venerdì 1 gennaio 2016

Stefano BELTRAME

Una sola presenza in bianconero per Stefano Beltrame, sostituendo Marchisio nel match casalingo del 26 gennaio 2013 contro il Genoa. Una sola partita, abbiamo detto, per il talentuoso attaccante ma abbastanza per esordire in Serie A e per potersi fregiare dello scudetto tricolore conquistato dalla “Vecchia Signora” al termine di quella stagione. Poi il trasferimento a Bari, dove si farà valere e voler bene.

FABIO ELLENA,
“HURRÀ JUVENTUS” GENNAIO 2013
È partito da Biella, si è fatto conoscere a Novara ed è esploso definitivamente a Vinovo. Oltre che della Primavera bianconera, Stefano Beltrame può essere considerato un simbolo del calcio piemontese, una realtà che negli ultimi anni sta regalando sempre nuovi talenti. E quando si parla di talento, Beltrame ha validi argomenti da proporre. Come dimostrato tante volte nell’ultima stagione e mezza trascorsa in forza alla squadra di Marco Baroni.
E in attesa di un 2013 che tutti (lui in primis) si attendono come l’anno del grande salto, Stefano si racconta per “Hurrà Juventus”. A partire dai primi passi di una carriera iniziata quasi per caso. «Ricordo ancora il mio primo giorno – inizia il suo racconto – avevo cinque anni e ho accompagnato un amico che già giocava nella Pro Candelo, la squadra del mio paese. Mancava un bambino per completare le squadre e l’allenatore ha chiesto se volevo giocare anch’io. Da lì ho iniziato e non mi sono più fermato».
Quali sono state le tappe che ti hanno portato alla Juventus? «È stato un crescendo, in società sempre più grandi. Dalla Pro Candelo sono passato alla Cossatese, poi alla Biellese e infine al Novara, dove sono approdato nel 2008, l’anno in cui hanno aperto il centro sportivo di Novarello. Lì c’erano le migliori condizioni per farmi crescere e un allenatore, mister Manzo, con cui sono trovato molto bene. E nel primo anno di Primavera ho anche avuto la possibilità di fare un goal contro la Juventus».
Il bianconero ha quindi cominciato allora a entrare nel tuo destino. «Intanto devo dire che della Juve sono stato tifoso fin da bambino. Quindi aver la possibilità di poterci giocare è stata una cosa straordinaria, un grande onore. Sono arrivato qui nell’estate 2011 e mi sono subito integrato bene nella squadra».
Se diciamo Villar Porosa cosa ti viene in mente? «Nella classica partita in famiglia ho potuto fare il mio esordio e, pochi minuti dopo il mio ingresso in campo, ho fatto goal a Manninger. Non mi sembrava vero di segnare contro la Prima Squadra. Ricordo ancora che ci fu l’invasione di campo e quattro tifosi volevano la mia maglia, ma noi avevamo avuto l’ordine da Guido (il magazziniere, ndr) di riportare indietro il completo altrimenti avremmo pagato la multa. E, sebbene a fatica, sono rientrato negli spogliatoi ancora vestito».
Come sono stati i primi mesi nella nuova realtà? «All’inizio ho fatto un po’ di fatica, perché ero in ritardo di preparazione. Ho capito subito che avrei dovuto darmi una mossa, soprattutto per adeguarmi ai nuovi ritmi. Fortunatamente sono riuscito in fretta a entrare nei meccanismi della squadra e il mister mi ha subito dato fiducia».
Una stagione sicuramente importante per la Primavera. «È stata un’annata fantastica, in cui siamo riusciti ad andare in fondo a tutte le competizioni. La vittoria a Viareggio è stata una gioia enorme. Le finali di campionati non sono andate come avremmo voluto, abbiamo pagato un po’ troppo la stanchezza. E in Coppa Italia abbiamo perso all’ultimo atto, ma avendo la possibilità di giocare la doppia finale con la Roma in due stadi veri».
A proposito, cosa significa per un ragazzo di diciannove anni giocare allo Juventus Stadium e all’Olimpico? «Sono state due esperienze incredibili. All’andata, a Torino, ero schierato titolare e quando sono entrato in campo mi è venuto un po’ di panico, era la prima volta che giocavo davanti a così tanta gente e in uno stadio del genere. Ho sentito la pressione e purtroppo non è andata benissimo. Nel ritorno a Roma, in uno stadio che ha fatto la storia del calcio italiano, sono entrato nel secondo tempo. All’inizio avevo ancora più tensione, però poi ho pensato che sono quelle le gare che bisogna fare per crescere, quindi non ci ho più pensato. E ho iniziato a giocare proprio come se fossi stato al Chisola».
Veniamo alla stagione in corso. La musica non è cambiata. «Con mister Baroni giochiamo per imporre sempre il nostro gioco, in ogni partita. In Italia, ma anche in NextGen, dove affrontiamo squadre più attrezzate e in grado di metterci in difficoltà. La nostra mentalità però ci impone di dare sempre il massimo, contro chiunque».
Per rendere ancora più speciale questa esperienza manca solo l’esordio con la Prima... «Vicino allo spogliatoio della Primavera sono appese le maglie dei ragazzi del Settore Giovanile che hanno avuto questa possibilità. Ogni volta che le vedo penso a loro che ce l’hanno fatta, ai meriti che hanno avuto per riuscirci e l’emozione fantastica che hanno provato».
Al futuro pensi ogni tanto? «Al momento non tanto. Sto pensando solo a lavorare e a crescere, soprattutto dal punto di vista fisico che è l’aspetto su cui devo migliorare di più. C’è ancora una stagione da finire e continuare come stiamo facendo finora, cercando di vincere più trofei possibili».
Ma un sogno ricorrente l’avrai sicuramente. «Certo, come ho detto prima io della Juve sono sempre stato tifoso. Quindi la speranza è quella di poter giocare un giorno con la Prima Squadra. L’anno prossimo andrò via a fare esperienza, ma con l’obiettivo di tornare. E per farlo farò di tutto, lotterò in tutti i modi».

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