lunedì 21 agosto 2017

Massimo PILONI


Cresciuto nel settore giovanile bianconero, dove si fa valere anche grazie a un fisico da corazziere, Massimo Piloni da Ancona, classe 1948, detto Pilade, si fa le ossa nella Casertana in B. Nella stagione 1970-71, ritorna alla Juventus che, con gli innesti di Bettega, Causio, Spinosi, Capello, Landini e altri giovani di belle promesse, si prepara ai trionfi. Piloni è l’alternativa al titolare Tancredi e trova spesso spazio, in una stagione che vede i bianconeri battersi ad alto livello sia in campionato sia in Europa. Proprio in Coppa delle Fiere, a Colonia, nella semifinale di andata, Piloni gioca una partita indimenticabile che lo consegna di filato alla simpatia dei tifosi.
«Sui giornali scrissero, addirittura, che con le mie parate avevo contribuito, in modo decisivo, alla qualificazione della Juventus. Purtroppo, non ho avuto la fortuna di sfruttare a lungo l’improvvisa popolarità; alla finale, contro il Leeds, è legato l’episodio più infelice, il ricordo più triste in assoluto della mia carriera. Agli occhi del pubblico fui io l’unico responsabile di quel 2-2 casalingo, che ci fece sfuggire di mano la Coppa delle Fiere. In tutta sincerità, non credo che quella sera commisi errori più gravi di quelli degli altri difensori. Fu una partita sfortunata per tutti; per me, in modo particolare. Alla vigilia della finale di ritorno, a Leeds, mi fratturai una mano e dovetti cedere il posto al mio amico Tancredi».L’anno dopo, quando il titolare è Carmignani, ha ugualmente modo di mettersi in mostra, dando un buon contributo alla conquista dello scudetto. Poi, con l’arrivo di Dino Zoff, le sue possibilità di trovare spazio scendono sensibilmente. Super Dino non perde un colpo e non lascia, alla sua riserva, che le briciole di qualche amichevole: «Stare in panchina si soffre, senza dubbio, molto di più che stare fra i pali; durante una partita, soltanto di tensione nervosa mi partiva non meno di un chilo; senza contare le unghie che mi mangiavo, alla fine c’era soltanto la pelle. Ma con Zoff davanti ho imparato tantissimo e non soltanto cose di carattere tecnico. Guardando a lui, ho anche e soprattutto imparato a essere più uomo, ho acquistato una maturità diversa».
Fisico massiccio, amante della buona tavola, tanto da tornare dalle vacanze estive sempre con un eccesso di peso, Massimo è stato un ottimo interprete del ruolo, essendo modesto, serio e disponibile: «Il peso è sempre stato un bel problema. Sono di costituzione piuttosto pesante, proprio come ossatura, poi ho sempre assimilato tantissimo. A volte, mi basta bere un bicchiere di acqua minerale più del solito e tutto si trasforma in ciccia. Questo, voleva dire una mezzora supplementare di sudore e fatica; infatti, ero sempre l’ultimo a uscire, dopo solenni torchiature di Cochi Sentimenti».
Nel 1975, cerca gloria nel Pescara che lascia qualche anno dopo, per approdare al Rimini. Il suo bilancio nella Juventus: ventiquattro presenze, di cui quattro nelle coppe europee.


ERNESTO CONSOLO, SOCCERNEWS24.IT 18 GIUGNO 2017
Aveva impressionato fin da giovanissimo: c’è la classica partitella Juve A–Juve B di inizio stagione e Piloni ne esce imbattuto. Para davvero tutto. Ma è il portiere della Juve B. Il primo ottobre 1967 Heriberto Herrera lo porta in panchina per Atalanta–Juventus.  Piloni ha diciannove anni. «Ricordo che misi la maglia con la stella e lo scudetto: era di un tessuto diverso rispetto a quella che usavo nelle giovanili». La serie C per farsi le ossa e torna alla Juve. Piloni gioca la prima partita di campionato solo ad aprile per l’infortunio al titolare, che è Tancredi.  La prima persona che chiama è la madre Anna Maria. E c’è più di un motivo. Proprio lei lo aveva spinto ad accettare di andare alla Juve a quindici anni, dopo un ottimo provino a Senigallia. «Mio padre era morto da pochi mesi ed io non avrei voluto lasciarla sola. Invece lei mi dice di non preoccuparmi e mi lascia andare». L’allenamento del venerdì col coach Sentimenti IV si concentra sulle palle alte, perché il Varese di Liedholm ha gente forte di testa. E perché domenica, appunto, a Torino c’è Juve–Varese. Sabato consueto ritiro a Villar Perosa: «Divido la camera con Ferioli, il terzo portiere. Faccio le cose di sempre: la sera lettura, la mattina sveglia prima degli altri e passeggiata solitaria fuori dall’albergo». Quello è il silenzio che cerchi. Da anni, forse da secoli. Che ti nutre e ti porti dentro.
Pilade, così viene soprannominato, è sposato e padre di due figli. A soli ventitré anni. S’incastra con lo stile Juve. Al Comunale, un’occhiata al terreno e subito in spogliatoio: «Infilo la tuta e inizio il riscaldamento. Qualche esercizio nello stanzone delle docce, poi allenamento alla presa facendo rimbalzare il pallone contro il muro del corridoio». La divisa addosso come un’armatura e poi è il turno delle scarpette. Piloni le cura personalmente. Per una vecchia abitudine, prima di ogni partita cambia tutti i tacchetti. Anche se ancora abili. Si accomoda in silenzio al suo posto ed esegue l’operazione. È il silenzio che serve a raccogliersi e scaricare la tensione. Sa che in mezzo a quei sette metri e trentadue centimetri sarà solo. Ma che gusterà un altro silenzio. In testa adesso prova a fissare un solo pensiero: Juve–Varese deve essere lo start della carriera. «Col piede scavo un piccolo solco sulla linea dell’area piccola, in corrispondenza del centro della porta. Sono sotto la Curva Filadelfia, quella dei tifosi bianconeri. Per un’ora non tocco palla. Alla fine prendo due goal imparabili». Finisce 2–2. E i giudizi su Piloni sono positivi.
Non uscirà più. Già alla seconda a Vicenza è il migliore in campo. Esplosivo sui tiri di Damiani e Fontana. Predilige a mani nude, ma porta con sé anche i guanti. È domenica 10 aprile 1971. La sliding door che si apre perentoriamente colloca Piloni a pieno titolo nella categoria dei “giovani promettenti”. E poi, a dirla tutta, quella domenica, il portiere della Nazionale, che si chiama Dino Zoff, regala un goal con una fragorosa papera. In semifinale di Coppa delle Fiere (la matrigna della Coppa Uefa) arriva il Colonia di Overath. È previsto il rientro in panchina di Piloni. Ma Tancredi non ce la fa. La squadra alloggia in un castellaccio che aveva ospitato Napoleone. Si mette bene. Goal di Bettega. Poi ci pensa il nuovo numero uno. Nel primo tempo tre parate decisive, intercetta anche i proiettili. Nella ripresa è un assedio tedesco. Nelle mischie gigantesche è il momento di mostrare i cingoli: «All’inizio ero tranquillo, per nulla emozionato. Piuttosto i compagni mi sembravano preoccupati per me. I tedeschi entravano su di me, più che badare al pallone. Ho preso colpi in tutte le parti del corpo. Il loro centravanti mi si aggrappava addosso in ogni mischia, impedendomi di raggiungere il pallone».  Capitola solo a fil di sirena.  Si va in finale con una gara di ritorno dominata (e un altro suo miracolo che si rivela decisivo). Per i critici, gran parte del merito è del “portierino eroe”. E poi Piloni si carica anche con la musica di Tom Jones: un pezzo come “She’s a lady”, buono per quelli “di sicuro avvenire”, che spazza via tutti i silenzi. Adesso ci crede anche Boniperti.
Quella contro il Leeds è la seconda finale europea della storia della Juve. Tancredi, oramai ristabilito, ha perso il posto. Il 28 maggio 1971 però gli inglesi segnano due goal “di quelli”. Traiettorie leggibili, ma che scivolano via. I compagni della difesa non lo hanno aiutato (il primo è un autogoal) e a fine partita Piloni non lo nasconde. La mette giù dura, se la prende con un paio di loro. Il portiere che sbaglia un’uscita, rischia di perdere sicurezza e pagarla nelle prossime. Tra i pali invece non cambia nulla. Il posto da titolare non è comunque in discussione. E poi è solo 2–2, c’è il ritorno. Fino all’ultima parata dell’ultimo allenamento in Inghilterra: Piloni prende un brutto colpo allo scafoide. È la sliding door che si chiude. La mano va steccata. Senza quella parata in più, una parata inutile, Piloni se la sarebbe giocata. E poteva risarcire la Juve della fiducia. Gioca Tancredi, finisce 1–1 e la coppa sfuma.
Il punto debole della Juve è presto individuato: il portiere. Non basta essere promettenti. Anche se arriva Carmignani, un altro promettente. Evidentemente di più. Piloni torna dodici. Gli tocca aspettare. Carmignani intanto non convince.  La chance arriva con la Juve allo sprint scudetto. Piloni si fa trovare pronto. A Mantova doppio decisivo intervento. C’è ancora lui in porta quando la Juve s’impone 3–0 sull’Inter e 2–1 sul Cagliari: sorride, abbraccia Anastasi, bacia Spinosi, è scudetto. Si avvera il sogno di un bambino, perché Pilade è da sempre juventino. Nell’invasione di campo perde l’armatura. Stavolta in estate arriva lui, il portiere della Nazionale. E Pilade non gioca più. Perché Zoff è rendimento e alla Juve non s’infortuna mai. Perché Zoff resisterebbe anche al turn–over. E accumula record d’imbattibilità. Piloni si rende conto di aver (inconsapevolmente) firmato un patto di non concorrenza. A tempo indeterminato. Tre inverni e tre primavere uguali. Gli tocca trangugiare il brodino. Quando viene schierato in un’insignificante partita di Coppa Italia, non si capisce da dove provenga. Se da un sottoscala o da un rifugio antiatomico. E soprattutto dove vada a finire Zoff per quei novanta minuti, dopo oltre un centinaio di partite consecutive. Come l’anatra del lago ghiacciato del “Giovane Holden”. I compagni chiedono a Zoff di cedere un secondo tempo dell’ultima di campionato: malvolentieri, molla solo su un quarto d’ora. Piloni rifiuta. Non gli bastano nemmeno gli scudetti. Non basta Tom Jones, che canta “I who have nothing”. Appunto.
Lascia la Juve. Adesso può metter su la barba, che quasi nasconde i suoi occhi azzurri. E poi non è più quello promettente. Promette il suo sostituto ufficiale alla Juve, che è Giancarlo Alessandrelli. Stavolta il destino la combina grossa: come un abile mazziere, ha fatto nascere anche Alessandrelli nelle Marche. Anzi a Senigallia, proprio dove la Juve aveva arruolato Piloni. Sua maestà Zoff non farà mai assaggiare la porta ad Alessandrelli, ma il guinness dei primati delle panchine consecutive. E dei tre goal beccati in un quarto d’ora dell’unica comparsata. Piloni intanto è tornato in Serie A, ma dalla porta principale. Promozione col Pescara, la prima della storia. Schierato in 107 partite su 108. Un altro silenzio, quello del numero uno sulla maglia. Quello che fa rumore. È troppo tardi, anche se para un rigore a mani nude al Milan. Chiude con un po’ di serie B e C. Incontra Dino Zoff e lo saluta «Ciao». Risposta: «Ciao». E, racconta Piloni, Zoff riprende a leggere il giornale. La freddezza da tavolo anatomico è figlia di rancore, silenzi, professionalità all’estremo, altri silenzi. E di quell’amichevole giocata ad Ancona: era arrivata anche mamma Anna Maria, ma non poté vederlo, perché Zoff non volle cedere nemmeno un minuto.
Piloni diventa preparatore dei portieri saltando da un palo all’altro. Da una squadra all’altra. La lista degli adepti è lunga. Allena anche all’estero. Poi lo stop, nessun ingaggio. Anche Zoff adesso è sempre più piccolo. Il pallone viscido, non rimbalza più. E il portierino eroe abita un silenzio nuovo, più lungo. Interminabile. È quello che ti schiaccia perché un telefono non squilla. Ma non crolla come l’uomo in più di Sorrentino. Accende una sigaretta, sistema le scarpe e cambia i tacchetti. Aspetta il suo momento. Fino alla prossima parata. Perché sa che può arrivare.
E arriva.

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