lunedì 16 ottobre 2017

Federico MUNERATI

A quei tempi, le ali giocavano entrambe avanti, e il loro compito principale era quello di effettuare traversoni per i piedi o per la testa del centrattacco. Se il cross arrivava da sinistra, l’ala destra si proiettava incontro al pallone per incornarlo in rete e viceversa. Munerati sapeva fare in modo ottimale entrambe le cose, perché era un giocatore, velocissimo e opportunista, con eccezionali doti di palleggiatore che gli permisero di vestire per nove anni la maglia bianconera, collezionando 254 presenze e realizzando ben 114 goal. Era nato a La Spezia e, proprio nelle file della squadra locale, aveva iniziato la carriera di calciatore; passò ben presto al Novara, squadra che a quei tempi, recitava un ruolo di primo piano nelle competizioni nazionali. Quando Mune fu acquistato dalla Juventus, aveva solamente ventidue anni. Era un entusiasta, un volitivo, sempre in vena combinare degli scherzi ai compagni, anche in campo era sempre allegro.
Nella prima stagione juventina, Munerati fu schierato nel ruolo di mezzala per far posto al velocissimo Grabbi, che era abile sulla fascia laterale destra. Munerati era un eclettico e seppe cavarsela molto bene giocando anche qualche partita come centrattacco. Fu l’allenatore Karoly, grande maestro di gioco e profondo conoscitore dei propri uomini, a schierare definitivamente Federico all’ala destra, portando il piccolo e robusto Torriani all’estrema sinistra, per far posto all’ungherese Hirzer nel ruolo di mezzala.
Ricciolo fu la prima pietra di quel favoloso attacco bianconero che sarebbe diventato, nel giro di qualche anno, devastante e che avrebbe permesso alla squadra bianconera di vincere cinque scudetti consecutivi. Dopo aver vinto con la Juventus il suo primo scudetto al termine della stagione 1925-26, Munerati dovette aspettare quattro anni prima di riassaporare le gioie del trionfo; vinse, infatti, il suo secondo scudetto nel 1930-31, il terzo e il quarto nelle successive stagioni, dividendo l’onore e il merito di giocare all’ala destra con Ministrinho Sernagiotto, il brasiliano del Club Palestra Italia che i dirigenti juventini avevano ingaggiato per sostituirlo.
Oltre ai quattro scudetti, Federico può vantare anche sei maglie azzurre, quattro in Nazionale A e due in Nazionale B. L’esordio con la maglia azzurra avvenne a Stoccolma il 18 luglio 1926 e fu Augusto Rangone a selezionare l’attaccante juventino per l’amichevole contro la Svezia, che vinse l’incontro per 5-3. Meglio andarono le cose nella seconda partita, quella giocata a Bologna il 26 maggio 1927 contro la Spagna: vinsero gli azzurri con il punteggio di 2-0.
A Praga il 23 ottobre di quello stesso anno, la Nazionale italiana ottenne un lusinghiero pareggio (2-2) contro la fortissima rappresentativa boema. Fu la gara dello storico confronto tra il nostro centromediano Bernardini e il biondo capitano dei cechi, il famoso Kada. Due reti segnò Libonatti, due Svoboda, la seconda su calcio di rigore. A Bologna, infine, contro l’Austria, l’Italia fu costretta a cedere con il minimo scarto (1-0), ma anche in quella partita, come nelle tre precedenti, Munerati seppe fornire un grande saggio delle sue eccellenti qualità tecniche e atletiche, risultando sempre fra i migliori in campo.
Il popolare Ricciolo fu anche allenatore della Juventus per due stagioni, 1940-41 e 1941-42. È deceduto nel 1980, lasciando un grande rimpianto in quanti lo avevano conosciuto e apprezzato, sia come giocatore sia, soprattutto, come uomo.


VLADIMIRO CAMINITI
Munerati, di nome Federico, uno altone, con una bella faccia ariosa, che si aiutava a essere bello con una capigliatura frenetica, tutti quei capelli neri a riccioli. Lo chiamarono Ricciolo. Giocò in una Juventus che cresceva ogni giorno a vista d’occhio. Come dire, gli anni che crearono la leggenda, il mito della fidanzata d’Italia com’è stato scritto. Lui un ragazzone stellante, dagli occhi nerissimi, come giocatore ala destra (vecchio stile), corsa sull’out e cross ficcante, ma anche una certa capacità nell’accentrarsi e, su tutto, un senso del goal medianico. Sì, un gran bel giocatore, che durò oltre undici anni, ed ebbe sempre, nonostante avesse militato in gioventù nel La Spezia (squadra di A all’alba degli anni Venti) e nel Novara, gran cuore juventino.
L’Italia dal 1922 al 1933 conobbe le rivoluzionarie cose che sappiamo; dalla così detta Marcia su Roma in poi, Benito Mussolini capo del governo, e subito duce del fascismo. Il fascismo. Anche i calciatori non possono esimersi. Il saluto fascista per le squadre di calcio diventa obbligatorio. La libertà si è spenta. In compenso, la Juve diventa lo squadrone che stabilisce un primato di vittorie e di organizzazione, inventando lo stile Juventus o, meglio, fissandolo nel marmo delle vittorie epiche, che si inaugurano con l’anziano Munerati ala destra. Munerati è uno dei sopravvissuti dello scudetto del 1926.
Munerati ha affascinato con la sua figura eccentrica anche il piccolo Gianni Agnelli. Era fantastico, per i ragazzini, vedere apparire i calciatori che guadagnavano tante Lire dando dei calcioni a una sfera di cuoio; doveva risultare assai divertente in mezzo alle quotidiane lagne degli studi seri e obbligatori. Munerati aveva certe spensieratezze; una volta, a Genova, tarda primavera del 1930, perse la comitiva dei compagni e dirigenti a passeggio per via XX Settembre, dietro le gambe di una bella ragazza. Perché meravigliarsi? “Sono belli gli occhi neri, sono belli gli occhi blu, ma le gambe ma le gambe…” canterà presto un ritornello.
Mazzonis non la pensò ugualmente, e il baldo attaccante finì in tribuna, il giorno dopo, l’accogliente tribuna in legno del già glorioso stadio Marassi col suo bel prato verde a schiena di asino. Munerati, quattro sillabe che facevano paura ai portieri.
Campionato 1925-26, stagione quasi epica, segna dieci volte in ventidue partite; i suoi goal di testa sono stupendamente semplici, grandi testatone; i suoi goal di piede sono dell’opportunismo più sfacciato. Ogni traiettoria che pare persa lui la conquista. Pare lento, ma è tutta apparenza. Ha velocità progressiva. Ha forza di tiro. Ha sicuro talento. Gli nuoce, per la popolarità, giocare in una Juve dove agiscono personaggi già famosi, Combi, Rosetta, Hirzer, Allemandi, Viola, Pastore, Vojak, insomma l’ala destra non gode del carisma di quel biondo ungherese che esalta il gioco con finezze radiose, e non ha la fama del ragioniere vercellese che non colpisce mai il pallone con la fronte ma conquista ogni traiettoria con la semplicità della classe più pura. Non è né Hirzer né Rosetta, a parte che, negli anni Venti, i ruoli del calcio che piacciono di più sono quelli di centravanti e di portiere. Centravanti della squadra è un aspirante attore, bellissimo a tempo perso: Pastore.
Muore Jeno Karoly, l’allenatore verdiano (un fissato dell’opera lirica, sa a memoria tutto Verdi e ne fischietta arie e motivi), dopo la seconda partita della finale con il Bologna. Uno 0-0 che lo fa incavolare tantissimo, va a casa stanchissimo e muore. Il cuore è malato.
Il Bologna è già lo squadrone che tremare il mondo fa, e inoltre si avvale della protezione di Arpinati, eminenza grigia del fascismo. Ma la Juventus vince ugualmente, 2-1 la terza partita, si salva con goal di Pastore e Vojak. L’Alba di Roma subirà una carrettata di goal: 12-1. È il secondo scudetto e tra le lacrime i bianconeri lo festeggiano degnamente con i dirigenti Mazzonis, Cravero, Bebè Gola, tra amici vecchi e nuovi e il presidentissimo Edoardo Agnelli. Qui comincia la gloria. Il 29 maggio 1927, Munerati gioca in Nazionale a Bologna contro la Spagna del magico Zamora. Vincono gli azzurri 2-0 e il secondo goal, l’autorete di Prats, nasce da un corner battuto da Ricciolone, che va a rimbalzare tra Della Valle e Prats, il quale fatalmente batte il suo portiere.
Campionato 1930-31, dunque, secondo a girone unico: nella Juventus gioca anche Orsi. Mussolini ha almeno unito patriotticamente (c’è anche la Triestina) l’Italia del fascio. Campionato a diciotto, con squadroni assoluti come Juventus, Roma, Bologna, Genova, Ambrosiana. Il Torino e la Lazio fanno la parte loro, con giocatori straordinari come Baloncieri, Libonatti, Sclavi e quel Pastore che è stato felice juventino, ma felicemente si è trasferito a Roma attratto irresistibilmente da Cinecittà.
È il primo scudetto della serie che conta, di Munerati. Ne vincerà altri due, prima di dover lasciare passo e strada a un piccolotto sudamericano: Sernagiotto. Munerati chiude con la Juve proprio mentre in via Filadelfia si inaugura il nuovo stadio comunale, intitolato naturalmente a Mussolini. Oramai è superato, con i suoi trentadue anni, per la squadra che ha il divino Orsi all’ala, il centravanti che sfolgora con goal bellissimi: Borel II.

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