lunedì 24 ottobre 2016

Domenico PENZO

Nasce a Chioggia il 17 ottobre del 1953. Suo padre fa il pescatore ed ha sette figli da sfamare. A sette anni, si trasferisce con la famiglia a Baranzate, nella terra dei mobili e a quattordici anni, dopo aver lasciato gli studi, entra in una falegnameria, per poi fare il meccanico nell’officina di suo cognato. È, questa, l’epoca dei primi veri calci a un pallone, nelle file del Borgosesia. Da quel giorno, siamo nel 1972, si dipana contraddittoria e non sempre brillante, la carriera del panzer chioggiano. Nella Romulea, nel Bari, nel Benevento, nel Monza e nel Brescia, tiene fede alla sua fama di bomber; la grande occasione gli passa davanti agli occhi nel 1974, quando la Roma lo porta allo stadio Olimpico. È una delusione: gioca diciannove partite e segna la miseria di un goal.
Poi solo alti e bassi, fino ad arrivare al Verona, dove riveste il ruolo di protagonista, giocando un grandissimo campionato e mettendo alle spalle dei portieri avversari quindici goal; solamente Platini e Altobelli fanno meglio lui.
La Juventus, nel frattempo, perde Bettega, che si trasferisce in Canada; l’occhio di Trapattoni e di Boniperti cade sul veronese, il quale non crede ai propri occhi quando legge la fantastica notizia sui giornali. Le prime dichiarazioni, dopo l’ufficializzazione del suo passaggio in bianconero, sono logicamente caute: Penzo si rende conto dei rischi ai quali va incontro, deve capire se a Torino riuscirà ad avere le stesse condizioni esistenziali trovate a Verona.
Passano i giorni, è tempo di ritiro a Villar Perosa. A Domenico, uomo serio e maturo, basta una settimana per capire tutto: «L’ambiente è molto buono e i compagni di squadra sono come tutti gli altri, anche se giocano nella Juventus. Alla mia età è impossibile bruciarsi e la Juventus costituisce un trampolino di lancio per migliorare e per conquistare tappe prestigiose. Io so che la mia nuova società cercava un attaccante ed io sono qui per servirla. Non è facile il mestiere della punta; il ruolo ha subito metamorfosi sostanziali. Ma io cercherò di fare sempre il mio lavoro con il massimo impegno. Io e Rossi possiamo essere per la Juventus ciò che Graziani e Paolino erano per la Nazionale. Ci aiuteremo, sarà una specie di cooperativa per andare in goal».
Il goal è il tasto più battuto, come una nota piacevole: «Ne ho sempre fatti, diciamo una media di dieci all’anno; mi piacerebbe confermarmi su queste cifre. La concorrenza è però forte e, comunque, stimola parecchio. Sono stato considerato spesso un elemento di categoria, da Serie B. Eppure le mie soddisfazioni me le sono tolte. Forse ho giocato male le mie carte quella volta nella Roma. Ma è acqua passata. A Verona ho segnato quattordici goal in B e quindici in A. E la Juventus mi ha preso anche per questi doti».
E ora c’è il sogno di tutti, la Juventus assetata di rivincite: «In un gioco che si adatta alle mie caratteristiche posso fare tanti goal anch’io. Però capisco perfettamente che il mio compito è soprattutto quello di lavorare per la squadra e per Paolo Rossi. Non ho paure perché sono anche altruista, perciò Paolino stia tranquillo. E ora ho una grande ambizione, che una società tanto prestigiosa può soddisfare; quella di vincere uno scudetto a trentuno anni. Sarebbe stupendo!»
Domenico realizzerà il suo sogno, vincendo lo scudetto e la Coppa delle Coppe, partecipando alla festa con trentasei presenze e dieci goal che, però, non gli varranno la riconferma. Restano questi dati e la certezza che, anche il buon Penzo, abbia portato uno di quei famosi mattoni che servono per la costruzione di una squadra vincente.

Nessun commento: