domenica 23 aprile 2017

JUVENTUS - GENOA


2 dicembre 1923 – Campo di Corso Marsiglia
JUVENTUS–GENOA 2–1
Juventus: Combi; Gianfardoni e Bruna; Albera, Monticone e Barale; Grabbi, Munerati, Rosetta, Pastore e Audisio. Allenatore: Károly.
Genoa: De Prà; Bellini e De Vecchi; Barbieri, Burlando e Leale; Neri, Sardi, Catto, Santamaria e Bergamino. Allenatore: Garbutt.
Arbitro: Panzeri di Milano.
Marcatori: Grabbi al 15’, Rosetta al 55’, De Vecchi all’85’.

Edoardo Agnelli assume la massima carica del club, dando il via a un amore destinato a diventare eterno. La prima mossa del neo presidente è quella di ingaggiare un allenatore straniero, per adeguare i bianconeri ai club che vanno per la maggiore. La scelta cade su un esponente della pregiatissima scuola magiara, Jeno Károly, da tempo residente in Liguria. Scoppia il “Caso Rosetta”, il promettente terzino proveniente dalla Pro Vercelli, al quale viene contestato l’irregolarità del tesseramento. La Federazione, dopo aver ratificato il passaggio del giocatore, decide improvvisamente di considerare perse tutte le partite in cui la Juventus ha schierato Rosetta. La compagine bianconera perde sei punti a tavolino e lascia ogni speranza di qualificazione alla fase successiva. Lo scudetto sarà vinto da Genoa, una delle società che avevano più violentemente contestato la situazione del forte Viri.


“IL CALCIO”
Per la seconda volta in questa stagione il Genoa ha provato l’amarezza della sconfitta. Sceso in campo pieno di fiducia nelle proprie risorse, lo squadrone rosso–bleu ha cozzato subito contro uomini decisi a contrastargli il passo sino alla consumazione di ogni energia, e ha dovuto cedere. Nettamente e regolarmente. Bella e animosa compagine è l’attuale squadra dell’anziana e gloriosa Juventus. Una volta era di moda imputare ai giuocatori bianco–neri molta freddezza e scarsa forza di volontà. Ebbene, se qualcuno ancora fosse di questa opinione, è pregato di mutare parere senz’altro. Mancanti di Giriodi e provati del prezioso ausilio del mediano Albera hanno lottato strenuamente in soli dieci uomini per tre quarti della partita e hanno vinto. È questo un exploit sorprendente, al conseguimento del quale tutti hanno contribuito con grande slancio combattivo e forza di volontà magnifica: Grabbi è stato spettacoloso; Munerati, Bruna, Monticone, Gianfardoni sono apparsi superbi nel loro giuoco attivissimo e potente.
Il Genoa completo e perfettamente inquadrato, ha condotto un maggior numero di attacchi nel secondo tempo soprattutto ma, strano a dirsi, moto raramente ha potuto impegnare Combi. Ha tentato le discese in linea, poggiando spesso sul classico duo Santamaria–Bergamino. Ma l’indiavolata verve di Grabbi spezzava ogni abbozzo di combinazione da quella parte. Ha cercato di sorprendere la difesa juventina facendo viaggiare Neri a più riprese, ma senza fortuna. Anche i tiri improvvisi e insidiosi di Burlando e le falcate di Barbieri si sono infranti contro la granitica difesa torinese che tutto ha spazzato inesorabilmente. Il punto dell’onore è stato segnato da De Vecchi (che era passato in prima linea) con un bellissimo tiro, facilitato però da una ratée dell’ottimo Gianfardoni su calcio di rinvio. Questo al 42° minuto della ripresa. I punti juventini sono stati marcati al 15° minuto di giuoco da Grabbi e al 10’ della ripresa da Rosetta. Giornata magnifica, pubblico imponente.


VITTORIO POZZO, “LA STAMPA”
Coloro che hanno assistito all’incontro Juventus–Genoa non ne dimenticheranno tanto presto l’emozionante svolgimento. Fu più che un gran match una bella e appassionante lotta. A dieci minuti dall’inizio, i torinesi che avevano aperte le ostilità con un brio indiavolato, si trovavano ridotti a dieci uomini, per un incidente a uno dei loro mediani. Così mutilati, essi vedevano il loro attacco diventare più circospetto, ridotto quasi ad approfittare di quelle occasioni che presentavano una seria probabilità di riuscita, ma conservare un carattere tale di aggressività e di decisione da mantenere l’incontro bello, aperto, interessante. Io sono convinto che, se l’attacco juventino avesse potuto mantenersi a quadri completi per tutta la partita, al carattere morbosamente interessante della lotta si sarebbe aggiunto un altro bell’aspetto tecnico del match. Nei pochi istanti in cui gli attaccanti torinesi ebbero il loro pieno “organico”, essi furono tecnici, efficaci e travolgenti. Come andarono le cose, quando il Genoa partì all’attacco, esso non riuscì a superare il baluardo ferreo creato dalla difesa torinese. Non solo, ma nel secondo tempo chi doveva scomporsi, disunirsi e capitolare era la difesa degli ospiti sotto la spinta d’un attacco di una risolutezza impressionante. Alla riscossa muovevano ancora i genoani, ma la loro offensiva aveva carattere di così poca incisività, che chi salvava l’onore della squadra doveva essere un difensore, e che il tempo regolamentare scadeva senza che si giungesse al pareggio.
Il colpo d’occhio che presentava il campo della Juventus all’inizio della partita, aveva del grandioso. Era una vittoria del giuoco del foot–ball, al di sopra della contesa, che si stava per svolgere in campo. Era all’incirca la stessa folla del match Torino–Vercelli, circa ottomila persone. Il match fu, come ho detto, un po’ compromesso nelle sue possibilità tecniche dall’incidente toccato alla Juventus. Dell’attacco torinese che tutti si attendevano di veder all’opera in buone condizioni, non è possibile quindi di parlare. Esso scomparve dalla lotta, come unità, fin quasi dall’inizio. Si ridusse, dapprima a quattro uomini, poi a tre, e in certi momenti a due. Rosetta passato per qualche tempo all’ala destra, finì per prender stabile dimora conio quarto half nella ripresa. Ma pur in questa condizioni, occorre far tanto di cappello alla prova dei bianco–neri, Lo slancio, l’animo, la volontà della squadra furono ieri ammirevoli. Altre unità possono essere più tecniche della Juventus, e far sciupio di quanto posseggono. Presso i bianco–neri tutte le doti dei giuocatori vengono, almeno da un paio di matches a questa parte, utilizzate al cento per cento. Mutilata, la squadra ripiegò, ma non si disunì mai. Costretta in difesa per lunghi periodi, conservò una combattività tale che non diede mai l’impressione di essere dominata. Quando i suoi uomini scattavano per la palla, riuscivano a ottenerla. La Juventus ha dato ieri una bella, prova di forza. Combi, Gianfardoni e Bruna fecero un’eccellente partita. Essi rappresentano una difesa salda e vigorosa. Albera fu eliminato fin dai primi minuti. Monticone emerse in compiti prettamente difensivi. È un centrohalf “in corso di costruzione”, che copre una quantità di terreno, che lavora con lena instancabile, che non serve i suoi attaccanti in modo perfetto, ma che è utile ed efficace. Lo stesso giudizio si potrebbe esprimere per Barale, i cui interventi rudi e decisi riuscirono di poco gradimento alle combinazioni Neri–Sardi. Grabbi colpì l’occhio di tutti gli spettatori per il coraggio e lo slancio felino posto nel match. Chi ricorda il giuoco scialbo e disordinato di questo giuocatorino un paio di stagioni fa, deve ammettere che egli è il juventino che ha fatto i migliori progressi. Lo stile ha bisogno di raffinarsi ancora, ma la risolutezza e la velocità sue sono esemplari e contribuirono non poco a domare l’attacco genoano. Rosetta dovette seguire la sorte di Munerati e Pastore, nell’aiutare un po’ a destra un po’ a sinistra, ma l’ex–vercellese non è ancora lui. È lento ancora allo scatto, e lo dimostrò quando volle guizzar via in mezzo ai terzini. Ha bisogno di giuocare alcuni matches, ecco tutto per evitare quelle “imbastiture” di cui egli stesso si lamenta.
Il Genoa giuocò un match poco convincente. La difesa è all’altezza degli anni scorsi, e la linea di mezzo se pur non così granitica, è sempre una delle migliori d’Italia. L’attacco fu ieri eccellente a metà campo, nullo nell’area di rigore. Le avanzate avvenivano con combinazioni precise: la palla era tenuta a terra, gli uomini si smarcavano bene, e le azioni, a cui contribuivano i “mediani”, avevano un bel carattere di varietà. Al momento culminante ogni virtù scompariva. A descrivere la forza di penetrazione della linea basta citare il fatto che in tutto il match, se si toglie lo sfortunato colpo di testa di Sardi, non un tiro essa fece che meritasse un goal. Nel primo tempo si ebbe un solo tentativo forte e diretto: venne da un half, Burlando. Nella ripresa un goal fu segnato: da un terzino, De Vecchi. Da cosa gli attaccanti genoani si attendessero il premio delle loro fatiche, non è facile intuire, se essi non facevano l’unica operazione a ciò necessaria. Con una difesa così compatta i tiri da lontano avrebbero avuto probabilità di prendere il portiere all’improvviso o di trovarlo colla visuale oscurata; vedi il goal di De Vecchi. Nulla di ciò fu fatto. Gli uomini si facevano invece sorprendere troppo spesso colla schiena rivolta alla porta nel momento culminante, col risultato che prima che essi si fossero girati su se stessi l’energica difesa avversaria già era intervenuta e il favorevole ultimo fuggente già era sparito. Quest’attacco lascia sulla prova di ieri (l’unica che io abbia visto quest’anno) un’impressione di lento e di fermo che impressiona. Non voglio ricordare quell’aborrito argomento che rappresenta per un giuocatore di foot–ball l’età, ma sia il fatto che ieri mancava in prima linea un soffio di giovanile entusiasmo, un guizzo di fresca energia. Successe che sulle difese avversarie faceva più impressione un attacco juventino, che non tre attacchi genoani.
Con questa vittoria la Juventus balza al primo posto della classifica del Girone A, a pari punti coll’Alessandria e col Livorno. E questo match, per via del caso “Rosetta” sarà ora fonte di lavoro e grattacapi a quell’altro ramo di attività calcistica, infinitamente meno bello e meno attraente di quello che si combatte sui campi e all’aria aperta, rappresentato dalla politica.

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