venerdì 10 gennaio 2020

Luigi COLAUSSI


Il Paolo Rossi del Mondiale ‘38 – scrive Bruno Perucca su “La Stampa” del 27 dicembre 1991 – ha chiuso il suo rapporto con la vita e con il calcio, dopo mesi di battaglia contro un male che non l’ha perdonato.
Gino Colaussi è morto nella sua Trieste, nell’ospedale di Opicina. Domattina i pochi amici del suo tempo, gli sportivi e la città, lo accompagneranno al cimitero.
Vittorio Pozzo lo aveva inserito nel gruppo azzurro subito dopo il primo campionato del mondo vinto (1934). L’esordio in nazionale del «Cola» avvenne il 27 ottobre 1935 a Praga, con la sconfitta per 1-2 di fronte alla Cecoslovacchia nella partita dell’omaggio italiano ai rivali battuti nella finale di Roma ‘34. C’era ancora Planicka nella porta ceka. Gino Colaussi provò invano ad abbattere quel mito con i suoi tiri. Ci riuscì Pitto ma invano. Due reti di Horak celebrarono la platonica rivincita cecoslovacca.
Da quella gara, Colaussi è rimasto nel Club Italia. Pozzo aveva bisogno di un’ala sinistra vera, scattante, decisa. E il commissario tecnico portò in Francia, ai mondiali ‘38, il giocatore al quale teneva moltissimo malgrado non stesse bene. I postumi di una frattura, si è scritto. Ma in una intervista d’epoca a Giuseppe Meazza si legge: «Gino era nei guai per un dolore inguinale».
Lo si ricorda adesso come il Paolo Rossi del ‘38, perché i suoi gol furono determinanti come quelli di Pablito nell’82 in Spagna. Tenuto a riposo precauzionale da Pozzo nella prima partita con la Norvegia a Marsiglia (infatti la squadra soffrì molto per vincere 2-1), Colaussi partecipò concretamente alle vittorie successive contro Francia e Brasile, con una doppietta alla finale con l’Ungheria. Tre partite, quattro reti del Gino. Sempre suo l’1 a 0. Se i gol contano sempre, quei tre sono stati le chiavi del mondiale vinto.
È stata l’estate d’oro del calciatore rivelatosi a Trieste ma nato il 4 marzo 1914 a Gradisca d’Isonzo, a 40 chilometri dalla città che lo accolse fra i giovani rossoalabardati, dopo i primi calci ufficiali nell’Itala. Le formazioni giovanili, quindi la prima squadra. Lo volevano già la Spal ed il Messina, quando la Triestina (agosto 1930) mise gli occhi sul ragazzo che segnava grappoli di reti.
Il presidente Celso Carretti lo portò all’allenatore magiaro Stefano Toth dicendogli: «Su questo Colaussi ci credo, lo guardi giocare». Il provino avvenne il 14 settembre 1930 in una amichevole Triestina-Fascio Grion. Affare fatto. Per ingaggio due camicie a righe, che il Gino ha sempre negato di aver ricevuto in regalo: «Le pagai con i rimborsi del viaggio».
Dieci anni a Trieste, quindi nell’estate ‘40 il passaggio alla Juventus, il Genoa aveva offerto 900 mila lire alla Triestina, ma il carisma e l’abilità dei dirigenti bianconeri prevalsero e la Juve se lo aggiudicò per la metà: 450 mila lire. Era comunque la cifra record dell’epoca. Due stagioni a Torino, due anni senza squilli.
Juventus quinta nel torneo ‘40-41, per Colaussi 24 presenze e 5 reti, una delle quali sul campo della Triestina con pareggio di Grezar destinato a venire sull’altra sponda torinese per morire a Superga.
E alla Juve, nel ‘68, arrivò anche per una fugace apparizione il nipote Giordano, rivelatosi anch’egli nella Triestina e passato attraverso Lanerossi e Brescia. Colausig il cognome di Giordano, quello vero della famiglia. Era stato cambiato d’ufficio in Colaussi ai tempi in cui il regime vietava i nomi stranieri.
Nel campionato successivo i bianconeri ottennero il sesto posto. Per il Gino 16 presenze e due gol. Ma vinse la Coppa Italia, prima della cessione al Vicenza. Arrivava la guerra a spaccare l’Italia e anche il football. Dopo, per Colaussi, Padova e Triestina. Un ritorno a casa intervallato da viaggi per la successiva carriera di allenatore, soprattutto dei giovani.
Nella ricerca di lavoro in un mestiere che gli piaceva solo a livello di istruttore, anche otto mesi ad insegnare calcio in Libia. Con lui Biavati, l’attaccante del doppio passo. A pagarli fu un giovane amministratore, un certo Gheddafi. Che li fece penare non poco, prima di saldargli gli stipendi dovuti.
Il bilancio della sua vita di calciatore è 339 presenze e 63 gol in serie A, di 26 e 15 in azzurro.
Intelligenza, fantasia, ragionamento, scatto, tiro e disciplina. Queste le qualità che Vittorio Pozzo riconosceva pubblicamente a Colaussi. E fu il ct a chiedergli, rivolgendosi anche alla fidanzata, di rinviare le nozze per allenarsi al mondiale del ‘38. Gino non ci credeva, non si sentiva fisicamente in grado di rispondere alla chiamata. «Mi bastano pochi tuoi minuti per partita» gli disse il commissario tecnico.
Ne giocò 270, per le quattro reti più importanti della sua vita.

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