martedì 5 luglio 2016

Giuseppe FURINO

Palermo e Torino, Torino e Palermo. Questa, salvo una breve parentesi a Savona, è la storia calcistica di Beppe Furino. Nasce, nel capoluogo siciliano, il 5 luglio del 1946: «Mio padre, maresciallo di finanza, era stato trasferito da Palermo ad Avellino quando avevo appena sei mesi, nella città irpina ho vissuto fino a tre anni. Poi la minacciosa diffusione di un’epidemia indusse mia madre, che era nata a Ustica e apparteneva a una famiglia fortemente radicata sull’isola, a mandarmi per qualche tempo dai suoi genitori. Nonno Peppino era stato sindaco di Ustica negli anni cinquanta e, con nonna Silvia, gestiva uno di quei negozi in cui si vende di tutto e che rappresentano il punto di riferimento dell’intera comunità. Zio Domenico invece, genio e sregolatezza della famiglia, faceva il medico fra Palermo e Ustica. La famiglia di mio nonno era molto amata dalla gente anche perché, durante la guerra, non aveva lesinato aiuti a chi si trovava in difficoltà. L’ambiente per me, oltre che sano, era affettivamente ideale anche fuori dall’ambito familiare. E così, prima che l’italiano o il napoletano, ho imparato il dialetto siciliano, che ancora oggi esercita su di me un fascino straordinario. Dopo appena un anno sono tornato ad Avellino. A otto anni mi sono trasferito a Napoli e a quindici definitivamente a Torino».
Furino, cresce calcisticamente nella Juventus, nei NAGC, la scuola calcio bianconera; il primo prestito è al Savona, dove si disimpegna come ala sinistra. Tornato a Torino, è trasferito nella sua città natale, dove disputa il campionato 1968-69: «Ero cresciuto nel settore giovanile della Juventus e venivo da un paio di campionati a Savona fra B e C; la società bianconera voleva prendere il rosanero Benetti ed io fui girato in prestito al Palermo, che era appena approdato in serie A. C’era un grande entusiasmo, il Palermo tornava nel massimo campionato dopo cinque anni. Le prime due giornate giocammo in trasferta: all’esordio a Cagliari e perdemmo 3-0, due goal di Riva e uno di Boninsegna; poi a Torino contro la Juventus portammo a casa un bel pareggio. Finalmente, arrivò il debutto allo stadio Favorita, ospitavamo l’Inter di Mazzola, Corso, Suarez e Jair. Lo stadio poteva tenere 40.000 spettatori ma, secondo me, non erano meno di 60.000. C’era un tale frastuono che non riuscivo a sentire nulla di quello che si diceva sul campo. Riuscimmo a fare 0-0, come la settimana precedente. La seconda emozione la provai entrando a San Siro, dove quell’anno pareggiammo sia contro l’Inter che contro il Milan. A fine campionato ritornai alla Juventus, dove sono rimasto tutta la carriera».
In quella stagione palermitana, Beppe disputa ventisette partite e realizza un goal; torna a Torino nell’estate del 1969 e trova una Juventus completamente rivoluzionata, dopo la ferrea gestione di Heriberto Herrera e del suo “movimiento”. L’allenatore è Don Luis Carniglia, che non farà tanta strada, tanto è vero che sarà presto sostituito da Ercole Rabitti.
Per uno scherzo del destino, nella prima di campionato la Juventus deve affrontare al Comunale il Palermo; è il 14 settembre 1969 e le due squadre, agli ordini dell’arbitro Gussoni, si schierano così. Juventus: Tancredi; Salvadore e Leoncini; Morini, Castano e Furino; Favalli, Haller, Anastasi, Bob Vieri e Leonardi. Palermo: Ferretti; Bertuolo e Pasetti; Lancini, Giubertoni e Landri; Pellizzaro, Reja, Troja, Bercellino Silvino e Ferrari. La partita non ha storia; i rosanero passano in vantaggio con Troja dopo soli quattro minuti, ma la reazione bianconera è furiosa. Una doppietta di Helmuttone Haller e un goal di Leonardi mettono le cose a posto. A dieci minuti dalla fine, ci pensa proprio lui, Beppe Furino a siglare la rete del definitivo 4-1 cominciando, nel migliore dei modi, la sua lunga e splendente carriera in bianconero.
Ci sono sempre state due correnti di pensiero su Beppe Furino. Boniperti e in generale tutti gli allenatori bianconeri, lo hanno sempre considerato un giocatore fondamentale per le proprie squadre, un capo carismatico, un tipo coriaceo, grintoso, portabandiera dei cosiddetti giocatori umili che sono però insostituibili in una squadra che vuole vincere. 528 presenze con la maglia bianconera, diciannove goal, otto scudetti, tantissime partite con la fascia di capitano al braccio, testimoniano quanto Furino sia stato uno degli artefici delle vittorie della Juventus targata Boniperti.
Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla Nazionale. Prima Valcareggi, poi Bernardini e infine Bearzot, hanno sempre ignorato questo siciliano tosto, al punto di definirlo un giocatore mediocre; solamente tre presenze, una vera ingiustizia.
Con lui, il calciatore povero è riuscito a emergere, fino ad arrivare nella stanza dei potenti; con lui, il mediano faticatore è importante come il fuoriclasse; con lui, il calciatore è divenuto dignitoso, anche se le sue giocate sono meno belle di quelle dei cosiddetti assi. È un campione chi si sacrifica costantemente per la squadra; la classe non è solo stile, ma anche rendimento. Non gli è mai piaciuto essere definito la bandiera della Juventus: «Perché la bandiera sta alta sul pennone ed io non sono certo il tipo da piedistallo. Tutt’altro, preferisco star giù a lavorare con gli altri, soprattutto con i giovani, con i quali mi trovo benissimo, perché parlo come loro e sento come loro».
La parola stanchezza non esiste nel suo vocabolario: «Una volta sola ho avuto un po’ di paura. È stato in occasione di una partita di Coppa Italia, giocata contro il Catanzaro. Non so dire con precisione che cosa sia stato, perché è durato poco. Ma ho provato un po’ di timore, difficile da spiegare; per fortuna non si è più ripetuto».
Non ha mai amato i giornalisti e non è mai stato tenero nei loro confronti; ha avuto tantissime difficoltà a rapportarsi con loro, fino addirittura a snobbarli, in quanto erano i giornalisti stessi a ignorare Furino. Caminiti gli affibbiò il soprannome di Furia dopo le prime partite nella Juventus, un volta tornato dal prestito da Palermo ma Furino è palermitano solo in apparenza, essendo taciturno, come la maggior parte dei siciliani. È, invece, un torinese di adozione, in quanto gran lavoratore sparato e spedito.
Lo stesso Caminiti lo descriveva in questo modo: «Mi colpiva, in quei giorni, il suo rapporto con la madre, piccola e stortarella come lui, ma verissima donna, maniacale nell’amore per i figli, per l’esempio costante di dovere, come le madri di una volta, che forse non esistono più. E mi era sembrato il giocatore emanazione di questa madre, la sua grandezza la facevo tutta morale, in campo lo vedevo crescere da nano (è alto 1,69) a gigante, in virtù di questa sua primigenia ricchezza, la ricchezza dell’isola bedda».
Il primo a intuire le grandi qualità di Furino, è Boniperti, ma è Cesto Vycpálek, succeduto a Rabitti, scopritore del ragazzo, e al povero Armando Picchi, a valorizzarlo in pieno nei fatti, enfatizzandone le qualità, perché Furia ha bisogno di fiducia per scatenarsi e rendere al massimo. Diventa in poco tempo il propulsore e il trascinatore; nasce il mediano considerato il più cattivo d’Italia, in quanto è spietato nel contrasto, non si tira mai indietro, in ogni mischia che si rispetti, lui è presente.
Quando è necessario, è pronto a litigare, in quanto non ha paura di niente e di nessuno. La Juventus ha giocatori molto celebrati e importanti, come Bettega, Zoff, Causio, lo stesso Anastasi, che Furia cordialmente odia, ma lui è fondamentale in squadra. Boniperti lo sa benissimo e non manca mai di elogiarlo: «Tutti dovreste giocare con il cuore che ci mette lui».
Quando l’Ajax batte la Juventus, nella finale della Coppa dei Campioni a Belgrado, Boniperti in testa è il più emozionato di tutti, e Furia fallisce pure lui, come tutta la squadra. Nasce così l’impressione che sia un giocatore provinciale, tutt’altro che indispensabile. Valcareggi, tecnico degli azzurri, non lo apprezza più di tanto, anche se lo convoca per i Mondiali messicani. Anche Bernardini, fautore dei giocatori dai piedi buoni, quando lo manda in campo, a Genova contro la Bulgaria, il 29 dicembre 1974, lo fa più per accontentare l’opinione pubblica, che per convinzione personale.
Ma Furia si esprime al meglio in campionato, con la maglia bianconera. Sui rettangoli nostrani si decide tutto e qui Furino è un grandissimo. È il giocatore più stringente che si sia mai visto nella zona mediana, una catapulta. Con la sua determinazione, carica i compagni, li obbliga a impegnarsi all’estremo delle forze, li esalta con il suo esempio. Non si tira mai indietro, è sempre lì che morde i calcagni degli avversari, dove c’è pericolo, accorre lui, brutto, sghembo ma bellissimo nell’ardore. Ma non è solo questo, tatticamente è un giocatore molto intelligente; è lui, infatti, che si schiera da libero durante le frequenti avanzate di Scirea ed è sempre lui a coprire le sgroppate di Tardelli.
Il suo modo di giocare lo porta a realizzare pochissime reti. Una in particolare, però, si rivelerà d’importanza enorme: quart’ultima giornata del campionato 1976-77. Sabato 30 aprile al Comunale di Torino va in scena l’anticipo di campionato contro il Napoli. La Juventus, che sta lottando con il Torino per lo scudetto, è reduce dal pareggio di Perugia ed è obbligata a vincere; segna Bettega, pareggia nella ripresa Massa. La squadra bianconera è in difficoltà, il Napoli la mette sotto mentre un autentico nubifragio si abbatte sul campo. A quattro minuti dal termine, quando lo spettro del sorpasso granata si sta oramai materializzando, ecco che, tra grandine e fango, spunta la zampata vincente del capitano che ridarà morale e fiducia alla squadra.
La sua carriera termina, praticamente, con l’arrivo di Platini; famosa è la frase dell’Avvocato: «È inutile avere Platini, se il gioco passa attraverso i piedi di Furino». Il Trap obbedisce e Furia è sostituito da Bonini. Trapattoni non si dimentica, però, di Furino e lo schiera nel campionato successivo, per permettergli di vincere il suo ottavo scudetto.
Ci sono stati tanti mediani fortissimi nella storia bianconera: Bigatto o Bertolini, Depetrini o Del Sol, ma nessuno è stato come lui. Il suo sacrificio, la sua presa diretta nel gioco, là dove nasce il pericolo, là dove si rischia, non manca mai. Un grande campione povero, forse il più grande di tutti. E non importa se nel mondo del calcio, soprattutto in Italia, sono considerati molto di più i giocatori virtuosi di quelli che sudano, che lottano, che sbagliano un passaggio. Furino ha aperto gli occhi a tanti; si può essere campioni anche non essendo belli.
Diceva alla fine del 1979: «Tutte le vittorie sono uno stimolo a proseguire con lo stesso spirito, per questo mi sento ancora al debutto. Perché mi sono realizzato in una Juventus vincente, una Juventus che mi ha insegnato che, per andare avanti, bisogna darci dentro, per ottenere il risultato attraverso il gioco e la lotta. La durezza delle stagioni e la media positiva dei miei anni calcistici, durante i quali ho ricoperto tantissimi ruoli, da difensore puro ad ala tornante, da centrocampista a jolly, mi hanno fatto maturare una mentalità elastica, ma sempre proiettata in avanti. Mi rendo conto che posso farcela ancora e bene; non vedo il motivo per sentirmi dire che sono, non dico vecchio ma anziano. Sarò un vecchio capitano, questo sì, perché porto la fascia da sei stagioni, ma, nel ruolo, mi sento proprio com’ero agli inizi e questo mi carica. Una cosa sola voglio: andare avanti con lo stesso spirito».


“GUERIN SPORTIVO” SETTEMBRE 2009
I numeri fissi si vedevano solo ai Campionati del Mondo e agli Europei. Ma il quattro bianco sul quadratone nero ha avuto un unico padrone nella Juventus degli anni settanta: Beppe Furino. Quella era la sua targa, il suo marchio, il suo codice a barre. Per oltre 500 partite (361 solo in campionato) spalmate in quattordici anni di ininterrotta permanenza in bianconero.
Otto scudetti, un record, e una manciata di coppe. Tutte alzate per primo da lui, il capitano. Onore che gli è toccato fin dal 1976, quando andò via Anastasi. Fascia blu sul braccio sinistro, bianca nella divisa da trasferta. Di lui Giampiero Boniperti, il suo presidente, diceva che aveva due cuori, uno a destra, l’altro a sinistra per rimarcarne la generosità, la dedizione alla causa, l’attaccamento alla maglia.
Una vita in trincea la sua. Con il quattro sulla schiena, in un’epoca in cui a quel numero era associato solo e soltanto un ruolo: il mediano. Quello che corre, lotta, combatte, si appiccica al dieci avversario per duelli condotti, talvolta, sul filo di un regolamento che qualche concessione in più in quegli anni faceva al meno dotato tecnicamente. Chilometri e sudore, sguardi severi e concentrazione spinta al massimo: qui dentro sta Giuseppe Furino, una vita per la Juventus che domenica sera, nella gara che chiude la settima giornata, sbarca in Sicilia per sfidare il Palermo di Zenga. Una partita dal sapore particolare per lui che in rosanero ha debuttato in serie A, prima di diventare una colonna bianconera.
Quali sono le sue sensazioni? «Con il Palermo ho compiuto l’ultimo passo verso il ritorno alla Juventus, una tappa fondamentale per la mia formazione professionale. Venivo da due stagioni al Savona. Ero arrivato a Palermo per caso, nel giro dei prestiti, credo legato all’operazione che portò Benetti alla Juventus. Un solo campionato, quello della stagione 1968-69, giocato bene, in crescendo, con una salvezza conquistata meritatamente».
La sua pagella come fu? «Bei voti. I tifosi mi elessero calciatore dell’anno. Il pubblico palermitano è stupendo. Alla prima partita che giocammo in casa la Favorita scoppiava dalla gente che c’era. Ricordo il mio primo goal in A contro la Sampdoria, ma anche una domenica da incubo a rincorrere quel pennellone di Menti, l’ala destra del Vicenza».
Perché lei all’epoca giocava terzino sinistro? «Quell’anno sì. E anche nei primi periodi alla Juve. Ma il mio ruolo vero era a centrocampo. Da piccolo presi una cotta incredibile per Sivori. Anch’io portavo i calzettoni abbassati. Poi un giorno, durante un allenamento, vidi Del Sol. Rimasi incantato dal suo modo di giocare. Sentivo che il mio posto era in mezzo al campo e lì prima o poi sarei tornato. Com’è successo, anche se non è stato automatico».
Mi par di capire che i primi periodi alla Juventus non siano stati semplici: «È così. Non credo che rientrassi nei piani societari. Su di me probabilmente non c’era il pieno consenso, forse volevano inserirmi in qualche giro di mercato, non so. Alla fine comunque sono rimasto».
Quando c’è stata la svolta? «Con l’esonero di Carniglia e l’arrivo di Rabitti alla settima giornata. Quello fu il primo passo, completato con l’ingresso di Boniperti in società. Devo dire, comunque, che con Carniglia ero riuscito a giocare quasi sempre da titolare, magari cambiando spesso ruolo e posizione. Avevo addirittura segnato un goal alla mia prima partita in bianconero. Guarda caso proprio contro il Palermo».
Palermo e Juventus, la sfida continua: che clima c’è in casa Furino? «È una partita particolare. A Palermo ci sono nato, anche se dopo pochi mesi mio padre, maresciallo della finanza, fu trasferito ad Avellino. Nonostante questo, sono legatissimo alla mia terra d’origine. In particolar modo a Ustica: lì abitava mia nonna materna. Sull’isola per anni ho trascorso le mie vacanze, anche quando ero oramai un giocatore affermato».
Meglio Zenga o Ferrara? «Zenga mi piace molto. Il Palermo con Ballardini aveva perso un ottimo allenatore, ma ne ha trovato uno altrettanto bravo. A Catania ha lavorato bene. Ferrara mi convince, la sua scelta rispetta la tradizione juventina di affidarsi ad allenatori giovani e non ancora affermati».
Si riferisce a Picchi e Trapattoni? «Senza dubbio. Armando Picchi non ha avuto la fortuna di vedere i risultati del suo lavoro, che ci sono stati. Era molto vicino come mentalità a noi calciatori, in fondo aveva smesso da poco. Un gran dolore la sua perdita, noi giocatori sapevamo qualcosa, ma non più di tanto all’inizio».
E Trapattoni? «Diversi di noi ci avevano giocato contro, qualcuno insieme. Benetti e Boninsegna gli davano del tu, io no. Anche Zoff gli dava del lei nonostante fossero quasi coetanei. Fu una bella ventata di freschezza e novità. Il Trap fu una gran bella intuizione di Boniperti».
Così la formazione la faceva lui, no? (ride). «Trapattoni non aveva certo bisogno di tutori. Semmai si consultava con noi giocatori, quello sì. Il sabato prima della partita faceva il giro delle camere. Tastava il polso alla squadra, coglieva sensazioni, magari da qualcuno ricavava qualche buon suggerimento. Il Trap era giovane, ma aveva le idee chiare. E moderne, come quella di giocare senza un regista di ruolo».
Per questo motivo Capello fu ceduto? «Sì».
Sicuro che non ci sia stato anche il suo zampino? «Capello rilasciò un’intervista dai toni accesi. Era in America con la Nazionale per il torneo del Bicentenario. La Juve aveva perso lo scudetto in malo modo, regalandolo al Torino. Fu uno sfogo, il suo: un po’ voluto, un po’ provocato».
Nel merito cosa disse? «Criticò la Juve, il gioco, i compagni. Tirò dentro anche me, per giustificare il suo calo di rendimento e le difficoltà di gioco della Juve. Da lì è partito tutto, con qualcuno che pensò addirittura a una mia vendetta. Non è vero nulla, io non c’entravo niente e poi non ho mai avuto il potere di cacciare nessuno».
A parte qualche tifoso ingrato, così mi risulta: «Questo è vero. Successe all’aeroporto di Caselle, dopo aver vinto la Coppa Uefa contro l’Athletic Bilbao. Tornammo a Torino su un aereo privato della Fiat, io scesi per primo con la Coppa in mano. Misi piede a terra e vidi davanti a me un tifoso che l’anno prima era stato tra i più accaniti nelle critiche e nelle offese. Gli dissi: “Brutto bastardo, levati subito di lì sennò la Coppa te la spacco in testa”».
Come, la Coppa appena vinta dopo un eterno digiuno? «Per carità, non l’avrei mai fatto. Conquistare la Coppa Uefa è stato uno dei momenti più belli della mia carriera. Il primo trofeo internazionale, dopo una vera e propria battaglia a Bilbao. Senza contare che quattro giorni dopo avremmo battuto la Sampdoria e vinto anche lo scudetto dei record. Una stagione trionfale e con una squadra tutta italiana».
E senza regista: alla fine ebbe ragione lei: «Ancora con questa storia (sorride). A parte il fatto che avevamo un certo Causio là davanti che svolgeva alla grande i compiti di regista avanzato, le dico questo: non c’è calciatore che giochi male per colpa di un altro. Se accade, le responsabilità sono soltanto del diretto interessato. Questa è la semplice regola».
Vale anche per i grandissimi? «Sì».
Compreso Platini? «Altra storia buffa. Qualcuno ha voluto metterci l’uno contro l’altro. Dicevano che non volevo passargli il pallone. Che fesseria! La verità è che quando Platini arrivò alla Juve non era in forma. Ha impiegato mesi per ambientarsi, forse un tempo eccessivo. Ma se non giocava bene, non era certo per colpa mia».
I rapporti con l’attuale presidente dell’UEFA come sono? «Cordiali, ci mancherebbe altro. D’altronde oggi sono buoni anche i rapporti con quelli del Toro» (risata).
Il derby era lo spauracchio di Boniperti, vero? «Ci spaccava le palle fin dal lunedì. Era la settimana più lunga dell’anno e la partita più sentita, specie da chi come me veniva dal settore giovanile e di sfide con il Torino ne aveva già vissute tante».
Ricordi speciali? «Andavo nello spogliatoio due ore prima: giocavo un’altra partita, tutta mia, prima di quella vera. La tensione era veramente altissima e in campo si vedeva. Noi giocavamo, loro facevano i goal. Le offese e le provocazioni erano all’ordine del giorno».
Per esempio? «Le racconto solo questo episodio. Per stemperare il clima teso, a gioco fermo, corre verso di me un avversario con il braccio teso: vuole stringermi la mano per riportare la calma. Mentre si avvicina, me ne dice di tutti i colori. Io, allora ritraggo la mano, come a dire: sei impazzito? Il guaio è che agli occhi della gente è rimasta l’immagine del mio rifiuto, ma nessuno sa il vero motivo».
Vabbeh, non vorrà mica passare da verginella? «No, figuriamoci. Qualcuna l’ho fatta anch’io».
A chi ha dovuto fare qualche bella risciacquata durante la settimana? «Qualcuno ogni tanto andava stimolato. Marocchino, per esempio, aveva delle qualità enormi, ma era pigro. Di Tacconi, poi, non ne parliamo. In allenamento era una rovina. Nelle partitelle sceglievo sempre Bodini, uno di quelli come me, che non mollava mai».
E in campo, c’è stato qualche episodio da raccontare? «Credo che su tutti ci sia quello di Firenze con Prandelli. Punizione decentrata per la Fiorentina. Zoff chiede due uomini in barriera. Andiamo io e Cesare. Io mi allineo con il palo e cerco di portare a me Prandelli. Lui, invece, tergiversa, spostandosi verso il centro. Allora lo riprendo bruscamente, un po’ troppo, ma la foga agonistica a volte ti fa fare anche cose che non vuoi».
Vi siete chiariti dopo? «Certamente. Gli ho chiesto scusa, oltretutto Prandelli è sempre stato un bravo ragazzo, serio, disciplinato. Le dirò di più. Quando ero alla Juve come responsabile del settore giovanile, ho fatto di tutto per portarlo da noi. Ma lui si era oramai impegnato con l’Atalanta ed è rimasto là».


NICOLA CALZARETTA, “GS” AGOSTO 2013
Vladimiro Caminiti, sommo cantore delle gesta bianconere, lo aveva soprannominato “Furiafurinfinetto”. Una pennellata d’autore. D’altronde, il grande Camin ha sempre avuto un debole per il conterraneo Giuseppe Furino, nato a Palermo il 5 luglio 1946 ma cresciuto a Torino e, soprattutto, nella Juventus. A quattordici anni nel Settore Giovanile, poi mediano, capitano, bandiera e recordman con otto scudetti vinti, al pari di Giovanni Ferrari, mito degli anni Trenta che però li ha conquistati con tre squadre diverse.
«Non credo di esagerare», scriveva Caminiti, «dicendo che il primato di Furino è qualcosa di disumano. Nella sua storia leggendaria la Juve ha avuto eccelsi gregari. Ma nessuno all’altezza di questo nano portentoso, incontrista e cursore, immenso agonista, indomabile nella fatica, i piedi come uncini dolorosi in certe circostanze».
Non esagerava, il poeta panormita. Lo confermano le 528 partite di Forino con la maglia della Juve, i diciannove goal fatti, i trofei conquistati, tra cui la prima Coppa Uefa nel 1977. Lo conferma la lunghissima permanenza in bianconero, dal 1969 al 1984, presenza costante del più lungo ciclo vincente della storia del calcio italiano. Sempre li, sul pezzo. Ora come allora, magari con una mazza da golf e la pallina bianca al posto della maglia numero quattro e del pallone di cuoio.
Golf Club di Moncalieri, ora di pranzo, seduti a un tavolino. Tra fiori di zucca fritti e una tagliata con friggitelli, Furino si racconta. E parte proprio da un ricordo di Vladimiro Caminiti, scomparso il 5 settembre 1993: «Un amico, siciliano e palermitano, il che non guasta. Un personaggio fantastico, uno scrittore geniale, con uno stile inarrivabile e intuizioni brillanti. Ha saputo, meglio di tutti, parlare della Juventus e della juventinità, avendo colto fin dall’inizio la portata innovativa e vincente dell’avvento di Giampiero Boniperti alla presidenza della società».
Ne vogliamo parlare più nel dettaglio? «Io sono tornato alla Juve nel 1969. Le squadre che dominavano erano l’Inter e il Milan, poi c’erano anche la Fiorentina e il Cagliari. La Juve era staccata. Nel giro di tre stagioni abbiamo ribaltato la situazione. Li abbiamo tenuti tutti sotto per quindici anni».
Tutti i suoi alla Juve, è un caso? (ride) «Io c’ero. All’inizio come Junior voglioso di apprendere. Poi come Senior che doveva dare l’esempio con i fatti. E questa era una delle peculiarità di quella Juventus: il mix di giovani e anziani che garantiva forza, freschezza, valori e rispetto della tradizione. I nuovi arrivati potevano crescere a immagine e somiglianza dei più esperti, con Boniperti perfetto braccio operativo della famiglia Agnelli a pilotare la nave con le giuste dritte».
Il Presidente ha sempre parlato bene di lei: diceva che aveva due cuori, una a destra e l’altro a sinistra: «Il rapporto tra noi è sempre stato ottimo, d’altronde avevamo lo stesso obiettivo: vincere. Boniperti era il garante della juventinità. Il suo passato da calciatore gli è servito, anche se con noi calciatori non ha mai espresso concetti tecnici. Lui aveva una grandissima dote: vedeva tutto. E, dunque, non gli sfuggiva niente. Alla base della strategia vincente che ha visto la Juventus dominare per tanti anni ci sono le sue intuizioni. Costruire per mantenere nel tempo: questo il suo slogan».
Quando è stato compiuto il primo passo? «Nel 1970, quando fu rivoluzionata la rosa con la cessione di molti della vecchia guardia e l’inserimento di tanti ventenni. Poi, ogni anno, c’è stato almeno un innesto in prospettiva: Gentile, Scirea, Tardelli, Cabrini, Fanna. Tutta gente di valore, non solo in campo».
In ossequio allo stile Juve: «Certamente: chi indossava la maglia bianconera doveva avere grandi doti morali: la serietà, la disciplina, la disponibilità al sacrificio, il rispetto dei compagni, della società, dei tifosi. E come base, un’enorme sete di vittorie. Perché alla Juve vincere è la sola cosa che conta».
Quando è tornato in bianconero aveva già tutto chiaro? «Io sì, ma all’inizio alla Juve c’era ancora un po’ di confusione, sia a livello societario che tecnico. Boniperti era all’esordio come Amministratore Delegato. Su di me avvertivo un’aria pesante, credo che volessero inserirmi in qualche trattativa di mercato. La svolta c’è stata con l’esonero di Carniglia e l’arrivo di Rabitti, il quale veniva dal Settore Giovanile e mi conosceva benissimo».
Che ricordi conserva degli anni del vivaio bianconero? «Splendidi. Anni di formazione, sotto tutti i punti di vista. In quel periodo ho avuto la fortuna di incontrare il dottor La Neve, che poi ho ritrovato come medico sociale della prima squadra. Una persona dolcissima, molto legato a Boniperti, era il suo occhio brago. Talvolta succedeva che il presidente riprendesse qualcuno di noi. E noi: “Dottore, chissà come mai il presidente sa queste cose”. E lui giù a ridere».
Dei consigli del mitico Renato Cesarini ne vogliamo parlare? «Cesarini, che personaggio. Stravedeva per me. Veniva in Piazza d’Armi per vedermi giocare. Una volta me lo riconto a bordo campo durante una sfida contro la prima squadra. Tra parentesi fu in quell’occasione che ebbi la mia prima infatuazione per Omar Sivori. Per fare come lui, giocavo anch’io con i calzettoni abbassati. Giusto quello, però!»
Va bene, torniamo però a Cesarini: «Lui si metteva a bordo campo, mi incitava e mi suggeriva come giocare. Il guaio è che i suoi consigli erano del tutto contrari a ciò che mi veniva detto dagli allenatori. Ne veniva fuori un gran casino. Ma mi divertivo da morire ed ero orgoglioso di essere il suo pupillo».
Una cosa non ho capito: ma lei in che ruolo giocava? «Bella domanda. Anche perché all’inizio ho cambiato molte maglie, sia a Savona che a Palermo. Ho fatto il terzino sinistro, l’interno, il marcatore, l’ala sinistra. Il vagabondaggio è continuato a Torino: nei primi due anni alla Juve, credo che mi sia mancato solo il nove, oltre all’uno del portiere».
Quando è finito il tour de force? «Con Vycpálek, nella seconda parte della stagione 1970-71. Lui mi fece giocare stabilmente mediano, quello che io ho sempre sentito come il mio molo naturale».
E Sivori? «Innamoramento giovanile. L’amore vero è nato quando ho visto all’opera Luis Del Sol, rimanendo incantato dal suo modo di stare in campo: grinta, temperamento, corsa, intelligenza tattica. E la maglia numero quattro è diventata la mia».
A proposito di maglie, lei era uno dei pochi che giocava con il colletto abbottonato. C’è un perché? «Francamente no, magari lo tenevo così quando era più freddo. Quello che ricordo è che, specie nei primi anni, avevamo due sole maglie per tutta la stagione. Una con le maniche lunghe, l’altra con quelle corte. E, spesso, dovevano intervenire le nostre sarte con ago e filo. Altri tempi».
Tempi in cui il quattro marca a uomo il centrocampista più pericoloso. Che ricordi ha dei tanti avversari diretti marcati? «Ricordo Giacomo Bulgarelli, il duello con lui mi entusiasmava. Poi c’era Rivera, il più pericoloso di tutti. Quindi Mazzola, che da mezzapunta era fantastico e difficilmente arginabile. Ma quello che mi ha messo in difficoltà veramente è stato Luigi Menti del Lanerossi Vicenza, un lungagnone il doppio di me che mi passava da ogni parte. Un incubo».
E in campo internazionale? «Con Bremner del Leeds, uno alto più o meno come me. Ci siamo incontrati nella doppia finale di Coppa delle Fiere, anno 1971. Gli entravo duro, lui cadeva, sbatteva due o tre volte il piede per terra e ripartiva. Ed io dicevo: “Porca miseria, questo è uno tosto”. Poi una volta mi ha centrato in pieno. Mi ha fatto malissimo, ma io, pur di non dargli soddisfazione, dopo un secondo mi sono rialzato come se niente fosse. E la giostra dell’autoscontro è ripartita».
Sincero: ne ha date o prese di più? «Il registro della contabilità l’ho perso (ride), comunque se oggi facessi una visita per il riconoscimento dell’invalidità permanente, qualche punto lo prenderei. Posso dire di averne prese tante e di averle date. L’importante è sapere aspettare. Basta aver pazienza».
C’è stato un episodio che ancora oggi le fa salire la pressione? «Con Perico dell’Ascoli. Una scena da film horror. Entrata durissima dell’ascolano e buco netto nello stinco, io giocavo sempre senza protezioni, all’epoca non erano obbligatorie. Resto fuori campo qualche minuto, un dolore tremendo. Mentre il dottore mi sistema la ferita, non faccio altro che puntare Perico che gioca dalla parte opposta a dove sono io, schiumando rabbia. Mi rimettono in piedi e parto dritto per andare a restituire la cortesia al mio avversario. Attraverso tutto il campo di corsa, tempo dieci secondi e lo centro in pieno, lasciandolo a terra».
E l’arbitro? «Non prese provvedimenti, ma quella volta avrei meritato il rosso diretto senza dubbio».
Ha mai simulato? «Una volta sola, nella finale di ritorno della Coppa Uefa a Bilbao. Finsi di aver ricevuto una spinta. Ma lì c’era bisogno di rifiatare e di spezzare il ritmo dei baschi. L’arbitro abboccò, per fortuna».
Rifacciamo un passo indietro e torniamo al campionato 1970-71. Juve tutta nuova affidata a un tecnico giovanissimo: Armando Picchi: «Uomo per bene, grande passione, tanto entusiasmo, vedeva lontano. Non era facile il suo compito e all’inizio ci furono difficoltà. Ma i semi gettati erano buoni, difatti dettero frutti già l’anno dopo. Poi, purtroppo, arrivò la malattia e spezzò ogni trama».
Come lo avete saputo voi giocatori? «Ricordo che dopo la sconfitta con il Bologna, il 7 febbraio 1971, ci fu un po’ di maretta. Quando non arrivano i risultati, il clima è sempre pesante. Durante il viaggio in treno lui non riusciva a stare seduto, aveva dolori alla schiena. Poi, il giorno prima della partenza per l’Olanda per affrontare il Twente in Coppa delle Fiere, venne al Comunale e ci disse che non sarebbe venuto per effettuare delle visite. Era metà febbraio. Non lo abbiamo più rivisto».
E così Boniperti, per sostituire Picchi, pensò al suo ex compagno Vycpálek: «Guardi che Cesto era un ottimo allenatore. Godeva della protezione morale di Boniperti, questo sì. Ma in tre anni ha vinto due campionati e nel 1973 ha portato la Juve in finale di Coppa dei Campioni contro l’Ajax e in Coppa Italia contro il Milan».
Partiamo dagli scudetti: che sapore ha per lei la prima doppietta tricolore? «Un sapore dolcissimo. Il successo in campionato nel 1971-72 forse è quello a cui sono più affezionato. È stato il primo trionfo in assoluto, da titolare, nel mio molo di mediano. È stata la prima vittoria, quella che ha aperto il lunghissimo periodo di dominio bianconero. L’anno dopo, con Zoff e Altafini, lo scudetto arrivò all’ultimo minuto. Una gioia doppia, perché inaspettata, visto che il Milan pareva già trionfante. Peccato per la Coppa dei Campioni sfuggita in finale contro l’Ajax di Cruijff».
A proposito di Belgrado 1973: che analogie e che differenze ci sono con Atene 1983? «L’unica analogia è che pendemmo con lo stesso risultato (1-0, ndr), subendo il goal nei primi minuti della gara. Per il resto, grandi differenze. Gli olandesi erano molto più forti dell’Amburgo e a Belgrado erano i favoriti. Avevano maggiore esperienza internazionale e giocavano un calcio più evoluto. Ricordo la tattica del fuorigioco che ci mise in grave difficoltà».
Chi ha sbagliato ad Atene? «Trapattoni (sorride)».
Perché non l’ha fatta giocare? «Proprio così (pausa). Ma non avrei potuto far niente nemmeno io. È stata una partita maledetta. Eravamo i favoriti, sicuramente superiori. Ci siamo afflosciati dopo il goal di Magath. Non c’è stata reazione, è mancata la personalità. Tutti più o meno ad attendere il guizzo decisivo di Platini, che era anche lui sottotono».
Più rabbia o delusione? «Delusione e rabbia. Perché per me era l’ultima occasione e in panchina ti senti del tutto inutile».
Torniamo a metà anni Settanta. Vycpálek esaurisce il suo ciclo ed ecco Carlo Parola: «Altro juventino doc, con maggiore esperienza rispetto a Cesto, ma sempre sotto l’ala protettiva di Boniperti».
Il che vuoi dire che la formazione: «Il che vuol dire che la società era dichiaratamente schierata con il tecnico e, in caso di eventuali contrasti tra allenatore e giocatore, la ragione era sempre del primo. Principio sacrosanto e forza assoluta della Juve: mai un allenatore è stato abbandonato a se stesso».
Con Parola, la Juve vince lo scudetto nel 1974-75, ma perde quello dell’anno successivo: e la notizia è più la seconda della prima: «Non so ancora come facemmo. Il Torino era a cinque punti. Perdemmo tutto nelle ultime giornate. La partita chiave fu a Cesena: 2-1 per loro e sul finale Bettega respinge involontariamente un tiro a botta sicura di Causio. Sarebbe stato almeno il pareggio».
Lo scudetto perso in malo modo spinge Boniperti a girare pagina: panchina al trentasettenne Trapattoni: «Il suo arrivo fece bene a tutti. La sua fu una bella ventata di novità. Era evoluto, moderno, voleva una squadra tosta e veloce. Puntò su un centrocampo duttile e affidò a Causio la regia offensiva della manovra».
Anche perché Capello era stato ceduto al Milan in cambio di Benetti, uno scambio che fece rumore: «Trapattoni aveva in mente un progetto tattico innovativo e per lui era molto più funzionale Benetti».
Era il leader della squadra, questo si può dire: «Non è esatto. Ero uno dei leader, perché c’erano anche Zoff, Bettega, Boninsegna, tanto per fare alcuni nomi. Tutta gente di grandissima personalità. Quella Juve lì era composta da campioni in ogni ruolo. Non c’era posto per un solo leader».
Si lavorava parecchio con il Trap? «Si stava molto sul campo, quella era la nostra palestra, in tutti i sensi. Il Trap era un martello, non mollava mai. E poi si viveva molto lo spogliatoio. Il lettino dei massaggi era il nostro ombelico del mondo».
Perché, che succedeva li? «Quello era il luogo e il momento delle confidenze, delle chiacchiere. Un po’ si dialogava con il massaggiatore De Maria, che è stato alla Juve tanti anni, un po’ ci si confrontava sul gioco, sui risultati, sui compagni. Ma c’era spazio anche per l’extra calcio, comprese le balle e le stronzate di ogni tipo. Devo dire che un po’ mi manca, compreso l’odore dell’olio canforato».
Nascevano anche così le vittorie? «Senza dubbio. Erano tanti momenti della verità. Ma alla base c’è sempre stata una squadra fortissima. Di testa e di gambe».
Cosa deve avere necessariamente una squadra vincente? «Deve sapere gestire bene il pallone e, quando non ce l’ha, lo deve recuperare il prima possibile».
Nelle sue tante Juventus chi erano i big della prima fase e chi quelli della seconda? «Nel primo gruppo ci stanno Capello, Haller, Causio, ma anche Scirea, un grande organizzatore di gioco. Nel secondo il top era Del Sol, quindi Leoncini, Tardelli, Benetti e il sottoscritto».
Invece chi sono, a suo avviso, quei giocatori che avrebbero potuto dare di più alla Juve? «Il primo è Marocchino. Qualità incredibili ma disordinato. Per sfondare devi condurre una vita da atleta. Io non mi sono fatto mancare nulla, ma a piccole dosi. Dopo Marocchino metto Fanna, un talento eccezionale, ma dovevi stare sempre lì a pungolarlo. Un altro è Tavola, dotatissimo, ma con scarsa determinazione, si spegneva come una candela, da solo. Da ultimo, anche se un po’ a malincuore, dico Anastasi».
Anastasi? «Chiarisco: ha fatto tantissimo, era juventino dentro, e lo è tutt’ora. Ma con le doti e le qualità e che aveva, avrebbe potuto e dovuto fare di più. A un certo punto si è ingarbugliato su se stesso, sono nate incomprensioni. Quando si è giovani si è puntuti, si rischia di smarrirsi».
La lingua batte dove il dente duole, lo scudetto perso nel 1976: «Lo ammetto, mi fa ancora arrabbiare quella storia. E poi proprio al Torino dovevamo fare quel regalo?».
Vi siete rifatti, con gli interessi, l’anno dopo, però: «È vero, ma in quegli anni il Toro ci rendeva la vita difficile. Con noi facevano i fenomeni. La settimana del derby era la più lunga dell’anno. Un incubo. Specie per chi come me veniva dal settore giovanile. La tensione era altissima e in campo si vedeva. La Juve giocava, i granata facevano i goal».
Il dato oggettivo è che alla fine della stagione 1976-77 siete di nuovo Campioni d’Italia: «Quella per me è stata l’annata magica, la più bella vissuta alla Juventus. Lo scudetto, il record di punti, il mio goal decisivo al Napoli al minuto ottantasei a tre giornate dalla fine. E l’anno seguente, ecco il bis per la mia seconda doppietta personale. Che goduria».
Siamo nel maggio 1978. A questo punto manca solo una cosa: la Nazionale: «E invece niente. In Argentina andarono nove juventini, ma io rimasi a casa. Che dire? Non ci siamo mai amati, e non so il perché. Bearzot mi disse che avrebbe puntato su un gruppo giovane e che per me non c’era posto. Ma è stato l’unico a darmi una motivazione».
Gli altri? «La sola cosa che posso raccontare è che Valcareggi, dopo Italia-Turchia del 25 febbraio 1973 vinta per 1-0, dichiarò ai giornalisti nello spogliatoio: “Ho trovato finalmente il mediano per questa Nazionale”. Ricordo che avevo a fianco Mazzola che mi disse “Non gli credere”. Ebbe ragione lui. Non mi convocò più».
Non c’è male! «Lasciamo perdere. La maglia azzurra l’ho indossata tutte le volte che ho giocato con la divisa di riserva della Juve, come nella meravigliosa notte di Bilbao. Conquista della Coppa Uefa, finalmente il primo trofeo internazionale. E con una squadra tutta italiana».
Arriviamo agli anni Ottanta e alla sua terza accoppiata tricolore. Partiamo dal 1980-81: «Campionato molto equilibrato, giocato a tre con Juve, Roma e Napoli. C’era la grande novità degli stranieri. Da noi arrivò Brady, un ragazzo straordinario, oltre che un regista dall’ottima visione di gioco».
Lo scudetto 1980-81 è legato alla partita contro la Roma, quella del goal annullato a Turone e della sua espulsione: «Giocai con la rabbia negli occhi. Mancavano poche giornate dalla fine e quello era uno scontro diretto per lo scudetto. Ci mancava mezza squadra. Tardelli e Bettega erano stati squalificati, Allora dissi al Trap: se la mettiamo sul piano del gioco, ci fanno neri. Buttiamola sull’agonismo. Giocai al limite del regolamento».
Ma andò oltre: Bergamo tirò fuori il rosso: «Fu una stupidaggine con Maggiora, tra l’altro mio vecchio compagno juventino. Ma alla fine fu 0-0 e punto decisivo. Quello era il mio modo di giocare. Correre, lottare, incitare i compagni, talvolta scuoterli».
E degli altri compagni stranieri della Juve? «Di Del Sol abbiamo detto. Di Altafini, che venne da noi a trentaquattro anni, mi impressionavano velocità e voglia di giocare. Quanto a Platini, a qualcuno ha fatto piacere metterci l’uno contro l’altro. Dicevano che non volevo passargli il pallone. Balle! Il nostro rapporto era buono, era cliente della mia assicurazione. Rimane Boniek: simpaticissimo. Imparò subito la nostra lingua. Diceva che in confronto al polacco, l’italiano era facile facile».
Mi sembra che manchi un certo Haller: «Helmut! Che mattacchione. L’unica multa presa alla Juve la devo a lui. Una sera mi convinse ad accompagnarlo a Saint Vincent, al casinò. Perse un sacco di soldi e per smaltire la delusione andammo prima al ristorante e poi al night. Alle nove di mattina non eravamo ancora tornati a casa. Risultato: ricca multa. L’unica».
Torniamo ancora al 1982. A trentasei anni lei gioca uno dei migliori campionati: «Al punto che ricevo un’offerta per andare altrove».
Dove? «A Napoli. Venne a casa mia Antonio Juliano, che all’epoca era uno dei dirigenti della squadra partenopea. Fui sorpreso e lusingato, anche perché la proposta era molto interessante».
Boniperti sapeva? «No, non lo ha mai saputo. Fino a questa intervista. Io comunque dissi di no, anche perché dovevo star dietro all’agenzia di assicurazioni che avevo rilevato già dal 1979. Devo dire che rinunciai a malincuore».
Avrebbe dunque lasciato la Juventus? «Le strade tra calciatore e società prima o poi si dividono. La società ha i suoi programmi, che a un certo punto non coincidono più con i tuoi. Io ci stavo pensando già da qualche anno. Vedevo che venivano inseriti nella rosa dei probabili successori: prima Marchetti, poi Tavola, Verza, lo stesso Prandelli. Io ho giocato sempre le mie carte, poi però la corsa è stata “truccata” e allora ho capito che era meglio dire basta».
Si riferisce a una situazione in particolare? «Mi riferisco alla seconda parte della stagione 1982-83. Niente contro Bonini, ma era già stabilito che dovesse giocare lui».
Perché è rimasto anche la stagione successiva? «Avevo deciso che quello sarebbe stato il mio ultimo campionato. La fortuna ha voluto che arrivasse l’ennesimo scudetto e per una manciata di minuti ho eguagliato Giovanni Ferrari. Ma stare in panchina non era per me. Quella volta contro l’Avellino sono entrato, perché era giusto. Ma altre volte ho detto di no al Trap: “Fai entrare Prandelli”. Eppure alla fine di quell’anno avrei avuto una clamorosa occasione di rivincita».
Cioè? «Venne a cercarmi un amico, Sergio Rossi, che nel frattempo era diventato il presidente del Torino, per offrirmi un anno di contratto».
Furino in maglia granata? «No, non sia mai. Sarebbe stato un atto contro natura. Io sono juventino da sempre e lo sarò per sempre. Specie adesso che è arrivato Ludovico, il primo nipotino al quale devo trasmettere le tradizioni di famiglia».
Tra le quali mi risulta ci sia anche la musica: «Proprio così. Mio padre ha sempre avuto una grande passione per la musica ed io ho un piccolo sogno nel cassetto: imparare a suonare il mandolino».

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