venerdì 8 luglio 2016

Giancarlo MAROCCHI

Da Imola, classe 1965 è un centrocampista di talento sbocciato, giovanissimo, nel Bologna di Maifredi: «Maifredi è un tipo particolare, con il quale ho ottenuto successi strepitosi a Bologna. A Torino, non è stato così abile da ripetere le stesse imprese. Difficile stabilirne i motivi, lui non ha saputo reagire, noi non abbiamo saputo aiutarlo». Venne acquistato dal Bologna all’età di quindici anni, per due milioni di lire; fece la normale trafila, fino al fugace esordio in Serie B, seguito dalla retrocessione in Serie C. Ha vissuto il crollo dei rossoblu, ma anche la rinascita, partecipando a quest’ultima da protagonista. Purtroppo, non riuscì mai a scrollarsi di dosso l’immagine del Cicciobello, cioè del bambolotto: «Fu Cadè ad affibbiarmi quel soprannome; un giorno, cerca di scuotermi, mandandomi in panchina ed io non ne feci un dramma; sono sicuro che si attendeva una reazione completamente diversa da parte mia».
A ventitré anni veste la maglia bianconera e, nonostante la giovane età, colpisce per essere un veterano del centrocampo: «Con Zoff mi sono trovato subito a meraviglia; ci ha messo tranquillità e ci ha trasmesso la consapevolezza di essere forti, con il suo grande carisma».
Caparbio e geometrico, ma anche capace di cambi di ritmo notevoli, è centrocampista duttile bravo sia a coprire che a costruire. La sua seconda stagione bianconera, campionato 1989-90 è addirittura straordinaria: viene naturale paragonarlo a Tardelli, per la sua grande capacità di giocare e segnare per una Juventus che, grazie anche alla sua continuità, vince sia la Coppa Italia, sia la Coppa Uefa.
«Sono arrivato in punta di piedi e con non poche preoccupazioni. Venivo dal Bologna, non avevo esperienze solide di Serie A. Ricordo benissimo il mio arrivo in sede per firmare il contratto: c’era mia moglie con me, eravamo tutti e due molto preoccupati. Qui, dicevamo fra di noi, chissà come andrà a finire; poi, a conti fatti, si è dimostrata la scelta migliore della mia vita calcistica, Mi sono trovato benissimo con i compagni, molti dei quali erano nuovi, come me. E mi sono ambientato subito a Torino, cosa che ritenevo tutt’altro che scontata. La società? Dico solo che si è dimostrata all’altezza della sua fama».
Grazie a queste grandi prestazioni, riesce a conquistare la maglia azzurra proprio alla vigilia di Italia ‘90. Non avrà molto spazio nel Mundial, ma si riprenderà dalla delusione diventando una colonna della Juventus. Il Trap lo schiera terzino sinistro e Marocchi è ancora trascinatore nella conquista di un’altra Coppa Uefa nel 1993 e poi, nella piena maturità, da un contributo importante anche nella conquista del suo primo scudetto, che è poi anche il primo dell’era Lippi, nella stagione 1994-95.
A completare un albo d’oro eccezionale arriverà addirittura, l’anno dopo, la Champions League, in veste di utile comprimario ma, lasciando il segno con uno splendido goal a Glasgow, nella goleada contro i Rangers.
Lascia la Juventus per tornare nel suo Bologna all’indomani del trionfo sull’Ajax, dopo aver giocato 319 partite e segnato venticinque reti. Tra i fedelissimi di tutti i tempi.


ANGELO CAROLI
È un ragazzo bolognese molto sveglio, dotato di spirito agonistico, di forte personalità, di buonissima tecnica (calcia di preferenza con il sinistro), valido anche nel gioco di testa, capace di concludere un’iniziativa offensiva con tiro oppure (virtù molto rara) di andare a fondo campo e suggerire il pallone indietro, al collega che si propone in area di rigore. La dote che più mi colpisce è l’essersi adattato a un ruolo non suo, che lo obbliga a operare in zona più arretrata e a frenare le naturali inclinazioni a un costante schema offensivo.
In un pomeriggio di autunno, durante la trasmissione “Grande calcio”, realizzata da “Radioreporter 93”, propongo a Marocchi una scommessa: due bottiglie di Cliquot Ponsardin che entro l’anno debutterà in Nazionale! Lui sorride, accetta la scommessa ed io vince le due bottiglie, prima che i bengala illuminino la notte di San Silvestro.


NICOLA CALZARETTA, “GS” OTTOBRE 2015
Giancarlo Marocchi, nato il 4 luglio. Per lui, l’anno è il 1965. Un cinquantenne fresco fresco, ciuffo biondastro sulla fronte, acconciatura mai modificata come testimonia la raccolta Panini. Le annate da consultare vanno dal 1984 al 2000, da Bologna a Bologna, passando per la Juventus. Con alcuni buchi, però. «Lo so, nella raccolta 1995-96 non c’è la mia figurina con la maglia bianconera. Non ero tra i titolari, ma la verità è che per ogni squadra c’erano solo sedici giocatori. Mancava anche Jugović, che realizzò il rigore decisivo nella finale di Champions a Roma». Non c’è che dire, ha la risposta sempre pronta Cicciobello (nickname affibbiatogli da Giancarlo Cadè, uno dei suoi primi allenatori nel Bologna degli anni Ottanta), perché sveglio e veloce nell’apprendere e nel mettere in pratica lo è sempre stato. In campo e anche fuori. Bella carriera, divisa tra Bologna e Juventus, con un pizzico di azzurro che non guasta. Una promozione in A con i rossoblu, uno scudetto, due Coppe Italia, due Coppe Uefa e la Champions. Ci incontriamo a Milano Marittima. Qui ha la sua residenza estiva, poche le concessioni esotiche. «Uno pensa: smetto di fare il calciatore e vado in giro per il mondo per le vacanze. Sbagliato: me ne sto sull’Adriatico per tutte le ferie». Per le altre stagioni la sua vita si divide tra l’amata Bologna, dove risiede e gli studi milanesi di SKY, opinionista brillante e pungente, con tanto di scontro in diretta TV con Mario Balotelli, un paio di anni fa.
Ma tu ne capisci di calcio? (risata) «Balotelli replicò così a una mia critica precisa che esigeva invece una risposta circostanziata e non frasi fatte mandate. Insomma, lo colpii nel segno e lui sbottò con quella domanda».
Dunque, implicitamente affermi che di calcio ne capisci. (altro sorriso) Sì, sì. E posso dire anche molto, perché la mia è una visuale completa frutto delle varie esperienze fatte. Prima il calciatore, poi il dirigente, quindi l’opinionista. Riesco a giudicare la stessa azione da più punti di vista. A ogni modo, grazie a quella reazione di Balotelli per due giorni sono diventato famosissimo».
Famoso lo eri già. «Credo di sì. Qualcosa ho fatto e ho vinto».
Diverse coppe, ma un solo scudetto con la Juventus, un po’ poco. Perché? «Perché in quegli anni vincevano l’Inter dei record, il Milan di Sacchi e degli olandesi e il Napoli di Maradona. Noi per un certo periodo eravamo un passo indietro».
Non ti rode? «No, ero comunque alla Juventus, al top. Sono stato talmente bene, sia dal punto di vista professionale che ambientale, che non ho nessuna recriminazione. La carriera di ogni giocatore è grosso modo segnata e non ci si deve mai girare indietro. Le decisioni, anche la giocata da fare in campo, si prendono all’istante».
Sicuro di non avere nessun rimpianto? «Sicuro. C’è solo una cosa che vorrei poter cambiare».
E cioè? «1990, stagione fantastica. Due coppe con la Juve e poi la convocazione per il Mondiale in casa. Ero felicissimo, ma a Italia ‘90 non giocai neanche un minuto. Ero spompato, avevo esaurito la benzina. Ecco, potessi tornare indietro, mi metterei la testa del 1998».
Per gestirti meglio? «Proprio così. Magari non avrei giocato lo stesso, ma avrei saputo dosare gli sforzi e arrivare a quell’appuntamento così importante in condizioni migliori. Il guaio è che accadde tutto così di corsa, che solo oggi, a mente fredda, mi rendo conto di come gli eventi siano corsi con una velocità pazzesca».
In due anni ti sei ritrovato dalla Serie B con il Bologna a un Mondiale vestito di azzurro. «Proprio così. Anche Io stesso trasferimento alla Juve nel 1988 si risolse in una fiammata».
Come andò? «Conquistata la promozione in Serie A con il Bologna, il presidente Gino Corioni e il Direttore Sportivo Nello Governato, senza nessun avviso, mi portarono in macchina a Torino. All’epoca non avevo agenti, né procuratori. Non mi servivano. Per me il mondo iniziava e finiva a Bologna».
Non avevi ambizioni? «Non è tanto quello. Un calciatore, ma direi ogni sportivo deve avere delle ambizioni, perché il bello sta nell’andare sempre un passo in là, nel salire un gradino in più, insomma nel migliorarsi. Questo vale per tutti gli ambiti, nello sport ancora di più».
E allora? «Sono nato e cresciuto con il rossoblu addosso. Sono sempre stato tifoso del Bologna. La passione me l’ha trasmessa mio padre, che ha potuto vedere dal vivo lo squadrone dell’ultimo scudetto, quello che “giocava in Paradiso”. Sono cresciuto con il mito di Bulgarelli e Pascutti. Tutte le domeniche eravamo allo stadio. Il sogno era di indossare quella maglia, prima o poi».
Sogno realizzato. «A me bastava quello. Sono entrato a far parte del vivaio del Bologna molto presto. Abitavo a Imola e mi andavo ad allenare in treno. Mi portavo dietro anche i libri, ma alcune volte la stanchezza mi vinceva. Una volta mi addormentai e scesi due fermate dopo. A diciassette anni ero già in prima squadra. Ho conosciuto personaggi fantastici: Adelmo Paris, Antonio Logozzo, Franco Fabbri, Livio Pin, Sauro Frutti. Su tutti metto però Gianluca De Ponti, con cui ho condiviso la camera le prime volte. Grandissimo fumatore. Si svegliava alle otto e subito una Muratti per colazione. Insomma, in mezzo a questa gente c’ero anch’io».
Certo un Cicciobello tra questi califfi si fa fatica a vederlo. «Il soprannome in realtà si fermava alla prima impressione. Sono sempre stato biondo con una grande facciona e due belle gote. Ero tra i più giovani. Ma in campo ero proprio il contrario del bambolotto pacioso. Ho sempre giocato con applicazione e quella dose di cattiveria agonistica necessaria per stare a galla su certi campi. I bravi maestri non mi sono mai mancati».
A chi ti riferisci? «Agli allenatori Cervellati e Giuseppe Vavassori, che mi hanno fatto esordire. All’esempio dei compagni più esperti. E poi i mille racconti di un calcio che oggi non c’è più. Si marcava a uomo e i duelli iniziavano già nel sottopassaggio. Minacce più o meno velate, tacchetti più appuntiti, accorgimenti tattici giusto per rendere la vita ancora più dura all’avversario di turno».
Sicuro che oggi sia diverso? «Sì. Nei ritiri si giocava a carte, si discuteva, si stava più tempo insieme. Per telefonare c’erano le mitiche cabine. Non è un giudizio. Erano tempi diversi».
Quelli sono stati anche i tuoi primi tempi di calciatore. Che ricordi conservi? «Il mio primo anno non fu positivo: il Bologna retrocesse in C. Ma già la stagione successiva ci riscattammo tornando subito tra i cadetti ed io giocai per quasi tutto il campionato. Lo stadio era sempre pieno, nonostante la caduta. E sai perché? Perché il Bologna ha nel suo DNA il bel gioco. Il pubblico vuole divertirsi, la categoria gli interessa fino a un certo punto».
Dopo poche stagioni sei già uno dei punti fermi. «A vent’anni ero tra i titolari. Giocavo in B. Non mi mancava niente. E invece ancora non avevo fatto i conti con Eraldo Pecci».
In che senso? «Fu lui che mi dette la vera scossa. Successe quando tornò a giocare in rossoblu, nel 1986. Un giorno mi prende e mi fa: “Mi dà l’impressione che a te non interessi vincere o perdere. Ti basta giocare. E invece no, si va in campo per vincere”».
E tu? «Io rimasi colpito. Folgorato. Sono quelle frasi che ti restano appiccicate addosso e che ti cambiano. È stata la svolta della mia carriera. Ho fatto il salto di qualità, ma la qualità della vita è cambiata in peggio, perché da quel momento sono diventato calciatore».
1988: il Bologna è promosso in A. «Altro sogno che si avvera. Facemmo un campionato stupendo con la guida di Gigi Maifredi. Un’annata eccezionale: bel gioco, vittorie, critiche positive. Per me, la grande soddisfazione di aver potuto dare il mio contributo. Tutto bello, mancava solo l’esordio in Serie A con la maglia del Bologna».
E invece ecco il viaggio in auto verso Torino. «Non fui rapito, né avevo le bende agli occhi. Con me c’era anche Barbara, con cui mi ero sposato da un anno. Fu tutto così veloce da non avere avuto neanche il tempo di capire quel che mi stava accadendo. Avevo ventitré anni e già la mia carriera viaggiava fortissimo».
Bologna-Torino tutta di un fiato? «Forse ci fermammo per un caffè, ma non ci furono tappe intermedie. Ricordo che parcheggiammo davanti alla sede della Juventus, entrammo nell’ufficio di Boniperti, strette di mano, sorrisi. Io mi limitai a firmare il contratto. E via per il viaggio di ritorno».
Sensazioni? «Incrociai lo sguardo di mia moglie. Un po’ di preoccupazione c’era. Forse mi avrebbe fatto bene rimanere un altro anno a Bologna, pensai. Ma furono sensazioni del momento. Ero alla Juventus ed ero contento».
Come furono i primi momenti in bianconero? «Ho ricordi molto belli. I compagni mi accolsero benissimo ed io ci misi molto poco a entrare in sintonia con l’ambiente. La cosa strana è che arrivi alla Juve e credi di trovare nello spogliatoio il decalogo dei comportamenti: capelli corti, rispetto per i ruoli, puntualità, l’educazione. Niente di tutto ciò, nessuno ti dice nulla. Lo impari da solo».
Cosa c’è di particolare in quell’ambiente? «La storia, la tradizione, il prestigio che deriva dal legame viscerale con la famiglia Agnelli. Io sono arrivato nella Juve dell’Avvocato e ho giocato le ultime stagioni con la Juve del dottor Umberto. Senti la presenza della “famiglia”, la percepisci, ti serve da ulteriore sprone. Ti entra il tarlo della vittoria».
Il momento in cui ti rendi conto di tutto questo? «Quando indossi la maglia bianconera. È una cosa misteriosa e magica, difficile da spiegare. Metti la maglia e sai che se pareggi o perdi, non sei stato degno di averla indossata e ti avvolge una sensazione di disagio. Se vinci, hai fatto solo il tuo dovere».
Riuscivi a gustarti le vittorie? «Poco. Era così. Lo è stato per me come per tanti miei compagni, anche gli ex più recenti come Del Piero. La troppa velocità e quella sensazione di normalità che accompagnava i successi non mi hanno mai consentito di gustare pienamente la conquista. E questo un po’ mi dispiace. Così come mi rode non avere nessun ricordo del mio esordio in A. Ho in mente solo l’avversario, il Como, e il risultato finale, 3-0 per noi. Poi il buio».
Nel 1990, ecco le tue prime coppe bianconere. «Il grande merito fu di Dino Zoff e del suo carisma. Mi immaginavo come sarebbe stato bello giocare con uno come lui: a quarant’anni era riuscito a vincere un Mondiale. Zoff è stato un grandissimo allenatore. Sapeva motivarti al massimo con una naturalezza incredibile. Prima di ogni partita, chiunque fosse l’avversario, diceva: “Dobbiamo vincere”. Aveva la presunzione calcistica, caratteristica che ho cercato di fare mia».
Hai un aneddoto particolare che ti lega a lui? «Dopo la partita di Coppa Uefa contro l’Oţelul Galaţi, dove ero praticamente all’esordio, tra l’altro cavandomela anche bene, lui nell’allenamento successivo mi fece un cazziatone, perché durante la partita mi ero preso con un avversario. Il messaggio fu forte e chiaro: la mia squadra aveva rischiato di restare in dieci. Questo era più importante della buona prestazione».
Non era una gran Juve, quella del 1990. «Avevamo davanti almeno tre squadre. Ma la Coppa Italia la vincemmo battendo il Milan di Sacchi e degli olandesi, la Coppa Uefa superando in finale la Fiorentina di Baggio. Eravamo comunque forti e motivati».
Chi metti tra le delusioni e chi tra le note più positive di quella Juve? «Zavarov non mantenne le promesse. Buon giocatore, ma totalmente spaesato. Era un uomo di Lobanovs’kyj, pendeva dalle sue labbra, un altro mondo e un’altra cultura. Tra i più metto Rui Barros, una formica atomica vera. Spuntava dappertutto. Non sapevi mai dov’era e credo che nemmeno lui a volte lo sapesse. E poi c’era gente come Galia, De Agostini, Tricella. Più Totò Schillaci, che aveva una fame incredibile».
Nel febbraio 1990 si era dimesso Boniperti. «Di tutto quel che succedeva a livello di società, a noi della squadra non arrivava nulla. C’era il massimo rispetto dei ruoli. Per noi c’era Zoff che sapeva come tenerci sulla corda e guidarci».
Ma Boniperti alla squadra non hai mai fatto trapelare niente? «No, ma questo non significa che non c’erano rapporti personali. Io e il presidente siamo molto legati, nelle occasioni di incontro c’è grande affetto e simpatia, anche perché siamo nati lo stesso giorno: il 4 luglio».
Primi due anni alla Juve, due Coppe e la Nazionale che è favorita per il Mondiale in casa. «Non male, no? Ma si torna al discorso della velocità. Che ha caratterizzato anche il mio arrivo in Nazionale, bruciando le tappe. Non so se è un record, ma dal mio debutto in A alla prima in azzurro passò pochissimo tempo».
Torniamo alla Juve. L’addio di Boniperti portò al ribaltone societario e tecnico con l’arrivo di Maifredi. Per un flop epocale. Che ci dici al proposito? «Va detto che Maifredi fu una scelta di Boniperti e non della nuova dirigenza. Sono in difficoltà tutte le volte che si tocca quest’argomento. Io ho avuto Gigi al Bologna. L’ho detto, quella fu una stagione eccezionale, irripetibile, dove tutto filò per il verso giusto. E lui poté procedere spedito per la sua strada con il suo 4-3-3 che faceva divertire ed era vincente».
Alla Juve invece? «Sarebbero occorsi dei cambiamenti, anche da parte sua, che invece non ci furono. Credeva che bastasse l’entusiasmo, la voglia di riscatto, che prima o poi i risultati sarebbero arrivati. In realtà, la squadra era squilibrata. Häßler, per dire, non poteva fare la mezzala. Gigi non ha saputo leggere la situazione che, a un certo punto, è precipitata».
Ma lo spogliatoio era unito, tutti remavano dalla parte dell’allenatore? «Sappi una cosa: in una squadra perché le cose funzionino e per arrivare anche a raggiungere dei risultati, è necessario che nello spogliatoio, più della metà dei giocatori abbia la consapevolezza che il calcio è un gioco di squadra. In quella Juve, anche lì, questa soglia allo scudetto minima c’era e nessuno remava contro».
Forse Tacconi la pensa diversamente. «Non credo che Tacconi abbia mai preso goal apposta per punire l’allenatore. È stata una stagione fallimentare con colpe di tutti».
Magari ci fosse stata una società più forte dietro Maifredi. «Magari. Tuttavia il Mister ha avuto dalla società quello che tutti gli allenatori sognano: carta bianca».
Cosa rimane nella testa di Marocchi dopo quella stagione? «Una grande delusione, amarezza per i tifosi, il peso della maglia che raddoppia. Ma anche le serate trascorse in camera con Häßler a cercare di comunicare in inglese. Pessimo il suo, pessimo il mio, credo che il più delle volte abbiamo fatto finta di capirci».
Estate 1991, si torna all’antico con Boniperti e Trapattoni. «L’Avvocato Agnelli corse subito ai ripari. Fui contento del ritorno del presidente».
Quanto al Trap? «Lui era la Juve, aveva vinto tutto. Ero curioso, ho scoperto un uomo con una voglia contagiosa di pallone e con un’incredibile capacità di gestire lo spogliatoio. Ma di lui ricordo anche due clamorosi abbagli».
Avanti, prego. «Il primo, più eclatante, è quello di non aver capito che il leader di quella squadra era Vialli. Per il Trap, prima venivano Baggio e Möller, quei giocatori che secondo lui gli potevano risolvere la partita. Vialli ne soffriva, ma il Mister non ha saputo leggere la situazione».
L’altro abbaglio? «Quello di farmi giocare terzino sinistro».
Come andarono realmente le cose? «Niente di particolare. Lui aveva bisogno di coprire al meglio quel ruolo e me lo propose. Io ho sempre avuto il massimo rispetto per l’allenatore e per le sue scelte. In primis il rispetto dei ruoli. Sono stato educato così e lo sport ha rafforzato questa mia caratteristica».
Non hai mai discusso, insieme alla squadra o con l’allenatore, per l’impostazione di una partita? «Meno spazio hanno i giocatori, meglio è. Ne va dell’autorevolezza e del ruolo del tecnico. Anche lo schema più brutto, anche l’idea più raccapricciante, va messa in pratica con il massimo impegno. Poi magari in campo i giocatori trovano l’adattamento migliore».
Torniamo all’esperimento del Trap. «Ci ho messo tutta la buona volontà, ma la testa si rifiutava. Non mi sentivo utile in quella posizione. Ho sempre fatto il centrocampista, ora più mezzala, ora più trequartista. E credo di essermela sempre cavata bene grazie a buona tecnica e velocità di pensiero».
Trapattoni non si ricordava che avevi avuto anche il dieci di Platini. (ride) «Andiamoci piano. Il mio era un dieci depotenziato. La verità è che non lo voleva nessuno. Zavarov era affezionato al nove, Rui Barros non si staccava dal suo otto. Comunque sia, il terzino sinistro per un po’ l’ho fatto, poi anche il Mister si è convinto. Ma non sono stato io a dirgli che preferivo tornare nel mezzo».
Tra parentesi, hai anche segnato dei bei goal giocando nel tuo ruolo naturale. «E la cosa incredibile è che spesso li fanno vedere e rivedere in televisione. E c’è Marchegiani che si arrabbia con me, perché tra le reti più teletrasmesse c’è pure quella che realizzai nel 4-3 all’Olimpico in Lazio-Juve: “Sembra che tu mi abbia fatto decine di goal” e invece è sempre lo stesso».
Nel 1993 vinci la tua seconda Coppa Uefa. «Altra immensa gioia e un grazie particolare a Roberto Baggio. Ho giocato con lui anche a Bologna. È la bellezza pura del calcio. È andato al di sopra del reale con la sua classe e con la sua fantasia».
Passa un anno e altro ribaltone in casa Juventus. «Qui ne avemmo maggiore cognizione. Io ero uno degli anziani. La palla era passata dall’Avvocato al fratello Umberto, che volle uomini di sua fiducia».
E nacque la Triade. «Bettega era il nuovo Boniperti, l’ex bandiera che rappresentava la juventinità sempre e comunque. Moggi era il miglior dirigente calcistico sulla piazza e per la Juve, che doveva tornare a vincere lo scudetto, era il passaggio obbligato. Giraudo era il manager a tutto tondo, a mio avviso, il vero innovatore di quel nuovo assetto dirigenziale».
E poi Marcello Lippi. «Aveva idee e fame di vittoria. Sapeva di essere a un punto decisivo della sua carriera. Aveva fatto la gavetta, con esoneri annessi. Il migliore tra tutti i tecnici che ho avuto. Quello più completo e vincente. Capace di letture immediate della partita e della situazione».
Mi puoi fare un esempio concreto? «Quando capì che aveva in mano una squadra potente, che correva il doppio dell’avversario, che aveva voglia di azzannare la gara, non si fossilizzò sullo schema di partenza, che era il 3-5-2. Tolse un difensore e mise un attaccante. Come a dire: vista la squadra che ho, non voglio certo essere io a tenerla legata indietro».
Hai parlato di potenza e ti cito Ventrone. «Anche questa è storia. Vincente. Ricordo sempre lo stupore nel vedere, il primo giorno di ritiro, una palestra mai vista prima. Iniziammo a fare un lavoro totalmente diverso, massacrante ma produttivo».
Credevate di vincere lo scudetto? «La Juve è sempre favorita, lo sanno tutti. All’inizio non lo credevamo. Poi c’è scoppiata in mano la forza travolgente di una squadra, dove oltre il 70% dei giocatori pensavano al calcio come sport di squadra».
Nel 1995 ecco scudetto e Coppa Italia, l’anno dopo la Champions. E tu? «Io gioco di meno, mi metto a disposizione del Mister e della squadra. Perché comunque sapevo di essere importante. Non solo perché me lo diceva Lippi. Sia che giocassi, sia che andassi in panchina, sia quelle poche volte in cui sono andato in tribuna».
Mi viene il sospetto che tu abbia sempre fatto parte della maggioranza positiva dello spogliatoio. «Modestamente sì. Non ho mai sopportato chi non accetta le decisioni dell’allenatore e sbuffa o fa cose peggiori quando viene sostituito. Io nello spogliatoio ho sempre detto tutto ai compagni. Con chiarezza e decisione. In quella Juve di Lippi, il gruppo era al top. Non ci sono mai stati richiami sui comportamenti. Semmai ci si incazzava per le posizioni non tenute in campo o per i movimenti sbagliati».
Con la Champions vinta, chiudi con la Juve. «Come sigla finale niente male. A cui si aggiunge un’altra piccola soddisfazione: essere riusciti a strappare alla Triade un premio vittoria altissimo, quasi un anno del mio ingaggio. Da una parte io e Vialli, di là loro tre. Riunioni lunghissime. Una volta si arrabbiarono a turno e uscirono uno alla volta dalla stanza. Rimanemmo soli io e Luca, ma alla fine si vinse».
A proposito di Triade e di quel che è emerso una decina di anni dopo, che idea ti sei fatto di Moggi? «Contestualizzo la vicenda e dico che era un momento in cui c’era, forte, la tendenza a pensare di poter trarre dei vantaggi dal “fuori campo”. In questo Moggi era sicuramente il più strutturato, non a caso il più copiato e che qualcuno aveva anche tentato di strappare alla Juve. Parlava con i designatori, incideva sui media, pilotava i processi televisivi. Detto questo, mi chiedo: ma veramente tutto questo ha potuto far cambiare un risultato in campo? È il dubbio che mi rimane».
Addio Juve e ritorno all’amata Bologna. «L’idea fu mia. Chiamai Oriali, che all’epoca era dirigente rossoblu. Gli dissi che avevo una gran voglia di tornare. Trovato l’accordo, il passo più difficile fu convincere Ulivieri. Lui era dell’idea che la mia fosse una scelta di comodo. Venivo dalla Juve, cosa me ne fregava del Bologna? All’inizio mi fece la guerra, poi gli dimostrai che si stava sbagliando».
E da lì è nato l’amore. «Ulivieri è il più intelligente e raffinato tra i miei Mister. A lui interessa la perfezione. Lo schema, la giocata. Poi se si vince, meglio. Con lui mi sono divertito anche a parlare di politica».
Che bilancio fai della tua seconda vita rossoblu? «Più che positivo. Ho recuperato il rapporto con i tifosi. Nel mio cuore è rimasto l’applauso che mi ha accompagnato nell’ultima partita. Un’ovazione di cinque minuti che mi ha ripagato dell’unica delusione patita, quella di non aver raggiunto la finale Uefa nel 1999».
Il calcio cosa ti ha dato? «Alcuni dolori e molti racconti. Tra i primi penso a Gaetano Scirea, alla notizia della sua morte che ci arrivò sul pullman di ritorno da Verona. Tutto il mondo sapeva, noi no. E tre giorni dopo di nuovo in campo al Comunale e quel gagliardetto messo al centro dell’area di rigore. Scirea era lì, quella sera, mi emoziono ancora. E poi Andrea Fortunato. Lo vidi l’ultima volta pochi mesi prima che se ne andasse. Avevamo giocato a Roma, così alcuni di noi decisero di raggiungere Perugia per andarlo a salutare. Una storia straziante».
E tra i racconti? «Le storie del Brasile sentite dalla voce di Julio Cesar, della gioia che dà il calcio a chi non ha altro per cui gioire e quelle della guerra civile nella ex Jugoslavia ascoltate, con pudore e in silenzio, da Jugović».
Un’ultima domanda: che cosa chiedi per te? «Dopo questa intervista, spero che Balotelli si sia convinto che di calcio ne capisco».

5 commenti:

Anonimo ha detto...

marocchi era un grandissimo!!!

fabio ha detto...

Marocchi un mito! Sei stato un grande capitano e un grande uomo, come pochi nel calcio moderno.
Un abbraccio

Anonimo ha detto...

son della classe 85 ma ricordo bene quella juventus...marocchi mito umile!!

Anonimo ha detto...

Marocchi,hai tutta la mia stima,però vederti con quella maglia bianconera è stato doloroso
forza Bologna

Swos ha detto...

Marocchi aveva un record non so se tutt'oggi battuto. Arrivò dalla B e dopo 10 partite in serie A fu convocato ed esordì in nazionale.