domenica 3 aprile 2016

Piero PASTORE

Tra i molti giocatori che attraverso i tempi hanno indossato la gloriosa maglia bianconera della Juventus – scrive Dante Pepi su “Hurrà Juventus” del luglio 1973 – è doveroso ricordare in particolar modo anche Pietro Pastore, centravanti di fama nazionale, pura razza patavina, e al tempo stesso play-boy del mondo cinematografico italiano dei tempi passati. Appunto per chi non lo sapesse Pastore, oltre al calcio, coltivava l’hobby di fare del cinema essendo in possesso di tutte quelle doti caratteristiche necessarie per arrivare molto in alto. Per cui se egli si fosse dedicato effettivamente per intero alla macchina da presa e ai teatri di posa della vecchia CINES, o di altre case cinematografiche, sarebbe riuscito sicuramente. Fu in occasione di un concorso indetto da una nota casa cinematografica che Pastore vinse alla grande, però più in virtù della sua prorompente avvertenza fisica che altro, imponendosi subito come l’uomo del giorno con davanti a sé un luminoso avvenire. Infatti, agli inizi emerse come una promessa di divo della celluloide.
Come primo film interpretò “La leggenda di Wally” di Orlando Vassallo avendo come partner una famosa stella dell’epoca, Linda Pini. In seguito, nel 1931, nel suo secondo film interpretò la parte principale in “Acciaio”, un film ambientato a Terni, diretto dal regista tedesco Walter Ruttman. Questo film fu quello di maggiore successo interpretato da Pastore, il quale in seguito prese parte anche a molte altre pellicole sempre come protagonista, quali “Porto” di Amleto Palermi, “Aldebaran” di Alessandro Blasetti, e infine uno anche a carattere sportivo, cioè: “Io, suo padre” accanto a Clara Calamai, Erminio Spalla, Enzo Fiermonte ecc. Questo in sintesi il curriculum di Pastore come attore. Resta ora da vedere lo sportivo, cioè il calciatore.
Pietro Pastore era nato a Padova il 28 gennaio 1903. Iniziò a calciare palle e palloni, o presunti tali, quando era ancora giovanissimo. Entrò nelle file del Padova unitamente ai già quotati campioni che rispondevano ai nomi di Lodolo, Barzan, Danieli, Fajenz, Fagioli, Girani, i fratelli Busini, Vecchina, i fratelli Monti ecc. mettendosi subito in evidenza per le sue doti di emerito cannoniere. Tutte le posizioni per il biondo Pietro erano buone per tirare, e le reti fiaccavano sempre più copiose. La Juventus che nel campionato 1922-23 aveva segnato solamente trentuno reti, contro le sessantuno del Genoa vincitrice del proprio girone, era alla ricerca di un uomo-goal, o punta come si chiamerebbe oggi, non si lasciò sfuggire l’occasione per accaparrarsi il bel Pietro.
A Torino si acclimatò subito, l’ambiente gli si confaceva perfettamente, la squadra girava a meraviglia, e il nostro uomo segnala goal a valanghe. Arrivò fino alla Nazionale B. Infine nel 1928 in occasione delle Olimpiadi di Anversa, l’allora commissario tecnico azzurro cavalier Augusto Rangone, convocò anche Pastore per la trasferta in Olanda, dove però non giocò nessuna partita in squadra. Di questo però il nostro buon Pietro non ebbe mai a dolersene, per lui era già assai essere stato preso in considerazione per la gita nella terra dei mulini a vento e dei tulipani, per il resto era deciso anche ad attendere. I giocatori italiani erano alloggiati all’Hotel Schiller. Le belle ragazze piacevano ai nostri giocatori e gli azzurri erano di Moda. Naturalmente in cotanta compagnia il super divo era Pietro Pastore, il quale fra l’altro aveva trovato modo di dare all’abito e al berretto un tono chic differente dagli altri. Guardava le donne con uno sguardo fascinoso, fatale, assassino: testa bassa e occhi voltati all’insù. I compagni lo chiamavano Cicca. Cicca, dunque, faceva l’occhiolino a due belle tipe olandesi, auto a disposizione, eleganza abbagliante. In seguito poi si seppe che erano madre e figlia. Cicca non sapeva a quale avrebbe concesso i suoi favori. Egli divideva la camera con Magnozzi, e infatti complice il motorino livornese, i compagni congiurarono contro di lui. Rossetti prese una bella rosa e andò a metterla sotto il guanciale del divo. Dal buco della serratura, dove fra i giocatori italiani si era formata una vera coda di curiosi, si vide Pastore prendere la rosa, baciarla, rimetterla sotto il guanciale, addormentarsi così. E così di seguito per alcune sere. Pastore andava ripetendo agli amici che una delle due, o madre o figlia, gli voleva bene, oppure addirittura tutte e due. Forse. Chissà? I compagni facevano finta di non crederci ed egli li conduceva a vedere. L’ultima sera, prima della partenza, Cicca non parlò di rose, non disse nulla. Al posto della rosa porporina ci aveva trovato un topo morto con la coda lunga così…
Nella stagione 1927-28 Pietro venne poi ceduto con molti rimpianti dalla Juventus al Milan, dove rimase per due campionati, per poi nel 1929-30 passare alla Lazio, alla ricerca di un ottimo centravanti. In un primo tempo sembrava che il nostro Pietro, il più affascinante dei calciatori che calcavano i nostri campi erbosi, avesse dato l’addio alle scene. Qualcuno anzi aveva già dato l’addio al bizzarro atleta dal piede lesto e dal cervello fino! Sembrava proprio che Pastore si fosse votato anima e corpo al cinema. Dal trono di cuoio, al trono di celluloide (e ritorno). La Lazio aveva bisogno di un attaccante che avesse classe ed esperienza per dare tono, e un’impronta particolare alla sua prima linea alquanto anemica in fatto di goal, e infatti Pastore mediante le sue doti di sfondatore ci riuscì in pieno segnando fior di reti.
Nella stagione 1931-93 ritornò nuovamente al Milan. E infine nel 1935 quando l’Italia dichiarò guerra all’Etiopia per la conquista dell’Impero, in seguito alla romanzesca fuga di Stagnaro, Scopelli e Guaita da Roma, i dirigenti giallorossi corsero ai ripari ingaggiando il nostro Pastore rimasto temporaneamente libero da impegni con società, e così dopo avere disputato un campionato in Serie B con il Perugia, il bel Pietro ritornò nella capitale ma questa volta però, sotto i colori della squadra di Bernardini.
Infine oramai giunto all’età matura, pareva deciso a diventare una volta per sempre l’uomo dello schermo, ma dopo alcuni provini e qualche parte di non eccessiva importanza sostenuta in qualche film, Pastore abbandonò definitivamente anche questa strada per dedicarsi interamente alla sua vita privata, lasciando dietro di sé un’impronta indelebile e come calciatore e come attore proveniente dallo sport che ancora oggi a distanza di molti anni nessuno è riuscito a imporsi.


VLADIMIRO CAMINITI
Combi, Rosetta, Allemandi, Grabbi, Viola, Bigatto, Munerati, Vojak, Pastore, Hirzer e Munerati. È la Juventus che vince il secondo scudetto, e vi gioca un centrattacco innamorato delle stelle. Delle stelle da intendere come dive e miss, passa le ore parlando di Greta Garbo, cucendosi addosso, mentre segna goal che quasi spaccano la rete, nuove parti da primo attore. Si vede attore, si sogna attore. Fa rima con Pastore. È un padovano che la Juventus ha prelevato dalla società calcistica di quella città, non possiede una tecnica vistosa, ma fa goal con benedette ciabattate. La Juventus squadra di calcio ha archiviato le patronesse e prefigura quello che sarà tra breve una macchina da goal. Nel 1923, quando arriva Pietro Pastore, ha già il portiere di tutti i voli in Combi, ingaggia Viri Rosetta e in quattro anni, le quattro stagioni che sono anche di questo padovano, si fa squadrone. L’avvento del presidente Edoardo Agnelli è fondamentale. La parte di Mazzonis dirigente factotum è decisiva per trasferire la realtà dalla teoria alla pratica. Mazzonis è il primo dirigente tecnico della storia. La Juventus, che ingaggia Jeno Karoly, vuole realizzarsi in campo all’altezza del magistero danubiano. Ungheresi sono due suoi pilastri: Viola e Hirzer; italianissimo è però l’impianto col portiere Combi, veloce come un lampo nella parata in mischia e formidabile anche stilisticamente nella respinta a pugno (nonostante la statura normale rendesse spesso pericolosa per i compagni la sua uscita sempre baldanzosa), con l’eclettico strategico Rosetta, con il fortissimo difensore Allemandi, con il fumaiolo vivente ma anche gran cursore e faticatore Bigatto. In questa compagnia, Pastore innesta il suo scatto e la sua stoccata fegatosa. In ventidue partite, nella stagione del secondo scudetto, va a segno ventisette goal. Ha un coraggio malandrino nell’avventarsi su tutte le traiettorie, appena possibile tira in porta da qualunque posizione. Lui ci prova, la fortuna e l’estro lo assistono spesso e volentieri. I programmi della Juventus, sempre più ambiziosi, lo escludono in vista del campionato 1927-28. Finisce alla Lazio, con sua soddisfazione, e vi giocherà per tre stagioni, inseguendo il suo sogno dorato. Resterà un sogno. Poche particine e niente di meglio, non diventerà mai l’attore che avrebbe voluto, non incontrerà mai Greta Garbo.

Nessun commento: