potenti; chi sta seduto sugli spalti del Comunale, ha l’impressione di sentire scricchiolii sinistri, ogni volta che si avvicina all’attaccante. È leale tanto quanto è robusto; è fisicamente un blocco di marmo (183 centimetri per ottantuno chili), l’andatura di gambe arcuate ricorda John Wayne, un giustiziere. Da giovane è minacciato da un’infezione polmonare, che cura con medicine e con il sole che scalda i vigneti di Gattinara. Il suo tiro è così potente che i portieri non osano accennare la parata quando batte un penalty.
Giancarlo Bercellino, realizza il suo sogno e i suoi momenti più belli sono quelli della domenica calcistica, quando sente il fischio d’inizio e comincia la grande battaglia dei muscoli e della volontà. Segna tantissimi goal, su azione su punizione, su rigore, ma non si esalta. Torna di corsa alla sua posizione di difensore, ligio agli ordini di Mister Heriberto Herrera: «Lui sa come deve funzionare la squadra. Noi cerchiamo di fare del nostro meglio». Una confessione dì modestia che ci conferma ancora una volta la semplicità di questo forte giocatore del vivaio juventino.
Nella Juventus gioca dal 1961 al 1969 e mette insieme, tra campionato e Coppe, 203 partite e realizza quattordici goal. Tra i ricordi di questo ragazzone dal sorriso folgorante e genuino, c’è quello che coinvolge John Charles. Atene, autunno del 1961: la Juventus gioca in Coppa Campioni con il Panathinaikos. Castano è indisponibile, la difesa ha bisogno di una cerniera supplementare. Davanti ad Anzolin, di fianco a Bozzao, Bercellino e Caroli, e dietro a Mazzia, Rosa e Leoncini si piazza il gallese che nel Leeds ha già avuto esperienze difensive.
Quel giorno i greci ronzano nell’area bianconera come zanzare moleste. Se non che il muro Charles-Bercellino si alza e non c’è gloria per gli insetti in maglia verde. La folla straripa e applaude, uno spettacolo di colore e folklore. Ed è uno spettacolo vedere quelle due torri frantumare le palle alte con zuccate impietose. I terzini sono al sicuro e possono occuparsi con serenità delle ali e Anzolin può sorridere disteso. Prende un solo goal ed è 1-1. Mora ha firmato il goal del vantaggio bianconero, sufficiente ad accedere al turno in Coppa Campioni.
Dopo la maglia bianconera, indossa quelle del Brescia e della Lazio. Poi, affronta il mestiere non facile dell’allenatore occupandosi in prevalenza di categorie interregionali, senza successo.


GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 1974
Un tempo, neanche poi troppo lontano in verità, il centromediano era pure chiamato centrosostegno, e il termine subito rievoca eroismo e abnegazione applicata al duro mestiere del difensore. Nel senso che veramente il centromediano era qualcosa di epico, il centro dell’universo pallonieristico, la calamita di tutte le azioni di attacco, di tutti gli arieti da goal in circolazione.
Centromediano contro centrattacco, l’uno contro l’altro e via, duelli fatti di estro e di grinta, spesso di classe; chi ha mai detto che il vigore atletico è disdicevole al “professional” dai piedi vellutati e dalla limpida impostazione del gioco? Certo, in chi difende e funge da ultimo baluardo davanti al portiere è assai più difficile intravedere il lampeggiare di classe paradisiaca, la calma olimpica dei forti. Il guizzo che ammutolisce ed esalta le folle è prerogativa dell’attaccante, ma sono sottigliezze, cose da superficie.
C’era Luisito Monti, centromediano e più che mai centrosostegno, che sciabolava con memorabili entrate spazzando via l’area che era di Combi, rarissime le indulgenze per la platea, e però classe enorme applicata a un coraggio da gladiatore: i suoi duelli con Peppino Meazza o Sindelar Cartavelina sono epopea.
E c’è stato Giancarlo Bercellino, paragone assurdo ma non impertinente, tanto diverse essendo le epoche a raffronto ma tanto vicini nello spirito i due tipi.
Bercellino esemplifica una delle ultime versioni del centromediano-sostegno, certamente la più vicina al ricordo e al cuore del supporter bianconero. Gli anni Sessanta di Bercellino sono altra cosa dagli anni Trenta di Monti, ma l’evoluzione del gioco, che travolge concezioni, schemi e perfino mentalità, lascia intatto nella sostanza il significato del ruolo, anche se gli toglie in parte drammaticità e poesia: lo stopper, adesso, può anche sbagliare, essendo che alle sue spalle è stato inventato il libero. Ma attenzione: c’è il cambiamento radicale di mentalità, si diceva, e il dramma del duello risolutivo cede il posto alla psicosi del goal preso. Sicché lo stopper, chiamato a contrare l’attaccante, resta più che mai protagonista.
L’avventura bianconera di Giancarlo Bercellino inizia un caldo pomeriggio di fine agosto del 1961. Ci sarebbero i presupposti per un debutto felice: a vent’anni, già un posto da titolare in Serie A, e per di più con la maglia scudettata e a fianco dei campioni della leggenda moderna, Sivori e Charles vale a dire.
Ma non sarà così: il debutto casalingo della Juve contro la matricola Mantova anticipa i malumori e le insoddisfazioni dell’annata bianconera, finisce 1-1 la partita da vincere nettamente, Longhi e Giagnoni annichiliscono Omar il Cabezon, neppure Charles sembra più lui, e Bercellino trova durissimo limitare i danni contro un giovincello al pari di lui, tale Sormani ancora fresco di Brasile.
E allora un esordio prematuro per un ragazzo ventenne, un anno sprecato? No, assolutamente. Berce è iellato, si fa male in più di un’occasione, ma alla fine raccoglie comunque ventuno presenze in Campionato e gettoni preziosi in Coppa dei Campioni. È una stagione di alti e bassi, per lui: momenti di vera gloria sono certamente quelli della partita di ritorno con il Real Madrid, allo stadio Bernabéu della capitale spagnola, dove lotta e vince da gladiatore sugli spagnoli furenti per aver subito da Sivori il goal dell’inattesa sconfitta.
E, viceversa, sconfortanti sono i novanta minuti di San Siro, 12 novembre 1961, Milan-Juve 5-1, con Bercellino che è opposto ad Altafini il quale fa in pratica quello che vuole, e alla fine saranno quattro reti di José nella porta di Anzolin.
No, questo Bercellino non è ancora il Berceroccia della Juve nuovamente ai vertici del calcio nazionale: il 1962-63 sarà anno di transizione, in prestito per farsi le ossa, ed anche il 1963-64 del suo ritorno alla base rappresenterà per lui un campionato di passaggio, con sole nove presenze. Il grande balzo Berce lo spicca l’anno dopo: annata chiave per lui e per molti altri, il 1964-65.
È arrivato Heriberto Herrera, i tempi invitano a un cauto ottimismo, nel senso che la Juve si sta ritrovando pian piano dopo annate balorde, ma non è ancora pronta a diventare protagonista, netto essendo ancora il divario di forze e di esperienza che separa la squadra bianconera dall’Inter.
Bercellino convince subito tutti, tecnici e tifosi, sin dai primi galoppi in famiglia: è maturato tecnicamente, e questo è importante, visto che la stazza fisica ragguardevole già garantisce più che a sufficienza. Insomma, è oramai difensore completo, stopper fatto apposta per chiudere a cerniera una difesa imperniata inoltre sul classico Castano libero e sul dinamismo di Gori, Salvadore e Leoncini.
Il campionalo conferma appieno le prime risultanze: la difesa bianconera è tra le più solide, forse la più solida in assoluto, e Bercellino assomma trenta presenze. E due goal, particolare tra i più significativi, perché foriero di sviluppi futuri interessanti. Berce, oramai detto roccia per le sue doti di inesorabile francobollatore, si ritrova, infatti, nei piedi una carica di primissimo ordine, che di tanto in tanto fa esplodere nei calci piazzati.
Punizioni, per il momento, come quella che piega il Bologna Campione d’Italia il 18 ottobre 1964, o quella che apre le marcature contro la Sampdoria, un mese dopo e sempre al Comunale torinese. Ma verranno anche i tempi del penalty. Soltanto un po’ di pazienza.
L’anno dopo, 1965-66, le presenze scendono a ventitré, ci sono di mezzo infortuni non gravi ma fastidiosi, ma la tempra da lottatore c’è, e Berce si riprende benissimo. Adesso i Bercellino bianconeri sono due, con la felice parentesi di Silvino detto Bercedue, acerbo talento gollereccio capace di schiodare parecchie partite destinate al doppio zero; lo stopper chiude la stagione crescendo, ricostituendo il tandem di ferro con Tino Castano, e insomma Berceroccia è stato pari al nome pure nella sventura di un’annata balorda. Si rifarà, con tanto di interessi, l’anno dopo.
Comincia l’annata di grazia 1966-67, esultano stuoli di tifosi della Juve tornata primattrice o almeno comprimaria, stante l’acquisita nobiltà dell’Inter europea. Bercellino è lo stopper, Castano è il libero, mai accoppiata è maggiormente sinonimo di garanzia, di sicuro affidamento. Mancano i fuoriclasse capaci di risolvere funambolicamente le partite? Pace; ci si arrangia con la difesa imperforabile, goal presi pochi e più spesso nessuno, certo che Berceroccia la fa da padrone su qualsiasi centravanti, è l’annata sì per molti bianconeri di buona volontà, ma per lui è addirittura l’annata monstre.
Il 20 novembre, nel pantano di Napoli, Berce lotta e trascina i compagni verso l’impresa numero uno della stagione, il successo esterno contro il forte Napoli del fortissimo Altafini, e il duello Berce-José è episodio sintomatico della grande stagione dello stopper bianconero.
Il 15 gennaio, con una Juve decimata dagli infortuni che arranca contro il bunker vicentino e non passa, Bercellino emula addirittura John Charles, segnando con memorabile capocciata il goal del rompighiaccio. Si scopre che i goal di Berce sono preziosi almeno come i suoi imperiosi anticipi difensivi: la verifica dello stopper edizione goal si ha nell’arroventato finale di stagione, quando la squadra accusa qualche battuta a vuoto proprio nel momento in cui si intravede la possibilità di aggancio alla vetta.
23 aprile, Comunale che pare tutto un unico fischio impietoso all’indirizzo della squadra che lotta ma non morde contro il Venezia catenacciaro e contropiedista. Le radioline, beffardamente, raccontano dell’Inter che non ce la fa a superare la Lazio proprio mentre i veneziani stanno per portare a compimento l’impresa di espugnare il Comunale.
A otto minuti dalla fine, la svolta. Rigore pro Juve, netto: tira tu, io no, la solita storia, i bianconeri sono senza un rigorista, e già diverse volte hanno pagato caro questo limite, fallendo penalty decisivi. Prova Bercellino: botta centrale ma micidiale, goal. 1-1, ma non è finita. 40’: crossa Favalli dal fondo, palla altissima per tutti, ma no, arriva Bercellino al vertice opposto dell’area, e sbatte dentro. È il goal vittoria che elettrizza l’ambiente e propizia il sorpasso finale. Ma Berce sarà ancora decisivo, e proprio in extremis.
Primo giugno, ultima di campionato, Juve-Lazio 0-0 a metà gara, anche l’Inter fa 0-0 e sarà decisivo l’ultimo spezzone di partita per assegnare lo scudetto. Berce, contuso, passa all’attacco e, dopo una manciata di minuti, la sua capocciata fa saltare l’ultra difesa laziale. Superfluo commentare.
L’annata del tredicesimo scudetto non resta un fatto episodico: Bercellino la fa seguire da un’altra pure ad altissimo livello, anche più ricca di soddisfazioni personali. Il 1967-68 è l’anno della Coppa Campioni e della Nazionale: appuntamenti che lo stopper bianconero onora nel migliore dei modi. La Juve di Coppa, che fa dimenticare certe distrazioni concesse in campionato, rispolvera il miglior Bercellino: la sua vena lo addita come difensore di livello internazionale, il rigore che trasforma in “Zona Cesarini” contro l’Eintracht schiude alla Juve le porte dello spareggio per accedere alle semifinali.
Ed è naturale che anche la Nazionale finisca per accorgersi di lui. Per la verità, Bercellino già aveva giocato in maglia azzurra a Firenze, nel 1964, contro il Galles (4-1), ma era stata una presenza sporadica, da rimpiazzo del titolare Guarneri impegnato con l’Inter in Coppa. Adesso, la musica è diversa: Bercellino contribuisce in misura notevole alla conquista della Coppa Europa per Nazioni, con quattro presenze (Cipro, Svizzera, Bulgaria e URSS), e sarebbe stopper pure nella finalissima se non fosse fermato proprio contro i sovietici, nella semifinale, dall’ennesimo infortunio.
Quella stessa iella che impedisce a Berceroccia di ricoprire per parecchio il ruolo di stopper bianconero: il 1968-69 segna per lui il canto del cigno. Dopo un eccellente inizio, infortuni a catena bloccano la sua stagione, e rendono indispensabile l’avvicendamento. Con 154 presenze in campionato, nove reti e una manciata di gettoni di presenza in campo internazionale, Berceroccia da Gattinara non si dimentica. Squadra da sempre ricca di grandissimi centromediani, la Juve non smentisce la tradizione con Giancarlo Bercellino: un posto di primo piano, tra i grandi specialisti del ruolo, gli spetta di diritto.


NICOLA CALZARETTA, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 2011
Settant’anni. Li ha raggiunti Giancarlo Bercellino da Gattinara. Data di nascita 9 ottobre 1941. Otto le stagioni alla Juve per questo poderoso stopper prodotto del vivaio, che ha attraversato in maglia bianconera tutti gli anni Sessanta. Per l’almanacco Panini è Bercellino I, per distinguerlo dal fratello minore Silvino, centravanti che a Torino ha avuto poca gloria. Per il resto del mondo, invece, è Berceroccia, sintesi perfetta per un difensore ruvido e spigoloso, difficilissimo da scalfire.
A quindici anni, complice una prestazione super con gli Allievi del Borgosesia, entra nelle giovanili bianconere. Il lancio in prima squadra è mediato dalla classica stagione di tirocinio in B, nella vicina Alessandria. Quindi il ritorno, con le ossa fatte, titolare della maglia numero cinque in una Juve che in attacco è rappresentata dalla coppia Charles-Sivori. Poco più di duecento le maglie bianconere indossate, con il corredo di quattordici goal, tra i quali quello decisivo per lo scudetto del 1967 scippato sul traguardo all’Inter. Partiamo da qui con Berceroccia, dal momento più alto della sua carriera juventina. Primo giugno 1967, è un giovedì, ultima giornata di campionato. Novanta minuti per decidere una stagione. «Proprio così. L’Inter aveva un punto più di noi, ma aveva appena perso la finale di Coppa Campioni contro il Celtic. Noi stavamo abbastanza bene, ma dovevamo vincere per forza e sperare in un passo falso dei neroazzurri».
Il bello è che andò proprio così. «Loro persero a Mantova e noi vincemmo contro la Lazio, grazie anche a un mio goal a inizio secondo tempo».
Ma, mi scusi, che ci faceva in attacco? «Premetto che sui corner andavo spesso in avanti. Ma qui la storia è curiosa. Nel primo tempo, dopo uno scontro con Carosi, la caviglia mi si è gonfiata e facevo fatica a correre. Solo che a quell’epoca non c’erano le sostituzioni e allora, per non lasciare la squadra in dieci, di solito chi si faceva male veniva spostato all’ala. Così feci anch’io».
E alla prima occasione ecco il goal dello zoppo. «Era un modo di dire proprio per indicare la rete segnata dall’infortunato rimasto in campo. Feci goal sugli sviluppi di un calcio d’angolo. Dopo raddoppiò Zigoni. Sul finale la Lazio segnò su rigore, ma la cosa più importante fu la sconfitta dell’Inter».
Ci sedevate davvero nel sorpasso? «Sì. È stato il nostro merito maggiore in quella stagione. Tecnicamente l’Inter era più forte. Ma noi non abbiamo mai mollato, ci abbiamo creduto sempre. Grazie al Mister Heriberto Herrera che ci ha sempre tenuti sulla corda».
Che tipo era Heriberto? «Un allenatore moderno, avanti rispetto alla media. Predicava il “movimiento” ed era molto democratico. Tutti uguali, nessun privilegio. Neanche per Sivori».
Che difatti nel 1965 lascia la Juve per andare al Napoli. «Una perdita immensa. Anche se fuori dal campo aveva una vita tutta sua, la domenica con lui era uno spettacolo. Si partiva sempre dall’1-0 per noi, perché tanto qualcosa avrebbe inventato. Era geniale e perfido, si prendeva gioco dei difensori e dei portieri».
Anche in allenamento? «Quella era la sua indole. Nelle partitelle erano sfide tiratissime».
Dica la verità: qualche stecca gliel’ha rifilata? «Nemmeno per scherzo: per noi era troppo prezioso!»
E di Charles che mi dice? «Tutto il bene possibile. John mi ha insegnato molto da un punto di vista tecnico. E poi era attento, aveva occhio: se ti vedeva teso, ti tranquillizzava, ti consentiva di tirare fuori il meglio. Come accadde nella magica notte contro il Real Madrid».
Ce la può raccontare? «Ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni. Si giocava in Spagna e dovevamo vincere. Di là c’erano Puskás, Gento e Di Stéfano, il meglio dell’Europa. Io, invece, ero alle prime esperienze internazionali. Mi tremavano le gambe. Fu Charles che mi aiutò a mantenere la calma».
E come andò a finire? «Vincemmo 1-0, con goal di Sivori. Quella sera giocammo con una divisa tutta nera. Ancora oggi le emozioni di quella serata sono fortissime, superiori anche a quelle provate per lo scudetto. L’unico rammarico è che, nella bella, perdemmo e uscimmo alle soglie della finale in Coppa Campioni».
La stessa cosa che capitò nel 1968. «Proprio così, una maledizione. Tra l’altro nella partita di ritorno contro l’Eintracht di Braunchvveig segnai proprio io il goal della vittoria con un rigore all’ultimo minuto».
Com’è questa storia dello stopper rigorista in una squadra dove c’era gente come Zigoni e Cinesinho? «Riuscivo a mantenere freddezza e tranquillità. Tiravo forte e centrale, mai rasoterra. Avevo un bel destro e molto mi ha insegnato Ugo Locatelli, mio maestro nelle giovanili della Juventus».
A che età è entrato a far parte del vivaio bianconero? «A quindici anni e sono rimasto juventino fino ai ventinove anni, con l’unica parentesi ad Alessandria nel 1960. La Juventus mi ha dato tanto e andare via mi è pesato molto. La Juve uno non vorrebbe lasciarla mai».
Ha qualche rimpianto dei suoi otto anni in bianconero? «Nessuno, davvero. Abbiamo vinto poco, questo sì».
Perché? «Perché Inter, Bologna e Milan erano più forti. A noi è sempre mancato il giocatore che facesse la differenza. Purtroppo qualche acquisto si è rivelato non all’altezza e qualche altro ha sofferto per problemi extra calcio, come Combin».
Chi vi avrebbe fatto comodo? «Dei giocatori allora in attività, uno come Sandro Mazzola, per esempio. In generale, c’è mancato un Platini. Ecco con Michel saremmo stati competitivi al massimo».
Ultima domanda: chi le ha dato il soprannome Berceroccia? «Credo l’ex direttore di “Tuttosport”, Giglio Panza. Non è che mi abbia fatto mai impazzire questo nomignolo. Ma quando sei alla Juve, va bene tutto».

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