martedì 13 dicembre 2016

Armando MIRANDA

Brasiliano, nato a São Paolo il 12 dicembre del 1939, ultimo di dieci fratelli, attaccante del Corinthians. Mezzala ambidestra o centravanti è tesserato come oriundo (padre e madre di origine italiana, di San Giuliano presso Napoli). Miranda è un ragazzone di un metro e ottantadue per ottanta chili, con una strana rassomiglianza con il suo connazionale Angelo Benedicto Sormani, e con un tiro fulminante. La Juventus lo strappa al Flamengo, nella stagione 1962-63, rimandando a casa, senza averlo mai impiegato, un certo Amàro (altro brasiliano) fatto venire a Torino in un momento di disattenzione. Erano tempi di difficili ed anche per un club serio come quello bianconero era facile fare confusione. Chi lo vede in allenamento rimane allibito: questo ragazzone di ventiquattro anni, che ne dimostra almeno trenta, è goffo sia nel palleggio sia nella corsa, non molto rapido nello scatto. Una dote, Armando, ce l’ha: il suo tiro è un’autentica cannonata, pronta a esplodere da qualsiasi posizione del campo.
Armando possiede anche una notevole personalità; gli avversari sentono la sua presenza in campo e questo favorisce il gioco di compagni. Non ha paura degli stopper avversari: «I centromediani italiani mi appaiono più duri di quelli brasiliani, ma nemmeno troppo; insomma, non sono quegli orchi di cui mi raccontavano. Io sono abituato, in Brasile o in Italia, ad avere un uomo che mi marca senza tregua, per paura del mio tiro».
Miranda si presenta al pubblico italiano il 14 ottobre 1962 allo stadio Olimpico contro la Roma, segnando il goal che consente alla Juventus di pareggiare quello del romanista di Lojacono; è un goal su punizione da trentacinque metri che Cudicini, portiere giallorosso, non vede nemmeno. La domenica, al Comunale, la gente che si prepara a fischiare quel tipo grosso, formato agricoltore texano che corricchia trascinando per il campo il suo testone, è zittita dalla doppietta di Miranda.
Altri sette giorni, vittoria 1-0 nel derby con rete decisiva di Miranda su punizione: il portiere granata Vieri, non riuscirà a capire, per anni, come ha fatto a prendere un goal così, da più di trentacinque metri. Rientra da un infortunio il 4 novembre in Juventus-Napoli giusto in tempo segnare la rete decisiva dell’1-0, questa volta di testa. Quattro partite, cinque goal. Se si fosse presentato così Maradona, vent’anni dopo, i giornali sportivi sarebbero impazziti. La Juventus con Miranda gioca praticamente in dieci, finché la palla non arriva nei paraggi di questo strano brasiliano, che di colpo fa esplodere il suo tiro terrificante, che quando centra la porta, è sempre decisivo.
Poi, entra in ballo la sfortuna, sotto forma di uno strappo muscolare, che lo toglie dal terreno di gioco; rientra giusto in tempo per la partitissima di Bologna e, naturalmente, segna ancora su punizione. Altri infortuni, in seguito, e qualche altra fugace apparizione: Juventus-Spal, ultima di campionato, sarebbe un fiasco se Miranda non segnasse il suo goal, finisce 2-2 e il secondo posto è salvo.
Armando, pur chiudendo la stagione con dodici goal in diciassette partite, a fine stagione deve ritornare in Brasile con Siciliano, per far posto alla coppia formata da Nené e Dino Da Costa.
Miranda se ne andò, lasciando qualche rimpianto e una serie di goal favolosi, soprattutto realizzati con bordate lunghe e forti. Segnò anche da oltre metà campo e qualcuno si prese la briga di misurare la distanza: quarantanove metri. Per molti portieri la sua partenza fu la fine di un incubo; con Armando avversario, c’erano da rivedere tutte le teorie, si doveva entrare in allarme non appena il brasiliano passava la linea di centrocampo palla al piede.
Purtroppo, nonostante la statura, era molto debole nel gioco di testa e Sivori, abituato agli assist aerei di John Charles, non si trovava a proprio agio di fronte ai goal di forza e nient’altro di questo ragazzone grezzo e sgraziato.
Si disse che era stato il parere negativo dell’ancora potente, sia in campo sia nello spogliatoio, Omar a segnare il destino di Armando Miranda. Ma il dinoccolato brasiliano resta comunque, e con buoni motivi, nella storia della Juventus.


GIANCARLO DE BETTA, “HURRÀ JUVENTUS” GENNAIO 1968
Cinque anni fa debuttò nella Juventus, a Roma, contro la Roma. Cinque anni e un pezzetto. Era la fine di ottobre del 1962. Si chiamava Armando Miranda, era brasiliano, apparteneva al Corinthians di São Paulo, ma stava giocando in prestito nel Flamengo di Rio. Era un tipo strano: una castagna di piede che faceva spavento, una “cattiveria” sempre presente nell’arco della partita, un senso del goal notevole. Per il resto, nebbia: niente classe, niente senso collettivo del gioco, pessimo carattere, del tipo introverso.
Miranda era in vendita già dal novembre del 1961: e costava solamente 30.000 dollari. Il Corinthians non lo voleva nelle sue file non perché non avesse delle qualità, bensì perché era un litigioso. E si era urtato presidente del Corinthians, l’avvocato Wadib Helù. Così Helù aveva deciso: Miranda è in vendita. Lo aveva visionato Sansone e Montanari per il Bologna, nel novembre del 1961, quando i due si recarono in Brasile per l’acquisto di Silvio Farla, centravanti della Portuguesa. Al Bologna erano scontenti di Nielsen (toh, i corsi e i ricorsi della storia, come furono scontenti del danese più tardi, come scontento è, oggi, Herrera). I due tecnici italiani non gradirono Silvio Farla, allora  visionarono Jair (quello della Roma, oggi), ma in quella circostanza non stavano cercando un’ala destra, videro all’opera Miranda: ma non ne furono entusiasti. Miranda rimase al Flamengo, in prestito.
Durante la Coppa del Mondo in Cile, la Sampdoria (che avrebbe comperato più tardi Toro in Cile e Da Silva in Brasile), ci fece su un pensierino. Ma con due stranieri, la società ligure voleva allora un oriundo, e Miranda in Brasile era considerato brasiliano figlio di spagnoli. Fu quando si profilò la possibilità di uno scambio Amàro-Miranda che quest’ultimo divenne di origine italiana, anzi napoletana. Non so bene con quale veridicità: può anche darsi che le primitive informazioni fossero sbagliate e quelle successive esatte. In ogni caso, Nasone Miranda venne a Torino con l’etichetta di oriundo. Non ingranò mai nella vita calcistica italiana. E a fine stagione fu ceduto al Catania, insieme con Battaglia, laddove avrebbe trovato quel Cinesinho che Moratti aveva acquistato nel 1962 da suoi emissari in Brasile per poi prestarlo per un anno al Modena, e quindi cederlo, fretta per fretta, al Catania.
Juventus e Catania furono le tappe di Miranda in Italia, sotto la regia di Amaral e di Di Bella. Non si adattò al gioco italiano, al tipo di vita che un calciatore deve condurre in Italia. Rientrò nella natia São Paulo nel 1964. E si presentò alla Juventus, di São Paulo, dove chiese di giocare. La Juventus è una società di Serie A della capitale paulista, del gruppo delle piccole. La società però è assai ricca e molto bene organizzata. Ora si è costruito uno stadio e degli impianti sportivi per tutte le discipline sportive, e conta oltre 40.000 soci proprietari, facendo quindi concorrenza al Palmeiras. Presidente di questa Juventus è il signor Ugolini, industriale del ferro, brasiliano, figlio di lucchesi, il quale ha dato un impulso enorme alla società.
Miranda si allenò, giocò nelle riserve, poi passò in prima squadra. La Juventus di São Paulo chiese alla Juventus la concessione di un prestito del cartellino, che fu concesso a titolo quasi gratuito. Tutto ciò va detto perché il mondo degli sportivi sappia quale sportività regge i dirigenti bianconeri negli affari, compresi quelli che non furono affatto felici: com’è il caso di Miranda.
Ma intorno al 1965 Miranda si staccò anche dalla Juventus di São Paulo e si allenò giocando nella Portuguesa, l’ex squadra di Julinho e di Jair. Logicamente la Juventus di Torino era al corrente di tale prestito, e ne dette il benestare. Ma anche alla Portuguesa Miranda ebbe vita corta.
Un giorno si mise la cenere sulla testa e andò in ufficio del presidente, in piazza Clovis Bevilacqua, a São Paulo. E disse: «Signor presidente, io nella vita di calciatore ho sbagliato tutto: qui con lei, al Corinthians, nel Flamenco a Rio, a Torino nella Juventus, nel Catania, e poi ancora in Brasile. Mi scusi e mi voglia perdonare con tutti i presidenti di club per i quali ho giocato nella mia vita. Ma non sono ancora da sbattere via: lei non mi può aiutare?»
Era già molto, tutto questo discorso, per un tipo introverso e strafottente come Miranda. L’avvocato Helù si sforzò di capirlo e gli trovò un posto al sole. Era il mese di luglio scorso, un dirigente dell’Atletico di Barranquilla (Colombia) era venuto a São Paulo insieme con l’allenatore, un ex giocatore uruguayano di valore. Avevano bisogno di un giocatore d’attacco. L’avvocato Helù presentò loro Miranda, che stava assistendo alla partita di campionato fra Corinthians e Guaranì di Campinas. L’affare fu subito fatto, cifra del tutto simbolica, 1.000 dollari, tanto per le spese di corrispondenza.
Questa è la Juventus: e nel mondo, per grande che esso sia, tutti sanno che cosa vuol dire Juventus anche in questo non facile campo. Lo ha imparato perfino Miranda, che se oggi può ancora giocare a onta delle bizze e dei malumori suoi, deve ringraziare la società torinese. E l’ha fatto con parole alla buona, pochi mesi fa, quando lo vidi con le valigie in mano, pronto a iniziare l’ennesimo trasferimento della sua vita errabonda e sconclusionata.

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