mercoledì 14 giugno 2017

Mauricio ISLA


Nato a Santiago del Cile il 12 giugno 1988, approda alla Juventus nell’estate del 2012, proveniente dall’Udinese, insieme al compagno di squadra Kwadwo Asamoah. Soprannominato El Huaso (che in cileno significa il mandriano), in Friuli si è messo in evidenza con grandissime prestazioni, grazie alla sua duttilità che gli permette di disimpegnarsi a dovere in ogni ruolo di centrocampo. Mauricio arriva da un grave infortunio, occorsogli in febbraio: in uno scontro con il milanista Ambrosini, rimedia una distorsione del ginocchio destro con lesione del legamento collaterale laterale e interessamento del legamento crociato anteriore, che lo tiene fermo per cinque mesi. Mister Conte è, tuttavia, molto fiducioso nel recupero del cileno e, nei suoi dettami tattici, lo vede quale alternativa a Lichtsteiner nel ruolo di esterno destro.
Purtroppo, l’ottimismo dell’allenatore bianconero non verrà giustificato dalle prestazioni di Mauricio. Infatti, il cileno appare come l’ombra del brillante giocatore ammirato a Udine e, nelle due stagioni che resta alla Juventus, totalizza poche partite da titolare e poche di qualità, tanto da far nascere dubbi sul totale recupero del giocatore, non tanto dal punto di vista fisico ma nell’aspetto psicologico. Isla, infatti, si dimostra un ottimo corridore, buono tatticamente, tenace il giusto per la Serie A, ma non di altissimo livello se chiamato alla manovra o alle giocate verticali per le punte. Nemmeno i suoi inserimenti senza palla sono fruttuosi e, spesso, Conte gli preferisce il disciplinato Padoin. Nell’estate del 2014, è ceduto al Queens Park Rangers.
«Umile, concreto, sempre pronto a spendere fino all’ultima goccia di sudore per la squadra. Fin dal primo giorno alla Juventus, nel luglio 2012, per le successive due stagioni Mauricio Isla ha onorato la maglia con impegno e dedizione, mettendosi a disposizione dei successi del gruppo con professionalità esemplare. Dopo quarantasette presenze in bianconero e dopo aver conquistato due scudetti e due Supercoppe italiane, Mauricio affronterà ora una nuova sfida con gli inglesi del QPR. Ai nostri ringraziamenti, si uniscono quelli dei tifosi. Un grande in bocca al lupo per la nuova avventura, Mauricio!» Questo è il saluto della Juventus.
Rientra a Torino nell’estate successiva. Nemmeno il tempo di disfare la valigia e, dopo aver disputato pochi minuti nell’incontro inaugurale del campionato contro l’Udinese, si trasferisce a Marsiglia.


LUCA MOMBLANO, “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 2012
Il primo pallone da calcio non si scorda mai. Detiene un fascino del tutto particolare, segna una delle tappe indelebili della crescita. Tanto più se quel bimbo di soli cinque anni sarà poi un calciatore professionista e vestirà un giorno la maglia della Juventus. Può sembrare una storia normale, anche un po’ banale, e invece si tratta di una storia per pochi eletti. Una categoria nella quale rientra di diritto il neoarrivato Mauricio Isla, cileno adottato dal calcio italiano, ventiquattro anni appena compiuti eppure già calciatore dal comprovato bagaglio di esperienza.
Qui di seguito è lo stesso Isla a raccontarsi al pubblico bianconero, ed è anche un po’ come viaggiare con la macchina del tempo. Dal significato del fresco approdo a Torino, indietro fino a quel giorno in cui... «Essere a tutti gli effetti un calciatore della Juventus mi trasmette due forti sensazioni: orgoglio e felicità. È un momento di profondo significato per me e per la mia famiglia. È il coronamento del lungo percorso di Udine, dove ho trovato una piccola realtà calcistica che mi ha permesso di crescere fino ad arrivare nella squadra più forte d’Italia e in uno dei club più blasonati al mondo. Per me tutto è iniziato quando mia madre, appassionata di calcio, mi regalò il primo pallone: avevo cinque anni ed è il primissimo ricordo che nutro legato al calcio. Fu lì che iniziai a giocare con gli amici; qualcuno anche di dieci anni più grande di me. Non perdevo un’occasione, anche perché all’epoca vivevo in una casa proprio a ridosso del campo sportivo del paese. Si viveva a stretto contatto con la natura e con gli animali. Da qui anche il soprannome di Huaso; il modo con il quale gli adulti chiamavano i ragazzini che arrivavano da fuori città. Questo contesto è stato la mia fortuna, insieme alle figure femminili che mi hanno insegnato l’ordine e l’educazione. È importante avere un punto di riferimento stabile in casa. Tanto più se hai una mamma che ti regala la maglia del suo idolo, Marcelo Salas, ai tempi in cui giocava nell’Universidad de Chile!»
Alla soglia della maggiore età, quel ragazzino dalla corsa facile e dal forte temperamento è oramai al termine della trafila giovanile trascorsa nell’Universidad Catolica, uno dei tre top-club cileni. È l’estate del 2007 e Mauricio Isla viene selezionato per il gruppo della Nazionale Under 20 che parteciperà al Mondiale di categoria in programma in Canada. Un vero e proprio appuntamento con la storia, la sua storia. «Quel Mondiale mi ha cambiato la vita. E molto lo devo a José Sulantay, tecnico di quella Nazionale. Mi dette la fascia di capitano nonostante fossi praticamente l’unico tra i convocati a non aver ancora giocato in prima squadra nel campionato cileno. Ripose grande fiducia in me, disputai un ottimo torneo e arrivammo terzi. Ci fu addirittura una partita nella quale tutti i nostri attaccanti erano indisponibili, giocai per la prima volta in camera da punta e segnai due goal. Dopo, successe tutto molto in fretta. L’Udinese, il trasferimento in Italia, le prime parole dell’allenatore Pasquale Marino che mi caricò dicendomi: “Vai a giocare qualche partita con la Primavera giusto per ambientarti, poi sarai pronto per la Serie A”. Aveva ragione. La mentalità la devo invece a Marcelo Bielsa, ex commissario tecnico del Cile. È uno che infonde la cultura del lavoro. Sarà un caso, ma la prima frase che mi ha detto Conte è stata identica a quella che mi disse a suo tempo Bielsa. Non lo conosco ancora bene, ma Conte dà la sensazione di ottenere il massimo dai giocatori. Se sei bravo, con lui puoi diventare un campione. La dimostrazione è Arturo Vidal, che conosco molto bene ed era già fortissimo quando giocava in patria nel Colo-Colo. In più hai di fianco fuoriclasse del calibro di Buffon, Pirlo, Chiellini e c’è lo Juventus Stadium: ci ho giocato sotto la neve, faceva molto freddo, ma trasmetteva un calore unico. Fantastico. Ma al Friuli avevo già capito che i tifosi della Juve sono qualcosa di speciale. Giocavamo in casa, e sembrava di essere in trasferta. Funziona così su tutti i campi della Serie A, no? Tutto questo mi stimola a tirar fuori tutto ciò che ho dentro. Sono alla Juventus per vincere tutto. E sono contento che di ritrovare anche il mio ex compagno Asamoah: un ragazzo serio, un grande lavoratore, oltre che un amico».
La collocazione tattica, la Champions League, la presidenza Agnelli e i tifosi. Un’idea per ogni cosa. Quel bimbo dagli occhi piccoli e dal cuore grande è diventato adulto: Mauricio Isla è oggi un atleta a tutto tondo, dal carattere pacato ma per nulla timido. Fuori dal campo si limita al bowling, al cinema e a quella televisione attraverso cui ha seguito i nuovi compagni di squadra impegnati agli Europei. «Sono un calciatore duttile, è vero. L’anno scorso nell’Udinese ho giocato da interno coprendo il buco lasciato dalla partenza di Inler. Mi sono trovato bene, ma credo finora di aver reso al massimo da esterno destro tanto nel 3-5-2 quanto nel 3-4-3 che adottiamo in Nazionale. La Champions League? Sarà la prima volta per me, ma ho visto i Campionati Europei, e se penso che la difesa dell’Italia è la stessa della Juve allora penso che giocheremo per vincerla. Ho ammirazione per quello che sta facendo il presidente Agnelli: alla squadra più forte d’Italia, imbattuta per tutto il campionato, ha aggiunto almeno cinque o sei giocatori di alto livello. Io non sapevo davvero niente dell’interesse della Juve, è stata una bellissima sorpresa. È bastata una telefonata del mio procuratore, ho risposto con una sola parola: sì. Sono orgoglioso di far parte di questo progetto. Anche un po’ impressionato, ma non vedo l’ora. Ci tengo a precisare che non ho mai detto di sognare il Real Madrid. In Cile va per la maggiore la Liga e il giornalista mi ha fatto una domanda precisa chiedendomi chi preferissi come squadra tra Real e Barcellona. Quando ho risposto avevo già firmato per cinque anni con la Juve, sognando di poterci rimanere anche molto più a lungo».


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