lunedì 11 aprile 2016

Renato CESARINI

Un giorno Edoardo Agnelli lo trova in un ristorante in orario di allenamento. Gli fa mandare una bottiglia di champagne dal cameriere per ricordargli chi è che comanda. Cesarini gliene fa arrivare cinque, con tanto di biglietto. «Domani vinciamo e segno». Andrà così. Il più matto, il più estroso giocatore che abbia vestito la maglia della Juventus, era venuto dall’Argentina senza incontrare quelle difficoltà che avevano ostacolato l’ingaggio del suo amicone Raimundo Orsi, perché era meno oriundo di lui: infatti, poteva essere considerato quasi italiano, essendo nativo di Senigallia. Soltanto dopo la sua nascita, i genitori avevano deciso di lasciare le Marche per trasferirsi in Sud America. L’estroverso Renato pareva costruito apposta, quasi fatto su misura per la disperazione del severissimo barone Mazzonis, che pure aveva caldeggiato la sua venuta in Italia, ma che era solito vigilare sulla buona condotta dei giocatori come un gendarme. Veniva diligentemente aiutato in quest’opera di vigilanza dall’allenatore Carcano, ancora più direttamente interessato di lui, com’era anche logico.
Gli aneddoti sulle mattane di Cesarini si sprecano, nemmeno il tempo li ha cancellati o scoloriti. Perché il Cè (così lo chiamavano nella squadra in cui il solo Combi non tollerò deformazioni al proprio nome), adorava i locali notturni, l’eleganza, le carte da gioco, le donne di classe, lo champagne. Era assolutamente disinvolto con lo smoking come in tenuta di gioco. Pagava sovente per tutti, elargendo denaro in allegria e pagando senza scomporsi tutte le multe che Mazzonis e Carcano gli facevano piovere addosso. Era talmente simpatico che in più di un’occasione qualche dirigente (come l’avvocato Tapparone, suo grande ammiratore), finiva per pagare la multa.
Alla Juventus la disciplina veniva osservata e fatta osservare secondo una prassi ben precisa. In generale Carlo Carcano non interveniva mai di persona, limitandosi, in caso di necessità, ad attizzare lo sdegno dei dirigenti o addirittura della presidenza, fornendo gli estremi dei misfatti compiuti e accertati. Queste notizie o queste prove, Carcano se le procurava attraverso una fitta rete di informatori reclutati tra i ragazzini che prezzolava alla somma di un paio di lire per prestazione. I piccoli stavano appostati per ore in vicinanza delle abitazioni dei calciatori, attentissimi a riferire ogni entrata o uscita fuori ordinanza. Era una bella lotta, perché Cesarini aveva saputo la faccenda dei ragazzini e riusciva sovente a neutralizzarne l’opera, offrendo più soldi di quanto non facesse Carcano! Una volta informato il barone Mazzonis delle marachelle del Cè, l’allenatore se ne lavava le mani ed entrava in funzione il vicepresidente con un primo avvertimento amichevole verso chi aveva mancato. Se tale avvertimento cadeva nel vuoto, Mazzonis spediva l’avviso ufficiale, gelidamente formulato sotto l’invito a presentarsi in sede in tal giorno, di solito alle ore diciotto, per comunicazioni «che La riguardano». Proprio con la elle maiuscola. Le multe per le infrazioni più gravi erano di mille lire. Cesarini le pagava senza battere ciglio, ma qualche volta riusciva a scendere a patti: «Se gioco da campione e segno almeno un goal nella prossima partita (e in genere sceglieva una gara difficile), la multa viene cancellata!» E quasi sempre Cesarini riusciva ad ottenere la cancellazione della punizione.
Sul terreno di gioco, Cesarini sapeva essere protagonista. Innanzitutto non aveva paura di nessun avversario, perché era dotato di un fisico eccezionale: lo dimostrava anche in allenamento, durante la partita di metà settimana, dopo aver magari trascorso un paio di notti in bagordi. E poi Renato era in possesso di una tecnica personale e di un’intelligenza di gioco raramente riscontrabili. Aveva intuizioni tattiche tanto improvvise quanto felici; era, insomma, un campione completo. Era solito dire ai ragazzini: «Tu, ragasso, la pelota te la devi portare anche nel letto!».
Esordisce in maglia azzurra nel 1931, ma la indossa solo undici volte, troppo ribelle per Pozzo, che gli preferisce gente più solida. Però arriva quel minuto lì, straordinario e unico. È inverno, a Torino, stadio Filadelfia, c’è pioggia e fango, è il 13 dicembre 1931, l’Italia gioca contro l’Ungheria. Gli azzurri chiudono il primo tempo in vantaggio, 1-0, goal di Libonatti. Avar fa l’uno pari, Orsi riporta l’Italia in vantaggio ma Avar segna di nuovo: 2-2 al novantesimo. Tutto o niente da rifare. Cesarini la racconterà così: «Mancavano pochi secondi alla fine, dirigeva lo svizzero signor Mercet. A un certo punto ebbi la palla. Avevo addosso il terzino Kocsis, un tipo che faceva paura. Non potendo avanzare passai alla mia ala, Costantino. Allora ebbi come un’ispirazione, mi buttai a corpo morto, tirai Costantino da una parte, caricandolo con la spalla, come fosse un avversario, e fintai, evitando Kocsis. Il portiere Ujvari mi guardava cercando di indovinare da quale parte avrei tirato. Accennai un passaggio all’ala dove stava arrivando Orsi, Ujvari si sbilanciò sulla sua destra, allora io tirai assai forte, sulla sinistra, il portiere si tuffò, toccò la palla, ma non riuscì a trattenerla. Vincemmo per 3-2. E non si fece nemmeno in tempo a rimettere il pallone al centro». Renato a venticinque anni entra nella storia, ma non se ne accorge subito. Dovrà passare una settimana. Eugenio Danese è il primo giornalista a parlare di Zona Cesarini, quando il 20 dicembre l’Ambrosiana batte 2-1 la Roma con un goal di Visentin all’ottantanovesimo. In Zona Cesarini, appunto. Così si dice da allora, così indica lo Zingarelli. Sono tanti i giocatori famosi, ma Renato Cesarini detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906 e morto a Buenos Aires nel 1969 è l’unico calciatore diventato un modo di dire.


PIERA CALLEGARI, DAL SUO LIBRO “LA JUVENTUS”
Cesarini escogitava a getto continuo iniziative che parevano fatte apposta per togliere il sonno a Mazzonis. Giunse persino ad aprire un locale da ballo molto lussuoso in Piazza Castello, sopra il famoso Bar Combi, che apparteneva alla famiglia del portiere bianconero. Due orchestre vi si alternavano per buona parte della notte, offrendo al pubblico infinite serie di tanghi, la danza che a quei tempi furoreggiava. Facendosi interprete di tanto fervore per il ballo argentino, Cesarini vestiva gli orchestrali da gauchos. Naturalmente, dato che spesso viveva la notte sino in fondo, poteva succedere che il Cè in mattina fosse in ritardo agli allenamenti e lo vedessero arrivare quando già i compagni sgambavano in campo. Accadeva di scorgerlo che si buttava giù dal taxi con il cappotto di cammello a coprire il pigiama. Era generosissimo. Dava cinque lire di elemosina quando la gente elargiva venti o cinquanta centesimi, e nessuno che gli aveva chiesto denaro a prestito se ne andava a mani vuote. Poiché era felice di vivere, gli piaceva avere intorno gente felice, che è il segno della generosità più genuina. Un temperamento del genere, tanto estroverso, lo spingeva spesso a creare imbarazzi a se stesso e ai compagni di squadra e nelle occasioni più disparate. Una volta, capitati in visita a una piscina, dichiarò che si sarebbe buttato dal trampolino più alto, con vestito e cappotto, pur non sapendo nuotare. Non gli badarono, perché questo pareva troppo anche per uno come lui, che invece si buttò per davvero e dovettero intervenire in tre per tirarlo ai bordi della vasca mentre stava affogando!


UN ANEDDOTO RACCONTATO DAL SUO COMPAGNO BERTOLINI
In Nazionale giocai con Renato Cesarini, il più imprevedibile degli uomini che ho conosciuto. Rammento un fatto, tutto particolare, che serve forse a illustrare il carattere di quel grande giocatore. Si doveva affrontare la Spagna a Bilbao, durante una tournée nella penisola iberica. Furoreggiava a quel tempo, nelle file spagnole, una mezzala di nome Cirri. Era una specie di Del Sol e Suárez messi insieme. Vittorio Pozzo, che era solito rifuggire dai ripieghi tattici e dagli accorgimenti difensivi, meditò la maniera di annullare la mente della squadra spagnola piazzandogli alle costole Cesarini con il compito di non perderlo mai di vista, di marcarlo a distanza ravvicinata. «Dove lui va, tu devi andare», disse il commissario tecnico a Renato. Cesarini rispettò le direttive, cancellando dalla gara il pur valido Cirri. Ma lo fece in un modo così deprimente per lo spagnolo che Cirri che, a un quarto d’ora dal termine, con i nervi a pezzi, lasciò volontariamente il terreno di gioco. E Cesarini gli andò appresso, fra lo stupore di tutti, seguendolo negli spogliatoi. Pozzo, annichilito, a fine gara tentò di rimproverare Cesarini con una certa durezza, ma ne venne disarmato da quel matto di Renato che replicò con angelico candore: «Quando una sentinella ha una consegna, deve rispettarla fino in fondo».


ANGELO CAROLI
Una figura uscita da una pagina de “Le Mille e una notte”. Aveva uno sguardo mobilissimo, non stava mai fermo e parlava, parlava, parlava. Era capace di un’ironia pungente, che non offendeva. Andava d’accordo con tutti. Con Sivori era legato da un vincolo fraterno. A volte se ne andavano a spasso per il prato a raccogliere il quadrifoglio. Era stato Sandro Zambelli, durante l’aureo quinquennio, a insegnare a Cesarini l’arte di quella ricerca botanica. Da giocatore il Cè era un funambolo capace di follie calcistiche e di atti generosi oltre l’immaginazione. Era un acrobata che sapeva colpire il pallone con la testa, lassù, ad un passo dal cielo. Come tecnico aveva intuizioni istintive e poco razionali. Preferiva lasciarsi accarezzare dal genio del solista pio che inseguire la logica di una strategia da applicare al collettivo. Con Parola costituì una coppia ben assortita. La prudenza subalpina si apparentava bene all’estro sudamericano. Renato aveva dolcezza pedagogica soprattutto nel curare i particolari. A me insegnò molte cose, come nessuno aveva fatto in precedenza. Gli volevamo tutti bene.
«Dalle del tu alla palla – mi diceva – non maltrattarla, non vedi che è come una bambola meravigliosa?». E correva per il campo di Cuneo, con i gesti leggeri e coordinati di una ballerina, eseguiva i passi doppi con la posizione esatta del bacino: «È tutto questione di equilibrio», aggiungeva. Aveva cinquantaquattro anni e seguiva gli allenamenti scalzo e a torso nudo e con un paio di mutande bianche qualche numero più grandi della sua taglia. Era impossibile non volergli bene, e impossibile non volergliene ancora. Raccontava che un giorno, al termine di una partita movimentata della Nazionale all’estero, si vide circondato da un gruppo scalmanato di contestatori e da pochi tutori dell’ordine per difenderlo; strappo una sciabola, fodera compreso, a un poliziotto e comincio a rotearla nell’aria per farsi largo fra i tifosi e mettersi al sicuro. Un po’ di verità, tanta fantasia; ma noi, ad ascoltarlo, stavamo tutti assorti. Forse eravamo ingenui. Anche il calcio di quei tempi era ingenuo.
Un giorno mi raccontò che negli anni 1930-35 si sedeva spesso in un caffè di Piazza San Carlo insieme con Orsi, altro artista ineguagliabile della colonia argentina, e scommettevano grosse somme sul colore del cavallo che sarebbe passato per primo davanti a loro. Bianco o nero? Questo il dilemma! Una volta bisticciarono perché il puledro era pezzato e non furono capaci di mettersi d’accordo. Romanticismi perduti e assurdi.


ALBERTO FASANO, “HURRÀ JUVENTUS” FEBBRAIO 1967
La prima volta che alta Juventus fu pronunciato il nome di Renato Cesarini fu un pomeriggio del novembre 1929. Il barone Mazzonis convocò nel suo ufficio l’ing. Gola e gli disse: «Domani mattina deve andare a Genova: arriverà dall’Argentina un giocatore che, con ogni probabilità, verrà tesserato per i nostri colori. La prima cosa che deve chiedere al giocatore è se egli è in possesso del Modulo-47, una specie di attestato relativo al servizio militare che comprova, a tutti gli effetti, che egli è di nazionalità italiana. Appena il nostro uomo sarà sbarcato, mi telefoni qualcosa in merito a questo Modulo-47. Siamo intesi?» Il giorno seguente, puntualmente, Renato Cesarini, vestito in modo piuttosto buffo (giacca e pantaloni molto stretti, camicia rosa carico, cravatta in technicolor e un piccolo cappello in testa) sbarcava a Genova. Aveva il Modulo-47 ed era italiano senza riserve, essendo nato a Senigallia. Il suo ambientamento in seno ai nuovi compagni di squadra fu immediato e totale: prima delle innegabili, ma non ancora conosciute, doti del giocatore, vennero alla ribalta le qualità dell’uomo: schietto, gioviale, arguto, generoso oltre ogni immaginazione. In pochi giorni divenne l’amico di tutti e il beniamino dell’allenatore juventino, lo scozzese mister Aitken, l’uomo che per primo aveva portato in Italia gli elementi tecnici del Sistema e che tentava di insegnarlo ai bianconeri.
Nel giro di un paio di settimane la Juventus divenne per Cesarini una delle ragioni di vita e in breve lasso di tempo fu atleticamente pronto per esordire in maglia bianconera e disputò la prima partita a Napoli, giocando nel ruolo di interno sinistro, al posto di Cevenini, accanto al suo inseparabile amico Raimundo Orsi. Non fu un esordio proprio esaltante, ma in qualche azione offensiva si vide che il giocatore era qualcuno e ci sapeva fare. Molto meglio andò l’incontro successivo, giocato a Torino contro il Livorno. L’indimenticabile Renato Casalbore, pur così misurato nei suoi giudizi, dedicò tutta la prima parte del suo resoconto a descrivere le grandi qualità tecniche e atletiche del nuovo giocatore juventino. Il 19 marzo 1930 la Juventus doveva recuperare un incontro con l’Ambrosiana; la gara era stata rinviata qualche settimana prima a causa dell’impraticabilità del campo, in seguito ad una copiosa nevicata. La società milanese, a norma di regolamento, chiese e ottenne dalla Federazione che Cesarini non potesse essere utilizzato, poiché la domenica in cui la partita fu rinviata il giocatore non era stato ancora ufficialmente tesserato. E al buon Renato non rimase altra scelta che starsene in tribuna. La Juve perse per 2-1 la gara e da quel giorno Cesarini giurò che l’Ambrosiana non sarebbe più riuscita a battere la Juventus.
Qualche stagione più tardi, successe che la squadra milanese si trovasse di un paio di punti in classifica davanti agli eterni rivali bianconeri. Cesarini e Orsi scommisero con gli altri compagni juventini che nel giro di tre settimane la Juventus avrebbe sopravanzato l’Ambrosiana e che, in quell’occasione, i due inseparabili amici si sarebbero fatti rapare a zero i capelli. Dopo tre settimane, un martedì verso mezzogiorno, Cesarini e Orsi si presentarono da un parrucchiere di Piazza Carlo Felice per mantenere fede all’impegno preso. Toccò a Renato sedere per primo sulla poltrona del barbiere, mentre Orsi attendeva il proprio turno. Quando Cesarini, rapato di tutto punto, si levò in piedi, Orsi rifiutò decisamente il taglio delle chiome, lasciando a Renato il buffo privilegio di una testa del tutto simile a una palla da biliardo. Si era d’estate e il termometro compiva frenetiche danze sui trentacinque gradi all’ombra. Il povero Cesarini, con il cranio lucido e non più riparato dalla folta zazzera bionda, avvertiva più degli altri l’offensiva della canicola: sta di fatto che durante la successiva gara di campionato; disputata sul campo del Brescia, rimase vittima di un leggero collasso dovuto a un classico colpo di calore.
Nella vita privata l’estroso giocatore non era sempre un modello di ordine e di serietà. Era un giocatore di carte fenomenale e un appassionato ballerino: due attività che lo portavano spesso a passare le notti senza il necessario riposo. Andava a letto all’alba e poi non riusciva quasi mai a svegliarsi in tempo per presentarsi puntuale all’allenamento. Più di una volta arrivò al campo a bordo di un taxi: sotto all’impermeabile non aveva che il pigiama. Si era alzato da letto cinque minuti prima, e non aveva avuto tempo di vestirsi. Ma quando iniziava l’allenamento, si impegnava al massimo, senza mai dimostrare stanchezza di sorta. Nel 1935 volle partecipare, sebbene infermo, a una partita dei quarti di finale della Coppa Europa; si doveva andare a Budapest per affrontare l’Hungaria e al venerdì il medico praticò a Cesarini un’iniezione che lo fece dormire per due giorni; durante i quali, quasi, non  toccò cibo. Si svegliò la domenica mattina verso le undici; mangiò un boccone e nel pomeriggio fu l’artefice della vittoria della Juventus sulla fortissima formazione magiara.
Cesarini in vena era uno spettacolo a sé stante. Tra l’uomo e la palla si intesseva un dialogo polemico, dove l’uomo cercava di imporre alla palla la sua ragione: e il più delle volte vi riusciva, a mezzo di una serie entusiasmante di finte e serpentine. La sua azione sul verde rettangolo di gioco rifletteva quasi sempre gli aspetti del carattere: arguto, vivace, bizzarro, polemico, con certe esuberanze talora deplorevoli ma che, comunque, non appartenevano mai alla categoria delle cattiverie vere e proprie, bensì a quella delle impertinenze. La partita, per Cesarini, era una specie di film parlato; la battuta era per lui il naturale segno d’interpunzione e di coordinamento di una vita sportiva colorata e fantasiosa. Per la felicità di una battuta, Renato sarebbe stato capace di umiliare in un passaggio di palla l’azione che poteva portarlo direttamente e personalmente alla marcatura del goal. I suoi motti venivano citati, raccolti e diffusi come gli epigrammi di Shaw. Se non fosse stato un grande campione, sarebbe sceso all’ambiguo diminutivo di una macchietta.
In una squadra che allineava un’ineguagliabile serie di campioni, Cesarini poteva essere citato come l’elemento più spiccato della compagine: intelligente ed estroso, creatore e divulgatore, irsuto e spigoloso, il motto e la sentenza erano sempre pronti sulle labbra, giudice caustico di tutto e di tutti, un compagno prezioso ma difficile per il suo comportamento insofferente alla disciplina. Durante la sua carriera di calciatore bianconero il biondo Renato fu protagonista di mille episodi, artefice di tante vittorie. Il suo nome è rimasto storicamente legato alla creazione della cosiddetta Zona Cesarini in virtù del famoso goal realizzato alla Nazionale di Ungheria a Torino nella gara del 1932. Il fatto e il modo con il quale Cesarini assicurò la vittoria all’Italia è stato descritto e commentato tante volte che ci pare superfluo ripeterlo ancora.
Cesarini, al termine del famoso quinquennio, se ne tornò in Argentina con Orsi; ma undici anni dopo, nostalgico e innamorato della Juve, Renato tornò nelle vesti di allenatore. Non aveva gli uomini adatti per ricucire sulle maglie bianconere quello scudetto che egli aveva conquistato per cinque stagioni consecutive. Ma non era uomo da arrendersi facilmente quando si prefiggeva un traguardo di prestigio. E dopo un periodo di assenza, riprese il timone della squadra bianconera all’inizio del campionato 1959-60. Quella volta il presidente Umberto Agnelli gli mise a disposizione una formidabile raccolta di assi e i risultati non mancarono: undicesimo scudetto e Coppa Italia (terzo successo in questa competizione).
Ora, ci dicono, ha abbandonato il mondo del calcio. Renato ha sessantuno anni, ma noi saremmo pronti a scommettere che un giorno potrebbe annunciare il suo arrivo a Torino: per ritrovarsi tra i vecchi amici, per parlare un po’ di football e per dirci che laggiù, a Buenos Aires, c’è un ragazzino che: «la pelota se la porta anche a letto e che si tratta di un campionino da acquistare a occhi chiusi».


VLADIMIRO CAMINITI
Parlava con una voce arrochita e addolcita dalle stravaganze. Era tutto meno quello che avrebbe voluto essere. Aveva un cuore grande come una chiesa ma era crudele come un serpente. Sapeva piangere e ridere. Era angelo e diavolo, un clown del pallone, un ciuffo di capelli e un collo, occhi smagati sul precipizio. Era matto davvero e pure savio specialmente bevuto. La sua casa era di tutti e strimpellava dolcemente alla chitarra. Inventò un sacco di cose già inventate, meno una proprio tutta sua: il goal all’ultimissimo. Giocava quando ne aveva voglia e quando non ne poteva più dormiva. Perché dormire se c’è tanto da prendere? E prendeva prendeva. La primavera del 1969 gli fu fatale…
Cesarini aveva abitato a lungo nella Juventus, ci era stato benissimo, ma la giovinezza passa. Era tornato l’ultima volta come allenatore dieci anni prima di morire. Lo ricordo al Campo Combi, imbottito di whisky ben assaporato e di rughe, la sua voce arrochita e addolcita dettava sentenze. Capì tutto di calcio capendo soprattutto di uomini. E la sua Juve dava spettacolo, come espressione del gioco del calcio. Ebbe un grande allievo: Ornar Sivori.
Orsi aveva detto a Mazzonis: «Tiengo amigo muy bravo, mio amigo Cè…». Era l’estate 1930. Finalmente Orsi poteva giocare in bianconero. Era attesissimo quel rametto nasuto. Era giusto e doveroso accontentarlo. Così a Genova, dove era sbarcato Orsi, scese l’amico. Si fece largo con tre ragazze, con pacchi e roba strana tra le braccia, compresa una chitarra. La Juventus gli offriva quarantamila lire d’ingaggio e quattromila lire al mese. Era la ricchezza in terra. Combi, Rosetta, Caligaris, Barale, Varglien I, Rier, Munerati, Cesarini, Vecchina, Ferrari, Orsi. 28 settembre 1930, si comincia bene: 4-1 alla Pro Patria. E si continua meglio. C’è qualche burrasca. A Roma, in primavera, i prodi beccano 5-0. Lo stadio di Testaccio è una pernacchia unica. Bernardini se la prende comoda e palleggia sontuoso nello strazio degli ospiti arrivati dalla freddissima scomoda Torino. Non gli piacerà mai a Fuffo, Torino. Lui così smagato e pure educato alle licenze, questa città troppo fredda, sottile, troppo interiore.
«Sivori ha avuto più stile di Cesarini, come giocoliere gli è stato superiore ma Cesarini era duro, formidabile nel gioco di testa, se c’era da picchiare era sempre il primo… Poi difendeva tutti i compagni… Era peggio di una carica di dinamite…». Vittorio Pozzo concepiva la vita come un marciare verso le immacolate vette, naturalmente alpine, del coraggio e dell’onestà. I suoi campioni arrossivano per una scappatella. Perfino Cesarini limitava i suoi estri per essere degno della Nazionale. Dovette aspettare prima di essere convocato. Sallustro, Baloncieri, Magnozzi, perfino Mihalic lo chiudevano.
«Porci fascisti era il ritornello quando si giocava all’estero. Praga ad esempio per la Coppa Europa. Che spavento – ricorda Bertolini – hanno ammazzato Cesarini gridarono d’improvviso. Eravamo riusciti, difendendoci a pedate e pugni dalla folla, a rientrare nello spogliatoio. E Cesarini? Mancava solo lui. Avevamo perso 2-1, non vincevamo mica tanto all’estero. Lo Slavia ce le aveva suonate. Il campo era senza steccato, ci sputavano addosso da un metro. Il massaggiatore dello Slavia ebbe a ridire con Rosetta, gli scagliò qualcosa addosso. Come un lampo intervenne Cesarini e con un cazzotto regolò il massaggiatore. Fu una bolgia, pugilato generale. La folla è straripata in campo, ho preso un pugno e uno ne ho dato. Poi la Polizia a cavallo con le sciabolate che fendevano l’aria. Un ufficiale afferrò Cesarini per il collo, Cesarini mollò un cazzotto anche a lui spaccandogli un sopracciglio. Lo volevano sbranare in dieci, in cento. Lui indietreggiò, strappò la bandierina del corner e roteandola ottenne un varco cercando di filarsela nello spogliatoio. Ma non era riuscito a entrarci come noi. Che ne è stato di Cè, pensavamo. Ci spogliavamo mestamente. E d’improvviso il boato, è lui, Cè, che sta arrivando roteandola bandierina del corner, quando entra spingendosi la porta con le spalle, ci viene voglia di ammazzarlo noi questo rompiscatole, ma non ne abbiamo il tempo, la porta si riapre con violenza ed entra un manipolo di poliziotti infuriatissimi preceduti da quello col sopracciglio spaccato da Cè. Che si può fare? Minimo il nostro amico deve chiedere scusa in ginocchio. Cè si rifiuta, dice che se non se ne va gli spacca l’altro occhio. Ma era una cosa seria e lo convincemmo a chiedere scusa quel matto!».
«Lo conobbi a un allenamento degli azzurri – rievoca Ferrari – e lo notai, perché faceva un salto mortale dietro l’altro. Era coraggiosissimo. Capace di buttarsi in piscina dal trampolino più alto senza saper nuotare… ».
O i clown, che personaggi meravigliosi. Cesarini il clown. Parlò al cuore di tutti. In campo giocava da clown, faceva ridere e piangere. Chaplin ha fatto ridere e piangere nel cinema come lui nel calcio.

1 commento:

Enzo Saldutti ha detto...

"arrivò Cesarini e fu subito tango". Io non ricordo chi fu l'autore di questa dizione ma so che pervenne alla Juve da una landa argentina, giocava come ballava, in possesso di movenze e tecnica strabilianti con visione di gioco difficilmente riscontrabili in chi prorompe sul prato verde con un fisico portentoso ma era matto, viveva più di notte che di giorno, giungeva agli allenamenti con il cappotto di cammello a coprire il pigiama. Come Mumo i locali notturni (eleganza, smoking, le donne di classe, le carte da giuoco, lo champagne) erano il suo vizio e in piazza Castello ne aprì uno di proprietà elargendo denaro a profusione per chi ne avesse bisogno. Orsi furoreggiava con il violino, Renato con il ballo e come principiava gli allenamenti al minuto ultimo al tempo medesimo poneva la palla in rete: in qual maniera capiremmo altrimenti la proverbiale "zona Cesarini"? Egli intuì il genio di Sivori e soleva dire: tu ragasso la pelota te la devi portare anche nel letto.