lunedì 4 aprile 2016

EMERSON


Soprannominato il Puma per i suoi movimenti felini nel catturare la palla a centrocampo e nell’impostare rapidamente il gioco, nell’estate del 2004 segue Capello alla Juventus, dopo una lunga ed estenuante trattativa con la Roma. «Stavo male e avevo problemi di depressione. Ero in Brasile ad aspettare, mi turbava il fatto di rovinare il bel rapporto che avevo con l’ambiente giallorosso. Erano sei mesi che non ricevevo stipendio e c’erano altre cose che mi avevano promesso e non mi erano state date. E va bene, avevo accettato, conscio della situazione. Però poi arriva un’offerta importante e il presidente ti dice di no… Non fossi andato alla Juve la gente non avrebbe capito comunque: è successo lo stesso a Samuel e Cafu. E in ogni caso non avevo mica scelto la Lazio! Io non tradii. Per quattro anni ho fatto il mio lavoro e l’ho fatto bene. Il traditore è chi guadagna bene, non fa nulla per la squadra e poi se ne va». È la risposta del Puma ai tifosi romanisti che lo tacciano di tradimento.
Il suo innesto nel centrocampo bianconero è fondamentale e, nonostante sia afflitto dalla pubalgia, contribuisce in modo determinante alla conquista del ventottesimo scudetto. Emerson è in possesso di una grande intelligenza tattica e di un’ottima tecnica che usa sovente per proteggere il pallone: infatti, è quasi impossibile sradicarglielo dai piedi. In più, è molto abile negli inserimenti sotto rete e non sono rare le reti, quasi tutte decisive.
Il campionato successivo, è affiancato da Patrick Vieira e il centrocampo bianconero diventa quasi imperforabile; è una conseguenza logica, la conquista del ventinovesimo scudetto. Purtroppo, la compagine juventina non ha grande fortuna in Champions League; il primo anno è il Liverpool a eliminare la squadra di Capello, nella stagione successiva è sempre una squadra inglese a deludere le aspettative bianconere, l’Arsenal dell’ex Henry. Emerson, comunque, è sempre protagonista e riesce a realizzare goal fondamentali, come nei preliminari contro il Djurgarden oppure, in modo rocambolesco, contro il Werder Brema.
Nell’estate 2006, non volendo giocare in Serie B, si trasferisce al Real Madrid seguendo, per l’ennesima volta, Fabio Capello. «Sono stato io a scegliere il Real, a voler provare una nuova avventura. La Juve rimane il top della gamma. L’organizzazione è impressionante, la mentalità vincente. E ci sono leggi severissime, com’è giusto che sia. Quando sono arrivato nello spogliatoio della Juve ho subito intuito che o mi adeguavo oppure via, mi emarginavano. Il rispetto delle regole interne sta alla base di qualsiasi successo, lo si percepisce nei momenti di difficoltà. Sono stato molto bene a Torino, ho capito che cosa significhi essere in una squadra che gioca sempre per vincere».


FABIO ELLENA, “HURRÀ JUVENTUS” DICEMBRE 2005
Dicembre: tempo di bilanci (solo parziali per il calcio!) e previsioni. Ma come sarà il 2006 oramai alle porte? Per i cinesi sarà l'anno del cane. Per gli juventini, invece, potrebbe essere l'anno del Puma. Sì, quello di Emerson Ferreira da Rosa. Tanti gli appuntamenti di prestigio segnati nell'agenda personale e tanti i buoni propositi per un'annata che, per il brasiliano, si preannuncia ricca di grandi soddisfazioni. Un 2006 da vivere in caccia di nuove vittorie ed anche di qualche piccola grande rivincita. Con due casacche di prestigio: quella bianconera della Juventus e quella verdeoro del Brasile. C'è da cercare il bis in campionato e bissare la gioia vissuta al termine della sua prima trionfale annata torinese. C'è poi da dare l'assalto alla Champions League e cancellare il Liverpool, affrontato proprio nel momento peggiore per il Puma, alle prese con un fastidio muscolare che ne ha condizionato l'intera primavera.
Il tutto, senza dimenticare la Coppa Italia. Sì, perché la Juventus di Fabio Capello non intende lasciare nulla per strada. Obiettivi da raggiungere per arricchire la bacheca dell'ex romanista e per farlo arrivare con le pile cariche all'appuntamento Mondiale in Germania. In un Brasile che vuole confermarsi dopo il trionfo del 2002, c'è un Emerson che scalpita. Lui in Giappone e Corea non c'era, fermato dal più beffardo e sfigato degli incidenti. Un guaio alla spalla che lo ha privato di una gioia che si può vivere solo una volta ogni quattro anni. È un Emerson carico, deciso e speranzoso quello che si confessa per voi, amici di “Hurrà Juventus”. Una lunga chiacchierata a tutto campo, dal Brasile alla Juventus, dal nuovo socio. Vieira alla vita privata, in cui c'è spazio solo per un piccolo angelo: l'amatissima figlia Karolayne.
Partiamo. Il tuo bilancio fino a ora sembra buono. «La Juventus è una grande squadra e vincere uno scudetto alla prima stagione mi fa pensare che questo periodo è stato davvero molto positivo».
Il periodo è sufficiente per farsi un'idea. Per te la Juve è. «È molto differente dalle altre due squadre in cui ho giocato qui in Europa. È una società con una mentalità vincente ed è per questo che ha ottenuto così tanti successi nella sua storia».
Cosa pensavi prima di arrivarci? «Giocandoci contro, avevo già avuto modo di conoscere la Juventus per quello che faceva sul campo. Quando sono arrivato, sapevo anche la responsabilità che mi attendeva, cioè quella di cercare di vincere sempre. Uno deve adattarsi ed io credo di essermi ambientato presto. Qui ci sono tanti professionisti che lavorano con impegno e tutti vengono trattati allo stesso modo».
La Juve di quest'anno è. «Posso dire che in otto-nove anni di Europa non avevo mai giocato in una squadra così competitiva. Sia per i tanti atleti forti che abbiamo in rosa, sia soprattutto per la mentalità».
Si parla tanto di Capello, tu lo conosci bene. «È lui che mi ha portato a Roma ed è stato sicuramente un fatto positivo ritrovarlo come mister alla Juventus. Lo conosco benissimo e lui mi conosce altrettanto, questo sicuramente mi ha aiutato ad ambientarmi più in fretta. Confermo tutte le cose buone che dicono di lui: è una persona seria, che vuole vincere sempre, lavora al 100% e la stessa cosa la pretende anche da noi. In campo non si scherza e questo è il segreto della sua mentalità vincente».
La novità di quest'anno è soprattutto Patrick Vieira. Lo conoscevi prima del suo arrivo? «Sì, ho avuto modo di affrontarlo due volte. Io ero alla Roma, lui all'Arsenal e le nostre squadre si affrontarono in Champions League. A Roma vinsero loro 2-0, mentre a Londra fu 1-1. Ricordo benissimo la sfida a Highbury, perché giocai una grande partita, una delle più belle della mia carriera. Fummo costretti per quasi tutta la gara in dieci, ma uscimmo imbattuti. Patrick era già un grande giocatore, uno dei leader, lui e Henry erano quelli che prendevano per mano i compagni. Inoltre, quella sera, fu proprio lui a segnare il loro goal».
Non ti ha quindi stupito il suo inserimento così veloce. «No, è un grande professionista che vuole sempre vincere. E chi arriva con queste caratteristiche, nella Juve si inserisce in fretta. Non è cambiato, è un vincente e un trascinatore che in campo sa prendersi le proprie responsabilità».
Vi hanno subito definito la coppia centrale più forte del mondo. Una bella responsabilità, no? «A inizio stagione, prima del problema che ha costretto Patrick a fermarsi, abbiamo dimostrato ciò che siamo in grado di dare. Quando stiamo bene, possiamo fare la differenza a centrocampo».
Si può addirittura parlare di reparto più forte del mondo, viste le nomination per il Pallone d'Oro? «Direi di sì. È una bella soddisfazione vedere il mio nome e quelli di Vieira, Nedved e Camoranesi tra i candidati. Pavel ne ha già vinto uno ma credo sia più difficile per un centrocampista conquistare questo trofeo. Ciò non toglie che è un motivo d'orgoglio entrare nell'elenco dei cinquanta nominati. Per me è la seconda volta dopo quella dell'anno scorso e mi fa molto piacere».
Juventus e Brasile: due potenze. Come ti senti a far parte di due formazioni così? «Un'altra grande soddisfazione, perché si tratta di due squadre fantastiche. Ci sono molte differenze, sia nei giocatori che nelle caratteristiche. Ma entrambe hanno un aspetto comune: vogliono vincere sempre. La Juve di quest'anno è fortissima e punta a imporsi in tutte le competizioni e, vista la rosa, può farcela. Il Brasile ha un solo obiettivo che è il Mondiale. Le premesse sono buone. Abbiamo vinto il girone di qualificazione e abbiamo tanti fuoriclasse che stanno, facendo benissimo in Europa».
A proposito di Mondiali, molti sono convinti che quello tedesco lo abbiate già vinto. «Sento dire che siamo la squadra favorita. Con i compagni della Juve scherziamo spesso su questo argomento, perché loro pensano che il Brasile sia la squadra da battere. Io non so se questa è una cosa positiva per noi, perché sappiamo che senza giocare non si può vincere. Dipende da come arriveremo a maggio. Dopo tutti gli impegni con i club, non è sicuro che ognuno arrivi al massimo».
Insomma, il 2006 che arriva si prospetta interessante. «Ci sarà da divertirsi, speriamo bene».
Restiamo in tema di brasiliani. Tu sei stato il dodicesimo della storia juventina. Cosa sai di chi ti ha preceduto? «Quando ero in Germania ho avuto la possibilità di conoscere Julio Cesar, lui ha lasciato il segno qui. La stessa fortuna invece non l'ha avuta Athirson che è restato per poco tempo».
Brasile, Germania, Roma, Torino. Le quattro tappe della tua vita, quattro posti così diversi. «Quando ho scelto la Germania, molti mi hanno detto che stavo commettendo un errore. Ma io sapevo che era l'opportunità di crescere nel calcio, ci ho creduto e mi sono subito ambientato. A Roma ho trovato una città diversa, più affetto da parte della gente, una lingua più facile da capire, ci ho messo la stessa voglia di emergere e non ho avuto difficoltà a inserirmi. Così com’è successo a Torino. Io non ho mai sofferto i cambi di città, ma solo quando ho avuto difficoltà di comunicare subito con i compagni».
Quindi nessun problema a diventare torinese. «Lo so che quando si parla del mio paese si pensa a Rio de Janeiro, ma c'è anche altro. Io sono nato nel Sud del Brasile, in una zona, dove non ci sono spiagge e il clima è simile a quello europeo. Inoltre ci sono comunità di italiani e tedeschi e questo mi ha permesso di capire come si vive nel vostro continente. Quello che mi piace di Torino è la tranquillità, la possibilità per noi calciatori di poter lavorare senza troppe pressioni. Si può andare tranquillamente a passeggiare in centro senza problemi».
Quindi non è una città così brutta. «No, tutt'altro. Basta conoscerla e ambientarsi. Dipende dalla mentalità dalla persona. Certo, se uno per vivere vuole il mare non viene qui, ma se deve giocare a calcio è il posto ideale. Inoltre sta migliorando molto grazie all'influsso delle Olimpiadi invernali».
A proposito, le seguirai? Voi brasiliani dominate in tanti sport, non proprio in quelli invernali. «È vero, considerando che non abbiamo le montagne. Mi sono anche stupito di sapere che ci sono brasiliani che parteciperanno, so che si stanno allenando in Cile. Ho la fortuna di essere qui, quindi credo che le seguirò. Spero di avere la possibilità di assistere dal vivo a qualche evento, in particolare le gare di pattinaggio artistico. A mia figlia Karolayne piacciono molto e le ho promesso di accompagnarla».
A proposito di altri sport. Sei stato visto spesso a Chieri a seguire la squadra di volley femminile che gioca in A1. Vero? «Sì, perché ci militava la Virna, una schiacciatrice brasiliana di cui sono amico. Quando c'era la possibilità, mi divertivo ad assistere alle loro partite. Ora è da un po' che non vado, anche perché lei è tornata in Brasile. Vediamo se ci sarà occasione di tornarci. Ora il mio tempo lo dedico tutto alla mia passione».
Cioè? «Karolayne, la mia bambina. Quando ho un momento libero, mi reco a Roma per andare a trovarla».
Tra l'altro sappiamo che l'hai usata anche come modella, niente che per un libro fotografico. «L'ho fatto perché sono innamorato di lei! Quando mi hanno portato il libro, sono rimasto molto colpito e sono, ovviamente, contento e orgoglioso, perché la sua immagine verrà vista in tutto il mondo».
Un pezzo di cuore uscito direttamente dall'album di famiglia. Un album da riempire presto con tante immagini significative del 2006. Un anno sotto il segno del Puma.

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