giovedì 23 giugno 2016

Patrick VIEIRA

Classe 1976, nato a Dakar, a ventinove anni è uno dei più grandi centrocampisti al mondo e veste il bianconero dopo avere esaltato per nove anni i tifosi dell’Arsenal ed essere diventato, a furor di popolo, il capitano dei gloriosi Gunners, trascinandoli alla conquista di tre scudetti, quattro F.A. Cup e quattro Charity Shield. Una carriera che già aveva sfiorato il nostro calcio: a diciassette anni era stato per pochi mesi al Milan, sotto la guida di Capello, proveniente dal Cannes, la squadra che lo aveva lanciato. Il Vieira che conquista con la Nazionale francese il Campionato Mondiale 1998 e il Campionato Europeo del 2000, vinto a spese dell’Italia, è qualcosa di più e meglio di qualunque pur lusinghiero pronostico. Che si tratti di fior di campione, lo si nota al primissimo impatto. Nel Trofeo Berlusconi, che costa caro a Buffon seriamente infortunato, Vieira canta e porta la croce, segnando il goal di apertura e correndo come un pazzo, a destra e a sinistra, a pressare e proporre. E in campionato, meglio di così non si può iniziare. A Empoli, alla seconda giornata, si conferma uomo ovunque, anche sotto porta avversaria; il suo goal è dirompente, sembra quasi voler annichilire gli avversari quando avanza o prende posizione sui calci piazzati. Risolve alla sua maniera la delicata trasferta di Udine, appena tre giorni dopo concede il bis a Parma, altro campo tremendo.
Certo, non sono sempre rose e fiori; a volte va fuori misura esasperando la parte atletica a scapito della tecnica, ma certo tutto si può dire di lui tranne che tolga il piede prima del contrasto. Qualche infortunio e alcuni stop legati a squalifica limano a volte il suo contributo alla causa, che resta comunque importante. Risolutivo a Chievo alla prima di ritorno, poi un po’ appannato, Patrick riconquista tutta la considerazione di compagni e tifosi nella decisiva trasferta di Siena, che diventa una passeggiata dopo che lui ha risolto, di testa, sovrastando compagni e avversari, il problema di rompere il ghiaccio, segnando il primo goal.
Una stagione, la 2005-06, positiva, suggellata da prestazioni di spessore, al Mondiale tedesco, con la maglia della Nazionale francese. Poi, il rifiuto di giocare in Serie B e il trasferimento all’Inter. «La Juve nella quale sono stato io è una delle squadre più forti nelle quali abbia mai giocato e il mio anno a Torino è stata un’esperienza molto positiva. Me ne sono andato dopo un solo anno perché non volevo rimanere in Serie B. Mi è dispiaciuto, ma questa è la vita di un calciatore. Quella stagione in bianconero, però, è stata davvero bella».


ENRICA TARCHI, “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 2005
Non poteva esserci presentazione migliore che essere amico di Lilian Thuram, che tutti, nell’ambiente bianconero, conoscono non soltanto come un calciatore eccezionale, ma anche come un uomo molto profondo, di grande cultura e sensibilità. Lilian ci presenta Patrick Vieira parlandone in modo semplice, genuino, ma molto incisivo: «È una brava persona, con la testa sulle spalle, è molto tranquillo e sa essere molto positivo. Il fatto che sia stato capitano dell’Arsenal e lo sia della Nazionale francese ne è una dimostrazione. Inoltre non dimentica le sue origini, sta facendo cose importanti per l’Africa».
Per il suo paese, Patrick, francese di origini senegalesi, sta facendo qualcosa di davvero speciale e lo racconta con orgoglio: «Ho aperto una scuola a Dakar, assieme a Bernard Lama e Jimmy Adjoviboco, dove i ragazzini sono impegnati al 70% con le lezioni e il 30% con il calcio. L’ho fatto, perché il nostro sport in Africa è una vera passione, è il sogno di ogni bambino, ma sappiamo bene quanto sia difficile affermarsi a certi livelli. Il mio obiettivo è che, parallelamente al sogno del calcio, gli allievi della mia scuola sognino di diventare professori, dottori, ingegneri, giornalisti. Ci sono insegnanti che vengono appositamente da fuori per far loro lezione, per farli appassionare anche ad altre cose che non siano un pallone da calcio. Se poi nel loro futuro ci sarà una carriera come la mia, bene, altrimenti ho la speranza che ci sia qualcos’altro e il nostro sport è sicuramente una leva importante per orientarli anche verso altri interessi. Io mi informo sempre di come vanno le cose laggiù, anche se a causa dei miei impegni calcistici non è facile essere presente, ma seguo con passione l’evolversi di questa struttura che presto sarà ultimata in tutte le sue parti, ma che lavora già a pieno ritmo da oramai due anni».
Eccolo il Patrick Vieira che non si conosce, il personaggio che sta alla base del grande campione che tutti apprezziamo e che i tifosi e gli appassionati di calcio amano e considerano uno dei più forti giocatori in circolazione. A volte bisogna scavare nel profondo di una persona per coglierne la vera essenza, capire come ha fatto a guadagnarsi un posto nell’élite del calcio mondiale, dove la tecnica non basta, ci vuole anche una forte personalità, una maturità che si acquisisce con il tempo, riflettendo su quello che si ha intorno, vivendo la vita e non facendosela scorrere addosso. «Quando ero ragazzino – ammette Patrick – non riflettevo abbastanza sulle cose, pensavo solo al calcio. Sono stati Bernard Lama, Jimmy Adjoviboco e Lilian Thuram ad aprirmi gli occhi. Ho capito che nella vita non c’è solo il calcio, che ci sono cose più importanti, come ad esempio aiutare la gente. Io sono nato in Africa e con il tempo ho capito che non lo dovevo dimenticare, che avevo il dovere di fare qualcosa per la mia gente. Con il mio amico Lilian, che era anche mio compagno di stanza in Nazionale e ora lo è nella Juve, si può parlare di tutto, lui ha un’opinione personale su tutti gli argomenti e questo mi piace, mi aiuta a riflettere. E una persona semplice e genuina».
È un’amicizia vera quella che lega i due assi francesi, sana e sincera, che lo ha anche aiutato a sentirsi a casa propria fin dal giorno del suo arrivo alla Juventus. Lilian lo ha preso per mano e lo ha accompagnato in un mondo in cui Patrick ha messo ben poco tempo ad ambientarsi, proprio come il suo amico fraterno aveva pronosticato. «Ci siamo conosciuti quando giocavo nel Cannes – racconta Vieira – e lui era nel Monaco, ci siamo trovati di fronte da avversari, ma la vera amicizia è sbocciata quando abbiamo iniziato a frequentarci in Nazionale».
Da allora sono successe tante cose, calcistiche e non. Patrick si è sposato, quest’estate, e Lilian ha partecipato al suo matrimonio con Cheryl. Quando è possibile, i due amici trascorrono un po’ di tempo assieme, anche se i casi della vita non li hanno mai portati, per esempio, a condividere una vacanza, ma ci sarà tempo anche per quello. «Magari – sorride Vieira – ora che viviamo nella stessa città ci troveremo per andare a giocare a golf».
Ma è ben altro che li unisce. Si capisce, anche se non lo dicono. È come un filo sottile, una corrispondenza di pensieri, una grande umanità. Ecco cosa li rende tanto speciali. Si dice che gli opposti spesso si attraggono, ma anche tra simili a volte ci si trova a meraviglia. Patrick era fortemente richiesto non solo dalla Juventus, ma anche dal Real Madrid. Zidane contro Thuram, se vogliamo fare una forzatura. Ha vinto Thuram. «Diciamo che ho vinto io – spiega Vieira – nel senso che nessuno ha influito sulla mia scelta se non io stesso. Ho riflettuto a lungo e ho scelto la strada migliore per me, e ogni giorno che passa sono sempre più convinto di aver fatto la cosa giusta».
Un ritorno, quello nel campionato italiano, che potrebbe parere una stonatura a chi, qualche tempo fa, lo aveva sentito dire che non sarebbe tornato a giocare nel nostro paese dopo uno spiacevole e inqualificabile episodio razzista che lo aveva coinvolto. «Se avessi fatto quello che avevo detto in quell’occasione, l’avrei data vinta a una minoranza. Invece sono qui, e voglio pensare solo a giocare e a vincere».
Ora che ha vinto la sua personale battaglia contro l’intolleranza, a ulteriore dimostrazione di un carattere forte e tenace, Vieira si prepara a lanciare altre sfide, questa volta sportive: «Con la Juventus voglio vincere tutto, in Italia e in Europa. La Champions League è il sogno di tutti, è una competizione difficile in cui, negli ultimi anni, è capitato che trionfassero squadre diverse da quelle che il pubblico si aspettava. Quindi non si possono fare ragionamenti sulla carta, sarà il campo a parlare, ma noi faremo del nostro meglio per trionfare in tutte le competizioni a cui partecipiamo».
Tutti vogliono che il campo alla fine dica Juve e, con una squadra così, la sfida è lanciata. Fabio Capello, che l’ha allenato nella sua breve parentesi al Milan e ora l’ha fortemente voluto, si gode con soddisfazione la coppia di centrocampo Vieira-Emerson, che considera la più forte in assoluto, in Italia e non solo. E Patrick ricorda alcuni preziosi insegnamenti ricevuti dall’attuale tecnico bianconero: «Il mister, ai tempi del Milan, mi ha insegnato il metodo di lavoro e a credere in me stesso – racconta il francese – questo mi ha fatto maturare molto fino a diventare la persona che sono. Il fatto che Capello abbia detto che fin da giovane si aspettava da me che diventassi il nuovo Rijkaard mi fa molto piacere, anche perché l’olandese è sempre stato uno dei miei idoli».
Ora si sono ritrovati alla Juventus, un club che Vieira dopo pochi giorni descrive già in modo entusiastico: «Mi sono trovato subito benissimo, questa è la squadra perfetta per me, un ambiente eccezionale circondato da un entusiasmo che mi ha davvero colpito».
Un amore a prima vista, dunque, ricambiato dai tifosi bianconeri che lo hanno accolto a braccia aperte. Un altro campione per una squadra di campioni.

1 commento:

Giuliano ha detto...

Negativissimo contro l'Arsenal, dove si è fatto perfino espellere: grande giocatore, ma al momento buono non c'è mai stato.