martedì 21 giugno 2016

Michel PLATINI

L’avventura juventina di Michel Platini comincia il 30 aprile del 1982; è l’ultimo giorno utile per tesserare il secondo straniero e la Juventus ha già scelto Zbigniew Boniek. Boniperti, nonostante la Juventus sia a tre giornate dalla fine del campionato, decide di scaricare Liam Brady, l’irlandese prelevato dall’Arsenal due anni prima, e di puntare sull’asso francese. L’avvocato Agnelli ha scoperto Michel due mesi primi, ed è convinto che Platini è l’uomo giusto per avviare un ciclo europeo della Juventus, gran vuoto della storia bianconera. Agnelli parla della sua idea con Boniperti e con Trapattoni, e, nonostante qualche perplessità, sono tutti d’accordo. Michel non vede l’ora di arrivare a Torino, nonostante le sirene del Real Madrid, dell’Arsenal e del Bayern Monaco. I suoi nonni lasciarono l’Italia nel 1919, erano di Agrate Conturbia, un piccolo centro del Novarese, a pochi chilometri da Barengo, la patria di Boniperti.
Platini sbarca a Torino quel pomeriggio, il suo è un vero e proprio blitz: discute il contratto, firma e rientra subito in Francia. La Juventus vorrebbe tenere segreta la notizia, nel timore di negative ripercussioni sul morale di Brady e della squadra, impegnata la domenica dopo nell’insidiosa trasferta di Udine. Ma qualcosa filtra da Parigi, Boniperti e, alle 19:30 di quel venerdì, è costretto a dare l’annuncio. Brady è scaricato in pochi minuti, ma offre una lezione di altissima classe e professionalità: a Udine è il migliore in campo e la Juventus conquista una nettissima vittoria per 5-1, con un goal di Paolo Rossi, che rientra proprio quel giorno, dopo la squalifica per il calcio-scommesse. Nell’ultima decisiva partita di Catanzaro, il 16 maggio, realizza il rigore che vale vittoria e scudetto.
Racconta un giornalista francese amico di Michel: «Squilla il telefono rosso e una voce ci dice che Platini sta partendo per l’Italia. L’informatore è anonimo, ma solo un tecnico dell’aeroporto di Lyon poteva darci una soffiata del genere. Così, noi siamo stati i primi a sapere del viaggio di Platini a Torino, a bordo di un Petit Cessna a quattro posti. Quando abbiamo rilanciato la notizia in Italia, nessuno voleva crederci. Per convincere un giornale di Milano, poiché nel frattempo avevamo raggiunto Michel nello studio di Boniperti, abbiamo dovuto far ascoltare la registrazione delle voci di Platini e Boniperti. Il giornalista milanese, che non voleva crederci, era addolorato, perché continuava a dire che era impossibile, perché Platini era stato acquistato dall’Inter!».
Boniperti, appena firmato il contratto, gli dice: «Adesso che è della Juventus, deve tagliarsi i capelli». Michel risponde: «Ha forse paura che mi possono cadere?»
Platini lascia il Saint-Etienne, dopo amare sconfitte: perde il campionato all’ultimo turno, a vantaggio del Monaco, e perde la Coppa di Francia in un’incredibile finale contro il Paris St.Germain. Mondiali di Spagna: la Francia di Platini è quarta, la Polonia di Boniek terza e l’Italia, con sei bianconeri titolari, è Campione del Mondo. I tifosi sono in delirio: si parla di scudetto con sessanta punti e attacco da più di cento goal! La Coppa Campioni? Una formalità.
La realtà, purtroppo sarà molto diversa: il Mondiale ha svuotato molti giocatori e Trapattoni deve subito fare i conti con un’infinità di problemi. Il più grande è l’inserimento, tecnico e ambientale, di Boniek e Platini. Il francese capisce quasi subito che la Juventus non è quella squadra perfetta che aveva immaginato.
La prima partita ufficiale è Catania-Juventus, Coppa Italia, 18 agosto del 1982. Finisce 1-1, è di Marocchino il goal del pareggio. Contro il Pescara, a Torino, il 22 agosto, Platini segna il primo goal ufficiale. La Juventus vince 2-1, il goal di Michel arriva dopo sette minuti, con un pallonetto a scavalcare i difensori abruzzesi e con un tocco volante d’esterno destro a infilare il portiere Bartolini in uscita.
L’esordio in campionato, però, è un disastro, la Juventus perde a Genova, contro la Sampdoria neopromossa, 1-0, segna Ferroni, Platini, come tutto l’ambiente bianconero, è perplesso; Brady, ceduto proprio ai blucerchiati, è il migliore in campo. Una settimana dopo, primo goal e prima vittoria, Juventus-Cesena 2-0, un sinistro che inganna Recchi.
Sono mesi durissimi per Platini: è tormentato dalla pubalgia, discusso, talvolta contestato, viene persino considerato un lusso che la Juventus non può permettersi! La verità è che tutta la squadra è in crisi, il Mondiale ha lasciato segni profondi, ma la colpa è addossata ai due stranieri. Proprio in questo periodo, nasce la loro grande amicizia; Platini è molto amareggiato, polemizza con Trapattoni sullo schieramento, a suo parere, troppo difensivo della squadra. Boniperti lo prega di tacere, di non creare delle polemiche attorno ad una squadra largamente inferiore alle attese. A dicembre Platini si rivolge a uno specialista per curare la pubalgia; in Francia dicono che sta per lasciare la Juventus, deluso e ferito dall’esperienza compiuta. In effetti, la squadra bianconera è staccatissima e deve dare l’addio definitivo allo scudetto addirittura a gennaio.
Dopo Juventus-Sampdoria, prima di ritorno, 1-1 Brady ancora una volta è il migliore in campo. L’avvocato Agnelli (che quando Platini arrivò in Italia, fece trovare alla moglie Christelle, nella camera di albergo, un enorme mazzo di rose con un bigliettino su cui era scritto: «Benvenuta in Italia») è furioso e sbotta: «Se Furino è il regista della nuova Juventus, è inutile farsi illusioni».
È la prima svolta. Trapattoni rivoluziona il centrocampo della Juventus, Bonini sostituisce Furino e la squadra è affidata a Platini. Michel sta guarendo dalla pubalgia e sembra un altro, a febbraio inaugura una girandola di prodezze straordinarie: goal a raffica, quattordici in nove partite, diventa capocannoniere, porta la Juventus alla finale di Coppa dei Campioni. E, con lui, esplode anche Boniek. Il popolo juventino è estasiato, sogna la Coppa, ma Atene boccia senza pietà quella Juventus sbagliata. Vince l’Amburgo, davanti a 60.000 italiani. 1-0, goal di Magath al nono minuto e Platini torna sul banco degli imputati. Non è un leader e il fallimento della Juventus diventa il fallimento di Platini.
Ma dopo Atene si apre per lui e per la Juventus la serie delle grandi vittorie. Quasi da solo, conquista la Coppa Italia, ribaltando nella finale di ritorno con il Verona, la sconfitta dell’andata (0-2), firma due goal, il secondo dei quali a sessanta secondi dalla roulette dei rigori. Michel non si ferma e conduce la Juventus alla vittoria al Mundialito per club, a San Siro.
È entrato così nel cuore dei tifosi, prepara le rivincite fin dal raduno della stagione successiva. Ha finalmente capito tutto della Juventus e del calcio italiano; Boniperti gli affida una squadra rinnovata, non ci sono più Zoff, Bettega e Furino, tocca a Penzo, Vignola e Bonini. Platini parte fortissimo, un goal dopo l’altro, scudetto e secondo titolo di capocannoniere.
È l’anno che porta agli Europei, che si giocheranno proprio in Francia, Platini da spettacolo ovunque, quando la Juventus si ritrova sola, al comando della classifica, a metà dicembre, Platini confessa: «Ho inseguito per un anno la Roma, sembrava inafferrabile, ora dico che è proprio una gran bella sensazione stare in testa al campionato, non c’ero mai riuscito in Italia, ma ne valeva la pena».
A Natale, vince il primo Pallone d’oro; è premiato il giocatore, non la squadra, la Juventus ha vinto poco, ma Platini ha convinto tutti. Ha mille impegni: lavora in TV, segue la sua scuola di calcio a Saint-Cyprien, nel Sud-Ovest della Francia, cura altri affari, e a ogni partita lascia la sua impronta. A febbraio, rinnova il contratto con Boniperti. E il 26 dello stesso mese, gli regala la vittoria nel derby di ritorno con una doppietta memorabile, dopo l’iniziale vantaggio granata ottenuto da Selvaggi. Prima batte Terraneo con un’incornata degna di Charles (la frase è di Boniperti) e poi si ripete con una punizione semplicemente perfetta.
La Juventus vince lo scudetto numero ventuno. Allo stadio Olimpico, il 15 aprile, dopo Roma-Juventus 0-0, Platini può tirare un sospiro di sollievo. «È fatta, finalmente!» La Juventus raggiunge anche la finale della Coppa delle Coppe dopo una sofferta semifinale con il Manchester United. A Basilea, il 16 maggio 1984, la Juventus batte il Porto, 2-1, di Vignola e Boniek i goal, Platini può farsi notare poco, è una partita molto difensiva, e poi Michel ha oramai la mente agli Europei.
In quel fantastico 1984 di Platini, gli Europei occupano un posto molto importante; in ottanta anni, la Francia, che ha inventato competizioni e premi, non ha mai vinto niente. Platini sente di essere alla vigilia dell’appuntamento più importante della carriera, sente di avere una responsabilità enorme e una convinzione: non fallirà.
In cinque partite, Platini offre tutto se stesso e offre giocate di altissima classe. Segna nove goal: uno alla Danimarca, tre al Belgio, tre alla Jugoslavia, uno al Portogallo (il goal del 3-2 in semifinale al 119’) e uno alla Spagna, nella finalissima, complice il portiere Arconada. Parigi è in delirio per Platini, è la sera del 27 giugno 1984. Platini è distrutto ma felice; il titolo di Campione d’Europa gli vale, al di là di tutto il resto, il secondo Pallone d’oro. Si sprecano i paragoni, tecnici ed esperti mettono oramai Platini tra i primissimi di tutti i tempi, davanti a Schiaffino, a Sivori e ad altri geni, in linea con Cruijff e con Di Stéfano, alle spalle del solo Pelé.
La seconda metà del 1984 riserva qualche amarezza, la Juventus non è la stessa corazzata del campionato precedente, lui neppure; il Verona è subito lontano, stavolta i goal del francese non bastano, il campionato è un calvario, resta solamente l’agognata Coppa dei Campioni. Platini si conferma capocannoniere segna diciotto goal, precedendo Altobelli e uguagliando il record di Nordahl, vincitore, ma trent’anni prima, per tre anni consecutivi della classifica dei cannonieri.
La peggiore Juventus dell’era “bonipertiana”, arriva sesta, addirittura fuori dalle Coppe Europee, trentasei punti in trenta partite, con Rossi, Boniek e Tardelli in partenza. Platini conduce la Juventus alla terza finale europea in tre anni, grazie anche a una splendida partita contro il Bordeaux. Ora sulla strada di Platini, c’è il Liverpool, battuto a Torino nella Supercoppa il 16 gennaio 1985, in mezzo alla neve: 2-0, doppio Boniek. A Bruxelles, in un clima allucinante, Platini trasforma il rigore decisivo e consegna a Boniperti il trofeo insanguinato, ma qualcosa fra lui e il calcio si spezza. Platini è avvilito, scappa in Francia, ha bisogno di riposare e di riflettere; è un uomo in crisi, avverte nausea per il calcio.
In autunno, denuncia il suo malessere. «Non ce la faccio più», esplode dopo le furibonde polemiche che seguono Juventus-Verona (2-0 a porte chiuse) di Coppa dei Campioni. Sembra stanco del calcio, ha voglia di smettere. Contrariamente alle sue abitudini, segna pochissimo, ma la Juventus vince molto e prenota lo scudetto. Il 16 novembre, la Francia batte la Jugoslavia con due suoi capolavori al Parco dei Principi, il 2-0 qualifica la squadra transalpina al terzo Mondiale consecutivo.
Platini sente scattare una molla dentro di sé; deve decidere il suo futuro, da Ginevra il Servette lo tenta con mille premure, potrebbe giocare in un campionato assai meno stressante di quello italiano. Ma Michel ha un grande dubbio: meglio chiudere con il calcio ai massimi livelli oppure continuare anche dopo il Mondiale messicano?
La Juventus vola a Tokyo, l’8 dicembre e vince la Coppa Intercontinentale, Platini firma il penalty risolutivo, chiude l’interminabile ma bellissima, sfida con l’Argentinos Juniors. Platini torna a sorridere: «Questa partita mi ha insegnato che il calcio è ancora una cosa splendida!»
Il 1985 si chiude nel segno di Platini: due goal al Lecce, uno alla Sampdoria, la Juventus è sempre più sola in testa alla classifica. Da Parigi, arriva il terzo Pallone d’oro. Mezza Europa è alla caccia di Platini; arrivano proposte da Barcellona, da Parigi, dall’Inghilterra e persino dal Napoli e dal Milan. Platini è titubante, non riesce a decidersi, ma lascia capire di essere orientato verso il terzo “sì” alla Juventus. Rinvia l’annuncio un paio di volte, ma il rinnovo arriva, per la gioia di tutto l’ambiente bianconero
Arriva lo scudetto, ma la Juventus sta per iniziare un ciclo negativo, che la vedrà senza vittorie in campionato per quasi un decennio. Trapattoni va all’Inter, arriva Marchesi; in campionato splende l’astro di Maradona e lo scudetto va a Napoli. La Juventus gioca una stagione anonima, subito eliminata dalla Coppa dei Campioni, non è quasi mai in lotta per lo scudetto. L’ultima partita del campionato 1986-87 è l’ultima di Michel: una malinconica pioggerellina scende sullo stadio Comunale a salutare Michel Platini che, per l’ultima volta, veste la maglia bianconera. Una pioggerellina che copre le lacrime di Michel e di tutti i suoi tifosi.
«Con la maglia bianconera ho vissuto i momenti più belli della mia carriera: due scudetti, una Coppa dei Campioni (in una serata tristissima), una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e una Coppa Intercontinentale in cinque stagioni. Sono successi che un calciatore può raggiungere solo se gioca in una grandissima squadra. Ma non è soltanto per i trofei conquistati che sono orgoglioso di aver coronato la mia carriera giocando nella Juventus: è anche la consapevolezza di appartenere, per tutta la vita, a uno dei pochi miti dello sport. Per me Juventus vuol dire storia del calcio. Una storia fatta da squadre indimenticabili e da giocatori che con il loro agonismo e la loro genialità hanno scritto alcune delle pagine più belle e importanti nel libro del calcio mondiale. Juventus vuol dire cultura e stile che distinguono i dirigenti, gli allenatori e i giocatori juventini. Infine, Juventus vuol dire passione e amore: la passione che unisce i milioni di tifosi in tutta Italia, in tutto il mondo; l’amore per la maglia bianconera che esplode nei momenti di trionfo e non diminuisce in periodi meno felici».


VLADIMIRO CAMINITI
Forse la perfezione non esiste, eppure è esistito Einstein, e insomma c’è stato Platini, tra i calciatori più perfetti nell’esercizio della professione. Scrivere oggi, a botti consumati, di averlo subito capito, sarebbe una falsità. Vero è invece che ne intuì il genio quell’eccentrico studioso di calcio, eternamente bambino, dell’Avvocato, che lo volle, fortissimamente, fino a sacrificare un ottimo giocatore come Brady; ma ne valeva effettivamente la pena. In realtà, Michel entrò in una squadra con sei Campioni del Mondo freschi di gloria, ansiosi di nuove esperienze, che sapevano di essere bravi, e non si impressionarono certo della fresca fama del sopraggiunto; con Platini, era stato ingaggiato un polacco cavallo dell’est, giocatore anarchico per eccellenza, ragazzo sveglissimo di mente, non meno del favoloso Michel: Boniek.
Michel visse di pubalgia e di rancore verso quel piccolo ironico Furino i primi mesi torinesi. Aveva trovato casa sulla collina, ma non trovava in campo la giusta collocazione. Non rendeva. Le cose sembravano andare meglio in Coppa dei Campioni; su tutti i campi d’Europa la Juventus dava spettacolo, segnando goal a grappoli. Ricordo la partita con l’Aston Villa, vinta per 3-1, con un Platini principesco, oramai tagliato dai giochi Furino, Bonini titolare inamovibile. Era intervenuto l’Avvocato in persona, reclamando che la regia fosse affidata al suo pupillo francese, e così fu. Trapattoni ligio obbediva. Tutti sono invaghiti, Avvocato in testa, di Platini; e Platini si scarrozza la sua gloria vincendo a ripetizione il titolo di capocannoniere (1983, 1984, 1985). Nell’Europeo, sfronda ulteriormente il suo gioco e figura da centravanti effettivo, fino a ridicolizzare lo spagnolo Arconada, portiere di razza. Segna nove goal e saranno tantissimi i suoi goal in una carriera fiammante: 141 partite nel Nancy con ottantuno goal, solo in prima divisione (diciassette in trentadue partite in seconda divisione); 107 partite e cinquantotto goal nel Saint Etienne prima, appunto, di passare alla Juventus nell’estate 1982.
Evento fondamentale per lui, da un calcio tempestato di libere prodezze a un calcio dallo spessore tattico e agonistico spesso disumano, che Platini riesce a domare, esprimendo i tesori di una classe individuale portentosa, con la sua machiavellica maniera di fare la differenza, qua nascondendosi, quasi mai sfidando l’avversario frontalmente, schivandolo, dopo abili appostamenti, per sorprenderlo con le sue irruzioni magiche. Un controllo di palla perfetto e, con il destro, quelle esecuzioni di sopraffina felicità. L’avventura bianconera di Platini era destinata a finire, com’era finita quella di Sivori. Io credo che come puro e feroce cannoniere, Sivori sia stato ancora più grande, forse il più grande di tutta la storia della Juventus; come giocatore a tutto campo, nell’ultima versione di regista, Michel ha lasciato di sé sprazzi di inimitabile seppur logica fantasia.
Un campionissimo dalla natura istrionica, anche viziata, che tenne un rapporto speciale con i cronisti di giornata e, in generale, con la stampa. Una volta lasciata l’attività, avrebbe corretto e smussato lo stesso carattere, umanizzando e archiviando quel francese spocchioso e insopportabile come a molti di noi era apparso. Certo, la Francia calcistica gli deve molto. È stato, con il suo sangue italiano nelle vene, il calciatore francese numero uno di tutti i tempi, dovendosi aggiungere che proprio la Juventus lo ha arricchito di umori e ne ha fortificato il carattere vincente, dando ali più robuste al suo gioco camaleontico.
Punta, regista, centravanti mascherato? Semplicemente un fuoriclasse.


“HURRÀ JUVENTUS”, GIUGNO 1987
Platini è stato qualificato giustamente una delle grandi altezze del calcio. Non ricordo quasi nessuno bravo come lui. Illuminava il gioco come il Schiaffin (Schiaffino) dei bei tempi. Non era molto veloce, ma dietro aveva cursori mobili pronti a dargli una mano. Le sue punizioni lasciavano secchi gli avversari. Era di un bello vederlo calciare. Purtroppo è ritornato dal Mundial, come Maradona d’altronde, completamente sfiatato, esausto, ed ha cominciato il malinconico tramonto. Platini mi sembrava troppo francese per essere mezzo italiano, in Italia faceva il “filo-gallo”, in Francia il “filo-italiota”. L’ha fatto comunque guadagnando miliardi e non posso accusarlo di stoltezza. Quest’anno non l’abbiamo ammirato molto perché era spento, un po’ come la sua squadra. Direi che ha fatto bene ad andarsene. La Juve, tutto sommato, non poteva più trattenerlo. Marchesi, che io ritengo un sapiente, l’aveva capito da tempo. Fosse stato Radice l’avrebbe messo fuori squadra dall’inizio del campionato. Ti saluto Michel, il tuo ricordo è impresso nella memoria.  GIANNI BRERA
Prima di tutto devo dire che Michel Platini è stato uno dei più grandi personaggi del calcio di questi ultimi venti anni. Lo è stato nei valori, nello stile e nel modo di sdrammatizzare determinate situazioni. La gente vedendolo giocare si divertiva. Con lui lo spettacolo era assicurato. Platini, in parole povere, era insomma un campionissimo in campo e fuori. Il francese, inoltre, con le sue geniali invenzioni ha portato in Italia un repertorio nuovo. Sul piano tecnico non ha avuto rivali. I suoi calci di punizione erano autentici capolavori. Per conto mio è stato il numero uno in assoluto. Noi tutti come sportivi e come addetti ai lavori gli possiamo solo dire grazie, un grandissimo grazie, per tutto quello che ha fatto per il calcio italiano e internazionale. CANDIDO CANNAVÒ
Il calcio con l’uscita di scena di Platini perde un grandissimo personaggio. Il francese era ineguagliabile. Con lui il divertimento era assicurato. La sua mancanza verrà sicuramente avvertita perché Michel non solo era capace di sdrammatizzare ogni situazione, ma riusciva con il suo immancabile humor a rendere piacevole momenti talvolta imbarazzanti. È stato il più grande playmaker dei nostri tempi, un campione insostituibile, abile e corretto. Un vero signore su un campo di calcio. L’Italia non può che ringraziarlo per quanto ha fatto, anche se la soddisfazione di vincere qualcosa l’ha avuta solo nel nostro Paese con la squadra bianconera. Cosa perde la Juventus con il suo abbandono? È difficile fare una valutazione. Sul piano psicologico senz’altro moltissimo. Soprattutto perché Platini con le sue invenzioni e con la stessa presenza era capace di condizionare non poco qualsiasi avversario. SANDRO CIOTTI
Tutti hanno capito il calciatore Platini, l’uomo non è stato sempre compreso, non si è fatto sempre capire questo francese dall’indubbia intelligenza, dalla risposta pronta con chiara predilezione dialettica per i paradossi, i silenzi polemici, la battuta ironica. Se ne va un campione, un pezzo della storia del calcio. Ed anche un simbolo della Juventus. Il suo addio, annunciato e presagito, è stato comunque penoso e amaro come tutti quelli dei grandi campioni. Da appassionato di calcio e addetto ai lavori non posso che ringraziarlo per quanto ha dato a questo sport, per quanto l’ha fatto amare nella sua accezione più nobile. Resterà come un ricordo ideale nella memoria di tutti quelli che amano il calcio. Michel se ne va lasciando un’idea di inimitabilità, non riusciremo ad averne un altro come lui pure in un calcio che azzera o cancella con grande facilità tutti i suoi miti. Platini guida idealmente la legione degli stranieri al passo d’addio. DOMENICO MORACE
Michel Platini ha rappresentato la modernità, non solo per il calcio italiano, ma ovviamente anche per quello mondiale. Ha coniugato la destrezza dei piedi con la destrezza del cervello, sintesi spesso difficile nel football e fuori dal football. Sul valore tecnico del giocatore è dunque impossibile discutere, anche se in alcuni casi è venuta a meno la capacità agonistica, dimostrata invece in altre circostanze: ed è questo il solo aspetto negativo del fuoriclasse francese. Per fare un esempio, Platini non è mai stato Platini in occasione della finale di Coppa dei Campioni di Atene contro l’Amburgo e neppure in alcune partite decisive dei Mondiali 1986; anche se in quest’ultima circostanza aveva dalla sua un’importante scusante: la tendinite che da tempo lo affliggeva. La Juventus, comunque, con l’uscita dal palcoscenico del transalpino perde il genio e dunque la genialità del gioco che infinite volte aveva contribuito a portare la squadra su un gradino più alto delle altre. Ma alla fine dilungarsi sulle virtù di Platini ci sembra di parlare al vento: perché il calcio è cosa da vedersi e apprezzarsi sul momento. GIORGIO REINERI
Platini per il calcio italiano e internazionale ha rappresentato l’ultima grande meraviglia, dopo quella dei fasti passati di Rivera, per la classe, e in contemporanea di Falçao. Per il calcio mondiale il transalpino è stato una grandissima stella, purtroppo rara, che ha acceso le luci dei tempi moderni. Di Platini verrà ricordato il modo in cui è riuscito a ritirarsi da un palcoscenico ancora suo, l’atto di successi continui accompagnati da indimenticabili prestazioni personali. In questa sua decisione, il campione francese mi ha ricordato in particolare modo Boniperti. Stesso tipo di dignità nel momento in cui ha deciso di lasciare il calcio. Un segno di signorilità senza dubbio qualificante. Non sarà stato facile. Questo tipo di sofferenza è riuscito a superarla recitando la parte più difficile del suo ruolo di grandissimo. Questo canto del cigno, che non è un autogol, è il più grande ricordo della sua ineguagliabile carriera. CARLO GRANDINI
Dire che cosa ha rappresentato Michel Platini per il nostro calcio è abbastanza facile. Il francese è stato un grande professionista, freddo, elegante, perfetto. Un vero signore dei campi da gioco. Non certamente un eroe popolare come qualcuno potrebbe supporre, bensì un calciatore più ammirato e rispettato, che amico. È stato, comunque, un grande di questo decennio, l’erede naturale di Cruijff e Beckenbauer in campo internazionale. Forse non è riuscito ad accattivarsi le simpatie della gente per il suo comportamento talvolta strano e imprevedibile nella vita e non di fronte agli avversari. Ma la sua classe non si discute. Cosa perde il campionato con l’uscita di scena di questo asso? Perde moltissimo, perde un giocatore con qualità tecniche indiscutibili e spettacolari. Ma perde, soprattutto, sarà bene ricordarlo, un uomo che al calcio ha dato una svolta nobile e qualitativa come nessun altro. GIANNI DE FELICE
Cos’era Platini per il calcio italiano? Il francese è stato senza dubbio il simbolo del successo della Juve in questi ultimi anni. Ha rappresentato la grande contraddizione del calcio e trasformato, con le idee di Trapattoni e Boniperti, in risultati prestigiosi ogni sua apparizione. Platini era simbolo di grande talento. Non è poco, infatti, aver vinto, nel nostro difficilissimo campionato, per tre anni consecutivi la classifica dei marcatori. Michel è stato un grande del calcio e un signore nella vita. Essere riuscito in una città come Torino a restare un personaggio di rilievo per molto tempo non è cosa da poco. La Juve cosa perde con il suo ritiro dalle scene? Con l’ultimo Platini non molto, però avrebbe perso sicuramente tantissimo, e in maniera impensabile, due o tre anni fa. Oggi la Juve perde, comunque, un punto di riferimento. Ma forse è un bene, considerando che Platini, lasciando i bianconeri, ha concesso intelligentemente spazio ai nuovi arrivati per costruire la squadra del futuro. FRANCO ORDINE
Michel Platini è stato solo un vero professionista dello sport al pari di tanti altri professionisti, come potrebbe essere un medico, un avvocato, un ingegnere. Finalmente con lui abbiamo avuto la figura del vero sportivo professionista e spero che Platini possa diventare un esempio per tutti gli altri. Senza dubbio il giocatore transalpino ha lasciato nel nostro calcio una grossa impronta, quella di un’altrettanta grandissima personalità. Michel Platini è stato un uomo vincente, non solamente per quello che ha saputo fare e conquistare in campo sportivo, ma soprattutto per le qualità umane dimostrate, uno che ha saputo fermarsi e rinunciare all’attività, ai soldi, alla fama e alla gloria quando ha capito che non avrebbe più potuto essere come prima, quando ha capito che il suo rendimento e il suo interesse non erano più gli stessi. Mi voglio solo augurare che non cerchino di fargli cambiare idea per farlo giocare di nuovo, non mi piacerebbe nemmeno vederlo in vesti di allenatore di qualche squadra o come addetto in qualche società, come industriale magari, in altre vesti, ma fuori dal mondo del calcio. PAOLO VALENTI
In Italia Michel Platini ha rappresentato la genialità come ricerca, come insegnamento, come cultura. Ci ha fatto scoprire una dimensione diversa del calcio. Lui è stato capace di ridere in campo, sdrammatizzando le situazioni. Il suo è stato un messaggio giusto, importante. Ci ha fatto capire che oltre alla vittoria il calcio è anche spettacolo, gioco. È sempre stato contrario al calcio inteso solo come prodotto dei due punti, che sono poi quelli che scatenano la rabbia e la violenza, ma ha interpretato il calcio come solo un esteta può interpretarlo. La sua ironia, la sua capacità di saper perdere ce lo ha reso sempre più vicino di altri campioni. Gli dobbiamo riconoscere indubbi meriti per aver tenuto tutto sempre entro i limiti di una misura logica. In campo mondiale si è contraddistinto per la grande intelligenza. Ha saputo accoppiare il talento alla capacità di guidare una squadra. È stato diverso da altri fuoriclasse, magari anche più ricchi di talento puro come Pelé o Maradona, ma nessuno come il francese è stato in grado di miscelare le doti per essere un leader assoluto. Sicuramente in Europa è stato fra i più grandi. ENRICO BENDONI
Platini rappresenta sicuramente il miglior giocatore degli anni Ottanta. Lo rimarrà a meno che Maradona non raggiunga obiettivi straordinari. Fuori dal campo resterà però inimitabile. Con Di Stéfano, Pelé e Cruijff è da considerare il più grande in assoluto. All’olandese è più vicino per eleganza, la qualità che tanto piace all’avvocato Agnelli. Il francese, vincendo tre volte la classifica cannonieri, ha dimostrato di essere grandissimo. Alcuni hanno detto che non è definibile autentico centrocampista; in chiusura però non è inferiore a Rivera e ad altri. In fase conclusiva poi nessuno gli è paragonabile. Maradona non è mai riuscito ad aggiudicarsi la classifica dei tiratori scelti, il che lo pone, almeno per il momento, alle spalle di Platini. La Juventus deve tanto a lui ma Michel ha imparato a vincere nella Juve e dunque anche il francese deve qualcosa alla società bianconera. Eppure al Trap con il quale quest’autentico campione ha appreso cosa significhi il gruppo. FILIPPO GRASSIA
L’eredità Platini. Cosa ci lascia, Michel, andandosene? Intanto una traccia indelebile nella storia del calcio, segnata dalle pietre miliari dei suoi successi. E se gli è mancato il titolo mondiale (con Juve e Francia ha vinto solo le coppe dei due mondi, oltre ai titoli europei), vien da pensare come fu per Cruijff che non sia tanto incompleto il suo albo d’oro, quanto quello della Coppa Fifa, la quale non potrà fregiarsi di questo nome che pure ha segnato un’epoca calcistica. Al di là della retorica, per Platini parlano le cifre, e possono parlare anche le parole, a saperle rileggere: non è stato il primo della classe, è stato un fuoriclasse, cioè uno di quegli esseri extra per i quali valgono le parole di Garcia Lorca: “Chissà quando nascerà, se nasce, un uomo come lui”. E meglio di altri campionissimi ha interpretato il calcio, questo difficile cocktail di spettacolo e sport, di gioco collettivo e show individuale, trovando un meraviglioso, naturale equilibrio franco-italiano. FRANCO COLOMBO
Di Platini ho un ricordo personale. Era arrivato da poco in Italia ed io mi presentai per chiedergli un’intervista. Mi disse che aveva fretta e che mi avrebbe concesso solo venti minuti. Ebbene, parlammo venti minuti di calcio e due ore di altre cose. Quel giorno mi resi conto della dimensione dell’uomo, al di là di quella di calciatore. Platini ha rappresentato l’arrivo in Italia di una grande intelligenza calcistica e di una notevole dimensione umana paragonabile soltanto a quella di Falçao. Le due regine dei primi anni Ottanta, in realtà, sono state costruite attorno a questi due grandi calciatori. La loro decadenza è legata alla partenza dell’uno e alla decadenza dell’altro. La grandezza calcistica di Platini non va misurata con il computo dei goal segnati per la Juve, goal peraltro determinanti, ma con la sua capacità di essere uomo squadra e per qualche verso anche l’allenatore in campo, senza nulla voler togliere a Trapattoni. GIUSEPPE PACILEO
Platini ha rappresentato, con i suoi gesti sempre variati, l’immagine del calcio più duttile, che esige spettacolarità e concretezza. Nato con l’istinto del goleador geniale, è sempre stato in grado di costruire un disegno calcistico e finalizzarlo, in virtù di una creatività talmente rapida che trova esigui riscontri nella leggenda del football. Una volta concepita l’idea, anche la più improbabile, Michel l’ha puntualmente realizzata nel tempo più veloce. Appare superfluo ricordare ai tifosi la grande professionalità, il tocco di palla, il calcio pulito, preciso e violento, il dribbling mai fine a se stesso, la misura e la geometria del passaggio, il lancio a lunghissima gittata che ha sbalordito il mondo, i piazzati che erano diventati, a poco a poco, l’incubo degli avversari, i brevi e improvvisi cambi di marcia, quel modo scanzonato di irridere il portiere con il tocco conclusivo oppure con tentativi da distanze siderali. I difetti sono in verità esigui. Non è stato un gladiatore (nel senso che non aveva bisogno di dedicarsi al calcio atletico per ricavare il massimo profitto) ed ha sempre sofferto le marcature strette. A volte gli è stata riscontrata una certa discontinuità, spesso apparente, poiché la critica, abituata ai suoi exploit ripetuti, quasi inconsapevolmente non ha saputo perdonargli un momentaneo offuscamento. Dopo la Coppa Intercontinentale vinta a Tokyo, dove a nostro avviso ha disputato una delle più grandi partite segnando il suo goal più bello (purtroppo annullato), è cominciata una fisiologica parabola discendente. Ed era logico, poiché alla carta d’identità, come al cuore, non si comanda. ANGELO CAROLI


GIOVANNI TRAPATTONI
Platini... era Platini. Nessuna descrizione basterebbe a spiegare che razza di fenomeno fosse. Agnelli stravedeva per lui: oltre alla bellezza del suo modo di giocare, ne ammirava l’intelligenza, l’ironia, l’acutezza e la velocità di pensiero. Appena arrivato, Michel dovette affrontare sia le gelosie dei compagni (che lo chiamavano non per nome ma il Francese) sia le malignità di giornalisti e addetti ai lavori riguardo alcuni problemi fisici che si era portato dietro dal Saint-Étienne. Soffriva a una caviglia e aveva la pubalgia, lo facemmo visitare da un numero incredibile di specialisti, fece fisioterapia, pranoterapia, ionoforesi, di tutto. «Platini è rotto», era il ritornello dei quotidiani sportivi. Il presidente dell’Inter, Ivanoe Fraizzoli, si dichiarò soddisfatto di non aver fatto valere l’opzione per l’acquisto di Michel e di aver scelto il tedesco Hansi Muller. Negli anni credo si sia ricreduto.
La caviglia destra di Platini ci fece dannare soprattutto all’inizio, colpa di una vecchia frattura e del fatto che gli si era saldato il malleolo in maniera quasi innaturale. Per lui era una maledizione e una benedizione allo stesso tempo: maledizione per i dolori che ogni tanto si rifacevano sentire e una benedizione, perché il piede destro leggermente divaricato gli permetteva di battere le punizioni alla sua maniera. Dopo un inizio a dir poco difficile, Michel prese a giocare come sapeva e non ebbe rivali. Lanci millimetrici di settanta-ottanta metri, segnava di piede e di testa, su punizione, di potenza e di astuzia, vinse la classifica marcatori e il Pallone d’Oro per tre anni consecutivi. Portò la Francia a trionfare agli Europei del 1984 andando in goal in tutte le partite. Un giocatore come non ne ho più mai visti.
Si sapeva che era il miglior talento transalpino di quegli anni, nel 1980 era pur sempre arrivato terzo al Pallone d’Oro, ma per quelli della mia generazione i francesi non erano capaci di giocare a pallone. Quando l’amico Livio Ghioni, mio compagno nelle giovanili del Milan e grande esperto di calcio francese per motivi familiari, mi consigliò di tenere d’occhio questo Platini, io gli risposi malamente: «Figurati, Livio. In Francia non c’è mai stato un giocatore importante!» Ma lui non mollò. «Vai a vederlo e ti renderai conto. Ho assistito a una partita in cui ha giocato in tre ruoli: è partito da numero dieci, poi è passato a centravanti, ha fatto goal e si è messo a fare il libero».
Mi sembrava una cosa buttata lì, tuttavia ne parlai con Boniperti. Stessa mia reazione: «Lascia stare i francesi!» Andammo comunque a vederlo giocare e ci impressionò a tal punto che tornammo a Torino con la specifica richiesta ad Agnelli di acquistarlo per la stagione successiva. L’Avvocato si interessò e scoprì che Platini era in procinto di firmare per il Racing Club di Parigi, il cui proprietario era Jean-Luc Lagardère, padre della Matra, un collega di Agnelli. «Se ne vale ne parlo con luì», ci disse l’Avvocato. Due giorni dopo mi telefonò per darmi la buona notizia: «Ho parlato con Lagardère e mi ha detto che se lo vogliamo noi lui fa un passo indietro e ce lo lascia prendere».
A mia volta chiamai Boniperti e Platini fu nostro. Quanto spese davvero Agnelli per convincere Lagardère non l’ho mai saputo, ma succedeva spesso con lui: alzava il telefono e risolveva in dieci minuti situazioni che ad altri avrebbero richiesto settimane, se non mesi.


GIOVANNI AGNELLI
Un giorno mi dissero che Maradona si allenava centrando la porta con un tiro da centrocampo. Andai al Comunale e lo dissi alla squadra, Michel Platini non disse nulla ma chiese al magazziniere di aprire la porticina dello spogliatoio che stava al di là della pista di atletica, si fece dare un pallone e da centrocampo lo spedì negli spogliatoi. Mi guardò sorridendo e se ne andò senza dire una parola.

2 commenti:

Giuliano ha detto...

Cosa aggiungere? Che, avendo visto giocare Platini (e Falcao, negli stessi anni: purtroppo non con noi...) mi viene da ridere ogni volta che sento qualcuno fare la classifica dei "giocatori più forti di tutti i tempi".
Si dimenticano sempre di Platini, e ancora di più di Falcao: io non ho mai visto nessuno cambiare faccia a una squadra come questi due.
In più, Michel Platini faceva valanghe di gol, e altri ne faceva fare a Boniek...

Enzo Saldutti ha detto...

Michel Platini
Michel Platini o meglio “le roi” fu uno dei migliori calciatori di tutti i tempi e l’unico a vincere il pallone d’oro per tre anni consecutivi. Nacque a Joeuf il 21 giugno 1955 da una famiglia di origini italiane e di Conturbia novarese. Quantunque regista ottiene il primato di cannoniere della Juve e della nazionale francese campione d’Europa. Nel club torinese perviene insieme a Boniek e mai si vide giocata spettacolare che solo a quei due riesce: allungo al bacio e scatto incontenibile. Quella prodezza memorabile detronizza il calcio inglese che domina la scena europea nelle competizioni di maggior prestigio. Platini quanto al repertorio è capace di tutto e conduce la Juve a primeggiare nel mondo. Si comincia dalla Coppa delle Coppe e dopo la Supercoppa e la Coppa dei Campioni contro il Liverpool si finisce con la vittoria intercontinentale giudicata come una delle più belle. Platini si vide annullare inspiegabilmente un goal meraviglioso (un tiro al volo in mezza rovesciata di sinistro dopo la beffa al marcatore stretto mediante aggancio e delizioso pallonetto eseguiti con il destro). Per quella decisione incredibile protesta con una scena entrata negli annali: sdraiandosi a terra a gambe incrociate con la mano sotto il mento sorride al direttore di gara e poi accenna un ironico applauso. E tale fu il garbo da impedire ogni eventuale sanzione disciplinare. Parlando di Michel Platini corre l’obbligo di esprimere qualche giudizio rigurado alla finale di Coppa Campioni dove perirono tragicamente 39 tifosi della Juventus per la violenza brutale degli inglesi. Primariamente diciamo che Boniperti non volle in alcun modo disputare quella partita ma il suo netto rifiuto non riuscì a convincere i dirigenti dell’Uefa i quali imposero di giocarla e percistesso quella coppa è un trofeo che presenta i canoni dell’ufficialità qualunque infamia si dica. Quel giro di campo avvenne perché negli spoglatoi della Juve come nella curva bianconera non fu in alcun modo conusciuta quella tragedia nella sua vera entità. Come si può immaginare che giocatori di quella professionalità e di quella intelligenza potessero riportare in campo il trofeo dopo un evento del genere? E poiché esistono i cretini è opera improba convincerli di ciò. Secondariamente i cretini ai quali mi riferisco sono appunto i cretini e i meschini ai quali poco importa quella terrificante tragedia: per loro conta lo speculare da sciacalli unicamente per denigrare la Juve. La partita fu giocata con impegno e concentrazione da entrambe le squadre ignare di quanto fosse accaduto. Va da sé che l’azione del gol fu di eccezionale bellezza con un meraviglioso allungo di Platini dalle vicinanze della propria area per lo scatto del polacco atterrato dall’ultimo uomo un metro circa fuori dell’area inglese e ciò comportava espulsione diretta come da regolamento. Ma non voglio insistere nel ricordo di questo particolare che vigliaccamente non mai è citato e per suscitare odio viscerale contro la Juve e Platini i miserrrimi sciacalli osano addirittura proferire l’espressione “rigore a centrocampo”. E l’idiota che sempre ricorda e ripete da cretino (non le vittime) ma unicamente il rigore di Boniek è un cretino. Cosa dobbiamo fare? Consegnare la Coppa dei Campioni per soddisfare la protervia dei miserabili sciacalli? Oppure annullare la storia del calcio e principiare daccapo? Cioè: trovatemi una partita ineccepibile. Cioè: una sola priva di errori arbitrali. E se la poniamo in questi puerili termini: non c’è nemmeno bisogno di rivederle tutte (una per una) perché negli annali è riposta una cineteca per eccellenza ovverosia la famigerata stagione dell’anno 2010. Quale vergogna si ricorda maggiore di quella coppetta rubacchiata e straregalata alla verginella Internazionale? E si badi: non una partita con un errore. Si trattò di favori e orrori in ogni gara (e a valanga, a ripetizione, a tamburo battente). O no?