mercoledì 13 aprile 2016

Angelo CAROLI

Nasce a L’Aquila il 7 aprile 1937; è uno dei ragazzi che Puppo, l’allenatore che a metà dei Cinquanta cerca di traghettare la Juventus verso orizzonti più prestigiosi, lancia in prima squadra, per imparare dai Viola e dai Boniperti. Di buona tecnica e abbastanza grintoso, Caroli gioca in attacco nelle formazioni giovanili, e il mister lo lancia in prima squadra schierandolo a Bologna con la maglia numero nove di centravanti di posizione, appena compiuto i diciotto anni. Caroli non patisce alcuna emozione, gioca bene e segna addirittura il goal dell’importante (e pure rara, di quei tempi) vittoria in trasferta.
Così lo racconta l’immenso Vittorio Pozzo su “Stampa Sera”: «Impadronitosi della palla la mezz'ala juventina Bartolini scopriva un corridoio trasversale sulla sua sinistra al quale stava accorrendo il compagno di centro Caroli. Il passaggio rasoterra partiva pronto e preciso. Caroli, il diciottenne esordiente, non si faceva pregare: partiva deciso, inseguito da un paio di avversari li batteva in velocità, penetrava in area e giunto a distanza adeguata spediva con calma e precisione nella rete sguarnita. Tutto frutto del lavoro dei due novellini inseriti nella squadra bianconera per darle l'apporto di un po' di sangue giovane, questa rete che doveva decidere delle sorti della giornata. Bartolini aveva iniziato l'azione con prontezza di percezione, Caroli l'aveva completata con la punta di velocità, caratteristica dei giovani. Una mossa riuscita. Combi ha dichiarato: “L'esperimento dei giovani può ritenersi riuscito… Non dico che tutto sia andato alla perfezione, ma possiamo essere soddisfatti. Perciò bisognerà insistere su Caroli”».
Poi, comincia un lungo peregrinare in prestito, che lo porta a farsi le ossa a Catania, Lucca e Pordenone: «Ero un atleta, ramo salto in lungo; dicevano che potevo diventare un buon giocatore. Puppo, occhialuto filosofo dall’aria pacata e solenne, allenava la Juventus; mi fece debuttare, come centravanti, a Bologna. Me la cavai bene e segnai il goal del successo bianconero; fu un caso, ma fu così. Disputai altre quattro partite in Serie A, prima del derby; erano tempi durissimi per la squadra preseduta da Umberto Agnelli. La società stava uscendo da un ciclo nebuloso, occorrevano dei restauri; perciò, fu realizzato un lancio, in massa, di giovani. Ci chiamavano Puppanti; vissi momenti di celebrità, il mio autografo era richiesto, forse perché ero uno studente calciatore».
Quando torna alla Juventus, sono tornati i tempi d’oro: la squadra di Sivori, Charles e Boniperti contende all’Inter di Helenio Herrera lo scudetto. Caroli, ormai ventiquattrenne e da tempo trasformatosi in terzino di buon rendimento, ha solamente qualche sporadica occasione per contribuire ai successi di quella squadra, fregiandosi, comunque, a fine stagione del titolo di Campione d’Italia: «Al mio ritorno alla Juventus era tutto cambiato, Cesarini, Parola e Gren si passavano il timone della guida tecnica della squadra; il dottor Umberto Agnelli aveva compiuto due miracoli economici e tecnici, acquistando Charles e Sivori. Insieme a Giampiero Boniperti, fecero grande la Juventus degli anni Sessanta; io ero una delle comparse che vincevano lo scudetto perché coinvolti e non perché protagonisti. Io passavo di lì per caso e raccoglievo ciò che Boniperti, Charles e Sivori avevano seminato».
Titolare nel derby di ritorno insieme al giovanissimo Mazzia, si fa notare per la buona prestazione. Dopo qualche serio infortunio, nel 1962 viene ceduto al Lecco. Giornalista e scrittore, anche autore di delicate poesie, Caroli è da sempre vicino alla Juventus.


VLADIMIRO CAMINITI
Ignobile è la fatica di scrivere, non si può pensare ad altro, Angelo Caroli prima di tutto è calciatore. Oggi è anche giornalista sportivo ed ha esordito proprio al nostro fianco, presto ambizioso, non mancandogli la cultura di base, ma essa non potendo sopperire a tutto, il giornalismo sportivo è mestiere terribilmente serio, cioè anche possessivo. Caroli non si possiede lui stesso, con una sensibilità che trascolora vive ogni attimo e poi se ne dimentica. È dolce ma non docile, infine è calciatore. È un po' ramingo dico e ovunque è casa sua.
La Juve fu casa sua quando ci abitava anche Sandro Puppo il cinese. Caroli aveva scatto e salute nativa, di questo scatto impressionava negli allenamenti, la rosa era folta come un esercito sparpagliato agli occhi di Puppo, il quale vaticinava destini ridenti ai suoi giovani prodi e li spronava con discorsi di circospetta raffinata saggezza, alla fine dei quali la gran parte dei prodi non aveva capito un tubo e tutto andava in campo come doveva andare, legnate come se piovesse. E pareggi come se piovesse. Una squadra anch'essa sparpagliata, di troppi stili che non legavano, atrocemente difensiva o atrocemente votata all'attacco, infine Puppo decise di convocare Angelo Caroli (Carota il cognome poi avvedutamente corretto visto la compagnia destinatagli) annunziandogli, sabato 28 gennaio 1956, (nel mondo era già esploso il quiz televisivo di Bongiorno intitolato “Lascia o raddoppia?” e i pochi fortunati possessori di un televisore sottostavano alle angherie di amici e parenti che gremivano le stanze da pranzo con le nonne e i nonni più arzilli allo spettacolo dei giovani ma tutti egualmente rapiti dall'eccezionale avvenimento, canzonettisti di ogni formato e dimensione, perfino come sorci tutto baffo e pancia, venivano alla ribalta con voce di intestini doloranti, Wanda Osiris aveva cinquantun anni, ad Antonio de Curtis detto Totò restavano undici anni di vita, De Filippo aveva già scritto “Questi fantasmi”, il genovese Germi realizzava “Il ferroviere”) come e perché l'indomani avrebbe avuto l'altissimo onore di esordire centravanti della Juventus a Bologna.
Ogni vita ha un destino. È un attimo che ti arriva addosso e ti trafora come un raggio di sole o una maledizione. Caroli era in quei giorni giovane alto, stellante e bruno, ovunque girasse il guardo fanciulla in attesa vedeva. Ed era il suo dramma dannunziano, la sua ricerca ossessiva del piacere anche volante, più lungo senza meno del piacere di un goal. Che segnò, il goal, proprio all'esordio, ne parla spesso, il goal della vittoria della Juve di Puppo il cinese a Bologna. Quante cose può dire un goal a un giovane, ma basta un goal per affermarsi? Erano tempi ormai grami per il calcio a tutti i livelli, alla Signora non bastava l'Avvocato per tenere a bada i concorrenti, la sua organizzazione societaria si ispirava fin troppo ai modelli del quinquennio, ormai remoti a saper ben guardare.
Caroli giocò altre partite, ma non segnò altri goal. La sua storia juventina finiva praticamente l'anno dopo, in realtà non era un centravanti. Andò assai meglio da terzino, si industriava di più, anche come rapace cadenza di scatto nel tackle. Fece un'onesta carriera, si stancò presto, si diplomò ISEF e decise di tentare la carriera dello scrivano a pagamento.

1 commento:

Accio ha detto...

Ricordo Angelo con grande piacere: E' stato un collega di grande qualità ed un caro amico. Gianfranco Accio radiocronista della Juve dal 1980 al 2000