domenica 12 giugno 2016

Beniamino VIGNOLA

Nato a Verona il 12 giugno 1959, cresce nella squadra scaligera e dall’organico gialloblu, dopo aver debuttato in Serie A, si separa nell’estate del 1980 per accasarsi all’Avellino. La Juventus, battuta una nutrita concorrenza, si assicura le prestazioni del biondo rifinitore per il campionato 1983-84. Dotato di una classe limpidissima e di un tiro preciso e potente che usa con una discreta disinvoltura, Vignola difetta di continuità essendo fisicamente molto fragile; abbastanza veloce e reattivo, con un discreto dinamismo ma poco solido nei contrasti, necessita spesso di pause quasi fisiologiche, tanto è vero che Brera lo definisce il nuovo abatino (ogni riferimento a Rivera è puramente voluto): «Credo che, nel calcio, questi paragoni lascino il tempo che trovano, capisco la necessità di scrivere sempre qualcosa di nuovo, di stimolare la fantasia dei tifosi e, riconosco, di avere qualche punto di affinità con Rivera, ma vado avanti per la mia strada, senza lasciarmi suggestionare. Vorrei essere soltanto Vignola, con i suoi pregi e difetti», afferma.
Vignola dimostra, comunque, grande intelligenza riciclandosi come dodicesimo uomo, in modo da mettere a frutto le sue non trascurabili qualità e dando un valore aggiunto tutte le volte che viene chiamato in campo, mascherando, nel contempo, i propri difetti: «Ad Avellino sono maturato ed ho acquisito esperienze in quello che è il mio ruolo specifico e, cioè, di centrocampista che ordina e inizia il gioco. Sono, in pratica, un regista in vecchio stile, se mi è concesso di usare ancora questo termine. Sono arrivato alla Juventus per giocare, questo è assodato, ma mi basterebbe lottare alla pari con gli altri per un posto da titolare».
In bianconero vive il suo miglior momento nella seconda parte della stagione 1983-84 nella quale il fantasista, con i suoi goal, è decisivo nella favolosa accoppiata scudetto e Coppa delle Coppe. Da ricordare il goal su rigore all’ultimo minuto contro la Fiorentina o la doppietta al Comunale contro l’Udinese; soprattutto, resta nella memoria quel bellissimo goal al Porto, nella finale di Coppa delle Coppe. A Torino si ferma anche per la successiva stagione, caratterizzato dalla conquista della Coppa dei Campioni. Viene ceduto al Verona nell’estate 1985, per poi tornare alla Juventus l’anno successivo, ma il fuoco è oramai spento per cui lentamente, ma inesorabilmente, si chiude il sipario. Alla fine totalizza 127 presenze con diciotto goal.


GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 1984
Beniamino. Mai, forse, nome è stato più azzeccato, più consono al personaggio. Che, in effetti, beniamino è diventato, a tempo di primato, e ben prima, si badi, che il supporter bianconero avesse la prova del valore, dell’importanza anche strategica del campione. Vignola, insomma, è un predestinato. Al successo, alla gioia, all’essere oggetto di attenzioni speciali da parte dei tifosi, senza distinzioni di settori dello stadio, tribuna o curva pari sono. Certo, è facile, oggi, tessere le lodi di Beniamino Vignola. Ci sono episodi recenti, e financo recentissimi, che testimoniano del ruolo che il veronese è stato capace di conquistare nella squadra chiamata Juventus, che ci sia o che manchi quel grandissimo, impagabile fuoriclasse a nome Michel Platini. Diciamo allora che, da pochissimo tempo, e segnatamente da quel Juventus-Fiorentina del primo di aprile, abbiamo potuto verificare pienamente il talento e l’importanza fin prospettica di Vignola, messo lì, nel cuore della squadra, a dimostrare quanto valga in realtà non come staffetta o pedina tattica a gioco in corso, ma come uomo squadra, giocatore a tutto tondo, campione completo. Ed è stata, crediamo per tutti, scoperta piacevole e fin esaltante.
Essere predestinati può anche voler dire assomigliare, non per volontà propria, certamente, a qualcun altro, magari grandissimo campione, magari simbolo addirittura di un’epoca. E Vignola, voce di popolo, è stato subito, all’inizio della sua carriera, avvicinato nientemeno che a Gianni Rivera. Paragone grande, inquietante. Non esatto, si capisce, perché le somiglianze son sempre un fatto relativo, approssimativo, tremendamente soggettivo. Paragone, comunque, calzante. Beniamino, a Verona e ancor più nella piena maturazione avuta ad Avellino, ha impreziosito un repertorio già ricco di altri particolari tecnici e tattici significativi. Ha imparato, lui così minuto e perbene, così poco loquace e insomma timido, a essere trascinatore, uomo squadra, tutto. Conta la classe, la grinta, non la chiacchiera. E Vignola, che ha iniziato da subito ad applicare questa elementare massima, non poteva che finire nella Juve, dove i fatti sono da sempre regola di vita. Abbiamo fatto un breve passo indietro, ma ci voleva. Adesso torniamo rapidamente al presente.
Vignola, nella squadra bianconera, si presenta senza far proclami e con quella modestia che non va mai confusa con rassegnazione. E dire che, in un contesto dove vi sono campioni assoluti come Platini e Tardelli, tanto per citarne un paio, sarebbe fin plausibile per un ragazzo nuovo venuto a subire una sorta di sudditanza, accusare il salto dalla provincia dove si diventa pedine del gran gioco. Ma qui salta fuori il carattere, e magari la predestinazione di cui si diceva in apertura. Perché Vignola, oltre al talento di primissimo ordine, ha uno di quei caratteri tagliati con l’accetta. E non mollerebbe neppure se il suo antagonista di maglia fosse Pelè più Sivori più Eusébio, altro che storie. Del resto, il Trap ha subito ben chiaro quale può essere la funzione tattica del ragazzo. Nelle mille pieghe che può prendere una partita ci sono soluzioni a bizzeffe che consentono l’impiego di Vignola. L’importante è poter disporre di un campione duttile, che sappia lavorare, oltre che con i piedi, anche con il cervello. E Vignola è l’uomo giusto, lo si capisce di primo acchito. I tifosi lo invocano, non per polemizzare con diverse scelte di partenza del mister, ma proprio a sottolineare come l’ingresso, a gioco in corso, di Beniamino, possa rappresentare una svolta del match. Il che, puntualmente, avviene. Il Trap getta nella mischia un talento capace di sconvolgere qualunque piano tattico, con un contributo di estro e di fantasia che in pochi hanno.
Nasce sul campo e fuori un’intesa Platini-Vignola che ha del portentoso, se si considera che, secondo molti addetti ai lavori, i due hanno le medesime caratteristiche e quindi dovrebbero tendere a sovrapporsi, creando addirittura inconvenienti seri alla squadra.  In realtà, i due parlano un linguaggio molto simile, che li porta a costruire insieme alcuni dei fraseggi più spettacolari e al tempo stesso essenziali del campionato. Ricordiamo Udinese-Juventus, con triangolo lungo tra Michel e Beniamino e palla di ritorno al francese, che fulmina in goal. Ma non dimentichiamo neppure Milan-Juventus, con giocata rapsodica di Platini finalizzata per il tocco vincente di Vignola. Per non parlare di Haka-Juventus in quel di Strasburgo, dove il copione di Milan-Juventus viene ripetuto con pochissime varianti. Abbiamo lasciato al fondo, e non a caso, il goal di coppa, per cogliere un rilievo non soltanto statistico. Vignola, a Strasburgo, segna il goal partita, su imbeccata di Platini, al novantesimo spaccato. È un goal di enorme valore simbolico, perché cancella tutte le paure, tutte le delusioni di un pubblico meraviglioso accorso a vedere una Juve forzatamente un po’ svagata, a corto di concentrazione. Un goal all’ultimo minuto denota sempre freddezza estrema, nervi saldissimi, insofferenza allo stress, alla fatica di una gara che volge al termine.
La riprova clamorosa di queste doti, Beniamino la fornisce qualche settimana dopo. È storia di ieri. Juventus-Fiorentina si decide con un rigore. Vignola, a tempo pieno uomo squadra in una formazione orfana di Platini influenzato, stavolta non è soltanto il jolly che scombussola i piani dell’avversario. Può diventare, e di fatto diventa, l’uomo partita. La sua freddezza diventa proverbiale. E il rigore che aggiunge un altro tassello al mosaico di un professional esemplare, che ha appena cominciato a mostrare compiutamente tutte le sue doti. Nasce nella Juve un campione inedito, universale. Ne ha bisogno la squadra bianconera, al presente e ancor più per il futuro. Beniamino, di nome e di fatto.


NICOLA CALZARETTA, “HURRÀ JUVENTUS” APRILE 2012
«Pronto, buongiorno è “Hurrà Juventus”. Cercavo Beniamino Vignola». «No, mi dispiace: Franco non c’è, riprovi più tardi». Franco? Parte cosi la rincorsa a uno dei giocatori bianconeri tra i più apprezzati e ricordati. Merito di un sinistro morbido e delicato, di una visione di gioco illuminata, di un carattere accomodante e dell’eccezionale capacità di saper cogliere l’attimo. Un part-time player che lasciato una profonda traccia nella memoria bianconera. Quattro le stagioni alla Juventus, intervallate da una parentesi al Verona nel 1985-86. Arriva nell’estate del 1983 insieme a Stefano Tacconi. Il suo acquisto fa felice Michel Platini che, pare, abbia sponsorizzato la conclusione dell’affare. Eh già, perché dopo tre anni di fila ad Avellino, il nome di Vignola è uno dei più gettonati nel mercato estivo. La Fiorentina sembra oramai aver chiuso l’operazione, quando si muove Boniperti. Il blitz bianconero scompagina i piani e Vignola prende la via di Torino. Ha solo ventiquattro anni, ma con quelle gote che si arrossano all’istante, ne dimostra ancora di meno: «In quella Juventus ero uno dei più piccoli. A parte Zoff e Bettega che non c’erano più, gli altri big erano tutti lì, da Gentile a Cabrini, da Scirea a Tardelli, e poi Boniek e Paolo Rossi. Per finire con il professore, Michel Platini».
Ma è vero che Platini spinse perché la Juventus la prendesse? «Diciamo che dichiarò più di una volta che Vignola era uno dei giovani più interessanti del campionato. Con una campagna elettorale così la strada per arrivare alla Juve era un po’ più spianata. A parte le battute, al di là di tutto c’erano anche dei motivi tecnico-tattici».
Ossia? «Senza falsa modestia da un punto di vista tecnico potevo dire la mia e per gente come Michel che amava il palleggio era sicuramente più piacevole giocare. Tatticamente la mia presenza gli consentiva di poter stare più avanti, più vicino alla porta. Cosa che lui amava moltissimo».
Quali erano i programmi a inizio stagione per lei? «Ero realmente il dodicesimo giocatore. Partivo dalla panchina, ma era quasi sicuro il mio ingresso in campo. Trapattoni mi vedeva bene, sia quando la partita meritava una svolta, sia quando c’era da aumentare il numero a centrocampo».
E spesso usciva una punta, giusto? «Diciamo che era la mossa più frequente. Anche se, con il mio ingresso, Platini andava a fare il centravanti e dunque, in attacco non si perdeva nulla. Certo Paolo Rossi e Boniek non erano per niente felici di uscire!».
Come faceva a entrare subito in partita? «Intanto c’è una questione fisica: non avevo bisogno di molto riscaldamento. Avendo una struttura minuta, entravo subito in carburazione. Poi c’è il fattore mentale: andavo in panchina carico e concentrato, come se fossi già in campo. In più avevo una certa facilità di lettura della gara, il che mi aiutava molto. Infine ero alla Juve e con certi compagni a fianco, mi creda, è molto più semplice giocare, anche se si entra a partita in corso».
Il finale di stagione 1983-84 la vide grande protagonista. «Eravamo in lotta su due fronti, campionato e Coppa delle Coppe. A un certo punto ho giocato dall’inizio, quasi sempre al posto di Penzo. Da lui ho ereditato la maglia numero sette».
Che cosa ricorda di Juventus-Fiorentina del primo aprile 1984? «Intanto che avevo il dieci sulle spalle. Ed era la prima volta. Il Professore era in tribuna quella domenica. E poi ricordo bene cosa successe all’ultimo minuto sullo 0-0».
Ce lo racconta? «Ci fu un contatto in area tra Pecci e Boniek e l’arbitro fischiò il rigore. Non so perché, ma presi subito il pallone in mano io e lo misi sul dischetto. Fu un gesto istintivo, di pancia. Adesso, mi vengono i brividi al pensiero della responsabilità che mi presi. Devo dire, comunque, che intorno a me non ci fu la ressa per battere il rigore. E sì che c’era gente come Cabrini, Paolo Rossi, lo stesso Boniek».
Sinistro potente, portiere da un lato e pallone d’altro. «Ero tranquillo, ad Avellino ero io il rigorista. Quella con la Fiorentina, non era ancora una partita decisiva, ma il successo ci consentì di tenere la Roma a distanza. Molto più pesante fu la vittoria contro l’Udinese due giornate dopo».
21 aprile 1984, Juventus-Udinese 3-2 e Vignola ancora protagonista. «Ero in panchina quella domenica. Passammo per primi in vantaggio con Paolo Rossi, ma poi iniziammo a faticare. Verso la fine del primo tempo ci fu l’uno-due dell’Udinese. Prima Mauro e poi Zico, 2-1 per loro».
Intervallo. «Trapattoni mi disse di prepararmi, che sarebbe uscito Boniek. Faceva caldo, ci misi meno del solito per avviare il motore. Stavo veramente bene, sentivo la fiducia di tutti».
Doppietta e controsorpasso riuscito. «Feci due goal, era la prima volta che mi succedeva con la maglia della Juve. Il secondo lo segnai addirittura di destro. Fu l’allungo decisivo, anche perché la Roma pareggiò proprio ad Avellino. Mancavano tre giornate alla fine e con quattro punti di vantaggio avevamo messo un’ipoteca sullo scudetto».
Il tricolore arriva il 6 maggio 1984: dieci giorni dopo c’è la magica notte di Basilea. «Una cosa meravigliosa. La mia prima finale europea. Per fortuna alla Juve erano abituati a certe atmosfere. Trapattoni mi mise dentro dall’inizio. Devo dire che la tensione si sciolse non appena entrati in campo. Quella sera giocammo con la maglia gialla ed io avevo il “mio” sette».
Al tredicesimo minuto la sua zampata che spezzò l’equilibrio della finale. «Fu un goal strano. L’idea c’era, ma fui anche costretto a tirare in porta. Attendevo il movimento dei miei compagni, ma più avanzavo, più non vedevo “gialli”. Allora decisi di incrociare al massimo, puntando all’angolo opposto. Un bel goal, devo dire».
Scudetto e Coppa della Coppe: una doppietta niente male al suo primo anno alla Juve. «Fantastico. Peccato che la favola è durata poco. L’anno seguente feci ancora panchina, la squadra in campionato non andò bene. Ci fu la Coppa Campioni, ma speravo in qualcosa di più. Così quando a fine anno mi prospettarono il passaggio a Verona, dissi sì. Ma feci un errore, perché fu una stagione anonima. Avrebbe dovuto essere il mio trampolino di lancio, ma non andò così. Tornai alla Juve, ma non c’era più la magia dei primi tempi. E forse ho perso i treni giusti».
Ultima domanda: ma chi è Franco? (ride) «Sono io. È il mio secondo nome e in famiglia e nella cerchia degli amici mi chiamano così. Beniamino è per tutti gli altri».

10 commenti:

Giuliano ha detto...

Scrivo questo commento più che altro per ringraziare: è un gran bel sito, ben fatto e molto ricco.
Mi ci sto divertendo da qualche giorno, aspetto di leggere i prossimi, e intanto che ringrazio aggiungo la mia convinzione più profonda.
Quelli che parlano di Juve “dal di fuori” non sanno che tutte le volte che alla Juve si sono spesi milioni e miliardi poi la squadra è andata male: l’esempio più clamoroso, la Juve di Maifredi.
Alla Juve arrivano giovani quasi sconosciuti (Zambrotta, Tardelli, Camoranesi), gregari oscuri (Marocchi, Bonini), campioni anziani (Boninsegna, Altafini...): sono loro che ci hanno fatto vincere così tanto. In altre squadre (una soprattutto, non dico quale tanto lo capiscono tutti) allenatori affermati, campioni a livello europeo, nazionali under 21 hanno chiuso subito la loro carriera; qui da noi capita il contrario.
Ho ascoltato di recente un giornalista in tv (per di più anziano) criticare la campagna acquisti della Juve dicendo “...ma una volta la Juve comperava Zidane!”. Io me lo ricordo, quando è arrivato Zidane: era uno di cui si diceva bene, ma le perplessità erano tante, soprattutto nei primi mesi quando passeggiava per il campo con aria sperduta. Zidane è diventato Zidane alla Juve, e quanti altri esempi si potrebbero fare...
Da questo punto di vista, direi che lo juventino ideale è Torricelli; e poi ben vengano i campioni, se c’è in giro un altro Sivori o un altro Buffon.
Grazie ancora!

bidescu ha detto...

grazie Giuliano, per il tuo commento e per i complimenti ... sai, ho sempre pensato che è facile essere juventini oggi ... frequentando tanti forum, si scoprono ragazzi che hanno visto solamente la Juve di Lippi e nient'altro e sono delusi per l'eventuale arrivo di Xabi Alonso o di Amauri ... dimenticano che la Juve, purtroppo, non è stata solamente Zidane, Buffon e Del Piero ... è sempre stata una Juve fatta anche da "gregari" e da umili "portatori d'acqua" ... giocatori come quelli che hai nominato (ma ce ne sarebbero a centinaia) hanno fatto la storia come i grandi, celebratissimi campioni ... perché, con 11 campioni non si vince mai ...

Anonimo ha detto...

Perché VIGNOLA benché: Sivori, Baggio, Platini e Del Piero?
Facile: quel sinistro alla ungherese (mezza punta e mezza tomaia), quello stadio semplice, quelle bandiere semplici, quella voce di Ciotti, quella fresca e piovigginosa sera di maggio, quell'unica finale europea della Juve (senza ritorno e vinta sul campo), quell'avversario chiamato "Porto" dopo quello chiamato "Manchester", quelle divise senza ghirigori, quel pallone di cuoio, quel calcio (vero, autentico, pulito, qualche anno prima della sua fine), quel trofeo esteticamente più bello, quel trofeo che esigeva l'emozione delle sfide senza appello prima in Italia (coppa nazionale) e poi in Europa (Coppa delle Coppe). Esistono competizioni più esaltanti? Esistono? Ripeto: COPPA DELLE COPPE. Esiste un nome più bello? Non ditemi "esagerato", cari amici iuventini. Sì: quella è la MIA JUVE che ricordo e racconto. La Juve di Beniamino VIGNOLA e di un altro egualmente BELLO DI NOTTE.

Anonimo ha detto...

Se è vero che l'unica finale europea vinta dalla Juve sul campo è la Coppa delle Coppe, se trattasi di una finale a partita unica, se alla conquista di tal trofeo può partecipare solo il club che ha già vinto una competizione nazionale ad eliminazione diretta, se tali competizioni (dalla prima partita in Italia all'ultima in Europa) sono per essenza le più esaltanti, debbo necessariamente concludere: amo Boniek e Vignola più di me stesso.

Ricordo la voce di Ciotti, ricordo le seguenti parole: "un sinistro alla ungherese (mezza punta e mezza tomaia), è stata una cosa eccezionale, un gol da favola, soltanto un attaccante di grande classe, solo un uomo convinto del gol può fare una cosa di questo genere".

La Coppa dei Campioni?
Sì: bella in sè, ma prevede scudetti o tornei a punti e perciostesso non esaltanti.

La Coppa Uefa?
Sì: bella in sè, ma prevede egualmente tornei non esaltanti.

La Coppa Intercontinentale?
Sì: bella, ma vi rendete conto dove si gioca?

La mia Juve è una sola: quella di Basilea (16 maggio 1984).

Per tutto il resto (vittorie e calciatori da Sivori a Platini a Del Piero): provo rispetto ma nemmeno l'ombra di un'emozione.

Per finire. Cari juventini, ricordate e gioite. Nelle bacheche di Inter e Real: la Coppa delle Coppe non c'è e non ci sarà mai.
E come non c'è questo meraviglioso trofeo (anche nella sua forma): allo stesso modo non ci sono più né i palloni nè le stupende divise di un tempo.

Anonimo ha detto...

Ho già espresso i miei pensieri su Vignola, ma voglio ribadirli con altre parole: nel momento in cui il calcio bello e vero del mercoledi europeo non esiste più in tutto e per tutto (dalle formule inquinate delle cosiddette Champions ed Europa League per finire alle finali giocate di sabato, alle mutevoli divise e scarpette e palloni stravolti con obbrobriose scritte e loghi dappertutto e colori carnevaleschi da sembrar di vedere foot bal americano e non più riconoscere la squadra che ami).
Tifosissimo della Juve, quasi infastidito dalle vittorie nazionali prive di riscontri continentali, affascinato dalle gare ad eliminazione diretta, perciostesso attratto dalla Coppa delle Coppe che era competizione totalmente con tale formula (dalla prima gara di Coppa Italia fino all'ultima in Europa), tante volte illuso e poi deluso da vari campioni (Zoff, Bettega, Causio, lo stesso Platini ecc.), affascinato anche dalla forma elegante del trofeo, ascolto la radiolina, sento la voce unica di Ciotti, ne avverto la straordinaria capacità descrittiva, nel momento meno atteso, interviene Luzi, interrompe Sandro ed esclama: "gol, gol di Vignola, gol di Vignola, splendida azione di Vignola, si è impadronito della palla Vignola e di sinistro ha lasciato partire un tiro che si è insaccato nell'angolo basso opposto a quello di tiro e per il portiere portoghese non v'è stato niente da fare...". Un altro cronista (Moretti) dalla tribuna stampa dice: "un gol veramente da favola, io non lo so, un sinistro alla ungherese (mezza punta e mezza tomaia, è una cosa eccezionale, ha preso completamente in controtempo il portiere, è un tiro assolutamente imparabile)". E poi ancora: "soltanto un attaccante di grande classe, solo un uomo convinto del gol può fare una cosa di questo genere". Questo è Beniamino Vignola. Cosa aggiungere? Poco: dire solo che quella di Basilea fu l'unica finale secca vinta dalla Juve sul campo in tutta la sua storia continentale. Era la notte di mercoledi 16 maggio 1984: di fronte c'era il Porto di Pedroto.

Anonimo ha detto...

Com’era bella la COPPA DELLE COPPE.

Se alla conquista di tal trofeo partecipa solo il club vincitore di una competizione nazionale ad eliminazione diretta, se tali competizioni (dalla prima gara in Patria all’ultima in Europa) sono per essenza le più esaltanti, debbo necessariamente aggiungere: com’era fascinosa la Coppa delle Coppe.

Com’era fascinosa in tutto e per tutto: si osservi il trofeo. E’ l'unico, tra gli altri, a posseder sembianza di coppa: non molto grande, non molto piccolo, elegantissimo, proporzionato, elevasi con armonia e garbo dalla base ai manichi.

E come non c'è più questo meraviglioso trofeo (anche nella forma): allo stesso modo non c'è più quel footbal.

Sì: nemmeno le divise.

Sì: quelle gialle della JUVE, in quel di BASILEA, fresco piovigginoso mercoledi 16 maggio, stadio piccolo e aggraziato come il goal di VIGNOLA e suo tocco per il BELLO DI NOTTE.

Anonimo ha detto...

Ciao, Beniamino.

L'anonimo che scrive di te: è qull'anonimo che spesso ti ha scritto e telefonato distraendoti forse da occupazioni più importanti a cui devi oggi pensare.

Una tua foto con autografo e dedica è ancora il mio sogno proibito: chissa se un giorno potrò riporla nel cassetto delle mie cose più care.

Scusami se mi comporto da bambino: pur avendo qualche anno più di te.

Ma sono felice di vivere da bambino che sogna ed ama quel calcio che non c'è più.

Vivo nella provincia di Avellino, sono tifoso della Juve e ancor più della Juve: sei tu, Beniamino, nell'intimo del mio animo.

Sono cose che la ragione non spiega.

Sì, Beniamino, è la notte di Basilea, il tuo sinistro da favola: la causa prima dell'affetto incommensurabile per te.

Ti auguro il massimo bene possibile insieme a tutta la tua famiglia.

Anonimo ha detto...

Meno male che questo sito c'è.

MILLE GRAZIE ED AUGURISSIMI.

Ciao: BIDESCU.

Enzo Saldutti ha detto...

Uno dei giocatori di maggior classe che la Juve abbia mai avuto fu Beniamino Vignola. Quel talento mancino che nasce a Verona il 12 giugno 1959 da piccolo entra nel club scaligero e dimostra una tecnica eccellente con un tiro potente e preciso da ogni zona circostante l’area di rigore. Si aggiunga il fisico minuto e una sicurezza da campione quando la partita esige il colpo decisivo. Compie 19 anni e già primeggia nella prima serie con quella parvenza fanciullesca. La classe nelle tre stagioni in terra irpina stupisce Platini e Boniperti che non indugia a chiamarlo nel 1983 e da quel momento Vignola entra nel calcio italiano e internazionale con prestazioni da raccontare negli annali della storia bianconera. E non è facile imporsi con prepotenza in una squadra fortissima al punto che le sue prodezze decidono un campionato nazionale e una coppa europea di grande prestigio come appunto la Coppa delle Coppe. Nel momento cruciale della stagione Vignola entra e realizza con estrema disinvoltura. Lo scudetto è vinto ma il bello è ancora nascosto. La Juve elimina il Manchester United con due partite spettacolari nelle quali emergono Platini e Boniek. La finale di Basilea si giocherà contro il Porto. Il Trap è furbo e capisce l’importanza di Vignola in una partita del genere dove conta la personalità nonché la freddezza del campione. Nessuno immagina che il Trap schierasse il ragazzino di Verona e nemmeno lo stratega José Maria Pedroto conosce quel piedino fatato. Il tecnico lusitano studia come impedire gli allunghi di Platini e lo scattista polacco. Egli pensa che proprio questo sia lo stratagemma per vincere e battere la grande Juve di quel tempo. Vignola non è un problema anche perché impiegato generalmente nel secondo tempo a partita in corso: non è immaginabile che il pericolo sia un ragazzino oltretutto con poca esperienza europea e non solo Pedroto è convinto. Platini e Boniek incutono timore per la difficoltà di una marcatura perfetta altrimenti si perde senza ombra di dubbio. La Juve è superiore anche nei rimanenti reparti. La stampa internazionale è di eguale avviso. L’unico pensiero è bloccare quei due. La formazione più che probabile esclude Vignola poiché questa eventualità indebolisce il reparto avanzato riducendo lo spazio per la regia del francese il quale è pure abile in fase realizzativa ma così non è. Platini è schierato nel ruolo di regista arretrato e Vignola scende in campo addirittura come titolare e con la maglia numero sette. Prima della partita anche Ciotti in tribuna stampa rimane dubbioso ma il Trap fu grande in quella scelta giacché dopo appena tredici minuti la Juve passa in vantaggio e proprio con una perla di Vignola da fuori area: un gol da favola partito in diagonale e insaccatosi nell’angolo basso opposto a quello di tiro. E fu descritto “un sinistro alla ungherese, mezza punta e mezza tomaia, assolutamente imparabile”. Il Porto pareggia ma è ancora Vignola a procurare il raddoppio con un pallonetto di grazia che raggiunge Boniek stazionato in area. Per la Juve quel prestigioso trofeo continentale fu il capolavoro di Vignola. Brera osservandone la classe e le movenze lo paragona a Gianni Rivera ma noi diciamo che Vignola univa alla classe una straordinaria potenza nel tiro che l’abatino non ebbe

Giovanni ha detto...

Ricordo Vignola come uno dei giocatori più simpatici e spontanei della storia bianconera. Il suo goal contro il Porto e la sua esultanza mi sono rimast negli occhi e nel cuore anche oggi a quasi trent'anni di distanza... ai tempi avevo nove anni e vivevo quella Juve da record, della doppietta Scudetto-Coppa delle Coppe come il riscatto della stagione precedente, die due deludenti secondi posti e delle piccole consolazioni: Coppa Italia e Mundialito Club.
Grande Vignola!