martedì 5 aprile 2016

Felice Placido BOREL

È stato sicuramente uno dei più grandi attaccanti del calcio nazionale, probabilmente il più forte centravanti della Juventus di tutti i tempi. Felice, figlio di Ernesto Borel, un pioniere del calcio juventino, pertanto figlio d’arte, esordì, appena sedicenne, con la maglia granata del Torino, nella formazione dei Balon-boys. I molti osservatori della società granata, sparpagliati per i campi della periferia e negli oratori dei salesiani, avevano sentito certamente parlare di questo autentico talento calcistico. Ma fu un austriaco, Karl Sturmer, responsabile tecnico del Torino nella stagione 1929-30, a completare la formazione calcistica di Felice Borel. Sturmer è stato il più abile preparatore e insegnante per i giovani calciatori che mai ci sia stato in Italia. Chi ha frequentato i corsi di Sturmer, poteva vantare un corredo tecnico personale di primissimo ordine. Se poi, come nel caso di Borel, il tecnico austriaco aveva la possibilità di lavorare su una base di eccellenza, ecco che saltava fuori il fuoriclasse.
La Juventus, abituata da sempre a scegliere gli acquisti non tra gli elementi promettenti, ma nelle esigue file dei campioni già conosciuti come tali, si mosse. Arrivando quasi di sorpresa sulle gradinate dello stadio Filadelfia, il barone Giovanni Mazzonis poté rendersi personalmente conto di quanto fosse abile nel gioco di attacco quel ragazzino, che altri non era se non il figlio di quell’altro Borel, Ernesto per l’appunto, che con lo stesso Mazzonis aveva giocato nella Juventus nei campionati dal 1906 al 1910.
Giovanni Mazzonis convinse Borel a trasferirsi nelle file della Juventus. Felice non assomigliava per niente a suo padre calciatore; quest’ultimo era tozzo e possente, Felice era alto, snello, d’aspetto gentile, sicuramente il più riuscito, calcisticamente parlando, della famiglia. Anche l’altro fratello, Aldo, dopo una fugace apparizione nelle file del Torino (giocò anche una partita in prima quadra nel maggio del 1930 contro la Pro Vercelli), aveva militato a lungo nelle file del Casale, della Fiorentina e del Palermo, con una breve presenza anche nelle file nella stessa Juventus. Era un buon calciatore, ma sicuramente non della levatura del fratello Felice.
«Mio nonno – racconta Betty, l’unica figlia di Farfallino – era nato nei pressi di Porta Palazzo e aveva sposato Gabriella de Matteis, erede della più rinomata fabbrica di pizzi della città. Di carattere assai simile a quello di mio padre, Ernesto aveva tantissime qualità, ma un pessimo senso degli affari: nel 1931 aprì, in piazza Castello, a due passi dal bar di Combi, un negozio di articoli sportivi e un’agenzia di viaggi che ebbero vita breve. Mio zio Aldo, invece, nato nel 1912, era l’esatto contrario di mio padre, sempre allegro e ridanciano; seppur particolarmente serio, posato e austero, andava molto d’accordo con papà, anche se nella piena maturità le loro strade si divisero del tutto. Infatti, a metà degli anni Sessanta, Aldo si trasferì in Spagna, da dove tornò soltanto qualche mese prima di morire».
Fu soprannominato Farfallino e i motivi di questo nomignolo rimangono per certi aspetti misteriosi; forse per ricordare il suo inimitabile modo di correre danzato. Aveva una classe che nessuna scuola calcistica, nemmeno quell’eccelsa di Sturmer, poteva prestare ad alcuno. La velocità, lo scatto con il quale riusciva a umiliare gli specialisti dell’atletica, l’intelligenza, il dribbling, il tiro: Felice aveva proprio tutto.
«Il viso di un ragazzo spensierato – così il giornalista Bruno Roghi terminava il suo entusiastico pistolotto sul nuovo astro nascente del calcio italiano – ride volentieri con i luminosi occhi neri. Viso da fanciullone, taglia di atleta. Di alta statura, ben modellato, asciutto, senza essere fragile, Borel ha la classica macchina del centravanti. La sua falcata è ampia, balzante, equilibratissima nel ritmo. Quel Borel ci è proprio sembrato in possessori felicissimo talento calcistico. Egli ha la calma di un veterano del gioco, il tocco di un artista, il senso dell’azione collettiva, lo scatto che brucia il terreno, il tiro a rete che difficilmente sbaglia il bersaglio».
Questo spiega perché, appena diciassettenne, poteva già insidiare il posto a un grande centrattacco com’era a quell’epoca, Vecchina, il padovano che, nei due campionati vinti dai bianconeri nel 1931 e nel 1932, aveva realizzato trentadue goal. Nane era anche stato in Nazionale, il che testimonia del suo valore, ma aveva un ginocchio in disordine e l’allenatore Carlo Carcano sapeva molto bene che, senza nulla togliere a Vecchina, l’inserimento di Borel in prima quadra avrebbe significato un passo decisivo verso la perfezione che raggiunse quella mitica squadra.
Raccontava: «L’inizio del campionato 1932-33 non fu troppo fortunato per la Juventus. Nella gara inaugurale di quella stagione, disputata in settembre, si dovette andare a giocare allo stadio Moccagatta di Alessandria. Carcano mandò in campo la nostra migliore formazione, quella con Combi, Rosetta, Caligaris, Varglien I, Monti. Bertolini, Sernagiotto, Cesarini, Vecchina, Ferrari. Orsi. A quei tempi i grigi possedevano una squadra di notevoli possibilità, ma nessuno poteva prevedere, come, in effetti, avvenne, che l’Alessandria battesse la Juventus. Due goal li segnò l’ala destra Cattaneo e uno Scagliotti; per noi andarono in goal Vecchina e Orsi dal dischetto del rigore. Il 25 settembre, seconda gara di campionato, giocammo sul nostro campo di Corso Marsiglia e battemmo il Padova per 3-1. Cesarini segnò due reti, l’altra la mise a segno Ferrari; ma Renato si fece male e nella successiva trasferta di Napoli, Carcano mi mandò in campo nel ruolo di mezzala. Non credo di aver giocato una splendida partita, ma fui sicuramente sufficiente. D’altra parte, con la tattica del Metodo, non potevo improvvisarmi nel ruolo d’interno. La Juventus fu battuta da una rete segnata nella ripresa da Attila Sallustro, centrattacco del Napoli; l’undici partenopeo, a quell’epoca, contava su ottimi giocatori, come il portiere Cavanna, i terzini Vincenzi e Innocenti, il mediano Colombari, la mezzala Mihalic e l’ala sinistra Ferraris II. A Torino contro la Roma tornò in squadra Cesarini che segnò anche l’unico goal della partita. E nemmeno la domenica successiva, a Vercelli, dove non giocò Vecchina, l’allenatore mi ripropose in formazione: fece giocare Imberti. Poi tornò ancora una volta Vecchina, il cui ginocchio faceva le bizze. E finalmente a Torino, contro il Bari, entrai stabilmente in squadra, nel mio ruolo di centrattacco. Particolare curioso: vincemmo per 4-0, ma non misi a segno neppure un goal. A scagliare il primo pallone in rete riuscii il 20 novembre, alla nona giornata di campionato, nel corso della partita contro la Lazio. Vincemmo per 4-0. Realizzai le prime due reti, facendo molto arrabbiare l’amico Sclavi, passato dalla Juventus a guardia della porta della squadra romana. Gli altri due goal li segnarono Munerati e Cesarini. Con la formazione al gran completo (quella con Munerati all’ala destra al posto di Sernagiotto) affrontammo poi il Torino nel derby: ed anche in quell’occasione il mio unico goal fu decisivo. Una soddisfazione senza pari, che rinsaldò in modo definitivo il mio morale. La domenica successiva, con Sernagiotto al posto di Munerati, liquidammo la Triestina con un punteggio tennistico: 6-1. Tre miei goal, uno di Sernagiotto, uno di Ferrari e uno di Orsi. Va ricordato un particolare importante: la facilità con la quale gente come Orsi, Ferrari, Monti, Bertolini, Cesarini e Munerati creavano un alto numero di occasioni da rete. Dopo l’exploit con la Triestina, segnai mediamente un goal a partita, nel senso che, se stavo una domenica a digiuno, in quella successiva mettevo dentro un paio di palloni. Nella partita contro il Palermo, sapendo che poi a Genova sarebbero andati in campo molti rincalzi, segnai addirittura tre reti. Terminai con ventinove reti realizzate in ventotto partite. E mi ripetei nella stagione successiva, andando in goal ben trentadue volte in trentaquattro partite giocate. Nell’ultimo dei cinque campionati consecutivi vinti dalla Juventus, segnai solo tredici goal, riuscendo tuttavia a raggiungere la ragguardevole cifra di settantaquattro reti in novantuno partite disputate nei primi tre campionati con la maglia della Juventus».
Nel campionato 1935-36 Felice Borel giocò solamente otto incontri a causa dei postumi delle ripetute operazioni al ginocchio. «Ho giocato tutta la vita con una gamba sola», amava ricordare a chi gli domandava il motivo del suo spostamento a mezzala a soli ventisei anni. La stagione successiva, tuttavia, egli tornò a pieno servizio, disputando, in qualità di interno a fianco di Guglielmo Gabetto, ventisei partite e realizzando ben diciassette goal, uno in meno dell’amico centrattacco.
«Papà – continua la figlia Betty – era davvero una persona fuori dal comune; assommava in sé le migliori qualità del genitore, del compagno di giochi, dell’amico e del confidente. Io e lui ci siamo sempre capiti al volo, soltanto con uno sguardo. Seppur fosse per certi versi intransigente, mi ha sempre coccolato e viziato con il suo modo di fare garbato e aperto. Era amato proprio da tutti, in quanto uomo puro e generoso, che dava senza mai chiedere nulla in cambio».
Nel 1941 Borel, insieme a Gabetto e al portiere Bodoira, passò al Torino con la cui maglia disputò, naturalmente alla grande, un solo campionato. Poi, il ritorno alla Juventus con il doppio incarico di giocatore e allenatore sino a quando, nel 1946, appese le scarpe al chiodo a soli trentuno anni. Trascorsa qualche stagione, l’ex Farfallino tornò al calcio con grande entusiasmo.
«Dopo la tragedia di Superga, papà (che, nel frattempo, insieme al talent-scout Voglino aveva scoperto un certo Boniperti) si mise ad allenare prima il Torino, quindi il Napoli e infine il Catania. Poi, volendosi avvicinare a casa, decise di voltare pagina cimentandosi nell’attività di assicuratore a Pinerolo sino a che, nel 1961, Umberto Agnelli lo nominò general manager dei bianconeri. Più avanti, quando stabilì che la sua vita si sarebbe divisa tra la casa torinese di via Bertola e Finale Ligure, divenne il responsabile di tutti gli osservatori della società».
In totale Borel ha disputato con la maglia della Juventus 286 incontri di campionato, mettendo a segno 160 goal; nel 1993, dopo aver convissuto per qualche anno con un male che raramente perdona, Farfallino se ne è volato via, sbattendo appena le ali. Era cresciuto nella Juventus, una vera scuola di vita oltre che di calcio; quel calcio di cui non si stancava mai di parlare, raccontando, a chiunque gli desse la possibilità, alcuni dei tanti episodi gloriosi di cui, mezzo secolo prima, era stato un indiscusso protagonista.


VLADIMIRO CAMINITI, “I PIÙ GRANDI”
«Io fui chiamato per sostituire Vecchina, ma anche quei due grossi centravanti di Rosa e Imberti. Nel 1932 si inaugurò il campo di La Spezia. Mancando Cesarini convocato in Nazionale e altri bianconeri pure convocati in azzurro, andammo con una formazione mista, il primo tempo giocai mezzodestro e perdevamo 1-0. Nell’intervallo, Carcano insultò tutti, dicendo che dovevamo vergognarci. Anche Mazzonis era furente e non ci guardò nemmeno. Così nel secondo tempo ci impegnammo, segnammo quattro reti. Carcano mi disse che io ero soltanto centravanti. Così il mercoledì successivo andammo a giocare in amichevole a Cannes, dove aveva giocato anche mio padre, vincemmo 7-0 e fui schierato centravanti».
Tuo papà ha giocato nella Juventus dei pionieri. «Era un tipo tranquillo, ma si divertiva a correre. Era tre volte più scattante di me».
Tu sei nato nei Balon-boys intestati a Baloncieri. «Nel 1928 nascevano i Balon-boys; siccome la Juventus non aveva squadre ragazzi, per partecipare al campionato ragazzi ho firmato il cartellino dell’ULIC e contemporaneamente il cartellino verde della Juventus».
Tutto e il contrario di tutto, continuando a vivere sotto i suoi cieli belli e melodiosi, è Felice Placido Borel, che la falcata agilissima, l’eleganza dello stile fecero soprannominare Farfallino. Arrivò con lui nella Juventus il centravanti radioso. Raggiava la luce di una bellissima gioventù, era un pizzico snob e palesemente invaghito prima di se stesso, poi del mondo intero; e il suo carattere diffidente di ogni volgarità lo segnala come il vero maestro di Giampiero Boniperti nel gesto e nell’educazione. E bisogna rivolgersi a lui perché si accendano tutti i lampadari, e si legga chiaramente anche nei dettagli l’inimitabile storia bianconera.
«Mazzonis è stato il primo dirigente di calcio veramente proiettato sul futuro del calcio. È andato lui a cercare Orsi, Monti e Cesarini. Soltanto Novo, parlo prima che arrivasse Boniperti, era stato grande come lui. Era democratico per eccellenza, ma di un’autorità dittatoriale. Era come doveva essere, perché la squadra la mandava avanti lui, mica Edoardo che gli lasciava carta bianca su tutto. Si comportò benissimo con Cesarini che era un pazzoide, aveva firmato per tre anni e, nel 1931, voleva ricattare la Juventus. Lui non fece una piega, il barone che poi non era barone. Cesarini voleva essere pagato come Orsi che prendeva 100.000 lire, invece continuò a corrispondergli 36.000 annue. Maglio, l’altro argentino se n’era tornato in America, ma Mazzonis non si piegò. Cesarini restò quattro mesi fuori squadra; rientrando, perse quei quattro mesi. Monateri, che era un grosso industriale, quello che ha creato la Venchi Unica e lo stadio di Corso Marsiglia, e che adorava Cesarini, dovette arrendersi, non ci furono agevolazioni sentimentali. Mazzonis era uno degli uomini più ricchi di Torino, la sua famiglia veniva per ricchezza dopo quella di Agnelli e Gualino, ma non era nobile, un suo cugino era barone di Pralafera. Vantava anche un contado».
La parola di Farfallino è seducente, molti miti e leggende vengono sbriciolati. «Il deficit della Juventus nel 1928 era pagato, un cinquanta per cento da Edoardo Agnelli e l’altro cinquanta per cento da Mazzonis. Nel 1931, il deficit venne diviso in sedici parti che furono divise tre sedicesimi ad Agnelli, tre a Mazzonis, due a Remmert, due al tavolo del poker del Circolo della Juventus di Via Bogino, uno a Monateri, uno a Valerio e Gaspare Bona a testa, uno tra Tapparone, Fubini, Nizza, il Conte Ghigo».
La mente di Farfallino è lucida, perlustra e rischiara tutte le zone di ombra. Anche se uno spesso si chiede: ma sarà vero? «La squadra incassava per tutto il campionato tra un milione e 1.100.000 lire».
Se deve spiegare la tattica, non si tira indietro: delucida e ribadisce. «Aveva un gioco pratico, il risultato era la base di tutto, lo spettacolo veniva dopo. Facciamo degli esempi. Rosetta non faceva mai un passo più del necessario, Combi si allenava in modo tutto suo, venti minuti di allenamento con quattro palloni scagliatigli addosso che valevano più di dieci ore di lavoro, non voleva che si scherzasse, bisognava tirargli come in partita, era un grande portiere, per qualche numero migliore di Plánička, però meno completo. Cevenini III, che sapeva mettere la palla dove voleva, pur non avendo potenza, tirando a effetto e tagliando il tiro, lo faceva ammattire. Caligaris era l’apposto di Rosetta, entusiasta, correva, sprecava, urlava, giocava, ma non era poi tanto coraggioso. Varglien I era l’atleta perfetto, fisicamente ma non tecnicamente. Monti era un giocatore eccezionale, molto grosso ma molto mobile, però non aveva velocità progressiva. Bertolini era idolatrato dagli inglesi, era il calciatore inglese, forte, deciso, generoso, Orsi è stato il giocatore più grande che abbia conosciuto, alto 1.60 pesava sessanta chili e non riusciva a fermarlo nessuno».
Si colgono esagerazioni, affermazioni, peregrinazioni dell’io fantastico, ma in mezzo c’è la realtà di uno squadrone “umano”.
Erano già divi alcuni di quei campioni? Borel questo non lo dice. Erano delle teste matte, ma insomma “erano”. «Monti faceva sparire tutto, rubava tutto quello che gli capitava a tiro, quando spariva qualcosa si andava subito da lui. Una volta nel 1934, per una partita a Parigi contro il Red Star Racing, entriamo in quel grande albergo, c’era un bel veliero sulla mensola, il giorno dopo non c’era più. “Fuori la barca – scrisse l’albergatore a Mazzonis – o vi denunzio tutti; oppure ci spedite, per evitare la denuncia, 4.000 franchi”. Monti restituì la barca facendo mille smorfie e il caso fu risolto. E quel pazzoide di Cesarini? Sempre nel 1934, a Vienna, il giorno stesso in cui fu trucidato Dolfuss, Caligaris era spaventatissimo dopo il discorso che ci fece Mazzonis di stare tutti uniti e di non aprire bocca con nessuno, perché Mussolini aveva mandato le truppe al Brennero. Al mattino, la partita con l’Admira si giocava all’una e mezzo, vedemmo un negozio con una vetrina meravigliosa, montata tutta con una sola cravatta. Bene. Cè ha fatto sparire la cravatta. Perdemmo 3-1 quella partita, lo stadio era stipatissimo, mai vista tanta gente in uno stadio».
Non sapevi che Mazzonis era soprannominato Stalin? Sei proprio un ignorante. «Tutti tremavano davanti a Stalin, io no, io gli ho detto e ripetuto cento volte che non credevo nella sua parola d’onore. Infatti, mi manipolò il contratto come voleva, volevo essere lasciato libero alla fine di ogni campionato, ma lui niente, come se parlassi a un sordo».
Anche tristezze, figure torbide. «Il conte Rolando Ricci, figlio del generale, un pederasta ucciso da un altro pederasta nel 1944, si occupava del vivaio. Scoprii Rava, Gabetto, Genta, Gentili, Bracco, eccetera, trentasei giocatori. Un giorno mi fece la lista».
Tutto vero? Ma quali sono per Felice Placido Borel i confini tra verità e falsità? Inquieto crudelissimo Farfallino, i suoi capelli bianchi, e quei suoi occhi nerissimi di cui si innamorò mezza Torino. Un centravanti, “il” centravanti, dalle movenze flessuose, irresistibile nel fango, inferiore, forse, solo a Meazza.
«Io ho cominciato a giocare a calcio a sei anni, a sette andavo già alla Juventus in Corso Marsiglia. Mi ricordo la prima partita di Combi nel 1923, allora la Juventus andava in campo senza tuta, con quelle giacchette tutte bianche così chic, bordate nero. Al campo non andavano più di 2.500 persone. Anche mio fratello Aldo giocava bene».
Peccato che si invecchia tutti, e tutti attende un eguale destino di oscurità senza fine. Il calcio non avrà più, né potrebbe più nemmeno concepirlo, in tempi di scatenamento, e scotennamento, televisivo, un artista così riuscito, un campione così infantile nutrito di cieli azzurri e di visioni.
Borel II è stato un centravanti dal talento alato, le ginocchia un po’ delicate dovevano farlo soffrire ma, tutto considerato, è stato lui a far soffrire i difensori, elusivo nel gioco e infallibilmente felice nel tiro, come scrisse Pozzo: «Il suo pallone secco e preciso era sempre indirizzato fuori dalla portata della parata del portiere».
Dinoccolato, agilissimo, flessuoso, con piede trentasei. L’inimitabile Farfallino.

3 commenti:

Francesco Ruffino ha detto...

Interessante e verigiera. Anche mio padre mi raccontava aneddoti di questo grande campione.

Francesco Ruffino ha detto...

Ricordo gli aneddoti raccontati da mio padre su questo indimenticabile e grande campione del passato.

Stefano ha detto...

Grazie Francesco del tuo commento. Se hai qualche aneddoto da raccontare, sarò felice di inserirlo.
Buona giornata.