lunedì 12 giugno 2017

Beniamino VIGNOLA


Nato a Verona il 12 giugno 1959, cresce nella squadra scaligera e dall’organico gialloblu, dopo aver debuttato in Serie A, si separa nell’estate del 1980 per accasarsi all’Avellino. La Juventus, battuta una nutrita concorrenza, si assicura le prestazioni del biondo rifinitore per il campionato 1983–84. Dotato di una classe limpidissima e di un tiro preciso e potente che usa con una discreta disinvoltura, Vignola difetta di continuità essendo fisicamente molto fragile; abbastanza veloce e reattivo, con un discreto dinamismo ma poco solido nei contrasti, necessita spesso di pause quasi fisiologiche, tanto è vero che Brera lo definisce il nuovo abatino (ogni riferimento a Rivera è puramente voluto): «Credo che, nel calcio, questi paragoni lascino il tempo che trovano, capisco la necessità di scrivere sempre qualcosa di nuovo, di stimolare la fantasia dei tifosi e, riconosco, di avere qualche punto di affinità con Rivera, ma vado avanti per la mia strada, senza lasciarmi suggestionare. Vorrei essere soltanto Vignola, con i suoi pregi e difetti», afferma.
Vignola dimostra, comunque, grande intelligenza riciclandosi come dodicesimo uomo, in modo da mettere a frutto le sue non trascurabili qualità e dando un valore aggiunto tutte le volte che viene chiamato in campo, mascherando, nel contempo, i propri difetti: «Ad Avellino sono maturato ed ho acquisito esperienze in quello che è il mio ruolo specifico e, cioè, di centrocampista che ordina e inizia il gioco. Sono, in pratica, un regista in vecchio stile, se mi è concesso di usare ancora questo termine. Sono arrivato alla Juventus per giocare, questo è assodato, ma mi basterebbe lottare alla pari con gli altri per un posto da titolare».
In bianconero vive il suo miglior momento nella seconda parte della stagione 1983–-84 nella quale il fantasista, con i suoi goal, è decisivo nella favolosa accoppiata scudetto e Coppa delle Coppe. Da ricordare il goal su rigore all’ultimo minuto contro la Fiorentina o la doppietta al Comunale contro l’Udinese; soprattutto, resta nella memoria quel bellissimo goal al Porto, nella finale di Coppa delle Coppe. A Torino si ferma anche per la successiva stagione, caratterizzato dalla conquista della Coppa dei Campioni. Viene ceduto al Verona nell’estate 1985, per poi tornare alla Juventus l’anno successivo, ma il fuoco è oramai spento per cui lentamente, ma inesorabilmente, si chiude il sipario. Alla fine totalizza 127 presenze con diciotto goal.


GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” MAGGIO 1984
Beniamino. Mai, forse, nome è stato più azzeccato, più consono al personaggio. Che, in effetti, beniamino è diventato, a tempo di primato, e ben prima, si badi, che il supporter bianconero avesse la prova del valore, dell’importanza anche strategica del campione. Vignola, insomma, è un predestinato. Al successo, alla gioia, all’essere oggetto di attenzioni speciali da parte dei tifosi, senza distinzioni di settori dello stadio, tribuna o curva pari sono. Certo, è facile, oggi, tessere le lodi di Beniamino Vignola. Ci sono episodi recenti, e financo recentissimi, che testimoniano del ruolo che il veronese è stato capace di conquistare nella squadra chiamata Juventus, che ci sia o che manchi quel grandissimo, impagabile fuoriclasse a nome Michel Platini. Diciamo allora che, da pochissimo tempo, e segnatamente da quel Juventus–Fiorentina del primo di aprile, abbiamo potuto verificare pienamente il talento e l’importanza fin prospettica di Vignola, messo lì, nel cuore della squadra, a dimostrare quanto valga in realtà non come staffetta o pedina tattica a gioco in corso, ma come uomo squadra, giocatore a tutto tondo, campione completo. Ed è stata, crediamo per tutti, scoperta piacevole e fin esaltante.
Essere predestinati può anche voler dire assomigliare, non per volontà propria, certamente, a qualcun altro, magari grandissimo campione, magari simbolo addirittura di un’epoca. E Vignola, voce di popolo, è stato subito, all’inizio della sua carriera, avvicinato nientemeno che a Gianni Rivera. Paragone grande, inquietante. Non esatto, si capisce, perché le somiglianze son sempre un fatto relativo, approssimativo, tremendamente soggettivo. Paragone, comunque, calzante. Beniamino, a Verona e ancor più nella piena maturazione avuta ad Avellino, ha impreziosito un repertorio già ricco di altri particolari tecnici e tattici significativi. Ha imparato, lui così minuto e perbene, così poco loquace e insomma timido, a essere trascinatore, uomo squadra, tutto. Conta la classe, la grinta, non la chiacchiera. E Vignola, che ha iniziato da subito ad applicare questa elementare massima, non poteva che finire nella Juve, dove i fatti sono da sempre regola di vita. Abbiamo fatto un breve passo indietro, ma ci voleva. Adesso torniamo rapidamente al presente.
Vignola, nella squadra bianconera, si presenta senza far proclami e con quella modestia che non va mai confusa con rassegnazione. E dire che, in un contesto dove vi sono campioni assoluti come Platini e Tardelli, tanto per citarne un paio, sarebbe fin plausibile per un ragazzo nuovo venuto a subire una sorta di sudditanza, accusare il salto dalla provincia dove si diventa pedine del gran gioco. Ma qui salta fuori il carattere, e magari la predestinazione di cui si diceva in apertura. Perché Vignola, oltre al talento di primissimo ordine, ha uno di quei caratteri tagliati con l’accetta. E non mollerebbe neppure se il suo antagonista di maglia fosse Pelè più Sivori più Eusébio, altro che storie. Del resto, il Trap ha subito ben chiaro quale può essere la funzione tattica del ragazzo. Nelle mille pieghe che può prendere una partita ci sono soluzioni a bizzeffe che consentono l’impiego di Vignola. L’importante è poter disporre di un campione duttile, che sappia lavorare, oltre che con i piedi, anche con il cervello. E Vignola è l’uomo giusto, lo si capisce di primo acchito. I tifosi lo invocano, non per polemizzare con diverse scelte di partenza del mister, ma proprio a sottolineare come l’ingresso, a gioco in corso, di Beniamino, possa rappresentare una svolta del match. Il che, puntualmente, avviene. Il Trap getta nella mischia un talento capace di sconvolgere qualunque piano tattico, con un contributo di estro e di fantasia che in pochi hanno.
Nasce sul campo e fuori un’intesa Platini–Vignola che ha del portentoso, se si considera che, secondo molti addetti ai lavori, i due hanno le medesime caratteristiche e quindi dovrebbero tendere a sovrapporsi, creando addirittura inconvenienti seri alla squadra.  In realtà, i due parlano un linguaggio molto simile, che li porta a costruire insieme alcuni dei fraseggi più spettacolari e al tempo stesso essenziali del campionato. Ricordiamo Udinese–Juventus, con triangolo lungo tra Michel e Beniamino e palla di ritorno al francese, che fulmina in goal. Ma non dimentichiamo neppure Milan-Juventus, con giocata rapsodica di Platini finalizzata per il tocco vincente di Vignola. Per non parlare di Haka–Juventus in quel di Strasburgo, dove il copione di Milan–Juventus viene ripetuto con pochissime varianti. Abbiamo lasciato al fondo, e non a caso, il goal di coppa, per cogliere un rilievo non soltanto statistico. Vignola, a Strasburgo, segna il goal partita, su imbeccata di Platini, al novantesimo spaccato. È un goal di enorme valore simbolico, perché cancella tutte le paure, tutte le delusioni di un pubblico meraviglioso accorso a vedere una Juve forzatamente un po’ svagata, a corto di concentrazione. Un goal all’ultimo minuto denota sempre freddezza estrema, nervi saldissimi, insofferenza allo stress, alla fatica di una gara che volge al termine.
La riprova clamorosa di queste doti, Beniamino la fornisce qualche settimana dopo. È storia di ieri. Juventus-Fiorentina si decide con un rigore. Vignola, a tempo pieno uomo squadra in una formazione orfana di Platini influenzato, stavolta non è soltanto il jolly che scombussola i piani dell’avversario. Può diventare, e di fatto diventa, l’uomo partita. La sua freddezza diventa proverbiale. E il rigore che aggiunge un altro tassello al mosaico di un professional esemplare, che ha appena cominciato a mostrare compiutamente tutte le sue doti. Nasce nella Juve un campione inedito, universale. Ne ha bisogno la squadra bianconera, al presente e ancor più per il futuro. Beniamino, di nome e di fatto.


NICOLA CALZARETTA, “GUERIN SPORTIVO” FEBBRAIO 2017
Da anni oramai fa l’imprenditore. Così lo qualifica anche Wikipedia aggiungendo che è anche un ex calciatore di ruolo centrocampista. Scrive che è nato a Verona il 12 giugno 1959 e che si chiama Beniamino Vignola. Non ci dice però, perché non lo sa, che in famiglia e per gli amici è Franco. «È il mio secondo nome, anche se non ce l’ho sui documenti. Ma fin da piccolo mi hanno sempre chiamato così. E Franco sono anche per Nicoletta, mia moglie e per i ragazzi che lavorano con me in azienda». L’azienda è la Vetrauto, fondata dal papà di Nicoletta cinquanta anni fa, di cui è amministratore insieme al cognato. «Quando ho smesso con il pallone, ho colto l’opportunità che mi offriva mio suocero. Operiamo nel campo dell’after–market. Ricambi e riparazioni dei vetri delle vetture. Ci sono entrato in punta di piedi e grazie agli insegnamenti di chi mi ha preceduto ho imparato il mestiere». L’azienda è cresciuta, adesso c’è anche la Vetrocar, con decine di filiali in tutta Italia. «Nel lavoro ho messo un po’ delle mie esperienze sportive: il gioco di squadra, l’importanza del gruppo. Ci sono anche le multe simboliche per chi arriva tardi o le brioches da portare al sabato per chi fa qualche danno». È allegro e sorridente Vignola. Seduto alla sua scrivania, alle spalle un collage di immagini del calcio perduto che lo ha visto protagonista dal 1979 al 1992 con Verona, Avellino, Juventus, Empoli e Mantova. Le ultime consegne di lavoro, poi telefono silenziato, mentre da una busta ecco comparire una maglia bianconera: scudetto sul petto e numero dieci. La mostra con orgoglio. È una cosa preziosa, al pari di una perla. E non a caso la sede della sua azienda è in Via del Perlar, l’albero delle perle, per l’appunto. «Erano anni che non la riprendevo tra le mani. È una bella sensazione. È l’unica maglia che ho conservato. L’altra, quella gialla con il numero sette con cui ho conquistato la Coppa delle Coppe nel 1984, l’ho donata al Museo della Juventus. E tutte le volte che penso che qualcosa di mio è in un museo mi vengono i brividi».
Sei d’accordo che la perla più preziosa delle tue stagioni alla Juve è il goal di Basilea del 16 maggio 1984? «Sì. Segnare una rete in una finale internazionale, penso sia il sogno di tanti. Se poi è anche quella che ha contribuito alla vittoria finale, beh, diciamo che è proprio una bella perla».
Ci racconti l’azione? «Fu un goal strano. Ricevo palla da Platini, sono sulla tre–quarti avversaria e punto verso la porta, allargandomi leggermente a sinistra. Attendo il movimento dei miei compagni, però più avanzo, più non vedo “gialli” da servire. Quindi mi allargo ancora un po’ e, a quel punto, dal limite carico a tutta forza il sinistro per incrociare al massimo il tiro. Il portiere non si tuffa nemmeno, mentre il pallone accarezza il palo e finisce in rete».
Sono passati tredici minuti, 1–0 per la Juve. Segue tua esultanza. «Non stavo nella pelle, non mi sembrava vero. Alzo le braccia e poi mi metto in ginocchio. Il primo ad arrivare è Cabrini che mi sventola davanti il pugno, mi abbraccia e mi tira su insieme a Boniek».
C’è il tuo zampino anche nel 2–1 finale siglato dal polacco. «Il lancio in verticale per Zibì era uno schema ricorrente in quella Juve. La mia imbucata fu suggerita dal suo perfetto inserimento in area. Poi ancora oggi non so come fece a beffare portiere e difensore con quel tocchetto di destro in anticipo su tutti (sorride)».
Al 90’ la Coppa delle Coppe è bianconera. «E Trapattoni, che mi aveva appena tolto, mi stringe il viso con le sue mani e poi mi abbraccia con tutta la sua forza, euforico. Poi la gioia dei miei compagni, quasi tutti reduci dalla grandissima delusione di Atene dell’anno prima. C’era voglia di rivalsa, di rivincita immediata. Sembra impossibile, ma quello fu soltanto il secondo successo internazionale della Juve dopo la Coppa Uefa del 1977».
E tu che cosa provasti? «Volavo su una nuvola. Alla mia prima stagione alla Juve, dopo aver vinto anche lo scudetto, non potevo chiedere di più. Ma come sempre accade, nel momento non riesci a cogliere appieno tutte le emozioni. Comprendi ciò che ti è successo dopo, col tempo, con i ricordi, riparlandone come stiamo facendo adesso».
Sapevi di giocare dal primo minuto? «Sì. Nella parte finale della stagione il Trap mi aveva utilizzato spesso dall’inizio al posto di Penzo. Da lui ho ereditato il “sette”, che poi era l’unico numero libero (ride). Evidentemente l’idea del mister era proprio quella di partire con me anche nella finale secca con il Porto dove c’era più bisogno di copertura a centrocampo e magari di qualche inventiva in più».
Torniamo indietro di alcuni mesi: estate 1983. Come sei arrivato alla Juventus? «In maniera rocambolesca. Anche perché, in pratica, ero già della Fiorentina. Dopo i tre anni ad Avellino, il mio nome è gettonato e il presidente vuole fare giustamente cassa. Sono a Verona, a casa. Mi chiama la società, mi dice che è tutto fatto con la Fiorentina. “Quando vieni giù fermati a Firenze per parlare con il direttore generale della società Allodi e con l’allenatore De Sisti”. Ci incontriamo, parliamo, tutto bene. Non c’è nulla di firmato, ma mi sento un giocatore della Fiorentina. Riprendo la macchina e arrivo ad Avellino. Mi vedo con il presidente Sibilia, gli riferisco tutto e lui mi fa: “Anche noi abbiamo chiuso. Ma con la Juventus. Questo è il numero di Boniperti, aspetta una tua telefonata”. Ho chiamato. “Sei contento di venire alla Juve?” Gli rispondo di sì, ma che non me l’aspettavo. E lui: “Vieni su a Torino, fai le visite e si parte” Vado, faccio le visite, presentazione, ritiro. Tutto bello, ma nel frattempo del contratto nulla».
E quando ne avete parlato? «A Villar Perosa, come tradizione. Il primo giorno faceva i big. Il secondo i giovani. Firma in bianco e la speranza di vincere molto perché c’erano dei bei premi, ma belli davvero».
Sinceramente: eri contento di essere andato alla Juve o avevi qualche dubbio di avere pochi spazi? «Chiaro che andavo in una squadra di fuoriclasse. Nel mio ruolo poi c’era Michel Platini, il “Professore”. Però avevo ventiquattro anni e la possibilità di giocare in una delle società più prestigiose del mondo. Per la prima volta potevo competere per lo scudetto e le coppe, invece che giocare per la salvezza».
Come è stato il tuo impatto con il mondo bianconero? «Sono entrato in punta di piedi, con il massimo rispetto. Ho osservato molto. Ho cercato di capire. E ho visto una squadra composta da grandi campioni da prendere ad esempio per la serietà e l’impegno. E un gruppo di ragazzi veramente eccezionale che mi ha accolto con molta amicizia e altrettanto rispetto. Ho impiegato pochissimo tempo a integrarmi».
Facile, eri sponsorizzato da Platini! (sorride) «Michel aveva dichiarato che Vignola era uno dei giovani più interessanti del campionato. Certo, con una candidatura così la strada per arrivare alla Juve si è fatta più in discesa. A parte le battute, al di là di tutto c’erano anche dei motivi tecnico–tattici alla base delle preferenze di Platini. Da un lato le mie qualità tecniche. E per gente come Platini che amava il palleggio era sicuramente più piacevole giocare. Tatticamente la mia presenza gli consentiva di poter stare più avanti, più vicino alla porta. Cosa che lui amava moltissimo, non solo per segnare di più, ma anche per non doversi preoccupare della marcatura».
Chi era Michel Platini? «Un fuoriclasse. Senza se e senza ma. A fine allenamento ci si fermava per tirare in porta dal limite dell’area. Io a destra e lui dall’altra parte. Calciava forte, collo pieno, con la palla ferma. La traiettoria era perfetta e andava dove voleva lui, con effetto o senza. Gli chiedevo come facesse a tirare in quel modo. E lui, candido: “Calcio il pallone!”. Con me aveva un rapporto particolare, una volta gli detti anche un suggerimento per le punizioni. Gli dissi: “Oramai tanti ti conoscono, il portiere si prepara a tuffarsi sul lato coperto dalla barriera e, magari, fa in anticipo un passo verso il centro della porta. Prova a tirarla bassa, sul suo palo”. Mi ascoltò e qualche domenica dopo beffò così Castellini, numero uno del Napoli».
Si fidava molto di te. «C’era molta stima. E complicità. Spesso mi chiedeva informazioni su chi lo avrebbe marcato. E allora gli dicevo, questo è tosto, quest’altro non ti molla mai, oppure questo qui è uno che ti lascia giocare. Ma di lui, in realtà, c’è un aspetto che pochi conoscono. Pare impossibile, ma era uno che aveva bisogno di essere rincuorato, rasserenato, talvolta incoraggiato. Succedeva spesso e capitò anche nella finale di Basilea. Guarda le immagini: squadre schierate a centrocampo, si vede che lui si gira verso di me e parliamo. Era in cerca delle ultime rassicurazioni».
E tu cosa gli hai detto? «Michel, questa partita ce la devi far vincere tu».
Era già capitato di avergli dato questo “ordine”? «Successe nel derby di ritorno del campionato 1983–84. Eravamo sotto di un goal, allora io e Bonini ci avvicinammo a lui e glielo dicemmo: “Ora ci devi portare alla vittoria” Così fu, due goal, di cui il primo di testa da vero centravanti».
Guarda caso dopo una manciata di minuti dal tuo ingresso in campo. «Era una soluzione a cui Trapattoni ricorreva spesso. Ero realmente il dodicesimo titolare, partivo dalla panchina, ma ero quasi sicuro che avrei giocato. Il mister mi vedeva bene, sia quando la partita meritava una svolta, sia quando c’era da aumentare il numero a centrocampo. Col Toro si doveva recuperare la partita. Entro io e Platini gioca più avanti. Quella volta uscì Prandelli, ma spesso era una punta a lasciarmi il posto. E Paolo Rossi e Boniek non erano per niente felici di uscire. Pablito si accigliava, e magari sbottava in differita. Zibì, invece, si incazzava in tempo reale con corredo di parolacce».
Come facevi a entrare subito nel vivo della partita? «Intanto non avevo bisogno di molto riscaldamento. Poi c’è il fattore mentale: andavo in panchina carico e concentrato, come se fossi già in campo. In più avevo una certa facilità di lettura della gara, il che mi aiutava molto. Infine ero alla Juve e con certi compagni a fianco è molto più semplice giocare, anche se si entra a partita in corso. Con una terminologia moderna, direi che sono stato il primo “intenso” nella storia del calcio in Italia (ride)».
Adesso ti butto lì una data:1 aprile 1984, al Comunale si gioca Juventus–Fiorentina. «Ed io quel giorno ho il dieci sulle spalle. Ed era la prima volta. Il “Professore” aveva la febbre. Timori? Beh, insomma. Sostituire Michel non è semplice. Sentivo di avere la fiducia di tutti. Fu molto bella l’intervista nel pre–partita di Tardelli. Giampiero Galeazzi gli fa notare che alla Juve manca Platini e lui risponde: “C’è Vignola”».
Cosa ricordi di quella domenica primaverile? «Ricordo tutto, in particolare quello che successe all’ultimo minuto sullo 0–0. Contatto in area tra Pecci e Boniek. Zibì cade e l’arbitro fischia il rigore. Non so perché, ma prendo subito il pallone in mano e lo poggio sul dischetto. È un gesto istintivo, di pancia. Adesso, mi vengono i brividi al pensiero della responsabilità che mi presi. Va detto che intorno a me non c’era la fila per battere il rigore. E sì che in campo c’era gente come Cabrini, Paolo Rossi, lo stesso Boniek. Non ho pensato all’esecuzione. Ad Avellino i rigori li tiravo io, insomma, mi presi un bel rischio, ma non ero certamente sprovveduto, anche se Boniek si tiene le mani nei capelli. Rincorsa, collo interno, forte a incrociare. Giovanni Galli da una parte e pallone dall’altra. Un boato. Viene giù lo stadio, mentre io corro verso la curva. È il goal che vale la partita e consolida il nostro primato in classifica».
Continuiamo il gioco delle date: 21 aprile 1984, Juventus–Udinese, giornata numero ventisette. «Ero in panchina quella domenica. Vantaggio nostro con Paolo Rossi. Verso la fine del primo tempo ci fu l’uno–due dell’Udinese. Prima Mauro e poi Zico, 2–1 per loro in un minuto. Nell’intervallo Trapattoni mi dice di prepararmi, esce Boniek. Fa caldo, io sono già pronto. Sto veramente bene e sento la fiducia di tutti. Sono momenti magici, difficile dire di più. Segno due volte, è la prima doppietta con la Juventus. Il goal del controsorpasso lo faccio addirittura di destro. Si rivince e si vola a più quattro sulla Roma quando mancano tre giornate alla fine. Per lo scudetto manca solo la matematica».
La slot machine delle date si ferma al 6.5.84. «Una domenica fantastica. Giochiamo in casa contro il mio Avellino. A noi basta un punto e quello arriva. Sono felice anche i miei ex compagni che con il pareggio sono salvi. E poi c’è l’omaggio a Beppe Furino che entra a fine gara e conquista così il suo ottavo scudetto. Per me è invece il primo, e sono il ritratto della felicità».
Dieci giorni dopo c’è il trionfo di Basilea. «Una doppietta fantastica, come accadde nel 1977. Ma dal giorno dopo iniziammo a pensare solo alla Coppa dei Campioni».
E tu che pensieri avevi: credevi di essere trai primi undici o no? «Ci speravo. La Juve acquistò Briaschi al posto di Penzo. Partì benissimo, il tandem con Paolo Rossi funzionava a meraviglia. Il Trap mi voleva fisso a centrocampo, e per questo, complici anche alcuni infortuni dei nostri difensori, spostò Tardelli come terzino destro. L’esperimento non durò. Marco non sposò mai l’idea, i risultati non furono incoraggianti e per me ci fu un passo indietro».
L’andamento incerto in campionato costò il posto anche al tuo amico Tacconi. «Ci si conosceva bene. Dopo i tre anni di Avellino, siamo passati tutti e due alla Juventus. Portiere fortissimo, carattere spavaldo, ma dietro alla maschera di guascone, c’era più di un pensiero. Specie il primo anno alla Juventus si sentiva osservato, sempre sotto esame. La maglia di Zoff pesava e avrebbe schiacciato chiunque».
Condividevi la camera con lui? «Sì, da sempre. E i sabato notte erano un tormento. Si parlava, ci scambiavamo emozioni. Mi fumava addosso non so quante sigarette. E ogni tanto si placava con qualche “amaro”: Non ti dico il periodo in cui è stato fuori squadra. Una lotta».
Se ne uscì anche con critiche verso la dirigenza e l’allenatore. «Che gli costarono anche tanti bei soldi di multe. Era fatto così. Era il compagno più veloce a fare la doccia. Così poi usciva e andava incontro ai giornalisti. Sai quante volte gli ho detto, Stefano, aspetta, stai buono qui nello spogliatoio. Niente».
Per la finale di Coppa dei Campioni il Trap gli ridà la maglia da titolare. «Tacconi era un portiere di avvenire e un capitale per la società. L’unico grande dispiacere, non solo mio, ma di tutta la squadra, fu il ritorno di Bodini in panchina. Era un peccato, perché ci aveva comunque portati lui alla finale. Grande Luciano, il fratellino di Gaetano Scirea».
Mi dici la tua sull’Heysel? «Una tragedia assurda. Sbagliammo anche noi giocatori. Certi atteggiamenti andavano evitati. Una pagina veramente triste e dolorosa per tutti».
Perché nell’estate del 1985 vai a Verona? «Mi chiamò Mascetti con cui avevo giocato a inizio carriera. Mi ero sposato da poco con Nicoletta, alla Juventus mi sentivo un po’ chiuso, insomma il ritorno nella mia città mi parve una cosa buona. Invece fu un flop. La carica positiva dell’anno prima che aveva condotto allo scudetto si era quasi esaurita. A fine stagione c’erano i Mondiali in Messico, magari per qualcuno è stato anche un condizionamento. Nel mio ruolo poi c’era Di Gennaro e anch’io, onestamente, non ho dato il massimo. Peccato perché pensavo che l’aria di casa mi avrebbe dato una spinta in più».
A che età sei entrato nel vivaio del Verona? «A undici anni. Con in tasca il sogno di diventare calciatore. La scuola mi ha sempre appassionato poco, anche se il diploma di geometra alla fine l’ho preso. Andavo allo stadio accompagnato da mio padre che lavorava in Comune e che faceva la “maschera” al Bentegodi».
Le prime scarpette vere quando le hai avute? «Me le hanno date lì a Verona. Poi me le feci fare da un artigiano e le portai fino a che non si bucarono».
Tacchetti fissi o intercambiabili? «I tredici fissi di gomma di una volta. La scarpa era più morbida, sentivi meglio il pallone. Anche Platini le preferiva. Ricordo sempre le incazzature del Trap, specie quando si attraversava il corridoio all’interno del Comunale: “Voglio sentire il rumore dei tacchetti!”. Ma per quello c’erano i difensori: Gentile, Cabrini, Brio: loro avevano sempre i tacchetti in alluminio».
Di quale squadra eri tifoso? «Del Milan e di Gianni Rivera. Ovvio, tenevo anche per il Verona. Tra l’altro ero in gradinata quel 20 maggio 1973, il giorno del famoso 5–3, con la grande delusione del popolo rossonero per lo scudetto della stella sfuggito all’ultima giornata. Ci rimasi male anch’io, ma fui contento per l’Hellas».
È stata dura debuttare in Prima Squadra? «Il fisico non mi ha aiutato, nonostante la tecnica fosse molto buona. L’allenatore della svolta è stato Ferruccio Valcareggi, che nei suoi anni a Verona, dava un occhio anche al settore giovanile. Mi ha valorizzato, mi ha fatto fare allenamenti specifici per irrobustire la muscolatura. Gli devo molto».
E finalmente nel 1978–79 il tuo debutto in A con il Verona. «La prima partita fu Perugia–Verona 1–1 del 7 gennaio 1979, poi feci altre cinque gare, compresa quella contro il Milan a San Siro. Finito il primo tempo, eravamo in vantaggio 1–0. Segnò Calloni, ex con il dente avvelenato. I rossoneri si stavano giocando lo scudetto, noi praticamente eravamo già retrocessi. Nell’intervallo ci vennero a bussare. Io ero alle prime armi, ero in disparte, ma questa cosa mi disorientò. Alla fine vinse il Milan 2–1 e in me è rimasta una sensazione sgradevole».
L’anno dopo rimani a Verona, in B. «E faccio una buona stagione. Gioco titolare e divento un punto fermo della squadra. Ho anche la mia prima figurina Panini e quando viene il fotografo, io sfacciato, gli chiedo un album dei “Calciatori” completo. E fui accontentato».
A Verona sei una pedina fondamentale.
«E i miei compagni, vista la mia struttura fisica, prendono le mie difese per tutelare ginocchi e caviglie. È Adriano Fedele il mio angelo custode principale. Era agli ultimi anni di carriera, giocava dietro di me sulla fascia sinistra. “Tu vai e non ti preoccupare di niente. In tutti i sensi”».
Estate 1980. Da Verona all’Avellino che parte da –5: perché? «Perché alla società davano, come hanno dato, un miliardo e mezzo, molti soldi in più rispetto a Como, Bologna e Inter che erano interessate a me. Io ci vado perché l’Avellino fa la Serie A e capisco che posso giocare titolare».
Immagino fosse la prima volta che ti muovevi da casa. «Sì. Mia madre nemmeno sapeva dove si trovasse Avellino. Avevo ventuno anni e un bel po’ di incoscienza. Tanto che dico che certe scelte vanno fatte a quella età lì, perché dopo non le fai più. Col senno di poi feci bene ad accettare Avellino. Sono arrivato che sapevo dare solo di fioretto. Sono ripartito che ho imparato anche a usare la sciabola».
A pochi mesi dal tuo arrivo in Irpinia, hai vissuto l’esperienza del terremoto. «23 novembre 1980. A me andò bene, la palazzina dove vivevo tremò e basta. Ma per il resto fu un dramma incredibile. Il Partenio, fu trasformato in una tendopoli. Noi riuscimmo a dare alla gente un sorriso con le nostre prestazioni. Al Sud il calcio si vive in maniera totalitaria. Nelle condizioni in cui si trovarono molti dei nostri tifosi, la partita diventò ancora più importante come momento di distrazione».
Anche ad Avellino avevi il tuo angelo custode? «Ce ne erano diversi. Da capitan Di Somma a Cattaneo, quindi Beruatto, Valente. Gente tostissima. Io ebbi la fortuna di partire alla grande tra amichevoli, Coppa Italia e prime giornate di campionato. Allora i dubbi su di me svanirono e diventai il passerottino da proteggere. Ma Avellino era veramente un ambiente ai confini della realtà. A parte il fatto che il campo, prima delle partite, veniva sempre bagnato. Il terreno era pesantissimo. Questo sfavoriva le squadre più tecniche, ma anche me. Poi c’era quel corridoio sotterraneo, stretto e lungo, che collegava gli spogliatoi al campo. Ogni tanto, chissà perché, si spegnevano le luci. Ricordo ancora di un giocatore dell’Inter, espulso, che attese la fine della partita per tornare nello spogliatoio insieme ai compagni».
A completare il quadro c’era poi il presidente Antonio Sibilla. Ma è vero che una volta ti ha preso a schiaffi? «Ci ha provato, ho tentato di scansarmi e comunque non mi ha mai chiesto scusa. Non stavamo giocando bene. Ci fu un faccia a faccia. Lui imprecava contro di me. Io gli risposi: “Se non le vado bene, mi dia i soldi che avanzo e mi venda”. Mi dette una sberla che tentai di schivare. Gli mancai di rispetto, secondo lui. Boh, forse sbagliai a pormi in quel modo. Di certo oggi non lo rifarei».
Cosa altro non rifaresti? «Non ritornerei alla Juventus nel 1986. Non c’era più Trapattoni, ma mister Marchesi. Platini era al suo ultimo anno, ma aveva già staccato. Anch’io avevo perso un po’ di magia. La fiamma si era spenta. E nell’autunno 1988 eccomi a Empoli in B, per poi finire in C1 la stagione seguente».
E allora lì che succede? «Prendi atto che devi cambiare rotta. Anche se mi erano arrivate proposte, perfino dal Canada, ti metti a sedere con la famiglia e decidi per il futuro. Per Nicoletta acquistiamo una farmacia che è poi anche il presente delle nostre figlie Chiara e Giulia. Ed io metto i ricordi in bacheca e accetto la proposta di mio suocero di lavorare per la sua azienda».
Ti sei mai chiesto il perché del tuo precoce declino? «No. Forse ho pagato tutto il “bello e subito” della mia prima stagione alla Juventus. Ma guarda, io sono più che contento così. Non ho rimpianti. Anzi, sono felice di aver lasciato il segno alla Juventus e di essere ancora oggi un “beniamino” del popolo bianconero».

10 commenti:

Giuliano ha detto...

Scrivo questo commento più che altro per ringraziare: è un gran bel sito, ben fatto e molto ricco.
Mi ci sto divertendo da qualche giorno, aspetto di leggere i prossimi, e intanto che ringrazio aggiungo la mia convinzione più profonda.
Quelli che parlano di Juve “dal di fuori” non sanno che tutte le volte che alla Juve si sono spesi milioni e miliardi poi la squadra è andata male: l’esempio più clamoroso, la Juve di Maifredi.
Alla Juve arrivano giovani quasi sconosciuti (Zambrotta, Tardelli, Camoranesi), gregari oscuri (Marocchi, Bonini), campioni anziani (Boninsegna, Altafini...): sono loro che ci hanno fatto vincere così tanto. In altre squadre (una soprattutto, non dico quale tanto lo capiscono tutti) allenatori affermati, campioni a livello europeo, nazionali under 21 hanno chiuso subito la loro carriera; qui da noi capita il contrario.
Ho ascoltato di recente un giornalista in tv (per di più anziano) criticare la campagna acquisti della Juve dicendo “...ma una volta la Juve comperava Zidane!”. Io me lo ricordo, quando è arrivato Zidane: era uno di cui si diceva bene, ma le perplessità erano tante, soprattutto nei primi mesi quando passeggiava per il campo con aria sperduta. Zidane è diventato Zidane alla Juve, e quanti altri esempi si potrebbero fare...
Da questo punto di vista, direi che lo juventino ideale è Torricelli; e poi ben vengano i campioni, se c’è in giro un altro Sivori o un altro Buffon.
Grazie ancora!

bidescu ha detto...

grazie Giuliano, per il tuo commento e per i complimenti ... sai, ho sempre pensato che è facile essere juventini oggi ... frequentando tanti forum, si scoprono ragazzi che hanno visto solamente la Juve di Lippi e nient'altro e sono delusi per l'eventuale arrivo di Xabi Alonso o di Amauri ... dimenticano che la Juve, purtroppo, non è stata solamente Zidane, Buffon e Del Piero ... è sempre stata una Juve fatta anche da "gregari" e da umili "portatori d'acqua" ... giocatori come quelli che hai nominato (ma ce ne sarebbero a centinaia) hanno fatto la storia come i grandi, celebratissimi campioni ... perché, con 11 campioni non si vince mai ...

Anonimo ha detto...

Perché VIGNOLA benché: Sivori, Baggio, Platini e Del Piero?
Facile: quel sinistro alla ungherese (mezza punta e mezza tomaia), quello stadio semplice, quelle bandiere semplici, quella voce di Ciotti, quella fresca e piovigginosa sera di maggio, quell'unica finale europea della Juve (senza ritorno e vinta sul campo), quell'avversario chiamato "Porto" dopo quello chiamato "Manchester", quelle divise senza ghirigori, quel pallone di cuoio, quel calcio (vero, autentico, pulito, qualche anno prima della sua fine), quel trofeo esteticamente più bello, quel trofeo che esigeva l'emozione delle sfide senza appello prima in Italia (coppa nazionale) e poi in Europa (Coppa delle Coppe). Esistono competizioni più esaltanti? Esistono? Ripeto: COPPA DELLE COPPE. Esiste un nome più bello? Non ditemi "esagerato", cari amici iuventini. Sì: quella è la MIA JUVE che ricordo e racconto. La Juve di Beniamino VIGNOLA e di un altro egualmente BELLO DI NOTTE.

Anonimo ha detto...

Se è vero che l'unica finale europea vinta dalla Juve sul campo è la Coppa delle Coppe, se trattasi di una finale a partita unica, se alla conquista di tal trofeo può partecipare solo il club che ha già vinto una competizione nazionale ad eliminazione diretta, se tali competizioni (dalla prima partita in Italia all'ultima in Europa) sono per essenza le più esaltanti, debbo necessariamente concludere: amo Boniek e Vignola più di me stesso.

Ricordo la voce di Ciotti, ricordo le seguenti parole: "un sinistro alla ungherese (mezza punta e mezza tomaia), è stata una cosa eccezionale, un gol da favola, soltanto un attaccante di grande classe, solo un uomo convinto del gol può fare una cosa di questo genere".

La Coppa dei Campioni?
Sì: bella in sè, ma prevede scudetti o tornei a punti e perciostesso non esaltanti.

La Coppa Uefa?
Sì: bella in sè, ma prevede egualmente tornei non esaltanti.

La Coppa Intercontinentale?
Sì: bella, ma vi rendete conto dove si gioca?

La mia Juve è una sola: quella di Basilea (16 maggio 1984).

Per tutto il resto (vittorie e calciatori da Sivori a Platini a Del Piero): provo rispetto ma nemmeno l'ombra di un'emozione.

Per finire. Cari juventini, ricordate e gioite. Nelle bacheche di Inter e Real: la Coppa delle Coppe non c'è e non ci sarà mai.
E come non c'è questo meraviglioso trofeo (anche nella sua forma): allo stesso modo non ci sono più né i palloni nè le stupende divise di un tempo.

Anonimo ha detto...

Ho già espresso i miei pensieri su Vignola, ma voglio ribadirli con altre parole: nel momento in cui il calcio bello e vero del mercoledi europeo non esiste più in tutto e per tutto (dalle formule inquinate delle cosiddette Champions ed Europa League per finire alle finali giocate di sabato, alle mutevoli divise e scarpette e palloni stravolti con obbrobriose scritte e loghi dappertutto e colori carnevaleschi da sembrar di vedere foot bal americano e non più riconoscere la squadra che ami).
Tifosissimo della Juve, quasi infastidito dalle vittorie nazionali prive di riscontri continentali, affascinato dalle gare ad eliminazione diretta, perciostesso attratto dalla Coppa delle Coppe che era competizione totalmente con tale formula (dalla prima gara di Coppa Italia fino all'ultima in Europa), tante volte illuso e poi deluso da vari campioni (Zoff, Bettega, Causio, lo stesso Platini ecc.), affascinato anche dalla forma elegante del trofeo, ascolto la radiolina, sento la voce unica di Ciotti, ne avverto la straordinaria capacità descrittiva, nel momento meno atteso, interviene Luzi, interrompe Sandro ed esclama: "gol, gol di Vignola, gol di Vignola, splendida azione di Vignola, si è impadronito della palla Vignola e di sinistro ha lasciato partire un tiro che si è insaccato nell'angolo basso opposto a quello di tiro e per il portiere portoghese non v'è stato niente da fare...". Un altro cronista (Moretti) dalla tribuna stampa dice: "un gol veramente da favola, io non lo so, un sinistro alla ungherese (mezza punta e mezza tomaia, è una cosa eccezionale, ha preso completamente in controtempo il portiere, è un tiro assolutamente imparabile)". E poi ancora: "soltanto un attaccante di grande classe, solo un uomo convinto del gol può fare una cosa di questo genere". Questo è Beniamino Vignola. Cosa aggiungere? Poco: dire solo che quella di Basilea fu l'unica finale secca vinta dalla Juve sul campo in tutta la sua storia continentale. Era la notte di mercoledi 16 maggio 1984: di fronte c'era il Porto di Pedroto.

Anonimo ha detto...

Com’era bella la COPPA DELLE COPPE.

Se alla conquista di tal trofeo partecipa solo il club vincitore di una competizione nazionale ad eliminazione diretta, se tali competizioni (dalla prima gara in Patria all’ultima in Europa) sono per essenza le più esaltanti, debbo necessariamente aggiungere: com’era fascinosa la Coppa delle Coppe.

Com’era fascinosa in tutto e per tutto: si osservi il trofeo. E’ l'unico, tra gli altri, a posseder sembianza di coppa: non molto grande, non molto piccolo, elegantissimo, proporzionato, elevasi con armonia e garbo dalla base ai manichi.

E come non c'è più questo meraviglioso trofeo (anche nella forma): allo stesso modo non c'è più quel footbal.

Sì: nemmeno le divise.

Sì: quelle gialle della JUVE, in quel di BASILEA, fresco piovigginoso mercoledi 16 maggio, stadio piccolo e aggraziato come il goal di VIGNOLA e suo tocco per il BELLO DI NOTTE.

Anonimo ha detto...

Ciao, Beniamino.

L'anonimo che scrive di te: è qull'anonimo che spesso ti ha scritto e telefonato distraendoti forse da occupazioni più importanti a cui devi oggi pensare.

Una tua foto con autografo e dedica è ancora il mio sogno proibito: chissa se un giorno potrò riporla nel cassetto delle mie cose più care.

Scusami se mi comporto da bambino: pur avendo qualche anno più di te.

Ma sono felice di vivere da bambino che sogna ed ama quel calcio che non c'è più.

Vivo nella provincia di Avellino, sono tifoso della Juve e ancor più della Juve: sei tu, Beniamino, nell'intimo del mio animo.

Sono cose che la ragione non spiega.

Sì, Beniamino, è la notte di Basilea, il tuo sinistro da favola: la causa prima dell'affetto incommensurabile per te.

Ti auguro il massimo bene possibile insieme a tutta la tua famiglia.

Anonimo ha detto...

Meno male che questo sito c'è.

MILLE GRAZIE ED AUGURISSIMI.

Ciao: BIDESCU.

Enzo Saldutti ha detto...

Uno dei giocatori di maggior classe che la Juve abbia mai avuto fu Beniamino Vignola. Quel talento mancino che nasce a Verona il 12 giugno 1959 da piccolo entra nel club scaligero e dimostra una tecnica eccellente con un tiro potente e preciso da ogni zona circostante l’area di rigore. Si aggiunga il fisico minuto e una sicurezza da campione quando la partita esige il colpo decisivo. Compie 19 anni e già primeggia nella prima serie con quella parvenza fanciullesca. La classe nelle tre stagioni in terra irpina stupisce Platini e Boniperti che non indugia a chiamarlo nel 1983 e da quel momento Vignola entra nel calcio italiano e internazionale con prestazioni da raccontare negli annali della storia bianconera. E non è facile imporsi con prepotenza in una squadra fortissima al punto che le sue prodezze decidono un campionato nazionale e una coppa europea di grande prestigio come appunto la Coppa delle Coppe. Nel momento cruciale della stagione Vignola entra e realizza con estrema disinvoltura. Lo scudetto è vinto ma il bello è ancora nascosto. La Juve elimina il Manchester United con due partite spettacolari nelle quali emergono Platini e Boniek. La finale di Basilea si giocherà contro il Porto. Il Trap è furbo e capisce l’importanza di Vignola in una partita del genere dove conta la personalità nonché la freddezza del campione. Nessuno immagina che il Trap schierasse il ragazzino di Verona e nemmeno lo stratega José Maria Pedroto conosce quel piedino fatato. Il tecnico lusitano studia come impedire gli allunghi di Platini e lo scattista polacco. Egli pensa che proprio questo sia lo stratagemma per vincere e battere la grande Juve di quel tempo. Vignola non è un problema anche perché impiegato generalmente nel secondo tempo a partita in corso: non è immaginabile che il pericolo sia un ragazzino oltretutto con poca esperienza europea e non solo Pedroto è convinto. Platini e Boniek incutono timore per la difficoltà di una marcatura perfetta altrimenti si perde senza ombra di dubbio. La Juve è superiore anche nei rimanenti reparti. La stampa internazionale è di eguale avviso. L’unico pensiero è bloccare quei due. La formazione più che probabile esclude Vignola poiché questa eventualità indebolisce il reparto avanzato riducendo lo spazio per la regia del francese il quale è pure abile in fase realizzativa ma così non è. Platini è schierato nel ruolo di regista arretrato e Vignola scende in campo addirittura come titolare e con la maglia numero sette. Prima della partita anche Ciotti in tribuna stampa rimane dubbioso ma il Trap fu grande in quella scelta giacché dopo appena tredici minuti la Juve passa in vantaggio e proprio con una perla di Vignola da fuori area: un gol da favola partito in diagonale e insaccatosi nell’angolo basso opposto a quello di tiro. E fu descritto “un sinistro alla ungherese, mezza punta e mezza tomaia, assolutamente imparabile”. Il Porto pareggia ma è ancora Vignola a procurare il raddoppio con un pallonetto di grazia che raggiunge Boniek stazionato in area. Per la Juve quel prestigioso trofeo continentale fu il capolavoro di Vignola. Brera osservandone la classe e le movenze lo paragona a Gianni Rivera ma noi diciamo che Vignola univa alla classe una straordinaria potenza nel tiro che l’abatino non ebbe

Giovanni ha detto...

Ricordo Vignola come uno dei giocatori più simpatici e spontanei della storia bianconera. Il suo goal contro il Porto e la sua esultanza mi sono rimast negli occhi e nel cuore anche oggi a quasi trent'anni di distanza... ai tempi avevo nove anni e vivevo quella Juve da record, della doppietta Scudetto-Coppa delle Coppe come il riscatto della stagione precedente, die due deludenti secondi posti e delle piccole consolazioni: Coppa Italia e Mundialito Club.
Grande Vignola!