venerdì 3 febbraio 2017

Erminio FAVALLI

Nasce a Bobecco d’Oglio vicino Cremona il 29 gennaio 1944. Suo padre fa l’agricoltore, lui segue spesso il fratello Armanno più grande di cinque anni. Non si mette comunque a giocare al calcio solo per imitare il fratello. «Mi piaceva – racconta Erminio – e all’ala destra me la cavavo bene. Armanno mi fece provare per la Cremonese. Superai il provino e venni tesserato. Assieme a mio fratello ho giocato poche partite». Favallino è timido, riservato, non scontroso ma modesto, come suo fratello del resto. Un giorno è notato da un osservatore dell’Inter. «Mi chiesero – dice Erminio – se volevo trasferirmisi all’Inter. Non sapevo cosa rispondere. Andai da Armanno che giocava nel Brescia. Lui rispose se ero matto ad aspettare. Che mi precipitassi a Milano e di corsa pure. Mi convinse».
Ha vent’anni e molte belle speranze. Helenio Herrera lo elogia spesso. Fa amicizia con Landini, trova in Facchetti un altro fratello. I primi sei mesi va spesso a casa, perché il papà senza di lui soffre. Ma Herrera gli ordina di non muoversi da Milano ed Erminio prende casa assieme a Landini. «Per me – spiega Favalli – quello passato all’Inter è stato un anno importante, perché ho imparato un mucchio di cose».
Nell’estate il fratello muore. Tornava da Foggia nella sua 850 nuova fiammante e si dirigeva a Cremona per prendere la famigliola e andare al mare. Per far prima Armanno preferì viaggiare di notte. A pochi chilometri da Cremona ebbe un incidente automobilistico e a ventisette anni ci lasciò la vita. A Foggia è lutto cittadino. Oronzo Pugliese piange, come il presidente Rosa Rosa e tutti i tifosi. Erminio non sa darsi pace. Un giorno gli telefonano da Milano. Il General Manager interista Allodi gli comunica il suo trasferimento al Foggia. Favalli piange, non di rabbia ma di gioia. Il pensiero di indossare la maglia di suo fratello lo emoziona.
Egizio Rubino allenatore dei foggiani dopo i primi allenamenti decide di lanciare Erminio Favalli in prima squadra. «Lanciai Favalli – dice Rubino – solo perché se lo meritava. I fatti mi hanno dato ragione». Favallino, come i tifosi foggiani subito lo chiamano, dimostra in effetti di meritare la Serie A. Alcune sue partite sono eccezionali, commette degli errori ma dovuti a esuberanze, non dimenticando che Erminio ha appena ventidue anni. Segna poco ma fa segnare agli altri molti goal ed ha un dribbling efficace che ricorda quello di Gigi Meroni. È un giocatore impastato di estro e non privo di tecnica veloce, cioè istintiva.
Nell’estate del 1967 si traferisce a Torino. Dice Heriberto Herrera che è tutto forza e poco calcolo, che è una forza della natura. Erminio piace e l’allenatore bianconero è convinto che sia degno della Juventus, che abbia tutti i numeri per sfondare e che sia solido come una quercia, non rifuggendo dalle mischie, senza sapere cosa sia la paura.
In un calcio intessuto di vittime, di eroi incompresi, di divi in poltrona, Erminio Favalli non vuol fare mai la vittima, non si lamenta mai, accetta il suo destino. E dice, dopo pochi mesi in bianconero: «Pian piano, io non ho fretta. Da Foggia a Torino il passo è lungo. Come per un cantante andare alla Scala. E perciò calma fratelli, chi ha molta fiducia in me non avrà da pentirsi».
Esordisce alla grande: Bergamo, campo ostico capitola senza discussioni; è un 2-0 siglato da Leoncini e Cinesinho ma Favalli c’è e il suo gioco trova consensi anche presso spettatori neutrali. Ai tifosi non parliamone, l’incedere sgusciante ancorché sghembo di Favallino, calzettoni srotolati e capelli arruffati, fa venire in mente il grande Omar. È solamente un’impressione, Favalli è tutto meno che un fuoriclasse ed anche il suo gioco non ha nulla in comune con quello di Sivori, ma è motivo di più per apprezzare uno che già merita elogi per il suo continuo sfacchinare.
La Juventus batte il Lecco e la Fiorentina, segnano Depaoli, Menichelli, anche Billy Salvadore ci mette lo zampino; Favallino, la sua mole di lavoro meriterebbe qualche segnatura, non è ancora l’ora di scoprirsi cannoniere. Intanto, Favalli inanella prestazioni validissime una sull’altra, anche con gli ex compagni del Foggia è tra i migliori. Non che il suo gioco sia molto appariscente, ma perlomeno una cosa tutti la capiscono vedendolo; con lui la Juventus ha trovato un uomo importante, un professionista modesto e coscienzioso.
Anche un ragazzo sensibile come pochi. Si gioca a Torino Juventus-Cagliari, Reginato portiere imbattuto da un sacco di minuti para tutto ma non può fare l’impossibile; quando, finalmente, capitola su bordata irresistibile di Depaoli, è lui, Favalli, che corre a consolarlo, mentre i compagni esultano per il successo.
Passa una domenica ed ecco che arriva il 20 novembre, una delle due date fondamentali per Favallino in bianconero. Al San Paolo di Napoli si gioca in un incredibile pantano e il Napoli arremba contro una Juventus arricciata a guardia della porta di Anzolin. Primo tempo 0-0; va benissimo per i bianconeri, che giustamente temono la squadra partenopea, dove manca Sivori, ma c’è Altafini a suo agio sul gran fango.
Ripresa sullo stesso tono, ma, a una manciata di minuti dalla fine, Bercellino vince un contrasto difensivo e rinvia forte, Favalli velocissimo agguanta il pallone nella sua metà campo e fila via, imprendibile, guizzando tra Micelli, Ronzon ed Emoli, velocissimo. Bandoni esce alla disperata ma nulla può contro la conclusione ravvicinata dello scatenato Favallino. È il goal che sigla una clamorosa vittoria e anticipa il trionfo finale: il Napoli non perderà più sul terreno amico, anche l’Inter dovrà accontentarsi del pari.
Ma la strada è ancora lunga e Favalli, che pure corre sempre come in inizio di stagione, riceve talvolta qualche turno di riposo; anche Zigoni è bravo e, per di più, segna più spesso. Così, da gennaio ad aprile, vediamo una Juventus sempre alla rincorsa dei neroazzurri milanesi, ma senza Favallino, che fa silenziosamente anticamera.
Una rincorsa che ha momenti infelici, vedi lo 0-2 di Bologna o l’1-3 di San Siro contro il Milan, ma che prosegue disperatamente, in vista dello scontro diretto del Comunale, il 7 maggio. E qui Favallino sembra davvero l’uomo del destino: rientra con compiti di raccordo, deve tenere a bada Facchetti quando il terzino neroazzurro si spinge avanti. A un quarto d’ora dalla fine, la svolta che risolve il campionato è lui a darla, risolvendo con tempismo e precisione una mischia davanti alla porta neroazzurra. «Ho avuto un attimo di esitazione, prima di avventarmi sul pallone – dice Erminio al termine dell’incontro – poi ho tirato ed ho segnato. È il mio secondo goal stagionale, il più importante anche se l’altro, realizzato a Napoli, è stato pure decisivo. Facchetti avanzava spesso. Ero costretto a inseguirlo. Ho corso molto. Considerando che rientravo in squadra dopo quasi quattro mesi di assenza, credo di aver fornito una buona prova».
Juventus batte Inter 1-0, ora i bianconeri sono sotto di soli due punti, ma sanno che possono farcela. E ce la faranno; Favalli contribuisce ancora in maniera determinante al pareggio di Mantova e ai successivi su Vicenza e Lazio, commovente per impegno e generosità il suo secondo tempo contro i biancocelesti. Ma è chiaro che il Favalli che tutti ricordano è quello del goal scudetto contro l’Inter. Quindici volte presente, merita senza discussioni la conferma e poi si annuncia una stagione densa di impegni, alcuni prestigiosi.
«Hanno scritto che Favalli non è un giocatore da Juventus – racconta dopo lo scudetto – ma non mi sono dato rassegnato. Negli allenamenti ce l’ho sempre messa tutta, dicendomi che se ne sarebbero accorti che sono forte e che non mi stanco mai. Se ne accorse Heriberto che mi fece giocare contro l’Inter, con il compito di marcare Facchetti e segnai pure il goal della vittoria. Da quel giorno, la mia vita è cambiata, sono diventato un attaccante di quelli che corrono per tutti; devo ammettere che in questo ruolo mi ci trovo molto bene e che in questa maglia bianconera c’entro fino al collo e non me ne separo mai, nemmeno alla notte. I pochi sogni che faccio mi vedo in campo che corro a dare una mano a tutti, perché questo è il mio compito e non c’è fortuna oggi nel calcio, per chi non corre per novanta minuti».
Nella stagione successiva, la concorrenza per la maglia numero sette si è fatta più numerosa; è arrivato Simoni, che sembra venire da un altro pianeta tanto è paradisiaco e inattaccabile dall’affanno e le prime partite sono tutte per lui. Ma a Milano con i rossoneri si torna ad avere bisogno di Favalli e la scelta si rivela subito azzeccata. Contro la Roma, la domenica successiva, Favallino disputa forse la sua più bella partita in maglia bianconera, ma la sfortuna si accanisce contro la squadra, che gioca ma non segna e per di più becca un goal di contropiede, su azione tutta di Capello.
La classifica è meno brillante dell’anno prima, ma ci sono in compenso le soddisfazioni di una Coppa Campioni in cui Favalli gioca poco, chiuso com’è dallo straniero acquistato apposta per il torneo europeo, Magnusson, ma quando c’è si fa sentire, come a Braunshweig, dove è tra i migliori in senso assoluto.
In campionato le presenze sono leggermente meno dell’anno prima, dodici e nessuna rete all’attivo, ma la sua stagione è stata comunque positiva. Erminio ha trovato un posto tra i tifosi, che nel 1968-69 avrà ben più occasioni di applaudirlo. Ventitré volte sarà presente Favalli nell’anno della transizione, in una Juventus che ha il funambolico Haller, il più guaglione dei vichinghi, e Anastasi centravanti della nuova frontiera.
Sarà un anno di malumori tecnici, condito da qualche consolante successo di prestigio, come quello di San Siro a spese dell’Inter: qui Favalli interpreta il solito ruolo di anti Facchetti e intanto costruisce una prestazione eccezionale sul piano dinamico. Ma il tempo vola, la Juventus, che è stata a lungo “heribertiana” e per pochissimo “carnigliana”, è ora affidata a Rabitti, ci sono le premesse per fare bene subito e benissimo di lì a poco.
Il 1969-70 è per Favalli l’anno del canto del cigno, in bianconero, almeno, e le sue dieci presenze dicono poco. Resta l’amarezza di un’infelice conclusione, espulso allo stadio Olimpico, nell’incontro che estromette definitivamente i bianconeri dallo scudetto.
Ci lascia in una piovosa giornata di primavera, il 18 aprile 2008; quattro campionati illuminati da due soli goal. Ma uno è grande come uno scudetto.

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