venerdì 10 giugno 2016

József VIOLA

Jeno Karoly, l’allenatore della prima Juventus di Edoardo Agnelli, era stato allenatore del Savona. Con lui, che già insegnava calcio, c’era un giocatore magiaro, József Viola, difensore centrale, che seguì poi il tecnico nel suo viaggio a Torino. Chi lo ha visto giocare, sostiene che, dopo Monti e Parola, Viola può essere considerato il più forte centromediano nella storia bianconera, in tempi nei quali i giocatori di questo ruolo non avevano ancora l’aiuto del libero. Le scarne cronache di allora lo descrivono come un giocatore eclettico, tecnicamente molto dotato, ma amante del gioco rude, maschio. Fisicamente molto forte pur se di taglia media e dal torace molto sviluppato, non era molto veloce nello scatto breve, ma aveva una grande resistenza alla fatica, ottimo nel gioco di testa per la perfetta scelta di tempo nello stacco, il che gli consentiva di sopperire alla statura non certo eccezionale.
Non era scorretto, ma conosceva tutte le astuzie e le malizie per provocare gli avversari e costringerli al fallo. Caratterialmente era molto difficile, sia in campo sia fuori, ma ciò permise a Viola di essere un leader della squadra. Non tollerava, da parte dei giornalisti, nessuna critica che riguardasse la sua vita privata: «Accetto solo giudizi che riguardano cosa faccio o non faccio in campo e non permetto a nessuno che mi consideri un indisciplinato». E con queste parole apostrofò un giornalista nel corridoio degli spogliatoi, aggiungendo con tono minaccioso: «Venga fuori che discutiamo da uomini!»
Viola, dopo un inizio da laterale prese al centro della difesa il posto del forte Monticane, morto per un aneurisma. In questo ruolo, l’ungherese, riuscì a dimostrare tutto il suo valore, tanto che l’allenatore Karoly utilizzò il giovane Rosetta come centravanti, lasciandogli seguire gli istinti di inizio di carriera. Il magiaro fu uno dei protagonisti della stagione 1925-26, quella del secondo scudetto juventino. I giornali dell’epoca lo ricordano come un vero gladiatore e, nella finalissima, tre giorni dopo la morte di Karoly, era stato il migliore in campo, giocando anche, se non soprattutto, per il suo allenatore appena scomparso, per il connazionale e amico che, volendolo con sé, gli aveva aperto la strada verso il calcio italiano, verso la Juventus.
La stagione 1926-27 lo vede sdoppiarsi fra la panchina e il campo (solo dieci presenze). L’anno dopo, considerato il veto della federazione all’impiego di giocatori stranieri, interrompe la sua attività, pur continuando a battersi per ottenere la cittadinanza italiana e diventa l’allenatore dell’Ambrosiana. Diventato italiano, ritorna alla Juventus come giocatore, agli ordini di George Aitken. Dal 1930-31 è all’Atalanta come giocatore-allenatore; si fermerà a Bergamo per altre due stagioni in veste di allenatore. Dalla panchina guiderà in seguito Milan, Vicenza, Lazio, Spezia e Milan, Livorno, Spal, Bologna e Como. Desta molta curiosità il fatto che, nella stagione 1938-39, fu contemporaneamente direttore tecnico dello Spezia e allenatore del Milan. Altri tempi.


VLADIMIRO CAMINITI
1924: vive la Juve dentro oasi di ricercatezza, nel paese si spandono le scelleratezze dei fascisti, il lusso ignora la miseria, D’Annunzio sfolgora di finte grandezze, l’eloquenza maschera la verità. Zambelli, l’orecchiuto labbruto popputo gerente di “Hurrà”, rivista mensile del FBC Juventus, formato quaderno con l’epigrafe del presidente Corrado Corradino sul frontespizio: la vittoria è del forte che ha fede, fa un bel colpo nel numero di ottobre, ottiene le confidenze dell’ispido biondastro Giuseppe Viola, centr’half della squadra. Il valentissimo half si negava con rossori e scrollate di capo. Zambelli strapregò Karoly l’allenatore e arrivò alla redazione della rivista, in Via Carlo Alberto 45, una lettera. C’era scritto: «Ho appena ventotto anni e già tre figli. Quanti avrò ancora! Non saprai! Tanto la futura half linea è fatta e i miei violini cominciano già a conoscere i secreti del bel gioco di calcio, curando mie gambe dopo ogni partita. Io invece iniziavo carriera calcistica a dodici anni e fra poco giocavo nella squadra boys del Torekves da centro forward, centro half e half laterale. Ma mie preferenze erano per centro half, malgrado che in quel posto sembrava impossibile realizzare il più bel sogno di mia gioventù: entrare nella squadra Nazionale, perché era eternamente occupato dal più grande pioniere del football ungherese (Karoly, l’allenatore di Viola). Ma con tempo e pazienza tutto deve andare e anche io sono riuscito a difendere i colori nazionali e giocavo otto volte quando, per i motivi ben conosciuti, emigravo prima in Germania e poi Italia che fu diventata mia seconda patria… Firenze… Spezia… quante rose… quante spine… Poi quest’anno avevo piacere prendere parte alla gloriosa tournée juventina in Germania e se penso mi sento diventare Napoleone ed esclamo: Dresda! Lipsia! Hannover! Brema! Di nuovo e di nuovo ritorno ricordarmi alle partite in quella città durante che ho imparato amare i miei carissimi nuovi compagni. E per me sarà il più grande soddisfacimento se potrò rilevare in loro li stessi sentimenti e goderli in molti anni».
La prosa col suo misterioso affiato esotico restituisce un’anima di campione del calcio alquanto candida. Ma per capirne di più bisogna tradurre la prosa della rivista sportiva “Kampf di Dresda”, che dedicava al bianconero in occasione della tournée juventina del maggio 1924 un articolo dal titolo: “Viola, half fenomeno”. Vi si leggeva tra l’altro: «Nella squadra della Juventus, accanto a dieci italiani, giuoca un ungherese: Viola, l’half di classe, che conoscevamo già di fama. Quando venne organizzato il famoso incontro Germania-Ungheria, il suo nome fu tra i più in vista. In che posizione giuocò oggi Viola contro il Brandemburg? Ovunque, da half, da forward, da bach! Stava in difesa quando la squadra cedeva, teneva l’ala destra con la stessa sicurezza della sinistra; toglieva la palla all’ala avversaria, la portava al centro, la passava di precisione all’ala sinistra, poi si fermava a osservare il risultato dell’azione che aveva creato. Tornato al proprio posto, quando Hausmann e Findeisen avanzavano, era di nuovo tra loro a intercettarne i passaggi, quasi il suo piede avesse un influsso magnetico sul pallone. È cresciuto alla scuola magiara che apprese dagli inglesi l’arte dei passaggi bassi, ma addotta anche il giuoco alto quando lo ritenga il più conveniente. Non si vedono in lui raffinatezze di giuoco: non lavora che alla più spedita realizzazione del goal. Al sistema inglese della fitta rete di passaggi preferisce l’azione che punta decisa alla porta avversaria. I suoi pregi sono i colpi precisi e lunghi che sfiorano l’avversario e si arrestano ai piedi del compagno forward, nell’area di rigore. Viola è battagliero; se ha la palla e non la può passare lavora di dribbling anche contro due tre avversari e la palla pare legata al suo piede. Magnifico nei salti, e così possente nei passaggi di testa che si direbbe calci… con la testa… Dopo cinque minuti che giuocava ognuno ne aveva apprezzato la classe… Al fischio finale dell’arbitro era fresco come all’inizio…».
Quanto sono effimere certe elucubrazioni tecnico-tattiche d’oggidì sul calciatore, italiane e italianissime. Viola, emaciato campione di altre stagioni, giocava come i veri assi degli anni futuri. Giocava a tutto campo, giocava per la squadra, serviva il collettivo.

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