domenica 15 settembre 2013

LA COPPA DELL’EUROPA CENTRALE

GIANNI GIACONE, “HURRÀ JUVENTUS” SETTEMBRE 2001:
La prima Europa del calcio è una cosa molto piccola, ma già seria e sentita. Fin troppo. Si chiama Coppa dell’Europa Centrale, è frequentata dal meglio del calcio danubiano, cioè austriaco, ungherese e cecoslovacco, il meglio del calcio continentale dell’epoca. Con l’eccezione del football britannico, chiuso nel suo splendido isolamento, e di quello, in pieno boom, della nostra Italia, che farà presto ad entrare ed a fare la sua parte.Qualche data di riferimento. La Federazione Internazionale vara la coppa nel 1927, i primi campioni sono i cecoslovacchi dello Sparta Praga. Si replica, ancora senza italiani, nel 1928, ed il successo va agli ungheresi del Ferencváros.

Ma già il nostro calcio è alla finestra: abbiamo, finalmente, una Nazionale competitiva, e lo sarà sempre più, grazie all’apporto degli oriundi del Sudamerica che vanno a rinforzare i nostri club più forti. Ambrosiana, Bologna, Roma, Genoa e, naturalmente, Juventus sono incuriosite da una competizione che ha pure il vantaggio di non interferire con il campionato, visto che decolla in piena estate, screma le pretendenti tra giugno e fine luglio e poi da appuntamento per le battute finali ai primi di settembre.
La Coppa, neonata ma già assai frequentata dalle folle (si vedono foto di stadi magiari e cechi pieni di gente, seduta fino ai bordi del campo) e dai giornali (che spesso sono e saranno protagonisti di violente polemiche, soprattutto a sfondo nazionalistico), si apre all’Italia nel 1929. L’iniziativa è di Arpinati, il gerarca padre/padrone del nostro sport e del nostro calcio.
L’Italia chiede e ottiene due posti. Ma non è chiaro a chi spettano, ed allora si comincia invitando Juventus, Ambrosiana, Milan e Genoa ad incontrarsi in gare di qualificazione. Ma bisogna far presto, perché in questo 1929 siamo già ai primi di giugno e tempo quindici giorni il tabellone della Coppa deve esser pronto a decollare.
Detto fatto: Juventus-Ambrosiana e Genoa-Milan le due sfide spareggio. La Juve batte l’Ambrosiana 1-0 con rete di Munerati e si qualifica. Tra Genoa e Milan finisce in parità, e stesso esito da la ripetizione del match. Non c’è tempo per un’altra gara, si sorteggia: tocca al Genoa affiancare i bianconeri.
30 giugno 1929: la data storica. Sul campo di corso Marsiglia, nel tardo pomeriggio di una estate già afosa, la Juventus affronta i cecoslovacchi dello Slavia di Praga. Non è ancora la Juve rutilante di assi che vincerà scudetti di fila e la direzione del club, che pure si è già assicurata il fuoriclasse più famoso del momento, Raimundo Orsi, non può ancora schierarlo né in Italia né tantomeno in Europa per una bega regolamentare che ha visto la federazione argentina opporsi al trasferimento in Europa del suo campione più rappresentativo.
I bianconeri, terzi nel girone B di quello che sarà l’ultimo campionato prima dell’avvento del girone unico, cercano rivincite in coppa puntando su una difesa già lussuosa, imperniata sul trio Combi-Rosetta-Caligaris e su un attacco con gli esperti Munerati e Cevenini III, quest’ultimo agli sgoccioli di una lunga carriera che lo ha anche visto professionista nel campionato inglese. Lo Slavia è una delle formazioni faro del calcio danubiano e schiera almeno tre fuoriclasse destinati a incrociare a lungo i propri destini con quelli del calcio italiano, a livello di nazionale: il portiere Plánička e gli attaccanti Svoboda e Puč.
La gara è una battaglia, in cui tutte le scorie di una lunga stagione agonistica affiorano e si traducono in stanchezza e nervosismo. La Juventus si impone di misura e fa festa. La scarsa abitudine a ragionare sui 180 minuti gioca però un brutto scherzo ai bianconeri che, nel match di ritorno, dopo aver retto sino all’intervallo sullo 0-0, crollano sotto i colpi dei cechi: 0-3 e subito eliminati.
Un piccolo salto di due anni e ritroviamo la Juventus, in versione ben più solida, nella Coppa Europa 1931. La squadra è reduce dallo scudetto, cui hanno contribuito in maniera determinante, oltre al trio difensivo Combi-Rosetta-Caligaris, anche i mediani Nini e Mario Varglien ed il nuovo acquisto Bertolini, ma soprattutto gli attaccanti. Lì la società ha maggiormente investito, affiancando ad Orsi, autore di 20 reti, il giovane Vecchina e le mezze ali Renato Cesarini e Giovanni Ferrari.
In una competizione che raggruppa solo il meglio delle scuole calcistiche di eccellenza, non ci sono squadre morbide né turni scontati. La Juventus si ritrova nei quarti a fare i conti con un’altra grande del calcio cecoslovacco, lo Sparta, meno dotato dello Slavia dal punto di vista delle individualità ma formidabile come collettivo.
A Torino, il 13 luglio 1931, un goal di Cesarini in apertura illude che la qualificazione sia agevole. Gli ospiti pareggiano a metà ripresa e solo nel finale un goal di Munerati consente ai bianconeri di affrontare la trasferta a Praga con qualche possibilità.
Trasferta durissima. E qui è il caso di ricordare che in quel periodo il peso specifico del calcio italiano a livello diplomatico sia tutto da inventare, e che gli arbitraggi, specialmente in campo avverso, ne risentano non poco. Comunque, con una accorta tattica difensiva, Combi e compagni limitano i danni e solo nel finale un goal di Hastel costringe i bianconeri allo spareggio, programmato sul neutro di Vienna dopo la pausa estiva.
Ferie più brevi per i giocatori, ed il 2 settembre tutti in campo con la massima determinazione. Nello spareggio, però, accade di tutto. Perdono la testa Cesarini e Caligaris, espulsi entrambi per falli plateali seguiti da proteste inutili. L’arbitro austriaco Ruoff applica il regolamento ed allo Sparta non par vero di rimontare il vantaggio iniziale di Orsi e prendere il largo, prima dell’ininfluente 2-3 di Ferrari. Il barone Mazzonis, vicepresidente e plenipotenziario della società, infligge a Cesarini e a Caligaris ben 1.000 Lire di multa. Sono i tempi in cui, secondo una canzonetta alla moda, 1.000 lire al mese fanno la felicità. Figurarsi la gioia dei multati.
Continua, intanto, il predominio bianconero in campionato. Lo scudetto 1931/32 è un capolavoro di continuità e di spettacolo. A Torino sono iniziati i lavori per costruire uno stadio all’altezza di tanta gloria: potrà contenere più del doppio degli spettatori dell’impianto di corso Marsiglia, il primo campo vero della storia juventina. Che, comunque, prima di andare definitivamente in pensione, avrà ancora modo di ospitare eventi epocali. Intanto, lo scudetto: 4 punti di vantaggio sul Bologna (che rappresenta con la Juve il nostro calcio in Coppa Europa) e ben 14 sulla Roma terza, 89 goal fatti, di cui 20 di Orsi e 17 di Ferrari, ed appena 38 subiti.
Il 12 giugno, all’ultima esibizione a scudetto già acquisito, contro la Fiorentina, assistono il Principe di Piemonte e consorte, che non nascondono le loro simpatie per la squadra del presidente Edoardo Agnelli. La festa dello scudetto è breve ma intensa. Sabato 25 giugno il sontuoso banchetto in onore dei Campioni d’Italia.
Quattro giorni dopo è già tempo di Coppa Europa: si gioca con il Ferencváros a Torino; ed è il debutto della Freccia d’oro Sernagiotto. Un altro acquisto sudamericano, un attaccante di bassa statura ed immensi piedi, dotato di una vitalità impressionante.
«Un diavoletto che è sceso in campo emozionantissimo ed è un po’scomparso nell’infelicità generale del primo tempo», scrive Mario Zappa. Che però aggiunge: «Nel secondo è filato via come il vento, ha palleggiato, ha zigzagato, ha segnato il suo goal, si è fatto applaudire e baciare da tutti. Come esordio ha mantenuto quello che si prometteva in suo nome».
Sì, la Coppa stavolta parte bene. Juventus-Ferencváros 4-0, Cesarini opportunista più che mai con Orsi che apre le marcature e poi fa ammattire i marcantoni magiari. Non c’è partita, il passaggio del turno è ipotecato. Al ritorno, il 3 luglio, ci vogliono tre rigori concessi con molta generosità ai locali per vietare un altro successo di ampia portata alla Juve. Che, da Budapest, risale sul treno e continua l’avventura. Destinazione Praga, ancora Slavia, nuovamente Plánička, Svoboda e Puč.
Quel che si gioca alle 17:00 del 3 luglio 1932 assomiglia ad una di quelle caotiche finali di Coppa Intercontinentale degli anni sessanta che qualcuno, in casa Milan o Inter, certo ancora ricorda. Un arbitro non all’altezza, l’austriaco Braun, tollera il gioco violento dei cechi,cui i bianconeri si adeguano da subito. Si gioca senza barriere, con il pubblico a bordo campo, e quando Cesarini stende Puč, prima ancora che intervenga l’arbitro, già sono entrati in campo con fare minaccioso una cinquantina di tifosi dello Slavia.
La polizia riesce a spingerli fuori, ma ormai il clima è infuocato: Cesarini protesta per una decisione dell’arbitro e subito si assiste ad una nuova invasione, in cui lo stesso direttore di gara viene colpito e portato fuori in barella. Quando si rimette in piedi ed il gioco riprende, Cesarini viene espulso per le precedenti proteste e la Juventus, che già soccombe per 3-0, subisce anche un rigore, che fissa il punteggio sul 4-0.
Al ritorno a Torino, oltre a dare una severa punizione a Cesarini, multato di ben 2.000 Lire, la società bianconera non ha altro pensiero che riscattare la pesante sconfitta e, se possibile, restituirla con gli interessi. Per evitare incidenti, vengono prese eccezionali misure di sicurezza, e la corriera che trasporta la squadra ceca in corso Marsiglia appare, in una foto d’epoca, circondata da un vero stuolo di poliziotti.
Il piccolo vecchio stadio è colmo in ogni ordine di posti. C’è persino il senatore Giovanni Agnelli, il fondatore della Fiat, con il figlio Edoardo. l bianconeri giocano con puntiglio e determinazione ed alla fine del primo tempo le cose sembrano mettersi bene: 2-0 grazie a Cesarini e Orsi. Ma all’inizio della ripresa, accade l’inverosimile. «Il portiere Plánička», cita un quotidiano, «si accasciava a terra irrigidito. Sei compagni se lo raccoglievano e tutti i cechi, in processione, scomparivano nel sottopassaggio tra il più assoluto silenzio. L’arbitro seguiva il corteo per rendersi ragione dell’accaduto. Dopo una decina di minuti, trascorso il tempo concesso per la sostituzione del portiere, veniva annunciato che lo Slavia si ritirava. Evidentemente, Plánička è stato colpito da malore perché dei 4 medici che la Juventus ha mandato a visitarlo, compreso il professor Ferrero, nessuno ha potuto trovare traccia di lesione e questo è stato fatto rilevare agli stessi dirigenti dello Slavia».
In attesa che la Federazione Internazionale si pronunci, ma nella certezza che sarà Juventus, a settembre, a contendere il trofeo al Bologna finalista, i bianconeri vanno in vacanza e sono riconvocati a fine agosto per la ripresa. Ma a Klagenfurt, dove il 14 e 15 agosto si riunisce il comitato organizzatore della Coppa, viene presa una decisione a dir poco cervellotica: Juve e Slavia sono cacciate dalla Coppa, che viene così assegnata al Bologna. La Juve ricorre contro l’assurda decisione, ma il ricorso viene respinto. Il rapporto parla, genericamente, di intemperanze di parte del pubblico e di condotta indisciplinata di alcuni giocatori.
Il triste della faccenda è che, in questa battaglia legale tra federazioni europee, viene praticamente lasciata sola a difendere il proprio buon diritto. Qualcuno, sottovoce, ipotizza che la stessa Federazione italiana, di fronte alla prospettiva di portare a casa con il Bologna la coppa senza colpo ferire, non si sia dannata più di tanto per tutelare la posizione juventina. Lo stesso Bologna, in evidente imbarazzo nel ritrovarsi vincitore per eliminazione degli avversari, aveva prospettato di riammettere tanto la Juve che lo Slavia. Ma non ci fu verso.
Scottata dall’esperienza con lo Slavia, la Juventus ha intanto messo in cascina un altro scudetto, nella primavera del 1933. Rispetto ai due precedenti, decisivi sono i 29 goal di Felice Placido Borel. Con Farfallino in più, il 21 giugno la Juventus raggiunge Budapest per affrontare l’Ujpest. La sera della vigilia arriva in albergo, graditissimo, un telegramma del Bologna che si congratula per lo scudetto e formula auguri sinceri perché Coppa Europa mercé valore vostra squadra non rivalichi confine.
Il clima, stavolta, è ideale: un tifo corretto ed un arbitraggio ininfluente lasciano spazio al calcio giocato. La Juve parte benissimo, dopo mezzora è in vantaggio per 2-0 e nella ripresa arrivano altre reti. È un 4-2 per i bianconeri che possono dedicarsi alla doppia festa del match di ritorno. Oltre a celebrare una più che probabile qualificazione, infatti, la Juventus inaugura per l’occasione lo stadio nuovo di zecca. È il 29 giugno 1933, 22.000 spettatori assistono all’esibizione dei bianconeri che travolgono l’Ujpest con tre reti per tempo: 6-2 e con poker di Orsi.
Si riapre la porta delle semifinali. Avversaria l’Austria Vienna, la squadra di Cartavelina Sindelaar, il più grande centravanti del momento. Al Prater, il 9 luglio, Monti e Varglien I fanno il possibile contro lo scatenato idolo di casa. Ma non basta: Sindelar sigla il vantaggio e raddoppia in apertura di ripresa. Nel finale arriva anche il 3-0. La rimonta appare subito ardua. Ed infatti non c’è. A Torino, il 16 luglio, un goal di Ferrari illude, ma la speranza dura sino al pareggio di Strohl: 1-1 ed ancora niente finale.
La Coppa Europa del 1934 parte all’indomani della finale di Coppa Rimet, vinta dall’Italia ai supplementari sulla Cecoslovacchia. Ed Orsi, che il 10 giugno era diventato Campione del Mondo, è chiamato a riprovarci con la maglia bianconera, per una Coppa sempre più ambita e sempre più proibita.
Il 17 giugno, il Teplitzer, realtà emergente del calcio cecoslovacco, cerca a Torino la rivincita della Rimet ma trova un Borel II scatenato, capace di segnare 2 delle 4 reti juventine. Sernagiotto gioca per l’ultima volta prima di tornare in Brasile, mentre si aggregano i nuovi acquisti: il terzino Foni ed il centrocampista Serantoni.
A Teplitz la Juventus ribadisce con un successo di misura (1-0) la propria superiorità sui cechi e riparte per Budapest. L’avversario dei quarti (la coppa da quest’anno inizia dagli ottavi) è l’Ujpest. I bianconeri dimostrano di avere maturato la giusta mentalità: il debuttante Serantoni gioca da veterano, la difesa fa quadrato intorno a Monti e Borel I si conferma micidiale in velocità. Morale: 3-1 e qualificazione in cassaforte.
Il ritorno, a Genova per favorire i tifosi bianconeri in vacanza in Liguria, l’8 luglio, non ha storia: l’Ujpest approfitta della poca concentrazione dei bianconeri per andare in vantaggio, ma il pari del solito Borel II chiude la gara.
Dopo una pausa inconsuetamente lunga (quindici giorni), si torna in campo per le semifinali. E stavolta, alla collezione di eventi fuori del normale si aggiunge niente meno che una guerra civile. A Vienna, dove il 26 luglio c’è Admira-Juventus,semifinale di andata, va in scena nelle stesse ore la storia vera e drammatica. Il Cancelliere austriaco Dollfuss, amico personale di Mussolini, viene assassinato dai nazisti.
Quando la corriera che trasporta la squadra attraversa il centro di Vienna, si sente il crepitare delle mitragliatrici: sono in corso sparatorie tra la polizia e gruppi filonazisti. È l’inizio della guerra civile. Le comunicazioni vengono interrotte e la stessa cronaca della partita (vinta 3-1 dall’Admira) sarà disponibile solo al ritorno in Italia di squadra e cronisti al seguito.
I giornali del giorno dopo riportano solo un dispaccio di agenzia: «A causa di gravi disordini politici verificatisi ieri a Vienna ed alla conseguente sospensione delle comunicazioni telefoniche e telegrafiche, fino al momento di andare in macchina non abbiamo avuto altri particolari sulla partita».
Ma, al di là del clima politico da guerra civile, la Juve quel giorno non ha scusanti: ha giocato male e solo nel finale, con una rete di Ferrari, è parsa in partita. C’è comunque speranza che al ritorno, ancora a Genova, le cose vadano meglio. Sarà in parte così. Il 29 luglio Borel II ed Orsi aprono alla grande portando la Juventus sul doppio vantaggio, ma prima del riposo gli ospiti riducono le distanze con Hannehmann: il 2-1 non cambia più.
L’edizione 1935 inizia con leggero anticipo: il sorteggio oppone la Juventus ai cecoslovacchi del Viktoria Pilsen,con gara di andata a Pilsen il 16 giugno. L’avversario si rivela grintoso ma tecnicamente inferiore: il 3-3 che matura è frutto di disattenzioni difensive, cui rimedia una doppietta Ferrari. Nessun problema per il passaggio del turno. A Torino,il 23 giugno, è poco più di una passeggiata: un 5-1 con doppiette di Borel II e Ferrari.
Nei quarti ci tocca un’altra ungherese, l’Hungaria. Pratica archiviata in trasferta, nell’andata del 30 giugno: segnano Ferrari, il giovane Gabetto (rivelazione del campionato vinto in extremis sull’Ambrosiana) e Diena. Il 3-1 garantisce tranquillità ed a Torino, il 6 luglio, la gente non si diverte. Esce un 1-1 piuttosto insipido.
Ben diverso l’impegno della semifinale. I cecoslovacchi dello Sparta hanno già fatto fuori la Juve nell’edizione 1931 e conservano l’ossatura di allora. Impegno durissimo, che diventa proibitivo per la terribile notizia che raggiunge la squadra, in albergo a Praga, prima del match di andata: il presidente Edoardo Agnelli è morto in un incidente mentre era a bordo dell’idrovolante Anfibio pilotato dall’asso dell’aviazione Arturo Ferrarin, nel mare di Genova.
Il giorno dopo, la squadra è talmente scossa che non vorrebbe neppure scendere in campo. Poi, si decide di giocare con il lutto al braccio. Ma non c’è concentrazione e lo Sparta vince con un goal per tempo. Ma la voglia di riscatto, unita al desiderio di rendere omaggio al presidente scomparso, da la scossa ai bianconeri in vista del ritorno.
Il 21 luglio a Torino la Juventus si supera e gioca di gran lunga la miglior partita della sua storia europea. Borel II e Gabetto si intendono a meraviglia e mandano in crisi la solida difesa ospite. Segnano Prendato e 2 volte Borel II. La qualificazione sembra fatta, quando nel finale un goal Nejedly rinvia tutto allo spareggio.
È stato questo, purtroppo, l’ultimo sprazzo di gloria di una squadra che non c’è più. È la fine di un ciclo trionfale e la coppa sta lì a confermare. A Basilea, il 28 luglio, la Juventus non ripete la prova di Torino, è come svuotata, e va incontro ad una sconfitta secca e senza appello: 5-1. «Davvero è una coppa maledetta», si comincia a pensare in casa juventina.
La Juventus, in Coppa Europa, torna dopo tre anni, nel 1938. È una squadra molto diversa, quella che il 26 giugno gioca a Budapest per l’andata degli ottavi contro l’Hungaria, già incontrata e superata qualche anno prima. Dell’ossatura del quinquennio sono rimasti in pochissimi: la mediana, con il giovane Depetrini a fianco dei vecchi Monti e Varglien I, e basta. Dietro, il trio Bodoira-Foni-Rava è la degna continuazione di Combi-Rosetta-Caligaris, mentre all’attacco il solo Gabetto appare, per classe e potenza, all’altezza dei predecessori.
L’Hungaria non è una formazione irresistibile: dopo un primo tempo a senso unico, con un goal di Gabetto e 2 di Busidoni, la Juve molla gli ormeggi e finisce per farsi raggiungere sul 3-3, ma la qualificazione non è in discussione. A Torino, una settimana dopo, un chiaro 6-1 rimanda a casa i magiari. Anche qui l’ostacolo, i cecoslovacchi del Kladno, non appare insormontabile. L’andata a Torino lo conferma: una Juve appena normale vince 4-2 soffrendo un po’ solo nel primo tempo (chiuso sul 2-2), ma poi dilagando. Ed a Kladno, il 17 luglio, ci pensa una doppietta di Gabetto a sancire la netta differenza di valori tecnici.
Ancora una volta è semifinale. Stavolta l’avversario, il pur forte Ferencváros di Budapest, appare alla portata di una squadra che è cresciuta di convinzione nei propri mezzi. Il 24 luglio, a Torino, il primo atto: 2 reti di Defilippis e Buscaglia nella prima mezzora sembrano un segnale di superiorità. I magiari, però, salgono in cattedra e con una doppietta di Sarosi I° impattano sul 2-2. Nel finale Tomasi segna il 3-2, vantaggio minimo e tutt’altro che rassicurante in vista di Budapest. Qui, il 31 luglio, una squadra impostata sulla massima prudenza,senza Gabetto e con molti centrocampisti di copertura, resiste per un tempo agli assalti dei magiari, ma poi subisce dai fratelli Sarosi le due reti che significano, ancora una volta, eliminazione dalla finale.
È l’ultima occasione. La Coppa Europa 1939 non arriverà mai in porto per la guerra. Si tornerà a parlare di coppe europee di club solo negli anni cinquanta. E sarà tutta un’altra storia.

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