venerdì 25 novembre 2016

Gianfranco ZIGONI

Nasce a Oderzo (Treviso), il 25 novembre 1944. Cresciuto nella società, nel 1961, poco più che diciassettenne, debutta in bianconero e in Serie A. Dopo un triennio caratterizzato da sporadiche apparizioni la Juventus lo cede in prestito al Genoa. Due stagioni con i rossoblu e, nell’estate del 1966, rientra a Torino, dove conquista la maglia di titolare. Attaccante di ottimo talento, eccede in personalismi e un autentico limite è il suo carattere ribelle che in molte occasioni gli costa espulsioni e squalifiche. Zigo ha la fama da sciupafemmine ma, si rende protagonista di vere e proprie bravate da bullo di periferia. Come quando, per cercare di sconfiggere la noia dei ritiri, si diverte a sparare ai lampioni con la sua Colt 45. Ma Zigoni, per fortuna, non è solo questo. È soprattutto un calciatore, anzi, un fuoriclasse.
«Quello è un “musso”, è un “figlio de puta” e poi ha troppe donne che lo sfiniscono, ma quando vuole è un purosangue». Queste parole, pronunciate da Saverio Garonzi, presidente di Zigoni nei suoi anni a Verona, riassumono perfettamente la personalità e il carattere del nostro. Pare di vederlo ancora, Zigo, che si toglie pelliccia e cappello, il suo abbigliamento da panchina, saluta il suo pubblico e, se gli gira bene, porta a casa la partita con un paio di prodezze.
Racconta: «Detestavo gli arbitri, tiranni al servizio delle squadre più potenti e fregarli non era solo un piacere, ma un dovere per chi giocava in una squadra di provincia. Sognavo di morire sul campo, con la maglia del Verona addosso. Mi immaginavo i titoloni dei giornali e la raccolta di firme per cambiare il nome allo stadio: non più Bentegodi, ma Gianfranco Zigoni. Ho accumulato più giorni di squalifica che goal, perché non sottostavo ai soprusi degli arbitri. Dicono: bisogna credere alla buona fede di quei signori. Ma per favore, ho visto furti inimmaginabili ed ho pagato conti salatissimi. Una volta mi diedero sei giornate di squalifica e trenta milioni di multa perché dissi a un guardalinee di infilarsi la bandierina proprio là. Trenta milioni negli anni Settanta: all’epoca con quei soldi compravi due appartamenti. Il prezzo della mia libertà di opinione. Ho un unico rimpianto, essermi tagliato i capelli alla Juventus, ma ero troppo giovane, non avevo la forza di ribellarmi agli Agnelli. Avevo una grande opinione di me stesso, pensavo di essere il più forte calciatore sulla terra. In campo odiavo l’avversario e lo colpivo con il mio pugno, che era micidiale, fuori gli volevo bene e lo invitavo a bere un whisky.
Un giorno, alla Roma, capita di incontrare il Santos di Pelé, in amichevole, all’Olimpico. Mi dico: “Oh, giustizia sarà fatta, oggi il mondo capirà che Zigo-gol è più forte di Pelé”. Lo aveva già detto Trapattoni dopo un Genoa-Milan 3-1 degli anni Sessanta, tripletta mia. “Ragazzi – dichiarò il Trap quel giorno – Zigoni è meglio di Pelé”. Lo aveva ammesso Santamaría, gran difensore, dopo una sfida Juventus-Real Madrid: io avevo fatto impazzire il Santa, finte e tunnel, e quello a fine partita si rivolse così a Sivori: “Sto chico è migliore del negro”. Ero convinto della cosa, mi sentivo più bravo di Edson Arantes e di tutti i suoi cognomi. Poi arriva l’amichevole con il Santos, vedo Pelé dal vivo e mi prende un colpo. Madonna, che giocatore. Ho una botta di depressione, di malinconia, penso che a fine partita annuncerò in mondovisione il mio ritiro dal calcio. Mi preparo la dichiarazione in terza persona: “Zigoni lascia l’attività, non sopporta che sul pianeta ci sia qualcuno più forte di lui”. A un certo punto il Santos beneficia di un rigore, Pelé va sul dischetto e Ginulfi, il nostro portiere, para. Allora è umano, penso, e così resto giocatore».
Girava in pelliccia, mangiava coniglio e polenta prima di un allenamento, erano più le volte in cui usciva dal campo con la maglietta ancora asciutta, ma sapeva come far innamorare i tifosi. Calzettoni perennemente abbassati, una stempiatura evidenziatasi ben presto nonostante sulla nuca i capelli fossero sempre lunghi, Gianfranco Zigoni dall’inizio degli anni Sessanta alla fine dei Settanta è stato uno dei calciatori più spettacolari. Faceva impazzire gli allenatori, ma li ripagava sul campo: «Più forte di me? C’è stato solo Pelé, io ero il corrispettivo in bianco. Solo che per avere continuità avrei anche dovuto allenarmi, qualche volta».
Il vocabolo estroso sarebbe fin troppo riduttivo per inquadrare Zigo-gol. Lui era la mosca bianca, quello che usciva dagli schemi, che non si faceva ingabbiare, convinto che il suo enorme talento sarebbe comunque emerso. Juventus, Genoa, Roma, Verona, Brescia: «In bianconero vinsi anche uno scudetto con Heriberto Herrera: mi faceva impazzire chiedendomi di andare a coprire a centrocampo. Quello era uno Zigoni vincente, ma triste».
Il meglio è convinto di averlo dato a Verona (sei campionati, uno in Serie B) e nelle ultime due stagioni con il Brescia: «A Verona ero e sono tuttora un idolo. I bambini incidevano sui banchi delle chiese il mio nome e i preti si arrabbiavano con me. Ci vorranno almeno altri trent’anni prima che a Verona mi dimentichino. Quando giocavo penso di aver distribuito almeno 5.000 fotografie autografate e ancor oggi i tifosi mi chiamano nei club».
Arriva a Brescia l’11 ottobre 1978, al mercatino di riparazione, lo pagarono sessanta milioni. Ha già trentaquattro anni, si teme che sia a tirare indietro il piedino, ma serve una quarta punta dietro il trio Mutti-Grop-Mariani: «La squadra era in B e navigava in brutte acque. Mi chiamò il mio amico Gigi Simoni, con il quale avevo giocato nella Juventus. Giocai ventuno partite e segnai quattro goal, ci risollevammo in fretta per una salvezza dignitosa».
L’anno successivo è quello della promozione: «Rimasi, ben sapendo che il mio compito sarebbe stato quello di uomo spogliatoio». Lo ricordano con il numero quattordici sulle spalle (al tempo in panchina andavano tre giocatori), in quei riscaldamenti sotto la tribuna del Rigamonti: «Entravo sempre, io dicevo al mister di far giocare i giovani, ma lui aveva bisogno della mia esperienza».
Quando la gara non si sblocca, dalle scalette del Rigamonti si alza il coro: “Zigo, Zigo, Zigo” e Simoni, puntualmente, opera il cambio. Capita però che vada a prendere posto in panchina a partita già ampiamente iniziata. Capita proprio in un Brescia-Verona del 6 gennaio 1980: «A una certa età il freddo pungente fa male», commenta a fine gara, mentre Simoni lo guarda sorridendo. «L’anno della promozione non feci goal, ma dopo un pessimo inizio della squadra giocai quattro partite consecutive e facemmo sette punti. Ci diedero la spinta decisiva».
Ma Zigoni in che ruolo giocava? «Lerici, l’allenatore che ebbi al Genoa, diceva prima della partita: date la palla a lui. Ero un numero undici, che aveva bisogno di giocare a briglie sciolte, oggi mi farebbero stare, forse, nei Dilettanti, eppure ero il più forte. Per fare un’altra carriera avrei dovuto rinunciare a parecchie bicchierate con gli amici, e vedere qualche alba in meno, ma non ne valeva la pena».
Fare il calciatore per Zigoni è stato un gioco. Il bello è che gli è venuto anche bene. Nonché un aneddoto ulteriore, con parole sue: «Prima della gara Valcareggi mi dice: “Zigo, oggi non giochi”. Non c’era nulla da fare, dovevo andare in panchina, e visto che era una giornata molto fredda decisi di andare in campo con la pelliccia e il cappello. Entrai in campo e ci fu un boato».
Nelle sette stagioni al servizio della maglia bianconera totalizza 118 presenze e un bottino di trentatré goal. Con la Juventus si laurea Campione d’Italia nel 1967.


“HURRÀ JUVENTUS” MARZO 1996
Siamo a cavallo del 1968, l’anno in cui in gran parte dell’Europa occidentale esplode la contestazione studentesca. Il calcio italiano, generalmente impermeabile ai fermenti politici e sociali, va avanti per la sua strada come se nulla stesse accadendo. Sui rettangoli di gioco al massimo fa la sua timida apparizione qualche calciatore dai capelli lunghi e i modi un po’ originali che viene immediatamente bollato come rivoluzionario. Nello sport attuale, il look non scandalizza più nessuno. Ma all’epoca per i vari Meroni, Mondonico, Sollier e Zigoni si gridava quasi allo scandalo. In quel mondo un po’ bacchettone e omologato dove i presidenti dei club, da qualcuno definiti i ricchi scemi, erano di fatto i padri padroni del sistema calcio, chi cantava fuori dal coro stonava e steccava davvero. Anche se la politica c’entrava proprio marginalmente.
Tutto questo lungo preambolo per presentare Gianfranco Zigoni, barbuto e capellone attaccante un po’ bohemienne di un calcio in cui gli attori cominciavano timidamente a prendere coscienza dei loro diritti: «Sin da piccolo avevo l’abitudine di portare i capelli lunghi – racconta Zigoni – per cui da calciatore il mio aspetto era assolutamente in linea con il mio carattere e non aveva nulla a che vedere con le idee politiche. Certamente anch’io, come tanti miei coetanei dell’epoca, nutrivo simpatia per Che Guevara: ma ero affascinato più dal personaggio che da quello che faceva».
Gianfranco nasce a Oderzo, in provincia di Treviso, nel novembre del 1944, e dà i primi calci nel Settore Giovanile dell’Opitergina. A sedici anni e mezzo lo acquista la Juventus, che lo fa esordire in Serie A pochi mesi più tardi. Per altre due stagioni rimane in bianconero a mezzo servizio tra prima squadra e De Martino, quindi viene spedito al Genoa per fare esperienza. Le sedici reti realizzate sotto la Lanterna sono il migliore biglietto da visita per il rientro a Torino.
Siamo nell’estate del 1966: ha inizio la seconda avventura juventina della punta veneta che, in quattro stagioni, mette complessivamente a segno trentadue goal in 117 incontri ufficiali. Molti dei quali entrando in campo con il numero tredici: «Accadde con una certa regolarità nel corso della mia ultima stagione in riva al Po, che non fu proprio felice. I metodi di allenamento e i rapporti con Heriberto Herrera mi avevano distrutto fisicamente e psicologicamente. Ero arrivato quasi sull’orlo dell’esaurimento. Dopo il triennio con il trainer uruguayano arrivò Carniglia, il quale vide giusto. Ed io ripagai la sua fiducia a suon di goal dalla panchina».
Nel 1969 la separazione definitiva. Ma per il capelluto attaccante la carriera conserverà ancora corpose e durature soddisfazioni, raccolte tra Roma, Verona e Brescia: nel complesso altri dieci campionati da protagonista che porteranno il suo score definitivo, tra A e B, a toccare le quasi cento marcature in circa 400 incontri. Ma quali erano le migliori caratteristiche di gioco di Gianfranco? «Nei primi anni della carriera ero un attaccante puro e mi muovevo da prima punta. Avrei potuto esordire, in A, a sedici anni, ma una squalifica rimediata con la De Martino rimandò l’esordio. Ricordo ancora come fosse adesso il mio enorme disappunto e la voce di Stivanello che mi gridava: “Ehi tu bambino, ne avrai tempo per giocare”. Dopo la massacrante esperienza con Heriberto mi convertii nel ruolo di seconda punta: non più sfondatore ma uomo assist che si divertiva un mondo a far segnare i compagni. Ero un tutto mancino con un discreto colpo di testa e un destro deboluccio, con il quale ho realizzato qualche goal per caso».
Domanda indiscreta: il calcio ti ha arricchito? «Credo che soltanto i Rivera e i Mazzola abbiano fatto fortuna. Ma io ancor ora posso definirmi benestante e non potrei mai lamentarmi della vita che ho fatto: se penso a mio padre che ha lavorato tutta la vita in fabbrica. Della mia carriera ho solo un rammarico: non aver dato alla Juve tutto ciò che era nelle mie possibilità. Approdai a Torino con la nomea del fenomeno, tant’è che Gipo Viani mi definì la perla nel fango. Dopo essere arrivato in Nazionale a vent’anni con il Genoa, vissi male, forse anche per colpa mia, i sistemi di allenamento che trovai al mio ritorno in bianconero. Di certo non ho alcun rimpianto di tipo economico: per il mio modo di vedere la vita i soldi non rappresentano la vera fortuna per un uomo. Anzi, se ce ne sono troppi, spesso si rovina qualcosa dentro. Oggi, cinquantenne, vivo a Oderzo, dove mi trovo da re con la mia famiglia. Ho un maschietto di soli quattro anni che mi fa letteralmente impazzire, alleno i giovani dell’Opitergina e dirigo una scuola calcio collegata con la Juventus, alla quale ho segnalato alcuni ragazzini promettenti come un certo Zigoni».
Per chiudere, chiediamo a Zigoni di svelarci qualche episodio divertente. «Ottobre 1969, Furino disputa il primo dei suoi tantissimi derby, nei minuti iniziali realizzo il goal del nostro vantaggio e quindi si va negli spogliatoi per l’intervallo. Lì Herrera mi dice: “Gianfranco, ti vedo stanco, vai sotto la doccia”. Io non fiato, ma ci rimango di sasso, anche perché stavo andando alla grande. Morale: nella ripresa il Torino può riversarsi in massa nella nostra metà campo, e vince per 2-1».


Quella volta... in cui si fece cucire la Zeta («Di Zigoni e di Zorro») sui pantaloncini. «Fui il primo, trent’anni fa non si usava. E fui anche il primo a giocare con le scarpe rosse e gialle. Sono sempre stato uno spirito libero, ero sempre me stesso, nel bene e nel male: non come i calciatori di oggi che sembrano fatti con la fotocopiatrice. A quei tempi, giravo in Porsche. Oggi ce le hanno tutti. E allora vado in bici».
Quella volta... che in ritiro con la Nazionale Juniores tirò addosso a Boninsegna una palla da biliardo. «Era appena arrivato in Nazionale e voleva fare tutto lui: battere le rimesse laterali, le punizioni, i calci di angolo e allo stesso tempo andare a colpire di testa. Gli ho fatto capire chi comandava». Mancò di un niente l’occhio di Bonimba, che da quel giorno girò al largo dalle punizioni e calci di angolo.
Quella volta... che ebbe una discussione con l’allora allenatore della Juventus Heriberto Herrera, lo alzò da terra, chiamò la squadra sotto la finestra della sua stanza e lo lasciò ciondolare nel vuoto per un paio di minuti. «Cominciò lui, perché mi diede a freddo un pugno sullo stomaco. A quel punto non ci vidi più: meritava una lezione».
Quella volta...  che andò a discutere il contratto con il presidente del Verona Garonzi e, sapendo che questi teneva una pistola nel cassetto della scrivania, aspettò il momento opportuno, aprì il cassetto, prese al volo la pistola e gliela puntò. Uscì dall’ufficio con un sostanzioso aumento.
Quella volta... che all’esordio in Nazionale a Bucarest nel 1967 giocò («Divinamente, d’altronde ero il più forte») solo un tempo, poi nella ripresa decise che era meglio riposare. «Faceva un caldo terribile. Nel secondo tempo Rivera andò a cercarsi l’ombra sotto la tribuna, e gli altri fecero più o meno lo stesso. E perché io dovrei essere l’unico a correre, pensai. Esordiente sì, ma cretino no». L’Italia vinse, ma da quel giorno Zigo non giocò più in maglia azzurra.
Quella volta... che dopo un Lazio-Juve uscì in mutande all’Olimpico, perché il difensore che lo marcava non riuscendo a stargli dietro gliele aveva sfilate. «Con le regole di oggi, se qualcuno cercasse di fermare uno come Zigo si beccherebbe il cartellino rosso dopo cinque minuti. Dicono che una volta si giocava al rallentatore? Balle. Questi di oggi corrono, perché non sanno fare altro. Si chiamano “calciatori”, perché calciano tutto quello che gli capita sotto tiro. Noi eravamo “giocatori”, perché ci piaceva giocare».
Quella volta... che alla Roma, prima di una punizione dal limite, finse di litigare con Bob Vieri (il padre di Christian) e cominciò a tirargli la barba. «Era un modo per far perdere la concentrazione al portiere». Inutile dire che tirò la punizione e segnò.
Quella volta... che l’amico Logozzo protestò, perché in ritiro tutta la squadra era costretta ad alzarsi alle otto, mentre Zigo poteva starsene a letto fino a quando gli pareva. «Valcareggi lo prese da parte e gli disse: quando avrai anche tu due piedi come Zigoni, allora potrai dormire fino a mezzogiorno».
Quella volta... che sulla sua Porsche azzurra, per evitare un trattore, uscì di strada, fece due tre capriole, finì in un fosso, distrusse la macchina, non si fece un graffio e si finse morto. «Stavo tornando a casa dopo l’allenamento, ma andavo piano, lo giuro. Dietro di me c’erano Maddè e Costa, il medico del Verona. Scesero dalle loro auto e corsero a prestarmi soccorso. Appoggiai la testa sul volante e finsi di essere morto: quando si avvicinarono di corsa al finestrino, sorrisi e gli feci l’occhiolino. Per poco non schiattarono lì sul posto».
Quella volta... che nel corso di un Verona-Vicenza, amichevole di fine stagione (con Vendrame dall’altra parte: che partita!), si destò dal suo torpore endemico, saltò in dribbling quattro avversari e infilò il pallone all’incrocio dei pali, salvo poi andare dritto negli spogliatoi, a venti minuti dalla fine della gara. Risultato? Gli ultimi venti minuti si giocarono in un silenzio assoluto, perché il pubblico abbandonò letteralmente lo stadio. Senza di lui, non aveva più alcun senso restare a guardare la partita.

Nessun commento: