lunedì 28 marzo 2016

Helge BRONÉE

Nato a Nöebölle, in Danimarca, il 28 marzo 1922, arrivò alla Juventus nel 1954, proveniente dalla Roma, oramai trentaduenne; centravanti di tipo particolare, quasi di scuola danubiana, non privilegiò mai la forza rispetto alla tecnica. I suoi piedi erano quelli di un fine dicitore di gioco, i suoi goal furono raramente espressioni di potenza. Quello che Bronée cercava era innanzitutto la bellezza del gesto atletico, la coordinazione nei movimenti, mai disgiunta dalla raffinatezza nel tocco. Un giocatore di classe suprema, un precursore del collettivo, tatticamente indisciplinato, ma è un grandissimo talento naturale. A Torino fu impiegato esclusivamente da interno sinistro: usava il destro solo per camminare, come si suol dire. L’accoppiata Bronée-Præst sulla fascia sinistra, nonostante i due risentissero già del peso degli anni, mandò spesso in visibilio la platea del Comunale; due giocatori complementari l’uno all’altro, due magici protagonisti per un solo tipo di interpretazione del football.
Esordì in bianconero il 26 settembre 1954, seconda di campionato, a Torino contro la Lazio: fece impazzire Fuin e Giovannini, marcatori laziali, e segnò due dei quattro goal della vittoria juventina. Si ripeté a Novara la domenica successiva. In quella Juventus alla fine furono undici i suoi goal, capocannoniere al pari di Manente, terzino dal tiro possente, che beneficiò anche dei penalty. Si congedò dai tifosi il 4 giugno 1955; la Juventus sconfisse il Bologna 5-1, con una sua doppietta, come al debutto.
In bianconero rimase solamente una stagione, in quanto la sua indisciplina fu regola di vita anche al di fuori dei rettangoli verdi; totalizzerà ventinove presenze e undici goal. Nel campionato successivo va a concludere la sua parentesi italiana nelle file del Novara. Una curiosità: il suo ingaggio era pagato a cachet: un tanto a partita e un bel premio in denaro per ogni rete messa a segno.
«Alla Juve arrivo già spremuto – scrive Camin – tutto passa. Al Nancy, in Francia, faceva lo scavezzacollo e continuò a farlo anche nel Palermo, biondissimo e malizioso, piacquero i suoi occhi azzurri che continuavano a guardare al presidente principe Raimondo Lanza di Trabia. Fu un giocatore formidabile. Anticipò il calcio collettivo proprio lui anarchico, facendo la mezzala e il mediano, interdicendo e rifinendo, difendendo e attaccando, con la fascetta bianca al polso sinistro che un dì s’era spezzato, vinceva e perdeva, aveva voglia di battersi o non ne aveva per niente, nemmeno lui sapeva perché, la testa altrove. Si divertiva di più fuori campo ma non sempre. Il suo dramma era il tempo libero».

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