lunedì 28 gennaio 2019

Gianluigi BUFFON


Il pallone di plastica disegnava traiettorie imprevedibili – scrive Davide Terruzzi su Juventibus.com del 21 marzo 2016 – no, non era come il pallone che si vedeva in Holly e Benji, nemmeno il campo aveva le stesse dimensioni. Il divertimento però non mancava a Pertegada, un paesino in Friuli, dove si poteva vedere un bambino forestiero, mandato lì dai genitori a trascorrere la quasi totalità dell’anno. L’estate, invece, è la stagione in cui si ritorna a casa, al mare: quel bimbo lo potevate trovare ai Bagni Unione 1920, in spiaggia tutto il giorno, assieme a sorelle, cugini. Una vita cadenzata dal passare del tempo, segnata dall’affetto della famiglia e degli zii: lui il più piccolo, lui l’unico maschio, coccolato e amato. Poi arrivò il primo giorno di scuola e il bambino dovette salutare Pertegada, il rigore del gelo invernale, il tepore della stufa, il negozio delle sorelle del papà. Inizia un altro capitolo della vita. Una vita da numero uno. Una vita di Gianluigi Buffon. E questa è la sua storia.

“Per che squadra tieni?”. È la domanda che si usa fare per conoscersi a scuola. La risposta è legata ai cicli della squadra: i bambini fanno il tifo per la squadra del papà o per quella che sta vincendo. Gigi, invece, è del Genoa e simpatizza per il Pescara di Galeone. La passione per il Grifone è legata agli zii materni: lo stemma sull’auto, i colori sociali, il calore del pubblico. Come nella quasi totalità della vita dei giovani italiani ci sono i libri e il pallone. C’è la squadra del cuore e la squadra per cui si gioca. La borsa, la tuta, i calzettoni, le scarpe avvicinavano il mondo dei piccoli a quelli dei grandi: papà Lorenzo, che come mamma Maria Stella era un atleta, allenava una squadra, il Canaletto, una formazione di La Spezia, dove Gigi inizia la sua carriera da calciatore. Tre anni da centrocampista. Tranne un’esperienza tra i pali: mancava il portiere della formazione e Buffon lo sostituì facendosi decisamente apprezzare. Una partita e poi il ritorno nel suo ruolo: in mezzo al campo, Gigi brilla, tanto che inizia a giocare con i ragazzi più grandi di un anno. La terza e ultima stagione, arrivati alla fase finale provinciale, venne chiamato da quelli del 1976 per parteciparvi come portiere: quarti, semifinale, finale con vittoria del titolo. Un’esperienza, un’avventura prima di ritornare a centrocampo cambiando squadra: Buffon è una mezzala in grado di segnare parecchi gol. Gigi passa alla Perticata, società gemellata con l’Inter, e si fa una certa nomea. Nel marzo del 1989 viene chiamato a indossare la maglia della selezione della sua città per una amichevole a San Siro prima di una partita dell’Inter; solo la traversa, ora alleata ma allora nemica, gli nega la gioia del gol su punizione.
La passione per il calcio è totalizzante. Ai Mondiali del 1990 scopre il Camerun, ma la passione per quello che sarebbe poi diventato l’idolo, Thomas N’Kono, nasce guardando tre anni prima la vittoria dell’Espanyol ai danni del Milan di Sacchi. Ed è proprio nel 1990 che arriva il cambio di ruolo: un passo indietro, tra i pali. Il consiglio è del papà: “Perché non ti metti a fare il portiere per un anno?”. La Perticata lo vuole solo come centrocampista e arriva allora un altro trasferimento: si passa al Bonascola. A fine stagione, sempre con la squadra più grande, partecipa al Torneo Maestrelli: la sua squadra vince 1 a 0, lui fece una partitona. Era già finito sul taccuino di molti osservatori: lo chiamano Bologna, Milan e Parma. Era la tarda primavera del 1991. Il consiglio arriva dai genitori: «Parma è una città più a misura d’uomo». Si va in Emilia, si va a tredici anni a vivere lontano da casa, in un collegio.
«Cerca di cambiare, altrimenti torni a casa». Fabrizio Larini, responsabile del settore giovanile, avvisa Buffon. Gigi, come migliaia di ragazzi, entra nel mondo del lavoro senza nemmeno accorgersene. Il carattere è forte, schietto, diretto, un po’ da spaccone: è quello di un ragazzino consapevole dei propri mezzi, abituato a gestirsi da solo. La vita scorre velocemente: sveglia, colazione, scuola, alle 13 pranzo, pomeriggio allenamenti, sabato pomeriggio libero. Giornate da giovane atleta, apprezzatissimo, perché il valore di Buffon inizia ad emergere: nel maggio 1993 fa parte dell’Italia che si gioca in Turchia l’Europeo under 15. La Nazionale, di cui fa parte anche Francesco Totti, arriva in finale dove viene sconfitta dalla Polonia. Nei quarti di finale, contro la Spagna, para due rigori e segna il suo; in semifinale ne respinge tre e sbaglia quello calciato. Sì, Gigi non aveva paura di tirare un calcio di rigore: da buon centrocampista si presentava dal dischetto.
Estate 1994. Bucci era ai Mondiali, serve un altro portiere. E Gigi è un uragano, difficile, quasi impossibile da gestire: risponde, risponde sempre, fa il contrario di quello che l’allenatore dice, rischiando di far impazzire Nevio Scala. A Parma sono convinti di avere un potenziale fenomeno, quando possono chiudono un occhio, e hanno tanta pazienza per passare sopra certi errori ragionando assieme al ragazzo per aiutarlo a essere meno adolescente nel mondo dei grandi. A fine ritiro, Buffon gioca gli ultimi minuti di un’amichevole e fa una pessima figura. E chi avrebbe mai potuto immaginare che mesi dopo quel ragazzo irriverente sarebbe stato titolare in Serie A? Nessuno. A parte Gigi. Lui vive la sua età con il massimo dell’incoscienza. Dorme, dorme profondamente lungo il tragitto che porta allo stadio: deve giocare contro il Milan. I compagni sono preoccupati, impensieriti per il fatto che non avrebbe retto le pressioni e le emozioni, ma le qualità fisiche, tecniche e quel carattere duro, spaccone e incosciente, lo aiutano. 19 novembre 1995, la data dell’esordio: a 17 anni, Buffon si fa conoscere dal grande pubblico. Fece quattro, cinque interventi sensazionali: finì 0-0 e iniziò una nuova vita, quella del professionista.
Lavoro, sacrificio. Questo il messaggio di una famiglia d’atleti. Gigi ritorna in Primavera, gioca al Viareggio, e s’appresta a vivere la stagione da 1995-1996 da giocatore di Serie A: lui è il vice Bucci. Una scelta che capisce ma che fatica a digerire: Buffon è sempre stato il titolare, anche se è un ragazzino perde stimoli non stando tra i pali. Chiede la cessione in prestito, vuole andare a giocare: si rivolge a Stefano Tanzi, vicino a lui come età, e ottiene il via libera. Però succede qualcosa. Martina, il suo agente/consigliere, e Pastorello, direttore sportivo, lo martellano: aspetta ancora qualche mese. Probabilmente sanno che Ancelotti, e il suo preparatore dei portieri, stanno meditando di cambiare: la squadra ha iniziato male, vogliono mandare un segnale di cambiamento a tutto il gruppo. Fuori Bucci, dentro Buffon. La scelta è definitiva e Gigi non perderà più la maglia da titolare.
L’esperienza a Pertegada ritorna alla mente. Nevica, si gela. A Mosca, a fine ottobre, è normale. L’Italia di Cesare Maldini si sta giocando l’andata degli spareggi per le qualificazioni ai Mondiali. Pagliuca è a terra, non si rialza. «Scaldati». Lui non si muove. Cesarone, qualche minuto dopo, si gira e lo trova nuovamente seduto in panchina: «ma ti sei scaldato o no?». «Mister, io sono pronto». Ed entra in campo. 29 ottobre 1997, la data dell’esordio in Nazionale. Con autogol dell’amico Cannavaro, quello che quando va a sistemarsi tra i pali gelidi di Mosca gli dice «tranquillo Gigi». Buffon va ai Mondiali francesi: non gioca, è lì per fare esperienza. E ovviamente non è abituato a stare in panchina. Durante un allenamento sono previsti dei tiri: lui non si muove, è immobile, non si tuffa. «Mister, non ne ho voglia». «Allora vai a farti la doccia». Maldini aveva capito che aveva di fronte un ragazzo che stava crescendo, uno che sbagliava, ci rifletteva su e poi ti chiedeva scusa. Quelli furono gli anni della totale spensieratezza, degli anni della gioventù vissuti anche follemente: usciva dai pali, usciva dagli schemi, mostrava al mondo quello che all’epoca era, un ragazzo spaccone, sicuro di sé, un po’ strano e un po’ folle. Sono gli anni delle grandi prestazioni, del Parma vincente e dei grandi errori: il “boia chi molla” e la maglia numero 88, diventati casi mediatici, sono figli dell’ignoranza e della superficialità, il diploma di maturità comprato è una cazzata che ha ferito la famiglia.

Nell’estate del 2001 è acquistato dalla Juventus, per la cifra record di 105 miliardi di lire (70 in contanti più la cessione di Bachini), risultando il giocatore più pagato nella storia della società bianconera. «Una cosa è certa: la misura della porta è la stessa. Probabilmente i momenti positivi e negativi saranno diversi. Ma dovrò prepararmi per non deludere».
Il portierone, poi, sempre sul filo dell’ironia, individua il suo obiettivo di stagione: «Gli altri nuovi acquisti hanno parlato di scudetto o Champions League. Io dico la Coppa Italia. Scherzi a parte, punto a vincere tutto. In questa società non è un sogno proibito».
Buffon dispensa parole al miele per chi lo ha preceduto: «Zoff è stato il mito per tutti gli aspiranti portieri italiani, ed anche per molti stranieri. Tacconi, per il suo modo strafottente e sdrammatizzante, un po’ mi somiglia e Peruzzi, mio compagno in nazionale, ha bontà d’animo e umiltà esemplari», poi chiude così quando gli si domanda se potrà essere lui, dopo Zoff e Combi, il terzo portiere della storia prestato dalla Juve alla Nazionale per vincere una Coppa del Mondo: «Spero di essere degno della Juventus, in tutto e per tutto».
L’inizio non è semplice; gli errori contro il Chievo e la Roma scatenano le critiche ma Buffon riesce a riprendersi e a disputare un’ottima stagione, coronata con la vittoria del suo primo scudetto, grazie all’emozionante sorpasso all’Inter, il 5 maggio 2002.
Dopo aver saltato gli Europei 2000 per infortunio, partecipa, come portiere titolare, al Mondiale nippo-coreano del 2002; para anche un rigore al coreano Ahn, ma l’avventura degli azzurri finisce male.
La stagione 2002-03 è quella della consacrazione definitiva, che lo porta a essere considerato il miglior portiere del mondo; con le sue parate straordinarie, diventa una colonna della Juventus, che vince la Supercoppa Italiana e un altro scudetto. Le delusioni arrivano dalla Champions League: dopo aver parato un rigore decisivo a Figo, nella semifinale col Real Madrid, perde la Coppa dalle grandi orecchie nella finale di Manchester contro il Milan; la partita si decide ai rigori e Buffon para i tiri di Seedorf e Kaladze, ma il suo collega Dida fa ancora meglio e la coppa va ai rossoneri. In quella stagione, è premiato come miglior giocatore della Champions League.
Nel campionato successivo vince un’altra Supercoppa Italiana, battendo il Milan; sono nuovamente i rigori a decidere l’esito della partita ed è decisiva la sua parata su Brocchi. La stagione non sorride alla Juventus, causa i numerosi infortuni, che esce presto dalla Champions League e giunge terza in campionato. A fine stagione gioca gli Europei 2004, ma l’Italia esce al primo turno rimediando l’ennesima figuraccia.
Nell’estate del 2004, arriva Capello sulla panchina bianconera; Buffon disputa l’ennesima grande annata e vince lo scudetto, al termine di un duello serrato con il Milan. È ancora la Champions League a portare grande delusione nell’ambiente bianconero; infatti, grazie anche a uno straordinario goal di Luis Garcia, la Juventus esce ai quarti di finale, a opera del Liverpool.
Si prosegue, ma la malasorte è in agguato: il 14 agosto 2005, durante il Trofeo Berlusconi si procura una lussazione alla spalla, causata da uno scontro con Kakà. Deve essere operato e la convalescenza dura per ben tre mesi, durante i quali è sostituito da Christian Abbiati. Torna tra i pali alla fine di novembre, in Coppa Italia contro la Fiorentina; non sentendosi pienamente recuperato, restituisce la maglia da titolare ad Abbiati. Ritorna definitivamente nel gennaio del 2006, sempre in Coppa Italia, nella partita di ritorno contro i viola; partita dopo partita, riacquista l’antica sicurezza e conquista l’ennesimo scudetto.
Vola, con la Nazionale azzurra, in Germania per disputare i Mondiali; è storia arcinota, il 9 luglio 2006, all’Olympiastadion di Berlino, si aggiudica la Coppa del Mondo. Nella competizione subisce solamente due reti: una dal suo compagno Zaccardo e una da Zidane, su calcio di rigore; ma le sue prestazioni sono incredibili, tanto da meritarsi il Premio Yashin, quale migliore portiere della manifestazione: «Vincere il Mondiale è la realizzazione del sogno di ogni italiano; in più, è arrivato dopo quel mese di casini, durante il quale mi chiedevano di rinunciare a partire per la Germania. Ma, io credo che, quando ti comporti bene, poi ti arriva il premio».
Consolida così, la sua posizione di migliore portiere del mondo e di uno dei migliori portieri di tutti i tempi; non per niente, si aggiudica il premio di Portiere dell’anno assegnato dall’IFFHS, per ben tre volte: nel 2003, nel 2004 e nel 2006. È il maggior candidato a vincere il Pallone d’Oro, ma è superato sul filo di lana da Fabio Cannavaro; ma l’impressione generale è che fosse proprio Gigi a meritarlo.
Nella stessa estate, la Juventus è retrocessa in Serie B; Gigi, nonostante sia corteggiato dalle società più prestigiose del mondo, decide di continuare la sua avventura con la società bianconera: «Stavo per andarmene. Stavo per lasciare la Juventus. Ma prima, quando procedevamo col vento in poppa, fra vittorie e applausi, non dopo, non quando lo scandalo ci ha travolti, non quando la tempesta ci ha inghiottiti. Questa è la storia di un paradosso: io sono rimasto perché la Juve è stata accusata, processata, condannata, retrocessa in Serie B. Ho fatto la scelta giusta, una scelta da Gigi. Quando c’è la passione puoi giocare in qualsiasi serie; io non gioco per fama o per interesse, ma per amore per questo sport. Proprio per questo ho disputato un buon campionato, in Serie B, e mi sono pure divertito».
A fine stagione rinnova il contratto che lo lega alla Juventus, fino al 2012: «È un giorno importante per me. Ho scritto una nuova pagina della mia carriera e della mia vita. Una scelta coerente con quella maturata l’anno scorso e che conferma il mio attaccamento a questa squadra, alla società e ai tifosi della Juventus, che non hanno mai smesso di farmi sentire il loro affetto. Il progetto che mi è stato presentato è convincente, perché la società si è data obiettivi sportivi in cui credo e perché crea i presupposti per un rapporto sempre più stimolante. Ho pensato che le vittorie non sono tutte uguali. Io ne ho tante, a Parma, in bianconero, in Nazionale. E non sono più famelico come prima, ma posso puntare al valore. Uno scudetto, ora, sarebbe qualcosa di inestimabile, non sarebbe uguale in nessun altro posto. Come il primo nella storia della Juve. Non ho preteso garanzie, ma era un’esigenza legittima vedere come questa squadra sarebbe diventata competitiva. Sulla carta la Juve è la società che si è mossa meglio sul mercato, mi è piaciuta l’oculatezza con cui sono stati fatti certi acquisti. La serie A dopo un anno? La sensazione di certe partite è impareggiabile. E poi l’idea di poter essere i rompiscatole del torneo è bella, mi diverte. Non possiamo vincere subito, non è possibile. Favorita è l’Inter. Il campionato 2006-07 l’ho seguito poco o niente. Del resto non se lo ricorderanno in tanti. Con Deschamps ho avuto buoni rapporti. Anche la scelta che ha fatto dimostra che aveva carattere. Mi è piaciuto. Ranieri l’ho incontrato per qualche minuto in sede. A pelle mi sembra una persona leale, giusta per la Juve. Cosa mi aspetto dalla nuova stagione? Arrivare tra le prime quattro sarebbe il massimo».
Il ritorno in Serie A è molto stimolante per Gigi che si erge da protagonista, nonostante qualche infortunio di troppo e tante delusioni. Infatti, la Juve prima di Ranieri, poi di Ferrara e Zaccheroni ed infine di Delneri non riesce mai ad azzeccare la fisionomia giusta per poter tornare a vincere.
Poi, la brutta storia della depressione, che Gigi riesce a superare non senza fatica: «Devi convivere con un Gigi nel quale non ti rispecchi. E finché non ti accade, non capisci l’importanza della situazione. Pensare che, da ragazzo, nella mia inconsapevolezza, mi chiedevo come facessero le persone ricche o normali, a cadere in depressione. Allora capisci che sono tutti discorsi sciocchi e superficiali. Perché ci possono essere mille motivi: anche se sei ricco e acclamato, poi questa condizione diventa la norma. E come tutti, che hanno lavori diversi, può capitare che venga a mancarti uno stimolo o che tu non sia soddisfatto della tua vita, Magari perché ti accorgi che non riesci a trovare la donna giusta, o non riesci a vincere la Coppa dei Campioni. Oppure non riesci ad apprezzare quello che hai. Allora ti fermi e sei sommerso da dubbi e da pensieri: ed è un attimo cadere nella depressione. È stato davvero un periodo brutto. Ricordo che mi dicevo: “Ma che cosa me ne frega di essere Buffon. Perché poi alla gente, ai tifosi, giustamente, non importa un cavolo di come stai. Vieni visto come il calciatore, l’idolo per cui nessuno ti dice: “Ehi, come stai?”».
Ma tutto sta per cambiare e la stagione 2011-12 si rivelerà trionfale per Gigi e per la Juventus. Finalmente non condizionato da problemi fisici, si erge protagonista della bellissima cavalcata bianconera verso lo scudetto. A parte un clamoroso errore nella partita casalinga contro il Lecce, il portierone bianconero sfodera grandi prestazioni, stabilendo il proprio record di imbattibilità con 568 minuti. Indossa anche la fascia di capitano, poiché Del Piero è spesso relegato in panchina.

11 maggio: Gianluigi Buffon parla a “Tuttosport” e racconta le emozioni partendo dalla sfida con il Lecce, ecco alcuni estratti: «Mi vengono in mente due scene. La prima: io che da terra guardo Bertolacci segnare e mi dico “Tranquillo, questo è solo un film, adesso succede qualcosa, magari sviene”. Non una bella sensazione, anche se con Conte e i miei compagni all’inizio della stagione avevamo messo in preventivo che potesse capitare un patatrac. La seconda è Il silenzio immediatamente successivo alla boiata. Che ti ammazza. Lì ti chiedi: mi massacreranno o mi spalleggeranno? A me sembrava di aver tradito la fiducia dei compagni e dei tifosi. Emblematica è stata la loro reazione subito dopo l’errore con il Lecce e ancora di più a Trieste. Non sono una persona che si commuove facilmente, ma nella fase di riscaldamento ho faticato a trattenere le lacrime».
Sul tema scudetto: «Molte volte me lo sono immaginato, un po’ meno nelle ultime due stagioni. Ci sta nella storia che uno rincorra una bandiera, come gli ignavi, senza mai riuscire a prenderla. È una paura innegabile. In parecchie occasioni durante questi sei anni ho tratto delle conclusioni chiacchierando con il mio intimo. Non sempre, ma spesso alcune certezze hanno vacillato, ci sta. Però poi ho meditato sulle mie conquiste. Vivere la Serie B e pensare che magari per i prossimi cinque, sei, sette anni non vincerai più niente essendo comunque Buffon porta a riflettere. Ma alla fine sono sempre tornato al punto di partenza: la vita dà ciò che ci meritiamo. La partita della svolta è stata la prima, anzi, dalla festa dello Stadium avevo maturato la sensazione che saremmo riusciti a mettere assieme qualcosa di straordinario. Ipotizzarlo ad agosto-settembre era da folli. Ovvio, per tutto l’anno mi sono ripetuto che il secondo posto non sarebbe stato male, però ha prevalso il desiderio di realizzare una grande impresa. Ognuno di noi ha messo la propria firma su ogni partita. C’è stata una continua crescita individuale».
Sul numero uno: «Non si può stabilire con sicurezza, dipende dai periodi. Eppure posso garantire con assoluta sincerità che non molte volte mi sono sentito così bene e con una tale armonia psicofisica. La differenza tra i portieri scaturisce dalla minore percentuale di errore. Quest’anno ho sbagliato solo una volta: una svista da giocatore, non da portiere. Le polemiche del passato appartengono per l’appunto al passato. Nulla che mi abbia sorpreso, sia chiaro. Semmai mi ha dato fastidio che, disputate appena diciassette partite dopo sette mesi di inattività, qualcuno possa aver identificato in Buffon il problema della Juventus. Una Juventus che è arrivata settima e non prima, tra l’altro. Undici anni fa sono arrivato con i capelli più lunghi e una buona carriera da ragazzo prodigio alle spalle, ma mi mancava la consacrazione. Dopo undici anni, posso sostenere con fermezza che, anche potendo, non tornerei indietro. Sono stato fortunato e bravo».
Sulle polemiche e il goal di Muntari: «È stato tutto strumentale, quindi non mi ha toccato e non mi tocca per niente. Sono dalla parte della ragione, cosa ho dichiarato allora lo ripeto adesso, con la massima trasparenza. La premessa è stata: non mi sono accorto se la palla era dentro o fuori. Stop. Volete la verità? Purtroppo vincere ed essere applauditi dagli avversari è difficile, un concetto che stride. In realtà, non c’è niente da aggiungere a ciò che è già stato detto. Se da calciatore mi viene chiesto quanti scudetti ho vinto, rispondo che sul campo ne ho conquistati cinque. Poi ci sono gli assegnati, i revocati. La Juventus non prevede vie di mezzo: o la ami o la odi. Poco alla volta, tornando a vincere, si ripropongono antichi sentimenti».
Il parallelo tra la Juventus di oggi e del passato e il futuro: «Quella della Triade era una corazzata, quasi inespugnabile. Quella di Cobolli Gigli e Blanc era frizzante ma le mancava la cattiveria agonistica per vincere. Questa è la Juventus della rinascita e a mio avviso è anche la più importante, perché si riparte da qui. Io voglio essere competitivo in Champions League, che deve essere il nostro obiettivo. L’ultimo successo risale a sedici anni fa e non mi sembra che la Juventus stellare di cui ho fatto parte sia mai riuscita a ripetersi. Sarebbe chiedere troppo a una squadra che ha compiuto un autentico miracolo. Mi accontenterei di riacquistare il rispetto dell’Europa che conta. Del resto, il Real Madrid ha speso 800 milioni e non ha ancora rialzato la Champions. Due o tre rinforzi pescati con oculatezza, così che la nostra squadra da solida diventi importante. Questo è un gruppo composto da tanti italiani, gente che sa cosa significa la parola Juventus, integrato da quattro o cinque stranieri tosti. Arrivasse un campione che fa le bizze, per quanto forte sarebbe compiere un passo indietro Non so come finirebbe Juventus-Barcellona. Ma sarebbe una partita di pallone».
Infine Conte: «Uno come Conte andava sempre scelto per primo nelle partitelle perché era organizzato, tosto e leale. Al pari di Ferrara e Montero. Se è diventato un ottimo tecnico lo deve al fatto che è stato un calciatore di un certo tipo. E qui smonto un luogo comune. Di solito si sostiene che l’allenatore incide poco o nulla; io, al contrario, dico che l’allenatore conta nella misura in cui lo fanno contare società e giocatori. E siccome Conte ha sempre goduto del pieno appoggio di tutti, è stato il valore aggiunto che ha fatto la differenza tra noi e il Milan».
È grande protagonista anche con la maglia della Nazionale. La compagine di Prandelli, infatti, arriva sino alla finale del Campionato Europeo, battuta solamente da una strepitosa Spagna.
Alessandro Del Piero lascia la Juventus e Buffon eredita ufficialmente la fascia di capitano. Il 2012-13 si apre nel migliore dei modi, con la vittoria della Supercoppa Italiana contro il Napoli. Proseguirà ancora meglio con la conquista del triangolino tricolore, il quinto personale.
Buffon sembra il papà del Buffon degli esordi: ora è un uomo, le esperienze passate lo hanno crescere. Quello che era il ragazzino che faceva innervosire compagni e allenatori, ora è il leader saggio del gruppo: è il monumento della Juventus e dell’Italia. Ritorna a giocarsi una finale di Champions League e ora ha la certezza che aveva Bettega a Manchester: «Alla Juve capita spesso».
Continua a far incetta di trofei: gli scudetti consecutivi diventano sette (undici per lui), col contorno di quattro Coppa Italia. In mezzo anche il record di imbattibilità (974 minuti), per il “Numero uno dei numeri uno”, come lo definisce il radiocronista Repice.
Fino all’ultimo atto: la decisione, a quarant’anni suonati, di lasciare Torino e tentare una nuova avventura a Parigi. E quel ragazzino che voleva giocare a calcio per le scarpe, la tuta, la borsa non dando importanza alla squadra, adesso è quell’uomo che ringrazia tutti i compagni e allenatore per aver scritto un nuovo record. Una vita da Buffon. Una vita vissuta: piena successi, errori, generosità, fallimenti, rinascite.

«6.111 giorni. 6.111 attimi di pura passione. Di gioia, di pianti, di sconfitte e di vittorie. Grazie. Grazie ad ognuno di voi. Perché ognuno di voi ha contribuito a rendere speciale ogni istante della mia vita in bianconero. Una vita che è diventata una seconda pelle. Una pelle che ho indossato, amato e rispettato. E che ho custodito e protetto con tutto me stesso.  Con tutti i miei limiti, ma anche con tutta la passione che mi ha sempre accompagnato.
Con domani si conclude un percorso. Termina un libro che abbiamo scritto insieme. L’emozione è tanta. Troppa. Comincerà inevitabilmente un percorso nuovo. Un libro nuovo. Deve cominciare. Per la Juventus che rimarrà oltre qualunque calciatore, sempre! E che continuerà a scrivere altre pagine importanti del suo libro che io penso e immagino infinito. Perché il suo è un DNA unico ed ineguagliabile. Irripetibile e magnifico. 
La Juve è una famiglia. La mia famiglia. E io non smetterò mai di amarla, ringraziarla e chiamarla “casa”. Perché mi ha dato tanto. Tutto. Sicuramente molto più di quanto io non abbia fatto nei suoi confronti.
Sono arrivato allo stadio in bicicletta. Ero tanto giovane. E domani vorrei metaforicamente allontanarmi a piedi per poter assaporare ogni istante, sentire la fatica del distacco. E la gioia dei saluti. Per emozionarmi. E per capire che mai sarò lontano da quel posto che chiamerò “casa”. Per sempre! E per poter salutare i compagni e gli amici che mai smetterò di chiamare FRATELLI.
Fino alla fine! Per sempre vostro, Gianluigi Buffon».

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