martedì 11 ottobre 2016

Luciano FAVERO

Fra i calciatori che sono migliorati al punto di convincere anche gli scettici (impresa non da poco) c’è Luciano Favero. Ritenuto ingiustamente un grezzo elemento di pura forza, si è rivelato un difensore completo, a suo modo eclettico, poiché ha saputo ricoprire disinvoltamente anche il ruolo di libero dopo l’infortunio di Scirea nella finalissima intercontinentale di Tokyo. In realtà Favero, nato nell’ottobre del 1957 a Santa Maria di Sala, provincia di Venezia, ha saputo trasferire nel calcio la ferrea volontà delle sue origini contadine (sei fratelli) unita a una capacità di apprendimento che lo segnala fra i difensori più significativi della cosiddetta generazione di mezzo.
Favero, dopo i primi calci nella squadretta di un paese vicino, Calvi Noale, sempre nell’hinterland veneziano, passa per Varese, dove un certo Piemimonte lo conduce per il provino. I tecnici varesini lo dirottano alla Milanese, società vassalla che alleva giovani in nome e per conto della più rinomata consorella lombarda.
Succede, infatti, che Favero disputa un intero campionato nella Milanese, giocando al sabato sul campo di Piazzale Corvetto, allenatore Rumignani, un aspirante stratega che l’anno dopo (siamo nel 1977-78) lo porta con sé a Messina. Laggiù Favero, che non ha ancora venti anni, disputa trentasette partite nel campionato di Serie C.
È un terzino che bada al sodo, non proprio raffinato nel gesto ma estremamente efficace. Comincia così un grande pellegrinaggio in varie piazze del Sud (Messina, Siracusa, Salerno, Avellino) dove Favero matura tecnicamente affermando di pari passo la propria personalità agonistica.
A Salerno trova Facchin, ex ala sinistra del Torino nella seconda metà degli anni sessanta, ai tempi della prima gestione Fabbri, che lo trasforma da terzino di fascia in stopper centrale. Sarà un’esperienza importante, poiché in seguito Favero giocherà disinvoltamente sia stopper, sia terzino.
Di mezzo c’è una stagione quasi intera alla Rimini, dal novembre 1980 al 1981, dove il ragazzo veneto attira l’attenzione dei tecnici più qualificati. «Sono diventato stopper per necessità di squadra, dopo aver iniziato proprio da terzino. Le mie qualità migliori erano l’anticipo e il colpo di testa; mi sono sempre trovato bene sia nella marcatura stretta a uomo, sia nella zona. Ad Avellino ho giocato anche parecchie volte come libero».
A ottobre di quell’anno Giacomini lo raccomanda al Torino, al pari di Briaschi che sta a Vicenza, ma la società granata non ha mezzi e Favero viene ceduto all’Avellino. Nasce la coppia centrale Favero-Di Somma: fare goal al Partenio diventa molto difficile. Finché arriva la Juventus, nell’estate del 1984, che cerca un giocatore serio per sostituire Gentile. E lo trova in Luciano Favero, che nel frattempo si è sposato ed ha messo su famiglia.
«Ero a conoscenza delle trattative della Juventus per prelevarmi dall’Avellino e mandarmi alla Lazio, quale contropartita di alcuni giocatori; partii per le vacanze con la consapevolezza di vestire la maglia biancoazzurra laziale. Fu proprio in vacanza che ricevetti dalla società la notizia del mutamento di programma; la cosa mi lasciò letteralmente incredulo e la mia felicità esplose nel più vivo entusiasmo. Poi è sopraggiunta una fase all’insegna della paura di commettere errori; essere accanto a personaggi di fama mondiale, mi ha fatto scaturire un senso di inferiorità e di imbarazzo che ha creato delle difficoltà al mio rendimento iniziale. Soprattutto, ero deluso dalla consapevolezza di vedere i tifosi juventini titubanti a un mio impiego nella squadra bianconera; molto mi giudicavano non da Juventus. È stato un periodo molto duro, poi, in una partita casalinga contro il Napoli, sono riuscito ad annullare Maradona e la gente ha cominciato a scoprire anche Luciano Favero, quale protagonista delle vittorie della Juventus».
All’inizio della stagione 1985-86, in tema di esperimenti, Trapattoni confida un giorno ai cronisti amici che intende provare Favero libero. Chi ha un pizzico di confidenza con il Trap non può fare a meno di fargli notare che la Juventus, in alternativa a Scirea, ha già un libero di ruolo: Manfredonia. Ma Trapattoni replica che non vuole ritoccare un centrocampo che ha in Manfredonia e Bonini due pedine irrinunciabili. Quindi preferisce un difensore puro: «Scelgo Favero, perché secondo me ha tutti i numeri per poterlo fare».
Le vicende stagionali confermeranno puntualmente le previsioni e le scelte del tecnico. Trapattoni ha visto giusto, ma Favero ha saputo ripagare la fiducia in modo stupefacente.
Lascia la Juventus nel 1989 e in bianconero totalizza 201 presenze con due goal, vince uno scudetto, una Coppa Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa Europea.


VLADIMIRO CAMINITI, “HURRÀ JUVENTUS” DICEMBRE 1986
Ricordo la mia prima intervista a Favero al campo Combi, proprio all’indomani del disastroso match perduto 4-0 a San Siro con l’Inter. E mi aspettavo, dopo avergli dedicato una davvero severa pagella, di trovarlo corrucciato, deciso a chiudersi nel mutismo dell’avvilimento. Trovai invece davanti a me il signor Favero, l’intervista avvenne regolarmente e Favero si raccontò senza paroloni in modo perfetto.
Disse, riassumo, che ambientarsi nella Juventus dopo essere stato in una squadra come l’Avellino non era facile, mentre era facile, cioè garantito, che lui avrebbe saputo farsi valere, se i critici avessero avuto pazienza. Spiego com’era soltanto un problema psicologico ma che la fiducia di Trapattoni lo rincuorava e che presto ci saremmo ricreduti. Quanti, a dire il vero, credevano nelle qualità e nelle risorse di Favero all’altezza di quelle domeniche? Pochi. Ma si deve subito aggiungere che le perplessità non riguardavano punto la Juventus, dove il giocatore veniva considerato in virtù di qualità che all’occhio di Boniperti o Trapattoni non potevano sfuggire.
E Favero ebbe, infatti, un girone di ritorno positivo sotto ogni aspetto e si cominciò ad allineare al resto della squadra. Un giocatore adatto alla difesa ma in grado di discese snelle e convergenti. Un difensore tattico mai statico e sempre ricco di slancio. Un campione dell’impegno morale anche la domenica, imperlato di serenità, forse per il concetto antico che ha della sua famiglia (la moglie è siciliana e ne parla con orgoglio) un campione come ne vorremmo molti, e invece ahimè ne abbiamo pochi cosi compenetrati nella professione da farne qualcosa di limpido, di vero, prima che qualcosa di tecnico.
Prima lo spirito insomma, poi la tecnica. Ed è in sostanza come se chi scrive recuperasse d’incanto, in mezzo ai frastuoni del consumismo uno dei personaggi mitici della Juventus, quei personaggi che a questa società lo hanno avvicinato, cosi da prediligerla egli su tutte culturalmente e storicamente per una scelta professionale.
Non aveva forse la prima Juventus della leggenda, quella creata da Edoardo Agnelli, giocatori come Favero? Forse Caligaris era molto dissimile sul piano degli slanci del cuore? Era il denaro la parte fondamentale per Berto dal fazzoletto alla fronte e la sforbiciata perenne? Voi pensate che Favero sia particolarmente attaccato alla parte economica? Lo svincolo può interessarlo in qualche modo? Ambisce forse a ulteriori guadagni?
Io penso che Luciano Favero sia il massimo oggi, con pochi altri esemplari, di professionalità. La Juventus ha fatto un affarone acquistandolo. La sua partecipazione allo spartito è sempre più vivida e corposa. E riuscito or non è molto anche a insaccare un goal di bellissima esecuzione dopo una sgroppata di possesso.
Favero ha conosciuto il profondo Sud prima di salire lo stivale alla conquista della mitica Juventus. Secondo me le molte esperienze professionali lo hanno preparato al grande salto. Iniziava in C nel Messina, prima di passare ancora in A alla Salernitana dal pubblico specialmente caloroso. E poi il Siracusa. Chi non è mai stato a Siracusa, non sa cosa può essere questa città millenaria, pupilla degli dei, città di mura bianche che d’improvviso diventano azzurreo.
Luciano aveva già scelto la donna della sua vita, aveva poco più di venti anni, andava verso un futuro che non poteva prevedere. Nel 1981 il Siracusa lo cedeva in ottobre al Rimini in B. Vi giocava soltanto sette partite, ma con il suo impegno più fervido e alla fine di quel mese lo reclutava l’emergente Avellino, alla cui corte sgobbava un giovane dalla guancia pallida e fine di nome Marino.  Era fatta. Nell’Avellino, Favero avrebbe giocato 108 partite in tutto, la Juventus lo notava e ne faceva, con l’occhio infallibile di Boniperti, l’erede di Claudio Gentile, intanto emigrato a caccia di nuovi guadagni.
La stabilità di rendimento, indice di classe, la duttilità di piede, indice di classe, la serenità comportamentale, fanno di Favero uno dei capisaldi difensivi dell’undici che a Tokyo ha conquistato la gloria mondiale.
Vi sono giocatori che escono dal copione e rappresentano un’ulteriore dimostrazione di quel che il calcio sa dare ai suoi figli. Il nostro “venezian”, scaldatosi al sole del Sud, negli occhi di una ragazza isolana, doveva trovare la ragione più profonda del suo destino. La vita semplice, puntigliosa e costruttiva di Luciano Favero. Che in campo ne fa uno stopper o un difensore di fascia (anche un libero) di totale sicurezza. E come dice Trap, dal piede buono.


FRANCO MONTORRO, “HURRÀ JUVENTUS” FEBBRAIO 2002
Quando arriva a Torino, nell’estate del 1984, e diventa immediatamente il Baffo, Luciano Favero è ancora un giocatore giovane, ventisette anni, ma ricchissimo di un’esperienza maturata sui campi della provincia e Trapattoni per sostituire Gentile ha bisogno soprattutto di un difensore rodato e affidabile, di spessore.
A dire il vero, quel ricordare il passato fra club di non primissima fascia (Varese, Messina, Salernitana, Siracusa, Rimini e Avellino) è piuttosto ingeneroso nei confronti del giocatore nativo di Santa Maria di Sala, Venezia, perché le cinque stagioni trascorse in bianconero confermeranno sì la quantità, ma anche la qualità del gioco di Baffo Luciano.
Ed anche l’affidabilità la mostrerà e la confermerà in oltre 200 partite con la maglia della Juve, quasi tutte da terzino destro, ma con ottime prestazioni anche al centro della difesa, e due goal. Il primo, il 27 ottobre 1985 a Udine: è il 2-0, al 50’ di una partita che poi vedrà i friulani segnare il goal della bandiera grazie ad una deviazione di Cabrini alle spalle di Tacconi. La seconda marcatura quasi due anni più tardi, a Torino: è il terzo goal bianconero nel 3-1 al Pescara.
Insomma, piedi buoni non solo per sporcare le giocate avversarie, ma anche per finalizzare a rete e per battere in un simpatico confronto a distanza il suo predecessore Claudio Gentile, che in bianconero di reti ne aveva messe a segno in totale una.
Un confronto che oggi Luciano respinge con un sorriso. «Non sapevo di questo vantaggio su Claudio, ma naturalmente me lo tengo. La sua eredità non fu facile, soprattutto nei primi mesi, ma penso di essermela cavata bene anche grazie al fatto che per tre anni consecutivi non ho saltato una partita e i tifosi hanno fatto presto l’abitudine a vedermi con la maglia numero due della Juventus. I goal? Ricordo soprattutto il primo, all’Udinese. Io faccio un anticipo a metà campo e scatto in avanti, scambio con Serena e batto in diagonale Brini. Avevo i piedi buoni? Sì, sui cross giusti. Giocavo a destra, da terzino, ma all’occorrenza ho saputo prendere il posto sia di Brio che di Scirea, in quest’ultimo caso, ad esempio, quando Gaetano si infortunò nel corso della finale di Coppa Intercontinentale».
Cinque anni alla Juventus permettono di raccogliere molti ricordi e di poterli separare anche in maniera netta. «Il più bello è quello della Coppa Intercontinentale, al di là del risultato era già una cosa grandissima essere là. Poi ci sono stati momenti neri ma neri davvero. La sera dell’Heysel e quell’altra maledetta, nella quale anche se io non ero più alla Juve, imparai della morte di Scirea, povero Gaetano. Sì, le pagine felici sono state molte di più ma quel paio di nere sono state così profonde da essere dolorosamente indimenticabili. Torniamo alle note positive. I compagni: tutti straordinari. Lo dividevo la stanza con Stefano Tacconi. No, ci conoscevamo da prima di Avellino, perché avevamo fatto il militare insieme».
Dopo cinque stagioni alla Juventus, nell’estate 1989, le strade di Luciano e della società bianconera si separarono. «Sono andato a Verona, nell’ultimo anno di Bagnoli. Una stagione sfortunata, culminata con la retrocessione, presto riscattata solo un campionato dopo con la promozione della squadra affidata a Fascetti. Poi ho smesso, ad altissimo livello. In effetti sto ancora giocando in una squadra di Prima Categoria, ma soprattutto per tenermi in forma alla mia veneranda età. Sono tornato nel mio paese natale, ovviamente seguo con affetto una Juventus, che in questa stagione mi sembra aver trovato un eccellente equilibrio. Tutte le squadre hanno alti e bassi e in questo senso mi sembra che la Juve sia quella più abituata a gestirli. Il calcio di oggi? Sul campo è uguale al mio. È il contorno a essere cambiato».
Parola di Baffo? «Parola di Baffo, anche se li aveva anche Tacconi. E Boniek, ma erano chiari. E Rush, piccoli, quasi invisibili».
Parola di un giocatore che alla Juve ha dato moltissimo e che questo mese ci ha fatto piacere salutare per tutti voi.

6 commenti:

Giuliano ha detto...

Ecco un'altra faccia che rivedo volentieri. Non l'avrei mai detto, quando arrivò alla Juve, che mi ci sarei affezionato.

Anonimo ha detto...

E' davvero da pelle d'oca per un 65 enne irpino rileggere e rivedere Luciano Favero, mi ci attaccai già ad Avellino figurarsi per 5 anni in bianconero a sostenerlo fin dall' inizio. Fece la sua bella figura pur in mezzo a tanti campioni. ciao Luciano

Gregory45 ha detto...

sono un amico fraterno di Luciano e potrei dire che sono il don abbondio dei promessi sposi, perchè attraverso un escamotage ho fatto sposare Luciano con sua moglie quando giocava a Messina. sto scrivendo questo perchè mifarebbe piacere sapere dove sta e cosa fa oggi 4 dicembre 2011 Luciano Favero, vorrei Vederlo, sentirlo e prenderci un caffè. Grazie chi sa qualcosa

Anonimo ha detto...

Io lo so dove sta, vive a salzano in provincia di Venezia, e credo abbia un'impresa edile, sempre simpatico, lo si vede spesso in giro per il paese

Anonimo ha detto...

Luciano Favero lavora come tutto fare presso la villa Ca'della nave a Martellago Venezia

Anonimo ha detto...

..Luciano è stato un mio grande beniamino quando avevo 14/15 anni...purtroppo non lavora più alla Villa Ca' della Nave di Martellego da oltre 4 anni...mi piacerebbe moltissimo incontrarlo..