sabato 20 febbraio 2016

Gino FERIOLI

Classe 1951, è cresciuto nelle giovanili della compagine bianconera. Promosso in prima squadra nell’estate del 1969 come terzo portiere, non ha mai avuto la fortuna e l’opportunità di difendere i pali della Juventus. «Si tratta di un elemento interessantissimo, con eccezionali doti atletiche, colpo d’occhio, riflessi eccezionali – scrive “Hurrà Juventus” nell’aprile del 1971 – forte fisicamente e ben coordinato nei movimenti, mette in ogni intervento la massima decisione e un coraggio da leone; ottima presa e scatto da fermo, sa comandare bene la difesa, alla quale ha il dono di infondere fiducia e tranquillità. Deve ancora migliorare come concentrazione, apparendo a volte un po’ distratto, specie quando l’azione ristagna per lungo tempo nella metà campo avversaria; ma questo è un difetto facilmente eliminabile con l’esperienza, e, data la giovanissima età del ragazzo, siamo certi che in breve tempo supererà anche questo handicap. Attualmente Ferioli gioca titolare della maglia numero uno nella squadra De Martino, ed è stato numero dodici, come vice Tancredi, in diverse partite della prima squadra. Fra pochi mesi sarà chiamato alle armi, e verrà dato in prestito a una squadra di serie inferiore».

GROSSETOSPORT. COM, 14 GENNAIO 2015
I tuoi esordi risalgono a fine anni Sessanta con la maglia della Juventus. «Ho iniziato con la Juventus nel 1969-70 ed ero in camera con Luis De Sol. La mia fortuna è stata che Piloni e Tancredi erano spesso infortunati, così sono potuto andare dodici volte in panchina in campionato senza però scendere mai in campo. Anche in Coppa delle Fiere, l’odierna Coppa Uefa, sono stato otto volte in panchina arrivando persino a calcare il Camp Nou di Barcellona. Di quella partita mi è rimasto impresso il fatto di vedere 100.000 persone in tribuna: è uno spettacolo indimenticabile, da brivido».
Quali ricordi hai di quelle trasferte europee? «Sono stato in panchina ovunque in Europa e ricordo che quell’anno siamo andati fuori senza perdere contro il Leeds United in cui giocava Jack Charlton. All’andata abbiamo pareggiato 2-2 in casa e in Inghilterra non siamo andati oltre l’1-1 con rete di Anastasi».
Che Juventus era quella in cui militavi? «In bianconero c’erano già Capello, Bettega e gli altri che avrebbero poi vinto tutto negli anni seguenti. Io non ho studiato, ma ho preteso che studiassero i miei figli e ringrazio la Juventus, perché mi ha permesso di togliermi delle belle soddisfazioni. In quel periodo alla Juventus c’era un giovane dirigente che si chiamava Luciano Moggi: su di lui posso dirti che il suo maestro è stato Italo Allodi, ex general manager dell’Inter che vinceva tutto a livello internazionale».
L’allenatore era Armando Picchi. «Ero in panchina il giorno dell’esordio di Galdiolo a Firenze, Fiorentina-Juventus: Picchi sarebbe morto poco dopo. Era una persona eccezionale, il più grande allenatore che ho avuto. È un peccato che sia morto così giovane. Quando si sedette in panchina a Firenze capimmo che era arrivato in fondo alla sua esistenza: vincemmo 2-1 con goal di Causio e Bettega, fu una partita bellissima. Il preparatore dei portieri era Lucidio Sentimenti, il mitico Sentimenti IV, e diceva che ero il suo erede».

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