martedì 4 ottobre 2016

Antonello CUCCUREDDU


Scelse il più difficile, ma anche il più diretto modo di presentarsi alla Juventus. In una partita di Coppa Italia del settembre 1969 allo stadio Comunale torinese scese in campo con la maglia del Brescia e marcò così bene Luis Del Sol da impressionare la dirigenza bianconera. Era l’inizio della sua storia juventina che doveva portarlo a vincere, in dodici anni, sei scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa, totalizzando 434 presenze con trentanove goal. Un bottino che ricorda tuttora con affetto e gioia.
«Essere stati juventini è come aver fatto il bersagliere. Per tutta la vita resti tale. Perché una società come la Juventus non esiste, non ha riscontri come età, come ambiente, come tutto. Il suo stile, il rispetto reciproco, soprattutto l’impronta della famiglia Agnelli».
Terzino, mediano, mezzala, giocatore eclettico, alla Juventus arriva nella stagione 1969-70 ai tempi di Luis Carniglia, anche se a lanciarlo è Rabitti, dopo il licenziamento del tecnico argentino. Ricorda quel giorno come uno dei più belli: «La Juventus era malmessa in classifica, io debuttai a Cagliari, ci trovammo sotto di un goal, la gente urlava: “Serie B, Serie B”. Nel finale mi giunse fra i piedi la palla buona e infilai Albertosi. Quel goal rappresentò molto, fu una specie di trampolino per la Juventus che finì in bellezza il campionato».
Di goal importanti, comunque, ne ha realizzati tanti: Cuccureddu ricorda quello dello stadio Olimpico che consacrò la Juventus Campione d’Italia il giorno del disastro del Milan a Verona; i goal segnati contro il Magdeburgo in Coppa; un altro in Coppa Uefa l’anno del successo. In dodici anni passati alla Juventus, Cuccureddu ha avuto come tecnici: Carniglia, Rabitti, Picchi, Vycpálek, Parola, Trapattoni.
Ora ne parla, e allinea il povero Picchi a Trapattoni: «Non ci fu il tempo di valutarne appieno le doti e la personalità. Però una cosa è certa: Picchi era un allenatore giovane con idee nuove che capiva di calcio, che sapeva applicarlo, spiegarlo, che aveva un dialogo e, soprattutto, era pieno di umanità e sapeva esserti amico. Come Trapattoni, insomma, che non viveva all’ombra di Boniperti come sostengono i maligni. In primo luogo per una questione di personalità che Trapattoni ha e che ha sempre difeso, poi perché la Juventus non ha mai tolto e non toglie spazio a nessuno».
In Nazionale Cuccureddu gioca sedici volte: debutta a Varsavia contro la Polonia nel 1975, chiude in Argentina nella partita col Brasile per il terzo-quarto posto. Ancora oggi si domanda perché fu estromesso dal giro dopo il Mondiale del 1978. «Non discuto le scelte di Bearzot: certamente avrà avuto le sue ragioni. Però un discorsino mi avrebbe fatto piacere. In fondo il mio contributo l’avevo dato».
Il suo eclettismo, in fatto di ruoli e di compiti, lo sottolinea nella stagione 1975-76. Ricordava su “La Gazzetta dello Sport” Beppe Conti, che nella Juventus che eguaglia o fallisce di un soffio record prestigiosi, c’è Antonello Cuccureddu in possesso di un primato perlomeno curioso. In quel campionato ha giocato, infatti, con ben sette differenti numeri di maglia. Il due (Napoli, Roma, Bologna, Sampdoria e Perugia), il tre (Verona, Como, Fiorentina, Cagliari e Cesena), il quattro (Fiorentina), il sette (Como), l’otto (Verona), il dieci (Inter e Ascoli) e l’undici (Torino).
Mentre Cuccureddu cambia maglia in continuazione, restava in tribuna elementi del calibro di Altafini, Spinosi, Gentile, Gori, Damiani e lo stesso Capello, ai quali l’allenatore di volta in volta preferisce il sardo. Il suo passaggio da terzino d’ala a centrocampista avviene in seguito ad un infortunio occorso a Bob Vieri dopo una trasferta in Germania per un impegno di Coppa Uefa: «Da quel giorno entrai in pianta stabile; la mia impostazione tattica venne cambiata. I dodici anni che ho passato a Torino sono indimenticabili anche per questo».
I difensori lo cercano non appena possono evitare la respinta casuale e lui serve l’interno oppure l’ala tornante in linea con lui, rilancia il compagno che sfrutta le fasce con secche battute di collo, invita il centravanti a scattare verso l’area avversaria e scatta, a sua volta, negli spazi. Quello che pratica Cuccureddu è un gioco moderno e valido per lo spettacolo e il risultato. Le partite di Antonello sono novanta minuti di corsa sul passaggio obbligato del gioco avversario. Filtrare e ricostruire: non esiste fatica più improba; correre, perché si vuole e rincorrere, perché si deve; il cuore a stantuffo e i polmoni a mantice. Il vigore fisico gli consente di reggere la fatica della partita, il talento gli scopre gli orizzonti della bella giocata; sa alternare, con estrema disinvoltura, l’intervento risoluto e l’azione sciolta ed elegante.
Una delle sue prerogative è il tiro a rete, forte, teso, imparabile. I suoi calci di punizione sono carichi di dinamite. Come tiratore puro è il più forte della compagnia. I suoi calci di punizione sono carichi di dinamite. Cuccureddu tira delle vere e proprie bordate; il pallone parte dritto e non cambia mai traiettoria. I tiri di Cuccu sono onesti, non cercano di ingannare il portiere. Niente “foglia morta”, “tiro a giro” o “cucchiaio”. Il pallone parte dritto per dritto e il portiere non può fare altro che raccogliere il pallone in rete. «Finiscila di minacciare la mia incolumità!» Gli grida scherzosamente Carmignani, durante gli allenamenti.
Due aneddoti: nel 1973 la Juventus (pur sconfitta nella finale di Coppa Campioni) ha, grazie alla rinuncia dell’Ajax, l’opportunità di disputare la Coppa intercontinentale. Si gioca a Roma, contro l’Independiente di Buenos Aires: Sullo 0-0, la Juventus usufruisce di un calcio di rigore a favore per un fallo subito dallo stesso Cuccu. Il sardo tira una delle sue proverbiali cannonate, ma la palla sorvola la traversa; a un minuto dalla fine, su passaggio di un ventenne che avrebbe fatto strada, Daniel Bertoni, Bochini infila il goal decisivo, portando la coppa in Argentina.
Campionato 1980-81: è il passo d’addio di Antonello, che sa di dover lasciare a fine stagione la casa tanto amata. La partita è Pistoiese-Juventus, Cuccu sblocca il risultato con un missile su punizione; non fa alcun gesto di esultanza, solo un mezzo sorriso (scriverà Giglio Panza: «Raramente ho visto tanta serenità esteriore in un giocatore dopo un goal»). Quel mezzo sorriso, quel commiato così sottovoce, con una tenerezza e un affetto enormi, dimostra tutto l’uomo in un piccolo gesto.
Rientra alla Juventus agli inizi degli anni Novanta, come allenatore della squadra Primavera, con la quale vince il prestigioso Torneo di Viareggio e lancia alcuni giovani promettenti: Cammarata, Dal Canto, Manfredini, Binotto, Squizzi e, soprattutto, Alessandro Del Piero.


VLADIMIRO CAMINITI
Era il 1969 quando il direttore di “Tuttosport” mi spediva a intervistare al volo Antonello Cuccureddu, che sbarcava alle dieci di una sera di novembre alla stazione di Porta Nuova a Torino, proveniente da Brescia. Detto e fatto, e scrissi in quel mio articolo sul quotidiano al quale ho dedicato trentadue anni di vita, che approdava in bianconero un giocatore con un cognome davvero strano: «Cuccureddu nome da uccello più che da calciatore», scrissi. E poi da Juventus!
L’esordio in prima squadra avvenne subito, a Cagliari, l’allenatore della Juventus era il mite orgoglioso Rabitti, di nome Ercole, da me soprannominato il piccolo monsù. In realtà, era più che altro un grande allevatore e maestro di giovani (tra le sue scoperte Furino e Bettega), come allenatore dei grandi gli facevano difetto polso e tranquillità psicologica; era insomma il primo a perdere la testa, soprattutto a contatto con i media televisivi. Oramai il grande calcio era anche televisione, con annessi e connessi, Rabitti disponeva dei suggerimenti di Boniperti oramai rientrato nella Famiglia e in procinto di assumerne la presidenza, ma non ascoltava nessuno.
Cagliari-Juventus finì 1-1, il figlio di Sassari a pochi secondi dalla fine di un match molto combattuto (erano i giorni del guerriero Riva) infilò il pallone del pareggio.
Di snella presenza, dalla corsa molto alacre, Cuccu avrebbe giocato 298 volte in campionato, sessantasei in Coppa Italia, settanta volte nelle Coppe europee, testimoniando un eclettismo razionale con sventole di destro possessive e perentorie che lo portarono a risolvere molte partite cruciali. Forte e sicuro come terzino, diventava un “half” in grado di assolvere felicemente alle più ardue consegne tattiche: fu, infatti, come jolly valorizzato da Enzo Bearzot, che lo convocò tra i ventidue azzurri di quella mancata sfolgorante vittoria del Mundial d’Argentina.
Della Juventus destinata a vincere tutto, subito protetta dallo stellone per le doti di corsa e di tecnica del suo collettivo, ispirata al vertice da un presidente geniale e imperativo come Boniperti, Cuccu diventava dunque il perno così detto mobile, giocatore buono per molti usi, anche stopper, in qualche circostanza, tenace nella marcatura, puntiglioso quanto corretto, con momenti di recitativo ispirati al suo piede destro che senza esagerare si poteva definire ciclonico.
Alla fine del campionato 1980-81, Cuccureddu lasciava la sua Juventus per la Fiorentina. Una decisione motivata soltanto dal desiderio di poter guadagnare ancora qualcosina in vista del futuro che non si può mai programmare. Perché negli anni Settanta, la “bonipertiana” Juventus, giunta a vincere tutto, mica arricchiva i suoi campioni, mica li blandiva o vezzeggiava; essendo campioni e per giunta juventini, quindi uomini veri.


ANGELO CAROLI
Antonello era un ragazzo adorabile, ma ne aveva sempre una. Andavo allo stadio per intervistarlo, lo incrociavo nello spogliatoio mentre si faceva curare da De Maria. Gli chiedevo come stava e lui, diventando serio, quasi triste mi rispondeva: «Ho un dolorino qui giù, anzi quassù». De Maria mi guardava e rideva, aggiungendo: «Sono tutte storie». E Cuccureddu scendeva in campo regolarmente. Un giorno, l’anno in cui Zoff arrivò alla Juventus, Antonello voleva lasciare il ritiro di Villar Perosa. Era giovanissimo e si era innamorato di un’adolescente. Aveva la borsa pronta, ma fu bloccato dall’amico Scanu, sardo come lui, il quale gli assestò un ceffone, accompagnato da questa frase: «Se non hai capito cosa vuol dire la parola Juventus, vattene pure a Torino, ma una volta abbandonato il ritiro, ricordati, non sarai più degno della maglia che ti è stata affidata». Antonello pianse, chi non ha pianto nella vita! E non lasciò più la “Signora”, finché non prese la strada per Firenze.


“HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 2012
Un mutante di qualità. Questa la targa sotto il monumento, da vivo, ad Antonello Cuccureddu, protagonista di tanta Juventus, dal novembre 1969 al giugno 1981. Un jolly qualificato, puntello insostituibile dello squadrone bianconero che ha dominato gli anni Settanta. Un camaleontico protagonista di tante vittorie, nato ad Alghero il giorno di San Francesco del 1949, esploso nella Torres a diciotto anni in C, quindi emigrato in continente in quel di Brescia tra i cadetti per la stagione 1968-69. Un buon campionato con tanto di promozione in A, la prospettiva di fare minuti e fiato con le “Rondinelle” anche l’anno dopo e invece, la repentina e improvvisa chiamata della Juventus a campionato iniziato. Galeotto fu l’incontro di Coppa Italia tra i bianconeri e il Brescia, il 6 settembre 1969. Cuccureddu, dieci sulle spalle, che fa a sportellate con Del Sol. Corsa, grinta e un gran destro. Il ragazzo gioca bene e va portato subito a Torino. Giusto il tempo della riapertura delle liste e per Antonello inizia la favola bianconera. Dodici anni di Juve che al cambio fanno 434 presenze e trentanove reti, sei scudetti, una Coppa Italia e una Coppa Uefa.
E proprio ricordando questo trofeo, conquistato nel maggio di trentacinque anni fa, che prende il via l’intervista a Cuccureddu. Cosa rimane dopo tutto questo tempo? «Una grandissima soddisfazione, anche perché quella fu la prima conquista internazionale per la Juventus e per quasi tutti noi che all’estero ancora non avevamo trionfato».
Se chiude gli occhi, qual è la prima immagine che le appare? «Lo stadio di Bilbao. Una bolgia, il pubblico spagnolo che urla, noi che lottiamo con il coltello tra i denti e alla fine la liberazione, la gioia e l’entusiasmo per una Coppa che meritavamo di vincere».
Perché meritava la Juve? «Facemmo un torneo ad altissimo livello. Nei primi due turni eliminammo i due Manchester. Nei quarti il Magdeburgo, un avversario tra i miei preferiti visto che ai tedeschi facevo spesso goal. Ed anche in quell’occasione segnai sia all’andata che al ritorno. Senza dimenticare i russi dello Shakhtar e i greci dell’AEK Atene».
Il 5 maggio 1977, la prima finale a Torino. «Comunale pieno, noi in formazione tipo e Tardelli che al quarto d’ora trova un goal eccezionale. Finisce 1-0, ma l’importante era non prendere goal».
Con la difesa che avevate, la missione non era impossibile! (ride) «È vero. Zoff era insuperabile, Morini un marcatore asfissiante, Scirea era Scirea. Ai lati c’eravamo io a destra e Gentile dalla parte opposta. Oltre a difendere, noi attaccavamo molto: siamo stati la prima coppia di terzini fluidificanti».
Merito del suo passato da centrocampista? «Certamente, ha inciso anche quello. Nei primi anni di carriera giocavo mezzala e segnavo anche parecchio. Nel 1973-74 ne realizzai addirittura dodici, miglior marcatore bianconero dopo Anastasi».
Ma allora perché la trasformazione in terzino? «Fu Carlo Parola che mi suggerì lo spostamento. Mancava un difensore esterno, io mi sono adeguato volentieri, perché il mio eclettismo me lo consentiva. E poi, pur di giocare nella Juve, la mia squadra del cuore, avrei fatto anche il portiere!»
Mai pentito del cambiamento? «No, anche perché il mio modo di interpretare il ruolo era moderno, scendevo molto sulla fascia. E poi da difensore sono arrivato in Nazionale. Anzi, ora che ci ripenso, proprio da terzino con la maglia azzurra ho un ricordo bellissimo: il duello, vinto, con Kevin Keegan, che a metà anni Settanta era uno dei top player mondiali, oltre che Pallone d’Oro».
Torniamo alla Coppa: 18 maggio 1977, il giorno della verità. «Finale di ritorno. Sapevamo che ci aspettava una battaglia. Ma sapevamo anche che un goal noi eravamo in grado di farlo. E così accadde. Con Bettega, al settimo del primo tempo».
Troppo presto? «Sì e no. L’importante era segnare. L’Atletico, però, ebbe una scossa e pareggiò dopo pochi minuti. Noi dovevamo resistere, a un certo punto entrò anche Spinosi al posto di Boninsegna. Riuscimmo a tamponare, anche se il momento veramente difficile arrivò dopo il goal del 2-1 per loro».
Era il 78’, ne mancavano ancora dodici alla fine, un’eternità. «Dodici minuti in apnea. Con la sensazione di assoluta mancanza di forze. Lo stadio stava per esplodere. Pioveva. Non riuscivamo a venir via dall’area del portiere. Erano i fotografi italiani a spingerci».
Ed ecco il fischio finale. «Iniziammo a correre come dei pazzi. Diversi di noi verso la panchina del Trap. Fu una festa bellissima. Per chi c’era, fu una bella rivincita su Belgrado 1973. Per me doppia».
Perché? «Perché io quella finale di Coppa Campioni la giocai solo per pochi minuti. Fu una delusione immensa. Ero sempre partito titolare, non c’erano motivi perché non accadesse anche per la partita più importante».
Come andarono le cose? «So che la decisione definitiva fu presa la sera prima della finale, a mezzanotte. Qualcuno convinse l’allenatore che si sarebbe dovuto giocare con tre punte. Non lo avevamo mai fatto, non era la soluzione tattica migliore. E così, per far entrare un attaccante, fecero uscire me».
E lei come reagì? «La mattina, quando Vycpálek mi dette la notizia, mi misi a piangere. Comunque sono cose che ci possono stare e che rafforzano il carattere e che hanno dato un altro sapore alla Coppa Uefa».
Avete festeggiato dopo il trionfo? «Macché. Boniperti ci disse bravi, ma subito dopo ci ricordò che la domenica successiva ci aspettava l’ultima di campionato contro la Sampdoria. Novanta minuti decisivi, visto che il Torino era a un punto. Il problema è che a causa del maltempo, il viaggio di ritorno fu un’avventura: arrivammo a casa grazie ad un aereo messo a disposizione dall’avvocato Agnelli».
Ma nemmeno questo contrattempo fu sufficiente a fermare la Juve che andò a vincere a Genova. «Facemmo 2-0, anche se alla fine del primo tempo stavamo ancora pareggiando, mentre il Toro vinceva. Nell’intervallo arrivò la carica giusta, anche grazie al Trap e al presidente. Quello scudetto fu magnifico: cinquantuno punti, un record e i granata secondi a una lunghezza. Una bella rivincita rispetto all’anno prima».
Quali sono gli altri momenti di vita bianconera ai quali è più legato? «Dal mazzo pesco il goal all’esordio contro il Cagliari, davanti alla mia gente e la rete all’ultimo minuto contro la Roma per lo scudetto nel 1973».
Com’è finita la sua storia bianconera? «In modo strano. Era il 1981. Entrai in una trattativa con Fiorentina che avrebbe dovuto portare Vierchowod alla Juve, ma ciò non avvenne. E quando la dirigenza bianconera pretese il mio ritorno a Torino, da Firenze dissero di no».
Che cosa sta facendo adesso? «Aspetto una buona panchina. Nel frattempo do una mano ai miei due figli per la prossima apertura del loro locale che si chiama Embarcadero e che si trova ad Alghero».



9 commenti:

Giuliano ha detto...

mi ricordo ancora i rigori di Cuccureddu: sempre uguali, una cannonata in faccia al portiere, stile spaghetti-western: "o ti sposti o sei finito!"
:-)
Ne ha segnati tanti, segnava anche su punizione, poi ne ha sbagliato uno importante e hanno cambiato rigorista. (Bettega i rigori non li tirava mai, chissà perché).

Anonimo ha detto...

Il gol di cuccureddu alla Pistoiese NON FU su calcio di punizione. Una gran botta da 40 metri su azione.

Zio Pino ha detto...

La seconda maglia juventina '76-'77, quella blu chiara con le semplici doppie righe bianche su colletto, maniche e bordo dei calzettoni, ornata dall'unica stellina dorata sul petto, era così elegante da rendere addirittura bello Cuccureddu. Fate voi, che meraviglia di stile potesse essere..... :-0

Stefano ha detto...

Sono d'accordo con te, Zio Pino, quella maglia era meravigliosa. Ma ancora di più, a mio parere, quella di qualche anno prima, col girocollo bianco e nero. Abbinata alle calze bianche era di un'eleganza impressionante.

Zio Pino ha detto...

Mmmmmm..... Sai che non credo di ricordarmela, Stefano? Me ne sovviene una di metà anni '70, total-black con una grande stella bianca, stile Junior Casale: pantaloncini in tinta, ma non ne rammento girocollo e calzettoni. Ti riferisci forse a quella?

Stefano ha detto...

Mi riferisco a questa: http://ilpalloneracconta.blogspot.it/2008/06/silvio-longobucco.html
La foto è in bianconero, ma è azzurra.

Zio Pino ha detto...

Grazie...:-). Sai che non la ricordavo PER NIENTE? :-0. Sì, hai ragione, molto bella. Io resto affezionato a quella indicata nel mio post, credo che il colletto aperto le conferisse una 'forza' particolare. Aveva il bottoncino, rammento come ora un primo piano di Bonimba che se lo chiudeva nell'asola, con sguardo dardeggiante, prima dell'inizio di un incontro di Coppa.... Pareva una muta dichiarazione d'intenti, quel suo gesto ;-). In generale, secondo me il '76/'77, da un punto di vista meramente stilistico, in qualche modo anticipò i trionfali Anni '80 del design italiano: quella nostra seconda maglia, ma soprattutto quelle principali del Toro (completamente granata, con il solo piccolo simbolo affiancato allo scudetto), e della Lazio (splendida: celeste con scollo a 'V' semplice, senza colletto, pantaloncini blu cobalto - azzardo combinativo epocale, per i tempi, ma indovinatissimo -, calzettoni completamente bianchi). Tutto ciò detto, complimentoni per il tuo blog, che non conoscevo! :-D

Zio Pino ha detto...

(....Cioè....sempre che sia TU il redattore di questo blog, ché dalla home, in realtà, non riesco a capirlo.... :-0)

Stefano ha detto...

Sì, sono proprio io il redattore di questo blog! Grazie mille dei complimenti, mi riempiono di gioia! :-)