giovedì 9 giugno 2016

Gianluigi SAVOLDI

Nato a Gorlago (Bergamo) il 9 giugno 1949 – scrive Gianni Giacone su “Hurrà Juventus” – fratello di Beppe Mister Miliardo, centravanti del Napoli e del Bologna, cresce nell’Atalanta. Dopo un paio di stagioni trascorse in prestito a Trevigliese e Viareggio, torna in neroazzurro, dove lo preleva la Juventus nell’estate 1970; arriva in compagnia di Novellini, centravanti ma non troppo, e nessuno sa di preciso dove e come possa giocare nella Juventus un tipo come lui. «Ho saputo di essere bianconero mentre mi trovavo a Bologna, in caserma – racconta Savoldi – era passata la mezzanotte e stavo dormendo, quando alcuni miei compagni di camerata, che avevano ascoltato poco prima la radio, mi svegliarono con una grande secchiata d’acqua sul viso, comunicandomi la grande notizia. Naturalmente quella notte non si è dormito; festeggiamenti, pacche sulle spalle, il tutto condito da parecchi brindisi a base di birra».
Mezzala ma mezzala di scuola e gusti antichi, più mezza punta che uomo faro, praticamente un doppione di Capello. Eppure, né il povero Picchi né il suo continuatore Vycpálek, se la sentono di mettere in disparte uno come Titti. Giocatore diligente, ma senza il genio e i piedi del rifinitore, l’agonismo e i polmoni dell’incontrista, la lucidità e il senso tattico dell’organizzatore di gioco. Ha, in piccole dosi, quasi tutte queste doti ma resta ai margini del grande calcio, per il quale, probabilmente, non ha l’attitudine tecnica e mentale.
Nessuno meglio di lui, però, si presta al ruolo di jolly in panchina, pronto per l’uso per qualunque titolare in difficoltà. E già a Catania, prima giornata del torneo 1970-71, di Savoldi c’è bisogno; entra nella mezzora finale al posto di Bettega, affaticato dopo il goal vincente. Altre volte, tocca a Capello, Cuccureddu oppure a Marchetti, segnare il passo; e allora è ancora a Titti a scendere in campo. Undici presenze, in quel campionato ricco di rosei presagi. Può essere molto, a patto che l’immediato futuro offra qualcosa di più. La stagione 1971-72 non fa che ribadire, sostanzialmente, la situazione tecnica preesistente; la Juventus conquista lo scudetto numero quattordici, c’è gloria per tutti, anche per Titti Savoldi, che aumenta a tredici i gettoni di presenza, ma è gloria, come dire, più riflessa che diretta. Titti entra nella mischia, nei momenti meno adatti, in quelli più delicati e dunque difficili, come nel derby di ritorno: 26 marzo 1972, Juventus prima con tre lunghezze di vantaggio sui cugini granata, che sono lanciatissimi all’inseguimento.
In settimana, Coppa Uefa doppiamente amara per la Juventus, che pareggia a Wolverhapton ed esce dalla scena; ma i problemi non sono tutti qui. Haller, che in terra albionica ha riscoperto il gusto delle bevute notturne, paga la scappatella con l’esclusione dalla squadra anti Torino e il suo posto è preso proprio da Savoldi. Vince il Torino, 2-1, è partita furente e al tempo stesso raziocinante quella dei granata, la meno indicata forse per i gusti raffinati e un po’ nostalgicamente demodé di Titti che, infatti, non fa sfracelli e non riesce a sfruttare la grossa occasione offertagli. Haller può riprendere tranquillamente il suo posto e pilotare la squadra nel difficile cammino verso il titolo. Savoldi, comunque, rientra nel giro a distanza di qualche domenica e, contro l’Inter, il suo secondo tempo è, in pratica, senza sbavature. E nel pareggio di Firenze prologo allo scudetto, Titti veste i panni di Furino, squalificato, e si fa apprezzare anche per il contributo dinamico, oltre che quello tecnico. Comunque sia, tra coppe e coppette, mette insieme un più che discreto gruzzolo di presenze.
La prima parentesi juventina di Savoldi si chiude l’anno dopo, campionato 1972-73, con un altro scudetto, ma con una flessione di presenze che rendono poco più che episodica la sua stagione. Per fortuna, c’è una Coppa Italia ricca di soddisfazioni. Comunale torinese, tardo pomeriggio di fine giugno: Juventus-Bologna, con la gente sugli spalti a spellarsi le mani a forza di applausi. Goal come se piovesse, la gente cerca il Savoldi bolognese, già allora al centro del calciomercato e, infatti, il bomber rossoblu trova il varco giusto per fulminare Zoff. La replica del Savoldi juventino è splendida e crudele: 3-3, una manciata di minuti al termine, corner e mischia in area bolognese, Titti che improvvisamente stacca di testa e infila, tra lo stupore generale, il goal della vittoria juventina.
Poi il trasferimento a Cesena; è un’annata buona e, per certi versi ottima, sempre in bianconero e, dunque, con meno rimpianto per la lontananza, Ed infine Vicenza, tappa importante e forse determinante per la maturazione. Dopo di che Titti torna in bianconero senza, tuttavia, mettere insieme neppure uno spizzico di partita e, nell’estate 1976, è definitivamente ceduto alla Sampdoria.
Ci lascia, improvvisamente, il 14 aprile 2008, dopo una lunga malattia.

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