domenica 19 febbraio 2017

Gianluca ZAMBROTTA

«Lombardo di Como – scrive Renato Tavella sul suo libro “Il romanzo della grande Juventus” – è un giovane esterno di molta validità qualitativa e quantitativa prelevato dal Bari. Moschettiere nell’aspetto e nel fare, incarna alla perfezione il prototipo dell’atleta-calciatore per il suo ecletticismo. Se necessita, sa adattarsi (e bene) in ogni zona del campo. Sicuro di sé, come si usa dire, non patisce il salto di categoria e, ben presto diventa una pedina importante non solo della Juventus, ma della Nazionale». È la stagione 1999-2000 e l’allenatore Carlo Ancelotti lo schiera come esterno destro della sua difesa a cinque; ma è con Marcello Lippi, due stagioni dopo, che Gianluca si consacra definitivamente. Il tecnico toscano, infatti, ritornato alla Juventus, lo inventa terzino sinistro; Zambrotta si esprime sin da subito ad altissimi livelli, diventando uno dei migliori interpreti del suo nuovo ruolo.
Il suo controllo di palla in corsa, la sua abilità tattica, sia offensiva che difensiva, la sua velocità lo fanno diventare uno dei pilastri della difesa bianconera. In più, la sua duttilità tattica gli permette di trovarsi a suo agio sia sulla fascia destra che in quella sinistra; l’unico neo è la scarsa propensione per il goal, nonostante possieda un tiro molto potente.
È inevitabile che la Nazionale si accorga di lui; Gianluca esordisce in Nazionale il 10 febbraio 1999, in Italia-Norvegia 0-0. Nel 2000 partecipa al Campionato Europeo olandese; purtroppo, però, sarà costretto a saltare la finale, essendo stato espulso nella semifinale contro i padroni di casa. Partecipa, poi, alla fase finale dei Mondiali nippo-coreani del 2002, al Campionato Europeo di 2004 e al Campionato Mondiale tedesco del 2006. In quest’ultima competizione, che lo ha visto diventare Campione del Mondo, segna anche una rete nel quarto di finale Italia-Ucraina e si segnala come uno dei migliori giocatori del torneo. «La conquista della Coppa del Mondo del 2006 ha rappresentato l’apice – ammette – è la cosa più difficile in assoluto, è più dura rispetto anche rispetto alla Champions. La delusione più grande è stata proprio perdere la Coppa dei Campioni in finale”.
I due anni con Fabio Capello alla guida dei bianconeri, dal 2004 al 2006 sono molto proficui per Zambrotta, che vince due scudetti, che si sommano ai titoli 2002 e 2003 vinti con Lippi. Nell’estate del 2006, Zambrotta è acquistato dal Barcellona, insieme all’ex compagno della Juventus Lilian Thuram, dopo aver indossato per ben 297 volte la maglia bianconera e aver realizzato una decina di reti. «Ci fu rammarico, perché nessuno venne chiedermi di rinnovare il contratto, ritenevano che non servissi per ritornare in A. Io avrei preso in considerazione una permanenza, poi ho fatto le mie scelte e la cosa migliore era andare all’estero. Calciopoli? Le polemiche c’erano e ci sono anche ora sempre contro la Juventus che è la squadra che vince. Quando succede un episodio arbitrale in una gara della Juve c’è sempre polemica quindi ditemi cosa è cambiato. Le intercettazioni? Chi è stato punito evidentemente ha delle colpe, Moggi era il personaggio principale da colpire e così è stato. Io e i miei compagni abbiamo sempre dato il massimo, nessuno è mai venuto a dirci di star tranquilli, perché avremmo sicuramente vinto. Eravamo i più forti, avevamo tanti fuoriclasse, non avevamo bisogno di aiuti noi».


“HURRÀ JUVENTUS” DICEMBRE 2003
Chiamatelo l’uomo delle scommesse vinte, Marcello Lippi. Da quando è tornato sulla panchina della Juventus due anni e mezzo fa, il tecnico viareggino non ha sbagliato un colpo. Tutto ciò su cui ha puntato si è rivelato in pratica un successo. Vinta, alla grande, la scommessa con se stesso e con il mondo intero, dimostrando più che mai di essere (se qualcuno aveva ancora dei dubbi!) un allenatore vincente e che la scelta di tornare a Torino era azzeccata. Vinta, a mani basse, la scommessa con la squadra che, in questo lasso di tempo, non solo è tornata a primeggiare ed essere protagonista (due scudetti, due Supercoppe Italiane e una finale di Champions League), ma soprattutto, come lo stesso Lippi sottolinea ogni volta, ha ritrovato consapevolezza nella propria grande forza, tanto da tornare a imporre il proprio gioco ovunque e contro chiunque. Vinta, infine (ed è quella che interessa a noi ora), la scommessa con alcuni dei giocatori bianconeri, cresciuti, esplosi e consacrati, in particolare dopo uno spostamento o un cambio tattico voluto dal mister. Uno a caso, Pavel Nedved! Arrivato alla Juve come promettente e timido anatroccolo, il fuoriclasse ceco si è trasformato nel più devastante e splendente dei cigni subito dopo che Marcello Lippi ha inventato per lui la posizione da trequartista.
E che dire di Igor Tudor e Alessandro Birindelli? Avanzato dalla difesa al centrocampo, tornando in pratica nel ruolo coperto agli inizi della carriera all’Hajduk Spalato, il talento croato ha mostrato quelle che sono le sue enormi potenzialità. Proprio mentre il difensore toscano, una vita a percorrere su e giù la fascia destra, ha meritato niente meno che la maglia azzurra quando il suo conterraneo tecnico lo ha dirottato sulla corsia di sinistra. Ma è un altro, a detta di tutti, l’esperimento che ha dato i migliori frutti: ovviamente quello che ha riguardato Gianluca Zambrotta.
Giunto appena ventiduenne da Bari nel 1999, dopo tre stagioni e mezzo positive per la sua Juve ma anche per se stesso (uno scudetto, il primo della sua carriera, il 5 maggio 2002, una Supercoppa Italiana e una presenza costante nel gruppo della Nazionale), il comasco è stato protagonista di una di quelle svolte che resteranno nella storia del calcio italiano. Dopo anni da esterno destro di centrocampo (la classica ala, come direbbero i nostalgici!), non senza qualche cambiamento qua e là, dallo spostamento al centro all’arretramento fino al più classico cambio di fascia, all’inizio del dicembre 2002 (giorno otto, per la precisione) ecco il cambiamento radicale. La Juventus è di scena a Brescia e, per la prima volta, Zambrotta scende in campo come esterno di sinistra di una difesa a quattro.
Nonostante l’esito non fortunato della gara, l’esperimento non resta tale e il ragazzo dimostra di saperci fare. E quanto abbia saputo fare da allora a oggi è sotto agli occhi di tutti. Difesa, corsa, scatti e cross a ripetizione pennellati per i compagni: una vera e propria freccia a sinistra. Insomma una serie di prestazioni da applausi, importanti per contribuire al secondo scudetto e per arrivare alla sfortunata finale di Manchester. Una crescita, continuata ininterrottamente anche nei primi mesi dell’annata in corso, che non è sfuggita a nessuno. Neanche ai giurati di  “France Football” che hanno inserito il suo nome tra i candidati per il Pallone d’Oro 2003. Un riconoscimento forse inatteso ma che per Gianluca ha il gustoso sapore della consacrazione. A ventisei anni compiuti è più che mai uno dei punti di forza della Juventus e dell’intero calcio italiano. Non solo, ma anche uno dei personaggi che maggiormente si stanno mettendo in luce fuori dal terreno di gioco.
Il 2004 (anno di Europei, non dimentichiamocelo) è quasi alle porte e Zambrotta non può che sperare che sia altrettanto ricco di soddisfazioni del 2003, probabilmente il migliore della sua carriera. E lui stesso il primo ad ammetterlo: «Credo che questo sia indubbiamente uno dei momenti migliori da quando sono qui alla Juventus. Dopo la fine del Mondiale e il recupero dall’infortunio ci sono stati un cambiamento e un miglioramento in tutto».
Tanto da portarti a essere scelto tra i cinquanta candidati al prossimo Pallone d’Oro: «Devo dire che non me l’aspettavo. Quando hanno diramato l’elenco, ero a cena con Di Vaio ed ho appreso la notizia dalla televisione. La prima reazione è stata quella di chiedermi se ero proprio io quello Zambrotta che avevano nominato! È decisamente una bella sensazione e resterà un’enorme soddisfazione personale, anche se alla fine non dovessi riuscire a prendere neppure un voto».
Decisivo per questa esplosione è stato senza dubbio il cambio di ruolo e lo spostamento a terzino sinistro. Ricordi quella famosa partita di Brescia? «Sì e nonostante la sconfitta comunque l’esperimento era andato abbastanza bene. Tutto è partito da lì. Con i vari accorgimenti del mister e con tanto impegno in allenamento per migliorare in un ruolo che non era il mio, le cose sono migliorate giorno dopo giorno».
C’è un segreto dietro quest’adattamento così repentino? «Segreti non ce ne sono stati. Io ho sempre giocato sulla fascia e questa è una cosa che sapevo fare, il discorso era applicarsi soprattutto sulla fase difensiva e sul fatto di dover calciare soprattutto con un piede, il sinistro, che non era il mio. Ho cercato di lavorare tanto, come fa chiunque che vuole migliorare e in allenamento cerca di applicarsi con il massimo impegno».
In meno di un anno credevi di poter arrivare a questo livello come terzino? Qualcuno ha anche accostato il tuo nome a quello di Roberto Carlos: «Mi fa un po’ strano sentire il mio nome vicino al suo. Lui ha caratteristiche diverse dalle mie e non voglio paragonarmi a lui. E sicuramente una cosa che fa enormemente piacere, che mi gratifica, ma io voglio cercare di essere me stesso senza confrontarmi con altri».
Il 2004 è anche anno di Europei. Un altro dei tuoi obiettivi, anche per battere la malasorte che, in maglia azzurra, ti ha sempre colpito: «Sì, con la Nazionale non sono mai stato fortunato, soprattutto nelle grandi manifestazioni. Nel 2000, a Sydney, con la Nazionale olimpica, mi sono infortunato al menisco. Agli Europei in Olanda e Belgio ho dovuto saltare la finale a causa di una squalifica e lo scorso anno ai Mondiali mi sono procurato quello strappo nella gara con la Corea. Speriamo che quest’anno la buona sorte aiuti me e tutta la squadra, così che riusciamo ad arrivare fino in fondo e vincere questa manifestazione che da tanto manca alla Nazionale».
Veniamo allo Zambrotta extra calcio. È un’impressione o la tua immagine è cresciuta molto in questo periodo? Ti senti di più personaggio? «Per il mio carattere non sono uno che vuole cercare di essere un personaggio. Forse c’è un po’ più di visibilità, ma è data anche dal fatto che gioco in una grande squadra e sono qui da tanto tempo e questo indubbiamente aiuta».
Ma quando hai iniziato a giocare, avresti mai creduto un giorno di diventare un testimonial della pubblicità? «Beh, devo dire che fa ancora un po’ impressione anche a me vedere la mia immagine che campeggia per strada. Recentemente ero in macchina e mi ha affiancato un autobus che portava sulla fiancata la mia pubblicità. Devo ammettere che è stata una strana sensazione».
Immagine per un videogioco, modello per la pubblicità, attore in un videoclip, cantante. Quanto ti sono servite queste attività extra? «Sono servite sicuramente a farmi conoscere di più. Basta prendere l’esempio del disco a favore del Gaslini. Tutta la squadra ci ha messo un grande impegno e questa iniziativa ha sicuramente portato tanta simpatia da parte della gente».
Simpatia fuori dal campo ma tanta ammirazione e stima allo stadio. I tifosi bianconeri ti hanno fatto diventare un idolo: «L’esplosione di quest’anno in un ruolo nuovo ha contribuito molto al fatto che i tifosi si affezionassero a me. Comunque questa è la quinta stagione qui alla Juventus e man mano che passa il tempo è più facile diventare un paladino o un simbolo dei tifosi».
Per chiudere. Il 2003 è stato un anno eccezionale per te, cosa chiedi al 2004? «Ovviamente riuscire a vincere qualche cosa di importante con la Juventus o con la Nazionale. A livello personale? La miglior gratificazione per un calciatore è quella di ottenere successi di prestigio con la squadra. La soddisfazione del gruppo è anche quella dei singoli».

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