giovedì 8 giugno 2017

David PLATT


Raggiunge la Juventus nell’estate del 1992, come tredicesimo juventino di madrelingua inglese: del resto era scritto che Platt sarebbe arrivato a Torino, lo era da oltre un anno. Da quando, cioè, il Bari specificò sul contratto del giocatore che, in caso di cessione, sarebbe stata interpellata subito la Juventus. Trattativa complessa ma abbastanza scontata: alla fine Trapattoni ottiene il giocatore dinamico ed eclettico che cercava. Platt diventa il Tardelli di Chadderton: simile forza agonistica, simile rapidità di esecuzione: «Sono nato attaccante – dice in un italiano rodato dall’anno trascorso a Bari, appena arrivato a Torino – e il goal rimane la componente del calcio che preferisco. Però, so adattarmi a ogni circostanza e mi ritengo valido anche in fase di copertura. Il raffronto con Tardelli mi lusinga; è stato un grande campione, magari la mia carriera potesse davvero assomigliare alla sua. Ricordo come fosse oggi la magnifica Juventus che nel 1983, in Coppa dei Campioni, venne a vincere a Birmingham contro l’Aston Villa. Reti di Rossi, Boniek e di Cowans per noi. Posso dire che da quella sera ho sognato i colori bianconeri».
Fascino di un ricordo. Se la fine della storia è facile, comoda e piacevole, non altrettanto si può dire degli inizi: Perché Platt ha fatto parecchia fatica per sfondare, per convincere i più scettici che il suo fisico, non proprio mastodontico, poteva produrre un campione: «Ha i muscoli e il cervello di un criceto», scrisse un giornale britannico. E in maniera non troppo diversa la pensava l’allenatore Ron Atkinson e fu proprio quel tecnico rude a convincere David che il Manchester United non avrebbe mai puntato su di lui; difatti, fu dirottato in quarta serie, nel Crewe Alexandra: sembrava la fine, invece, era l’inizio. In quella specie di giungla agonistica, Platt imparò a lottare e non solo in campo. Fino ad allora, la vita non gli aveva negato nulla: una famiglia ricca, l’autista per la scuola, la governante brasiliana. Diciotto anni comodi e piacevoli, vissuti tra campi di calcio e scuola: e sui libri andava forte, Andrew, tanto da essere considerato quasi un latinista in erba.
Il Crewe Alexandra gli regalò le prime vere soddisfazioni: 127 partite di campionato, sessantacinque goal. Sul ragazzo si posarono gli occhi di Graham Taylor, destinato a diventare selezionatore della Nazionale. Taylor lo portò all’Aston Villa e il suo intuito fu presto ricompensato: ottimi campionati, molti goal, un titolo della Premier League sfiorato, la convocazione nell’Inghilterra, infine il Mondiale italiano: «Devo ringraziare Italia ‘90, se oggi sono qui, se tutti mi hanno apprezzato. Devo ringraziare, soprattutto, quel goal al Belgio, nei tempi supplementari: una girata al volo utile a me, al mio futuro e alla squadra». Che fu sconfitta solo in semifinale dalla Germania, ai rigori, e si piazzò poi quarta, battuta anche dall’Italia nella finalina di Bari. Già, Bari, un destino: «Purtroppo è andata male e quella delusione non l’ho dimenticata. La retrocessione si poteva evitare, siamo stati sfortunatissimi».
Dopo la mazzata della B, quella degli Europei: «È stata durissima: pensavamo di poter conquistare il titolo, invece siamo tornati a casa al primo turno. In Svezia ho vissuto la più grossa delusione della carriera, però nello sport come nella vita è necessario guardare avanti. La Juventus mi offre questa e altre possibilità».
A Bari ricordano David come un tipo socievole e allegro, a Birmingham si dilettava registrando improbabili segreterie telefoniche a sfondo osé. Nonostante lo spiccato e assai britannico senso dell’humour, David Platt è un tipo tranquillo e riservato. Trascorre la maggior parte del tempo con la sua Rachel, una biondina sposata prima di raggiungere il ritiro di Macolin.
«Che cosa mi riprometto di fare e di essere? – confessa – Se dico che segnerò tanti goal partirei con il piede sbagliato, e se poi non sapessi mantenere la promessa? No, meglio dire che cercherò di giocare come so, a tutto campo. I goal saranno una conseguenza del mio movimento. Bisognerà inoltre vedere come Trapattoni intenderà utilizzare tutti i campioni a sua disposizione. Io per ora conosco tutti di faccia, fra due settimane, dopo il ritiro, sarà più facile per me esprimere dei giudizi tecnici. Con Roberto Baggio, Vialli e Casiraghi spero che si riesca a giocare anche per divertirsi, perché è questo il bello del calcio. In questo momento, guardando l’organico, dico che dobbiamo partire per vincere tutto sapendo che in Europa non sempre arriva in fondo la squadra migliore, troppe sono le incognite. Ma in campionato, su trentaquattro partite, i valori emergono più netti. Sapremo battere il Milan? Io dico che per noi non sarà facile, ma altrettanto difficile sarà per il Milan ripetere lo straordinario cammino del campionato scorso. Troppi stranieri potrebbero creare problemi in casa rossonera? Vado controcorrente. Dico che la concorrenza in questi casi non è negativa. Chi gioca sa che il posto è sempre in pericolo e farà di tutto per conservarlo, quindi si batterà sempre al massimo. Anche alla Juve c’è uno straniero in più, ma ci sarà spazio per tutti».
David fallisce con pochissime colpe e viene venduto alla Sampdoria; in maglia bianconera raccoglie il misero bottino di ventidue e quattro goal. Giocatore sveglio, intelligente, mobile, grintoso, molto bravo sotto porta; poiché il campionato italiano si rivela spesso molto e troppo complicato tatticamente per quasi tutti i calciatori britannici, poteva stare alla Juventus da protagonista (com’è ovvio che sia, essendo il capitano della Nazionale inglese) solo in un contesto a lui propizio, anziché in uno a lui assolutamente sfavorevole. «Mi sono dovuto piegare alle esigenze della squadra – accusa alla fine della stagione – ma non sapevano chi ero e come giocavo? A Bari sì che hanno gustato un po’ del vero Platt, a Torino quasi mai. E non solo per colpa mia. Comunque sia, la Juve mi ha insegnato molto, me ne vado in amicizia. Ho un ottimo rapporto con tutti. Evidentemente la Samp era nel mio destino: dovevo venirci due anni fa, ci arrivo adesso con la prospettiva di giocarci un’altra stagione importante».
In blucerchiato andrà meglio, anche perché l’ambiente doriano è molto più rilassato di quello juventino. Venivano dai successi di Mantovani, quindi pubblico sazio e accomodante; la Juventus, invece, era nel pieno del periodo di vacche magre che sembrava non aver fine. Fallita la rivoluzione di Maifredi, era stata operata la restaurazione targata Boniperti con esiti deludenti (la Coppa Uefa sarebbe arrivata l’anno successivo) e poi perché, a Genova, fu fatto giocare nel suo ruolo: un organizzatore di gioco dietro di lui, Jugović; nessun compito sulle fasce, riservate a Lombardo e Serena; due punte, Gullit e Mancini, mobili, capaci di creargli spazi e con i piedi fatati, in grado di innescarlo nelle sue incursioni nell’area avversaria, una delle sue qualità, considerato che, nella Nazionale inglese, giocava addirittura seconda punta.

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