sabato 25 giugno 2016

Aldo SERENA

«È un campione, ma soltanto dalla vita in su». Gianni Agnelli aveva le idee chiare e, soprattutto, il gusto di esporle senza tante perifrasi. Naturalmente, le parole di Agnelli non volevano essere un complimento, ma neppure una critica severa. Lui, Aldo Serena, non se la prese; in fondo non aveva mai goduto di fiducia illimitata nelle squadre dove aveva militato. Nasce a Montebelluna, in provincia di Treviso, una cittadina di 24.000 abitanti nella quale molti giovani avvertivano ancora il richiamo del calcio. Atletico, potente, molto abile nel colpo di testa, si era fatto notare fin da ragazzino per la serietà che metteva negli allenamenti. Ricorda l’allenatore Riccardo Menegon, che aveva avuto tra i giovani allievi quel ragazzo dai capelli biondissimi: «A quel tempo giocava mediano oppure centrocampista. Lo notai perché era più alto degli altri e perché, più degli altri, prendeva il gioco sul serio. Con la testa sapeva far tutto, però era lento, pareva che le sue gambe fossero d’impiccio, ma io non mi impressionai; i ragazzini non coordinano perfettamente, specie quando crescono in fretta. A molti non piaceva, questo Serena, ma a me sì perché mi sono sempre piaciuti quelli che si buttano su ogni pallone, quelli che non mollano mai».
Aveva esordito nel 1977 nella squadra della sua città: il Montebelluna, che partecipava al campionato di Serie D. In quella prima stagione ufficiale giocò ventinove partite e realizzò nove reti, sufficienti per suscitare l’attenzione di alcune grandi società; già nel 1975 stava per finire fra le giovani promesse juventine. Ricordava Tiziano Tessariol, presidente del Montebelluna: «Il dottor Bolis, che era un osservatore della Juventus, voleva lui e suo cugino Pozzobon. Li avrebbe tenuti entrambi nel vivaio bianconero. Pozzobon ebbe un incidente di gioco molto grave che lo costrinse a smettere con il calcio; Aldo disse che, da solo, non ci sarebbe andato». Alla Juve, comunque, Aldo arriva ugualmente, anche se con una decina di anni di ritardo, dopo aver girovagato per mezza Italia.
«La Juventus aiuterà Aldo Serena a diventare grande – ne è convinto Caminiti – il Torino gli è servito per questo approdo coi goal bellissimi, nove, che ha fatto. Forse, finalmente, nella Juventus ne segnerà qualcuno in più, non è da escludere, io l’ho studiata la storia della Juventus e ci ho trovato tutti i fermenti ideali alla vita di un calciatore. La Juventus non è soltanto italiana, essa è internazionale come tutte le altre squadre più grandi, con in più il suo stile smagato, la sua perenne innocenza, il suo bisogno di isolamento; la Juventus è nata nell’altro secolo dal ghiribizzo di alcuni figli di papà che non ne potevano più della retorica dei loro genitori, convinti che la pacificazione, l’amor del mondo, fossero alla base di tutto. Quindi altro che faide paesane, altro che rivalità fagocitate da dipendenti in mala fede, da guastatori del costume calcistico. Il calcio ha bisogno di ingenuità a tutti i livelli e, comunque, ha bisogno di sportività a tutti i livelli. Nessun odio di parte deve essere alimentato. Cosa farà Aldo Serena nella Juventus? Quanti goal metterà a segno? L’ho già visto all’opera con la nuova maglia, l’ho visto tra i nuovi compagni. Vi posso dire che l’operazione di trapianto è stata felicemente realizzata. Aldo Serena così si aggiunge, col suo viso tondo e i suoi occhi azzurri, la sua inquietudine tipica di cittadino veneto comissiano, veneti delle sue plaghe native hanno riempito i piroscafi nell’emigrazione transoceanica, ai profili più noti della famiglia juventina, si cala nella realtà in movimento professionale e morale della più grande squadra italiana, per partecipare alle sue nuove vittorie. Ed io non so quale sorte futura, quale nuova emigrazione, attenda questo sano giovanotto, questo intelligente ragazzone, il cui cartellino è di proprietà di Ernesto Pellegrini. Mi auguro tuttavia che la permanenza di questo pivot del goal leggendario, i goal che segnava un Bettega, un Charles, non sia solo un passaggio alla Juventus. Perché scegliere una maglia in fondo, una e non tante, può essere il vero segreto, non commerciabile, di un campione».
Serena vince il suo primo scudetto, realizzando venti goal in trentacinque presenze: segna di testa, di piede e anche di sponda (nel derby di andata, deviando fortunosamente una punizione di Cabrini). Si scatena soprattutto in Coppa Campioni, dove timbra il cartellino cinque volte in quattro partite. Nel dicembre 1985 conquista anche la Coppa Intercontinentale contro l’Argentinos Juniors, segnando uno dei rigori nella lotteria dal dischetto. Purtroppo, risulterà fatale per la Juventus la sua assenza nella doppia sfida contro il Barcellona: Briaschi al Camp Nou e, soprattutto, lo sciagurato Pacione al Comunale, con clamorosi errori determineranno l’eliminazione dei bianconeri. Serena rimane anche nell’annata 1986-87, quella che Marchesi porterà al secondo posto dietro il Napoli di Maradona, durante la quale segnerà “solamente” sedici reti in trentasei partite.


ENRICO VINCENTI, “HURRÀ JUVENTUS” APRILE 2010
Montebelluna, Como, Bari, Inter (tre volte), Milan (due volte), Torino e Juventus. Queste le squadre in cui ha militato Aldo Serena. Tre scudetti vinti con tre squadre diverse. Tanti goal segnati, ovviamente molti contro ex squadre. Un vero e proprio bomber di razza: devastante nel colpo di testa, potente nella conclusione, soprattutto di sinistro. Spesso uomo derby, anche perché fra Torino e Milano di derby ne ha giocati molti e su tutte le sponde. Forse proprio per questo è la persona che meglio può presentare il derby per eccellenza, quello d’Italia: «Non è facile dare una connotazione a questa partita. Più che altro Inter-Juventus era una gara, almeno per come l’ho vissuta io, segnata da una profonda rivalità storica, ma anche da un forte rispetto reciproco. Da interista era la partita più importante della stagione, contro un avversario che non mollava mai. Anche se magari non stava attraversando un grande periodo di forma, era sempre difficilissimo da battere».
E in casa bianconera cosa voleva dire affrontare i neroazzurri? «La sensazione era analoga. Io non sono stato fortunato, perché nelle mie due stagioni in bianconero, causa infortuni, non sono mai riuscito a giocare la gara casalinga, mentre a San Siro da juventino ho segnato due goal: uno ci ha permesso di pareggiare, l’altro non ci ha impedito la sconfitta. Anche se in quegli anni l’Inter non era certo all’altezza della Juventus, era ovviamente sempre una prova difficilissima».
Come si viveva la gara nei giorni precedenti e cosa vi chiedevano i tifosi? «Per noi giocatori di certo non c’era bisogno delle pressioni dei tifosi per sentire quella partita. In particolare da bianconero ricordo che nelle gare disputate a San Siro avevamo sempre un folto numero di tifosi essendo la Brianza un feudo di juventini».
Due società storiche. Come hai vissuto la tua permanenza in entrambe? «Nell’Inter sono stato in vari periodi con presidenti e dirigenti diversi, mentre nella Juventus sono stato in uno dei momenti più felici della sua storia, a metà degli anni Ottanta, con Boniperti presidente, Trapattoni allenatore e giocatori come Platini, Cabrini e Scirea. Prima di arrivare credevo fosse una società molto complessa, in cui fosse difficile inserirsi. Dopo una settimana di ritiro mi sono subito reso conto che era una società snella con tre persone importanti da prendere come riferimento: il presidente Boniperti, il proprietario Agnelli e l’allenatore Trapattoni. Con tutti loro si poteva dialogare. Nella Juventus ti sentivi come in famiglia».
L’inserimento dunque è stato facile. «Questo aspetto mi ha facilitato moltissimo. Infatti, anche se quell’anno la Juventus aveva cambiato ben quattro undicesimi della squadra, partimmo subito alla grande. Credo che quell’organizzazione societaria sia stata una delle ragioni delle nostre vittorie. Ancora oggi se penso a una società ideale mi viene subito in mente quella, in cui ho vissuto due bellissimi anni».
Un arrivo non facile, perché provenivi dall’altra squadra della città, il Torino. «Anche questo si ricollega a quanto dicevo prima. Era stata un’estate difficilissima e proprio in virtù di queste difficoltà temevo di non ambientarmi subito. Invece è andata molto bene, grazie all’esperienza e all’intelligenza del presidente, dell’allenatore e dei giocatori più vecchi. Persone in grado di capire subito quali potevano essere i problemi per un nuovo arrivato».
Una stagione coronata subito da grandi successi. «Il mio primo anno alla Juventus è stato probabilmente il più bello della mia carriera calcistica. Quando giochi in una squadra del genere sei inevitabilmente proiettato in una dimensione mondiale. Arrivano giornalisti da tutto il mondo per chiederti interviste. Se fai goal conquisti le copertine dei giornali, insomma tutto viene percepito in una dimensione più ampia di quello che poteva capitarmi con le altre squadre. Quell’anno eravamo partiti benissimo vincendo le prime otto partite e perdendo poi alla nona a Napoli. Quell’inizio ci aveva consentito di guadagnare subito un ampio margine sulla seconda in classifica. Dopo la straordinaria vittoria della coppa Intercontinentale a Tokyo, eravamo un po’ stanchi e questo vantaggio risultò estremamente utile. La Roma ci raggiunse, ma nello sprint finale riuscimmo a vincere lo scudetto».
Era una Juventus profondamente cambiata dall’arrivo di Lionello Manfredonia, Massimo Mauro e Michael Laudrup e dalla partenza di giocatori come Paolo Rossi, Marco Tardelli e Zibì Boniek. «Quella Juventus aveva un mix di freschezza e di esperienza, per la presenza di giocatori come Gaetano Scirea, che era un esempio per tutti fuori e dentro il campo, di Antonio Cabrini e Michel Platini. Grandissimi campioni che diedero molto ai giovanotti come me Manfredonia, Mauro o Laudrup, pieni di voglia di fare e imparare».
Poi il ritorno all’Inter. «In realtà io non ho mai scelto la squadra in cui andare. All’epoca non c’era ancora la possibilità di scegliere ed è stata l’Inter, che era proprietaria del mio cartellino, a decidere. Era proprio un accordo tra le due società per cui io dovevo stare a Torino due anni e Tardelli passare ai neroazzurri. Finiti i due anni, l’Inter mi ha richiamato».
Due esperienze, un comune denominatore: Giovanni Trapattoni in panchina. «Trapattoni è il mio allenatore di riferimento. Con lui ho raggiunto i traguardi più alti della mia carriera. Il suo atteggiamento schietto e leale è sempre stato molto importante per me. Il Trap era proprio l’allenatore ideale per grandi squadre e grandi campioni, perché era immune allo stress, qualità fondamentale per allenare a certi livelli, e perché sapeva capire i giocatori. Era ed è ancora un grande gestore di uomini. Non credo agli allenatori universali, quelli che possono fare bene in tutte le squadre. Ci sono quelli per le compagini più modeste, che sanno dare particolari motivazioni o trovano soluzioni tattiche per colmare le lacune di un gruppo modesto, e poi ci sono quelli come Trapattoni adatti a capire i grandi campioni e a gestire panchine importanti».
Tante squadre, tante città diverse. È stato semplice per te? «A posteriori posso dire di essere stato fortunato. Ho vissuto anche nei due Milan di Farina e di Berlusconi, completamente agli antipodi come gestione. Ho fatto tante esperienze, incontrando molte persone. Questo mi ha aiutato a capire meglio il calcio, gli allenatori e tutti i problemi che ruotano attorno ad una squadra. Ovvio che nel mio sogno da bambino c’era quello di poter diventare la bandiera di un club. Non è accaduto, e non per colpa mia, ma perché mi hanno sempre ceduto o dato in prestito, comunque è andata bene lo stesso».
Un’esperienza importante che ora ti serve nella tua veste di commentatore televisivo. «Sicuramente. Innanzitutto perché adoro il calcio e sin da bambino volevo solo giocare a pallone. E poi, come dicevo, mi è stato utile avere tanti allenatori e giocare in squadre con moduli diversi. Ad esempio il Milan di Capello, decisamente diverso dalla Juventus o dall’Inter di Trapattoni. E poi Radice, che ho avuto sia al Torino sia all’Inter, che aveva idee moderne e diverse da molti altri allenatori. Insomma tutto ciò mi ha consegnato un bagaglio di esperienze che oggi sicuramente mi tornano utili».

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