lunedì 28 ottobre 2013

METODO E SISTEMA

La storia del calcio è scandita dall’evoluzione degli schemi tattici via via interpretati dalle varie squadre. Nato alla fine dell’Ottocento nei college inglesi, il calcio non aveva neppure regole, figurarsi schemi. Nei college inglesi si giocava un misto di calcio e rugby, secondo codici che variavano da istituto ad istituto. L’aspetto tattico era del tutto sconosciuto, come anche lo spirito collettivo del gioco. Chiunque avesse il possesso della palla, iniziava un’azione individuale verso il settore avversario, sino al completo esaurimento delle risorse fisiche.

La fondazione della Football Association, nel 1863, permise di separare il calcio dal rugby, attraverso poche ma elementari regole: i giocatori dovevano essere undici (secondo un’interpretazione, undici erano gli allievi per ogni camerata), l’uso delle mani era riservato soltanto ad uno di loro, chiamato “goalkeeper”, o portiere, gli assalitori (è presto per parlare di attaccanti) non dovevano essere più vicini alla porta avversaria dei difensori. Quest’ultima regola è la più antica versione dello “offside”, o fuorigioco, una norma che subì successive modificazioni ed, ancor oggi, è fonte di accanite discussioni e di vivacissime polemiche.
Questa prima forma di calcio, già ancorata a principi fondamentali non più modificati, ignorava però del tutto l’aspetto tattico. Gli 11 giocatori si disponevano alla rinfusa, soltanto il portiere aveva una sua logica caratteristica. In una fase successiva, davanti al portiere, si disposero, in verticale, altri 2 giocatori, mentre gli altri 8 erano unicamente proiettati all’attacco. Applicando le formule odierne, potremmo parlare di 1-1-8. Se pensiamo che il modulo più frequente ai tempi nostri è il 4-4-2, possiamo concludere che la mentalità offensiva, nel calcio, ha innestato una continua retromarcia. Furono gli scozzesi a modificare, per primi, lo schieramento base, raddoppiando i difensori e costituendo, così, due successive coppie davanti al portiere: 2-2-6, sempre col metro di oggi. Indipendentemente dalla posizione assunta sul campo, il modo di giocare prescindeva da ogni forma di collaborazione fra i reparti.
Quest’epoca del calcio è etichettata con lo slogan “kick and yusc”, traducibile in calcia e corri; un gioco assolutamente spontaneo, frutto della libera iniziativa di ogni singolo giocatore. Gli stessi difensori si limitavano a rilanciare il pallone in avanti, senza organizzare una valida contromisura ai numerosissimi attaccanti che invadevano il loro settore.
Nei college inglesi, questo tipo di gioco era chiamato anche “dribbling game”, dato che la sua figura principale consisteva nell’azione individuale, che il possessore di palla intraprendeva cercando di evitare, o dribblare, quanti più avversari potesse, senza chiedere o cercare la collaborazione dei compagni.
Il passo successivo fu fondamentale. Dal “dribbling game” si arrivò, sempre con la decisiva incidenza degli scozzesi, al “passing game”, in altre parole al gioco basato sui passaggi fra i compagni di squadra. Ed è con il “passing game” che, in pratica, il calcio inizia il suo lungo viaggio attraverso gli affascinanti segreti della tattica. Il fatto che il calcio fosse giocato prevalentemente in ambiente universitario, facilitò la sua progressiva evoluzione tecnica e tattica. Il momento agonistico, infatti, era studiato con attenzione, in un’ansia comprensibile di perfezionamento.
Proprio da uno dei più celebri college d’Inghilterra, Cambridge, scaturì un’impostazione che è rimasta fondamentale in tutta la storia del calcio. Ci si era accorti, infatti, che con l’adozione del “passing game” la disposizione dei giocatori doveva trovare un assetto più razionale, in modo da favorire la collaborazione fra chi agiva nelle varie zone del campo. Nacque cosi, appunto a Cambridge, l’idea della piramide.
Davanti al portiere erano schierati due difensori (o “backs”), incaricati di presidiare il settore di campo più vicino alla propria porta; poco più avanti, c’era una linea di altri tre giocatori, (“halfbacks”), che dovevano raccogliere le respinte dei 2 difensori e trasformarle in suggerimento per la linea di attaccanti (o “forwards”) composta da 5 uomini, disposti sull’intera larghezza del campo.
Al momento di importare in Italia quest’impostazione (2-3-5), si parlò di prima linea per gli attaccanti, di linea mediana per i 3 giocatori intermedi, che furono appunto chiamati mediani, mentre i 2 ultimi difensori, costituendo la terza linea, presero il nome di terzini.
Lo schema grafico che rappresenta questa disposizione tattica, passando da un giocatore schierato (portiere), a 2 (terzini), a 3 (mediani), a 5 (attaccanti), assume la forma di una piramide rovesciata. E piramide fu, infatti, il nome con cui questa tattica di gioco dilagò in tutta Europa.
Va, però, precisato che se la piramide ha già in sé molti motivi di modernità, non presenta ancora un concetto che diverrà imprescindibile nel calcio: la marcatura, ovvero l’accoppiamento di un proprio difensore ad uno specifico attaccante avversario. In questo senso, la piramide è già un anticipo dello schieramento a zona, che soltanto molto più tardi irromperà nel calcio.
La Piramide di Cambridge va considerata la prima vera tattica moderna del calcio; dall’Inghilterra si diffuse a macchia d’olio in tutta Europa, approdando logicamente anche in Italia. La prima squadra di alto livello che applicò la piramide fu il Blackburn Rovers, che lo utilizzò, per la prima volta, nel 1884 ed arrivò a vincere cinque coppe d’Inghilterra, tra gli anni ottanta e novanta dell’ottocento. Sull’entusiasmo di questi successi, la tattica della piramide conobbe ininterrotta fortuna nelle isole britanniche e, di riflesso, nel mondo intero per oltre un trentennio.
In America meridionale, invece, la piramide tenne ancora a lungo la scena, soprattutto per merito delle nazionali di Uruguay ed Argentina, vere e proprie superpotenze del calcio continentale e mondiale negli anni Venti e Trenta. In quegli anni le due nazionali platensi furono capaci di dominare numerose edizioni della Coppa America, le Olimpiadi (1924 e 1928) e la prima edizione dei Mondiali di calcio, nel 1930.
Al concetto della piramide s’ispira sensibilmente anche il metodo, che resterà alla base del calcio italiano sino alla seconda Guerra Mondiale e che frutterà agli Azzurri la conquista di due titoli mondiali, nel 1934 e nel 1938.
Il metodo viene anche chiamato modulo a W, perché la disposizione dei giocatori in campo disegna in pratica una doppia W sovrapposta. Davanti al portiere, come nella piramide, si sistemano i 2 terzini, che presidiano la propria area di rigore senza specifici impegni di controllo nei confronti degli avversari. La linea mediana è, però, diversamente articolata. I 2 mediani laterali, infatti, si allargano sulle 2 opposte fasce di campo e finiscono per controllare direttamente gli attaccanti esterni avversari, vale a dire le ali. Il mediano centrale, o centromediano, è leggermente più arretrato rispetto ai laterali, in una posizione intermedia fra loro ed i terzini.
Questa figura è particolarmente esaltata dal metodo e, infatti, resterà nella storia del calcio con la definizione di centromediano metodista. È il perno di tutta la squadra. Dirige la difesa e funge, in sostanza, da frangiflutti nei confronti degli attacchi frontali avversari; è anche, però, l’uomo incaricato di capovolgere il fronte del gioco, con lunghi rilanci che in genere mettono in movimento i due interni, dai quali la manovra è poi trasmessa alle ali e conclusa con i cross per il centravanti.
Mentre nella piramide i 5 attaccanti erano disposti sulla stessa linea, il metodo prevede i 2e interni, o mezzeali, arretrati rispetto alle ali ed al centravanti, in modo da presidiare il centrocampo, zona nevralgica del terreno di gioco. Se dunque la piramide era sintetizzabile con la formula del 2-3-5, il metodo è più articolato: 2-3-2-3, con un equilibrio teoricamente perfetto fra i giocatori di difesa e quelli di attacco.
Sono le doti individuali del centromediano a fare sovente la differenza in campo. Luisito Monti, l’uomo che cammina, medaglia d’argento olimpica (1928) e vice Campione del Mondo (1930) con la Nazionale argentina, diventa Campione del Mondo in maglia azzurra nel 1934 e trascina la Juventus a 4 scudetti consecutivi, dal 1932 al 1935. Agonisticamente fortissimo, dotato di una battuta potente e precisa e di una personalità votata al comando, è il tipico interprete di questo ruolo, che richiede carisma non meno che buona tecnica e spiccate doti atletiche. Nel centromediano metodista confluiscono in pratica due ruoli del calcio moderno: quello di regista di centrocampo e di libero difensivo.
Nel periodo fra le due guerre, mentre gli inglesi stavano già gettando le basi di una nuova rivoluzione tattica (cioè il passaggio al sistema a WM), le due più grandi interpreti europee del metodo furono l’Italia di Vittorio Pozzo, campione mondiale nel 1934 e nel 1938, e l’Austria di Hugo Meisl, il Wunderteam.
Mentre l’Italia lo onorava con due titoli mondiali, il metodo era già virtualmente superato in Inghilterra, a partire dagli anni Trenta e, sotto la decisiva spinta dell’Arsenal, tutte le squadre si erano convertite ad un nuovo verbo tattico.
La svolta ebbe origine da una decisione dell’International Board, l’ente preposto ai regolamenti internazionali che, nel 1925, effettuò uno dei suoi rari interventi sullo spirito originario del gioco e modificò la norma del fuorigioco. Sino ad allora, perché un attaccante fosse ritenuto in posizione regolare, occorreva che al momento in cui partiva il passaggio destinato a raggiungerlo avesse 3 avversari (normalmente due più il portiere) fra sé e la porta nemica. Una regola assai penalizzante per il gioco d’attacco; bastava, infatti, che uno dei due terzini avanzasse, lasciando l’altro a protezione dell’area, perché il centravanti fosse, sistematicamente, in posizione irregolare.
Come conseguenza, si era sviluppato l’orientamento a tenere il centravanti arretrato, in pratica in veste di rifinitore per le mezzeali che, partendo da lontano, potevano arrivare al goal senza cadere nella trappola del fuorigioco. L’International Board ridusse a 2 (in pratica, uno più il portiere) il numero dei difensori che l’attaccante doveva avere fra sé e la porta avversaria e stabilì che non esisteva fuorigioco nella propria metà campo. Un’impostazione che regge tuttora, come un cardine, l’intero regolamento del calcio.
Nel fervore di novità che questa modifica produsse, determinando un nuovo slancio per il gioco offensivo, s’inserì uno studioso di calcio inglese, Herbert Chapman (mediocre ex calciatore, ma geniale stratega), che l’Arsenal ingaggiò sulla meta degli anni venti, per risollevare le sorti del club. Trovando i giocatori adatti, Chapman preparò un nuovo modulo di gioco, che prese appunto il nome di Chapman System o, più semplicemente, sistema.
La figura importante è, ancora una volta, il centromediano. Esso è arretrato sulla linea dei terzini, che si allargano sulle fasce laterali. Il centromediano si piazza, così, nel cuore della difesa e si prende direttamente cura (ad uomo, come si direbbe oggi) del centravanti avversario; nasce lo stopper. Contemporaneamente, i due mediani laterali avanzano e formano, con le due mezzeali, un quadrilatero di centrocampo. Con la solita formuletta, possiamo parlare di 3-2-2-3. Se, invece, ricorriamo alla rappresentazione grafica, vediamo che in campo si disegna non più una doppia W, ma una W e una M. Ed è, infatti, con il nome di WM che il sistema inglese è conosciuto nel mondo.
Può sembrare un dettaglio insignificante il cambio di posizione rispetto al metodo di alcuni giocatori; in realtà, è tutta la filosofia del gioco che è innovata. Le marcature diventano individuali, rigorose ed, a volte, asfissianti. La contrapposizione uomo contro uomo rende molto più aggressive le squadre che adottano il sistema, rispetto a quelle schierate tradizionalmente secondo il metodo.
In Inghilterra il successo è immediato. L’Arsenal, che aveva conosciuto un lunghissimo e profondo declino, con i dettami di Chapman instaura un ciclo vittorioso, conquistando la Coppa d’Inghilterra nel 1929/30 e 3 titoli assoluti in quattro anni, dal 1930 al 1934; logicamente, le sue sfavillanti vittorie spingono tutte le squadre inglesi ad imitarlo.
In Italia il processo fu più lento. Vittorio Pozzo riteneva che il metodo esaltasse le peculiarità degli italiani, in quanto portava ad un gioco meno fisico rispetto al sistema e, per certi versi, meno accademico, caratterizzato invece da una robusta difesa e rapidi contropiede. Infatti, mentre le squadre “sistemiste” raccoglievano applausi per l’eleganza dei loro giocatori, che costruivano la manovra tessendo una fitta ragnatela di brevi passaggi, le squadre “metodiste” erano più opportuniste e, spesso, concrete. Lanci lunghi che partivano dai difensori o dal centromediano giungevano ai centrocampisti avanzati oppure alle ali. Questi ultimi, rapidamente, servivano l’attaccante che finalizzava la manovra; in tutto non più di tre o quattro passaggi prima di scoccare il tiro a rete.
In campionato, soltanto il Genoa si convertì quasi subito al nuovo verbo, ottenendo, in effetti, eccellenti risultati, rispetto alla caratura tecnica della squadra. Nel maggio del 1939, l’Italia “metodista” affrontò, a Milano, l’Inghilterra portacolori del sistema. Gli inglesi dominarono la partita e soltanto un goal realizzato da Piola con la mano (irregolarità sfuggita all’arbitro) ci consentì di pareggiare. Sotto la spinta dei riformisti, Pozzo fu, in pratica, costretto a sposare il sistema. Lo fece di controvoglia e la sconfitta rimediata a Berlino contro la Germania, il 26 novembre 1939, con un’Italia confusamente schierata secondo il “WM”, gli fece fare una precipitosa marcia indietro. Di sistema, per l’Italia, si sarebbe riparlato dopo la seconda Guerra Mondiale.
Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, il miglior ambasciatore del sistema fu il “Grande Torino”, dominatore incontrastato della scena nazionale sino al 1949, quando lo schianto di Superga distrusse una delle squadre più leggendarie della storia del calcio. In effetti, si scambiò per merito della tattica quello che era in gran parte frutto della superiore qualità individuale dei giocatori. Quel Torino, è ragionevole pensare, avrebbe vinto scudetti in serie adottando qualsiasi modulo, dalla piramide in poi, tanto netta era la sua superiorità sul resto del lotto. Per la cronaca, comunque, quello granata del 1943, prima dell’interruzione bellica, fu il primo scudetto “sistemista” del calcio italiano.
La critica nazionale era ferocemente divisa fra metodisti e sistemisti, anche se i secondi andavano prendendo progressivamente il sopravvento. L’intuizione di Pozzo doveva, però, rivelarsi esatta. Il “sistema puro” non era congeniale al calciatore italiano, poiché privilegiava eccessivamente l’atletismo sulla tecnica e sulla raffinatezza tattica, tipiche qualità dei nostri giocatori. Sicché, dopo la conversione in massa al sistema (anche da parte della Nazionale che, dopo le disastrose Olimpiadi del 1948, aveva silurato Vittorio Pozzo), cominciarono subito le varianti e le correzioni, per trasferire nell’originario modulo inglese le nostre ataviche malizie.
Già nel 1944, vincendo un campionato di guerra non omologato ufficialmente, la squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia, allenata dall’ex genoano Barbieri, aveva applicato il “mezzo sistema”, un riuscito ibrido fra metodo e sistema. Qualcosa di simile adottò anche il Modena della stagione 1946/47, che schierava un terzino, Remondini, a guardia del centravanti avversario e l’altro, Braglia, in seconda battuta. Quel Modena arrivò terzo, miglior risultato di tutta la sua storia.
Da allora, fu un susseguirsi di strategie e schemi, studiati da grandi tecnici ed esaltati da inarrivabili campioni. Ogni tattica è legata al ricordo della squadra che meglio l’ha interpretata: il metodo all’Italia di Pozzo; il sistema, che rivoluziona il calcio sul finire degli anni venti, all’Arsenal di Herbert Chapman; il “catenaccio” alla Svizzera di Karl Rappan, bella protagonista, pur senza grandi talenti, ai Mondiali del 1938; il 4-2-4 al mitico Brasile di Pelé, dominatore assoluto dei due Mondiali del 1958 e del 1962; il “calcio totale” all’Olanda di Cruijff, grandissima ma sfortunata primattrice degli anni settanta; la zona di Arrigo Sacchi, alla fine degli anni ottanta, che cambia il calcio italiano.
Ma, c’è un filo comune che lega tutto questo; si possono cambiare schemi e strategie ma, alla fine, la differenza la fa sempre il fuoriclasse.

4 commenti:

Giuliano ha detto...

Questo è un articolo da portare nelle scuole... (non quelle di calcio, elementari e medie)

Stefano ha detto...

grazie Giuliano, sempre molto gentile !!!

Stefano Maciocchi ha detto...

Ben fatto, storicamente ineccepibile. Posso solo aggiungere che il Modena giocava in effetti col Metodo e la Salernitana di Viani e la Triestina di Rocco giocavano col "mezzo-sistema" (cioè col catenaccio di Rappan) nel 1948.

AmosGitai ha detto...

Questo blog mi ricorda i vecchi album Panini!