giovedì 13 ottobre 2016

Massimo BONINI

Al termine della trionfale stagione del ventiduesimo scudetto, Boniperti lo ha definito: «Il nostro fantastico terzo straniero». Più che all’origine anagrafica (è nato a San Marino), il presidente si riferiva al costante rendimento offerto da Massimo Bonini. Il biondo centrocampista è un mostro di continuità, infaticabile e prezioso. Quando si presenta, giovanissimo, lo battezzano in mille modi: il nuovo Netzer, il nuovo Benetti, l’erede di Furino. In realtà, Bonini è un azzeccato cocktail, ricco di personalità originale. Se la Juventus non ha dovuto rimpiangere un grosso campione come Furino, il merito è proprio del suo degno successore. Cursore dai mille polmoni, nelle ultime stagioni Bonini ha saputo farsi apprezzare anche per un miglioramento sostanziale sotto il profilo tecnico. La sua qualità è la capacità di corsa: il vero, classico uomo ovunque: difesa, attacco, grande recuperatore di palloni, grazie ad una mobilità da fondista. Questa dote, unitamente alla disponibilità al sacrificio, lo rende amatissimo dai compagni che sanno di poter contare sul suo apporto.
«La scarsa vena realizzativa – puntualizza – non ha mai rappresentato un problema, perché la Juventus di allora era una squadra particolarmente sbilanciata in avanti, che si attendeva, da giocatori come me, la copertura e non le reti».
Negli anni d’oro di Platini, le sue doti podistiche gli permettono di vincere il duello con Tardelli come centrale a sostegno del divino Michel con conseguente spostamento di Marco nel ruolo di esterno destro (e il buon Marco non gradì proprio).
Fra il primo e il secondo tempo di un’importante sfida di campionato, l’Avvocato Agnelli entrò, come sempre senza farsi annunciare, nello stanzone degli spogliatoi. Michel Platini, seduto su una panca, fumava tranquillamente una sigaretta; non era una cosa rara, lo faceva quando era nervoso, per scaricare la tensione. L’Avvocato gli disse sorridendo divertito: «Platini, ma lei fuma nell’intervallo di una partita?» «Avvocato, non si preoccupi se fumo io», rispose pronto Michel, «l’importante è che non fumi Bonini, che deve correre anche per me!» Questo dialogo, diventato famoso, dimostra che Massimo non è un fenomeno ma neanche scarsissimo, molto solido mentalmente e tatticamente. Non un fuoriclasse, quindi, ma l’indispensabile supporto ai campioni.
Massimo nel 1977 è in serie D, a Bellaria. Poi si mette in luce nel Cesena e la Juventus lo individua come ideale complemento al centrocampo, assicurandoselo nell’estate 1981 per 700 milioni (più Verza e la comproprietà di Storgato). Fu un affare.
La consacrazione internazionale del giovane centrocampista risale al 16 settembre 1981, tre giorni dopo l’esordio in A (13 settembre: Juventus-Cesena); Trapattoni lo schiera contro il Celtic in Coppa Campioni e il ragazzo ottenne subito la promozione.
Pier Luigi Cera, libero del Cagliari scudettato, lo ha avuto a Cesena: «Bonini è un Furino con i piedi buoni, è un mediano completo. È il seguito di Furia e vale molto di più anche come tiro. Lo cancellerà, presto, dalla faccia della terra. Quando arrivò a Cesena, gli dissero che sarebbe stato una riserva, essendo giovane. Ebbene, da riserva è diventato in fretta titolare ed ha finito per essere l’anima del Cesena, il trascinatore, il giocatore più amato dalla folla».
La cittadinanza sammarinese gli ha creato anche qualche inconveniente curioso: dopo aver giocato nella Nazionale Under 21, infatti, Bonini è stato estromesso perché considerato straniero. «All’inizio degli anni Ottanta ho giocato sette partite con l’Under 21 di Vicini. In quel periodo c’era anche un altro giocatore di San Marino nel giro delle nazionali giovanili, il mio amico Marco Macina. Nel novembre 1982 con la Juniores prese parte al torneo di Montecarlo e, in quell’occasione, le avversarie degli azzurri fecero reclamo, perché l’Italia schierava un giocatore non di passaporto italiano. L’UEFA intervenne e da quel momento Macina non poté più vestire la maglia azzurra. Fu cambiato il regolamento e dalla stagione successiva anch’io, dopo aver disputato due partite nell’Under come fuori quota, dovetti dire addio alla Nazionale».
Si è rifatto ampliamente con la maglia bianconera, evidenziando sempre più, particolarmente in Europa, le sue caratteristiche di gladiatore. Bonini si avvicinò allo sport molto presto, ma voleva fare il ciclista. Fu un incidente a suggerirgli di dedicarsi al calcio: «È stata la mia fortuna, come sono stato fortunato ad arrivare alla Juventus: pensate che era sempre stato il mio sogno. In camera, da ragazzino, avevo i poster appesi con l’immagine dei miei idoli bianconeri».


MASSIMO BURZIO, “HURRÀ JUVENTUS” APRILE 1984
Massimo Bonini il maratoneta. Corre il sanmarinese, corre su e giù per il campo, la chioma bionda che pare gonfiarsi al vento e farlo diventare ancor più veloce. Ma Massimo non è soltanto un podista, anzi. Trapattoni e Furino (e loro di mediani se ne intendono!) lo stimano e lo considerano quasi indispensabile al gioco della Juventus. L’allenatore ha plasmato Bonini disciplinandolo tatticamente e tempestandolo con consigli e suggerimenti, in allenamento come in partita.
Il Capataz (al quale, non scordiamolo, Bonini ha tolto il posto) è il primo tifoso del buon Massimo e spesso dice: «È un ragazzo d’oro, ha fiato, volontà ma anche tecnica e senso del gioco. La maglia numero quattro, che fu mia per tante stagioni, è indossata davvero da un giocatore meritevole».
Bonini è stato spesso definito un Benetti giovane. Ma, probabilmente, del roccioso Romeo Bonini non ha il tiro. O meglio in una Juve dove sono così tanti i cecchini, il sanmarinese preferisce portare le munizioni piuttosto che sparare.
Oramai Bonini è un titolare quasi inamovibile ma, giustamente, non si illude e dice: «Quando arrivai alla Juve sapevo di aver raggiunto il massimo. Ma il brutto, il difficile cominciava soltanto in quel momento. Si trattava di dimostrare ai dirigenti, a Trapattoni, ai compagni, quanto valevo e chi ero. I dubbi erano tanti, le emozioni e le paure parecchie. Ho fatto tutto quanto potevo e ora le cose stanno andando per il verso giusto. Ma il successo è più difficile da mantenere che da conquistare. Non posso sbagliare. È necessario ancora imparare, ancora combattere».
Bonini è un ragazzo serio, lo si capisce da quanto dice, ma soprattutto è un professionista nel senso più largo del termine. Silenzioso ma non musone, misurato quando occorre, è tanto ermetico fuori dal campo (entra ed esce dallo spogliatoio e passa senza mai dar troppa confidenza) quanto vulcanico in partita. E come se i silenzi del pre-partita diventassero grida e urla durante il match. Bonini è capace di bruciare l’erba per due o tre volte da una porta all’altra senza mai fermarsi, senza mai commettere errori. Platini, dicono, sia incantato dal dinamismo di Massimo, dalla sua grandezza nella modestia e non possa fare a meno del suo apporto. E il transalpino non pensa d’avere accanto un gregario, un portatore d’acqua, ma un compagno che con il suo gioco copre e apre varchi nelle difese avversarie e velocizza il gioco juventino.
Il generale coro di elogi che accompagna Bonini è stato ribadito e amplificato anche dalle molte presenze di Massimo con la maglia azzurra dell’Under 21. Presenze che non potranno, per ora, aumentare nel numero perché una singolare sentenza dell’UEFA ha sancito che chi, come Bonini, è cittadino della Repubblica di San Marino non può giocare con la Nazionale italiana.
Così Massimo è diventato straniero per l’UEFA, ma resta calcisticamente italiano per la Federcalcio, visto che a tutti gli effetti può giocare nel nostro campionato: «È stata una cosa stranissima. Tutto subito m’è dispiaciuto, ci tenevo alla Nazionale. Ma tengo anche al mio stato di cittadino di San Marino e non cambierò certo nazionalità. Se, in futuro, l’UEFA rivedrà le proprie posizioni, allora tutto tornerà a posto. Diversamente va benissimo così. La mia Nazionale non esiste (San Marino non ha una federazione calcio e non ha giocatori, oltre a Bonini, in grado di giocare ad alti livelli) ma non mi preoccupo. Mi basta la Juve. E in bianconero che, ogni partita, io do il mio esame di laurea».


ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT, 27 DICEMBRE 2012
Giocatore che ha raccolto l’eredità del pluri-scudettato e più sulfureo Beppe Furino, ma non un suo clone per mancanza di cattiveria e grinta agonistica, tuttavia, Bonini era un motorino instancabile raccatta e smista palloni. Tutt’altro che un rissoso, un devoto al meridiano più delicato e più bello del campo (il centrocampo) da dove frenava l’iniziativa avversaria e da dove rilanciava quella dei suoi compagni di squadra. Non avendo voluto rinunciare alla cittadinanza sanmarinese, non ha mai potuto essere utilizzato con la Nazionale italiana, collezionando diciannove presenze e nessun gol con la maglia del suo paese. E, fino ad oggi, rimane l’unico sportivo di quella antica quanto piccola Repubblica ad aver vinto una competizione di carattere mondiale, insieme al motociclista Manuel Poggiali. Non un ganimede, ma, un generoso, un altruista della prima ora, tipico vangelo di colui, per il quale mettere nelle condizioni di fare goal il compagno di squadra significava aver firmato un doppio goal. Bonini, quand’è stato il momento in cui le è venuta la pelle d’oca da calciatore? «Mi è venuta tante volte: la prima volta, quando sono arrivato alla Juventus. A diciannove anni giocavo nei tornei dei bar, a venti ero alla Juventus. Perciò, salire sul pullman, dove c’erano dei miti come Zoff, per me, è stata un’emozione incredibile. Anche in tante partite, specie quelle tirate, è sempre emozionante riuscire a giocare e vincere. Quando dai tutto, quando esci dal campo distrutto, è normale che sei soddisfatto. Sai, ora parlare di pelle d’oca è un po’ difficile».
Nemmeno quando ha vinto la Coppa dei Campioni o quella Intercontinentale? «La Coppa dei Campioni non tanto, perché è stata una partita un po’ particolare, perché quando vinci un trofeo così importante e non lo puoi festeggiare è come non aver vinto niente. Però, il trofeo più bello è stata la Coppa Intercontinentale, perché eravamo da una settimana a Tokyo, un’atmosfera particolare, insomma, un po’ fuori dal mondo, eravamo un po’ isolati fa tutto. E vincere credo sia stata una bella emozione».
Era scaramantico? «No, per niente. Ero uno fortunato, perché anche prima della partita importante io dormivo tranquillo, non ho mai sentito la tensione, perché mi piaceva così tanto giocare a calcio che non avevo paura. Ero più nervoso dopo la partita, perché ero stanco o perché, dopo aver analizzato la partita, non ero riuscito a fare le cose che volevo fare».
Quanto le ha dato fastidio essere il “Lodetti di Rivera”, come lei fu il “Bonini di Platini”? «Neanche quando si diceva che Platini fumava ed io correvo per lui mi ha mai dato fastidio assolutamente, perché il ruolo di mediano per me era il ruolo più bello in assoluto, dove puoi trasmettere la tua personalità, il tuo modo di vivere. Sei al centro del campo, devi aiutare a fare la fase difensiva, quella offensiva, sei proprio nel cuore della partita. Il mediano è quello che dà più equilibrio alla squadra. In quel periodo lì c’era Platini, ed essere altruista, aiutare tutti i compagni e mettere a posto la squadra era davvero molto bello».
Il goal stilisticamente più bello e quello più importante? «(sorriso): Io di goal ne ho fatti veramente pochi. Diciamo che è stato bellissimo quello di sinistro (il mio piede debole) contro l’Inter, e l’ho messa nel sette. In porta c’era Zenga».
Un rigore sbagliato, un’autorete clamorosa? «Rigori? Ne ho battuti pochi, ma li ho sempre fatti. Autogoal? No, forse, in un derby con il Toro, Junior ha battuto un calcio d’angolo sopra la mia testa, hanno dato la colpa a me, ma è stato molto bravo Junior. Poi, ha segnato Serena di testa. Era una palla cui non ci potevo fare niente perché ha battuto così bene quel corner, io ero attaccato al palo e mi è passata sopra ed è finita in rete».
Espulsioni? «Una sola in tutta la mia carriera: sempre contro il Torino nel derby. Ho battuto le mani a Casarin, perché l’arbitro aveva fischiato un fallo che era stato commesso non dal sottoscritto ma da Dossena. Ha ammonito entrambi, ed io gli ho battuto le mani dicendo: “Ma, io che cavolo centro?”. Era il novantesimo oramai ed era ininfluente ai fini del risultato».
L’avvocato Gianni Agnelli e Massimo Bonini. «Quando ad Atene, finale di Coppa dei Campioni persa contro l’Amburgo, gli ho presentato mio padre in albergo. Un’emozione per me, ma, soprattutto, per mio padre. L’avvocato Agnelli di solito non parlava a un giocatore singolo; o parlava a Platini, altrimenti parlava a tutti. Oppure telefonava a casa con qualche giocatore che era già tanti anni che era lì. Il mio ricordo era quello di una persona molto intelligente e di una simpatia unica. Di calcio ne sapeva moltissimo, conosceva tutti, faceva delle domande per sondare, per capire cosa pensavamo noi. Però, era un grande intenditore di calcio».
Un regalo? «Un regalo, sì, ma l’ha fatto a tutta la squadra. Ci ha regalato un orologio, un Paté de Filet, con la sua firma, quando abbiamo fatto non mi ricordo più quanti risultati utili consecutivi. Un bel ricordo, davvero!»
Il rapporto tra lei e Platini? «Ricordi tutti bellissimi, perché quando sua moglie andava via e lui era a casa da solo a Torino, io Caricola, Bonetti, i giocatori che in quel periodo non eravamo sposati, ci invitava, e si era creato un bellissimo rapporto. Poi, giocavamo sempre a tennis, perché io amavo tantissimo il calcio, ma giocavo abbastanza bene a tennis e volevo diventare maestro. Platini si recava spesso a giocare a tennis e avendo tra i suoi migliori amici i proprietari del Circolo Tennis, mi invitava spesso a giocare. Lui è un “pallettaro”, come si dice nel gergo tennistico, perché cercava sempre la smorzata e alzava sempre la palla per il pallonetto. Giocava con molta astuzia, ma, siccome io correvo tanto, gliele prendevo tutte, e poi giocavo bene. Solo che io perdevo sempre, perché il primo set vincevo io 6-1, poi, dopo con i pallettari è sempre dura, ti stroncano alla lunga con smorzate e pallonetti. Facevamo delle grandi sfide e ci divertivamo molto insieme. Michel era sempre molto severo e molto simpatico: sempre pieno di complimenti e sempre pieno di richiami. Era il suo modo di fare, il suo modo di tenerti sempre sotto pressione Michel era sempre molto severo e molto simpatico: sempre pieno di complimenti e sempre pieno di richiami. Era il suo modo di fare, il suo modo di tenerti sempre sotto pressione».
Rimproveri da parte dell’asso transalpino? «In tutti i minuti, perché in campo era uno molto esigente, come tutti i grandi campioni, non soltanto lui. Non gli andava mai bene, nel senso che quando sbagliava lui non lo riconosceva mai, la colpa era sempre dei compagni. Ho avuto la fortuna di giocare con grandi campioni e tutti si comportano alla stessa maniera. Sanno quando sbagliano ma cercano sempre di giustificarsi, perché la vogliono, la palla, il passaggio, quasi alla perfezione. Però, era uno stimolo, un modo per romperti in maniera costruttiva le scatole, al fine però di voler vincere. Tutti i grandi campioni sono così. Mi ricordo Cabrini che mi faceva il pugno, si incazzava, perché mi ero spinto troppo in avanti, oppure era andato in fondo al campo per crossare al centro ed io non avevo chiuso dietro. Era un continuo tormento, ma era bello, perché questo continuo riprendersi significava che nessuno della Juve voleva perdere. E lo stesso capitava durante la settimana nelle partitelle».
È vero che alla Juve non basta vincere, ma bisogna anche convincere per non essere ogni volta processati dal mister e dai dirigenti? «Quei miei compagni di squadra non hanno vinto, ma stravinto: giocavano sette Campioni del Mondo, e per dieci anni hanno dettato legge da tutte le parti. Dicono che i giocatori giocano tantissime partite, ma questi veramente giocavano e giocavano! Ricordo Antonio che giocava sulla fascia con due sbarre di ferro perché doveva andare sempre dritto, non girava nemmeno. E giocavano anche se erano infortunati, stirati, acciaccati: erano dei fisici incredibili. E poi, il problema è che dovevi sempre vincere con la maglia della Juventus».
L’avversario più forte? «Sicuramente Maradona, Zico, Falçao anche. Falçao era un giocatore più difficile da marcare, perché giocava molto senza palla e sono i giocatori più difficili, perché quando uno porta palla bene o male prendi il ritmo, lo puoi prevedere, ma, quando uno è bravo a muoversi senza palla, è sicuramente quello che ti mette più in difficoltà».
In Coppa dei Campioni, uno fortissimo? “Uno che giocava con l’Anderlecht con il numero dieci ed era spagnolo: Juan Lozano. Un centrocampista, che ha anche giocato anche nel Real Madrid. Era bravo tecnicamente, era bravo senza palla, sapeva far tutto. Era un giocatore completo, dotato di una grande fantasia: e mi ha messo molto in difficoltà».
Rimpianti? «Non posso avere rimpianti: ho vinto tutto, ho avuto la fortuna di giocare nella Juventus, uno dei club più gloriosi in assoluto. Poi, fino a diciassette anni, come le ho detto prima, non pensavo mai di fare il calciatore. Ho sempre giocato per divertimento, più un anno ho smesso perché volevo fare il maestro di tennis, pensa te. E poi, sono tifoso juventino».


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