venerdì 27 maggio 2016

Marco MOTTA

GIULIO SALA, “HURRÀ JU-VENTUS” AGOSTO 2010
Parlantina sciolta, linguaggio forbito, un vasto vocabolario e uno sguardo che promette serietà e dedizione al lavoro. Marco Motta incarna perfettamente lo stile che deve avere un giocatore della Juventus. Non a caso la sua strada e quella della società bianconera dovevano già incontrarsi un anno e mezzo fa: il suo arrivo, nel gennaio 2009 sembrava cosa fatta. Poi, come spesso accade, gli dei del pallone decisero che si dovesse attendere ancora. E l’attesa ha permesso a Marco di farsi ancor più apprezzare, giocando nella Roma, e di crescere ancora, umanamente e professionalmente. E ora che alla Juve è arrivato davvero, si gode ogni singolo istante, guardandosi intorno ammirato e soddisfatto, con quegli occhi acuti e ancora un po’ sorpresi.
«È come il primo giorno di scuola – racconta – sono arrivato in una società nuova, dal passato glorioso e sto ancora cercando di realizzarlo. In ritiro, a Pinzolo, ammiravo ogni giorno i manifesti dei grandi campioni affissi lungo il tragitto che dall’albergo portava al campo di allenamento, e ancora adesso guardo stupito i giocatori con cui mi alleno e il logo che ho sulla maglia. Vedere il presidente della Juventus, con un cognome così importante, avere tanta spontaneità e umiltà mi ha colpito. E questo vale anche per gli altri dirigenti, da Marotta a Paratici. In sede non sono ancora stato, perché il contratto l’ho firmato in ritiro, ma la immagino importante, come la società che ospita, e piena di trofei».
Si dice sempre che diventare un giocatore della Juventus deve essere un punto di partenza e non di arrivo. Per un ragazzo di ventiquattro anni, non c’è però il rischio di adagiarsi sugli allori, pensando di avere oramai raggiunto il top? «Non voglio essere ipocrita e parlando in generale un rischio simile può esserci. Personalmente però, e forse con un pizzico di presunzione, mi sento di rispondere di no. Perché arrivo comunque da una squadra importante come la Roma, dove abbiamo fatto un bel campionato, con una rincorsa notevole. Da parte mia c’è la volontà di affrontare quest’avventura con umiltà, perché il desiderio è ritagliarmi un ruolo importante e credo che il lavoro, prima o poi, paghi».
Nel tuo caso è assolutamente vero. In effetti, la rincorsa alla Juve parte da lontano. «Da quando avevo sei anni e ho iniziato a giocare nel Lomagna, la squadra del mio paese, in provincia di Lecco. Frequentavo le elementari in un altro paese, dove vivevano i miei nonni, e non riuscivo neanche ad allenarmi. Giocavo solo le partite, con ragazzini più grandi di me di due o tre anni. È servito però, tanto che l’anno dopo mi ha chiamato l’Usmate, la squadra di un paese vicino. Sono stato una stagione lì e ho attirato l’attenzione degli osservatori di diverse squadre, il Milan, il Monza, il Como. Ho avuto la fortuna di essere accompagnato nella scelta dai miei genitori, che hanno deciso di puntare su una squadra dal settore giovanile prestigioso come l’Atalanta. Così sono arrivato a Bergamo, a sette anni e mezzo, iniziando ad allenarmi con i Pulcini del maestro Bonifacio».
Perché proprio l’Atalanta? «Oltre a essere una squadra che ti permette, se meriti, di arrivare sino alla prima squadra, è soprattutto una scuola di vita. Erano molto attenti allo studio, all’alimentazione, ai comportamenti. Ti permettono di crescere dal punto di vista umano, ancor prima che da quello calcistico».
E a te ha permesso di esordire in Serie A, a diciotto anni, proprio contro la Roma. «Il destino mi ha fatto più di uno scherzetto: ho esordito in Serie A il 9 gennaio del 2005 a Roma, contro la Roma, allenata, guarda un po’, da Delneri. Perdemmo 2-1: doppietta di Montella e goal nostro di Marcolini. Quest’anno ho festeggiato la mia centesima presenza a Bergamo, con la maglia della Roma, vincendo 2-1 È stata una coincidenza divertente».
Altri scherzi della sorte? «Beh, ho segnato due soli goal in Serie A e il secondo proprio contro Delneri, quando allenava l’Atalanta ed io vestivo la maglia del Torino».
Calma, andiamo con ordine: prima del Toro, c’è stata l’Udinese. «Una parentesi particolare della mia carriera. Dopo la straordinaria, anche se vana, rincorsa alla salvezza con l’Atalanta di Delio Rossi, venni acquistato dai friulani, nell’anno della prima Champions. Dopo sei mesi però, il 21 gennaio del 2006 mi sono rotto il legamento crociato, stirandomi il collaterale. Un infortunio decisamente brutto, che ho superato con grande difficoltà. Mi hanno sempre detto che per un problema del genere, tra ricostruzione del crociato e riabilitazione ci vogliono sei mesi. Sarà, ma io ci ho messo un paio d’anni a riprendermi del tutto. È stata dura e la mia parentesi a Udine è stata segnata da questi spiacevoli ricordi. Mi sono comunque tolto qualche soddisfazione, come l’esordio in Champions League con il Werder Brema, a diciannove anni».
Veniamo al Toro. Un po’ una macchia agli occhi dei tifosi bianconeri. «Non rinnego mai nulla del mio passato, da cui cerco di trarre le esperienze più positive. Quello al Toro è stato un anno importante, in una piazza non facile. Lottavamo per la salvezza e c’erano innegabili pressioni, ma preferisco così, piuttosto che non averne. Credo poi che i tifosi di calcio sappiano bene che le bandiere rimaste nel calcio sono poche. Ora sono felice di essere alla Juventus, ne sono fiero e cercherò di dare il massimo per questa maglia».
Una maglia che avresti potuto indossare già subito dopo l’esperienza al Toro. «È vero: tornai a Udine e, dopo le Olimpiadi, iniziai la stagione giocando qualche partita e saltandone altre. Il fatto è che inevitabilmente i ricordi ti segnano e quelli di Udine, soprattutto legati all’infortunio, non erano certo positivi. Ero condizionato e chiesi espressamente di essere ceduto. Pareva che dovessi andare alla Juve e invece passai alla Roma, dove c’era Spalletti che mi aveva voluto a Udine, ma che poi aveva lasciato la squadra. I primi sei mesi nella capitale sono andati benissimo, mi sono integrato alla grande, grazie a tutto l’ambiente e al tecnico che mi ha dato grande fiducia».
Lo scorso anno invece hai avuto qualche difficoltà in più. «Già, anche perché la Juve è tornata nel mio destino: battendoci a Roma 3-1 portò Spalletti alle dimissioni. Così arrivò Ranieri. Nel calcio tutti gli allenatori hanno idee diverse, ed io rientravo solo qualche volta in quelle del nuovo tecnico. Per me è stata comunque un’esperienza importante, di quelle che aiutano a crescere. Finita la stagione era fondamentale che il mio cartellino non fosse più in comproprietà, perché volevo una società che credesse totalmente in me. Lo dico con grande serenità: la Roma ha dimostrato quanto ci tenesse a confermarmi, basta guardare quanto ha messo nelle buste. L’Udinese evidentemente ci credeva di più e devo ringraziare la famiglia Pozzo che ha dimostrato collaborazione e mi ha permesso di arrivare alla Juve. Quello che gli altri dovevano fare l’hanno fatto, ora tocca a me».
Hai ricordato quel 3-1 che illuse un po’ tutti i tifosi bianconeri. Ripensando a quella partita, sembra impossibile che la Juve abbia chiuso al settimo posto la stagione. «Quanto accaduto lo scorso anno alla Juve è il bello e il brutto del calcio: con la Roma l’abbiamo affrontata a inizio campionato, ci siamo ritrovati con un 3-1 subito in casa, con zero punti in classifica e con una situazione psicologica destabilizzante, perché l’allenatore si era dimesso e i tifosi chiedevano giustamente di più. Un girone dopo, siamo usciti dall’Olimpico di Torino con una vittoria, terzi in classifica, con uno stato d’animo totalmente diverso e con un migliaio di tifosi che ci aspettava all’aeroporto di Roma per ringraziarci. Questo è il calcio ed è forse il principale motivo per cui amo questo sport».
Hai mai temuto che il tuo passaggio alla Juve potesse saltare? «Chiaro che quando il futuro è incerto un po’ di apprensione c’è, ma ho avuto la fortuna di essere in vacanza e dunque di potermi svagare e poi di essere circondato da amici veri che mi facevano pensare ad altro e mi dicevano di stare tranquillo. Sono partito il 10 giugno e ho spento il telefono, perché credo sia davvero l’unico modo per staccare davvero la spina. Ovviamente di tanto in tanto lo accendevo, per controllare che la mia famiglia stesse bene e per capire come si sarebbe evoluta la mia situazione professionale. Ho fatto un lungo tour: New York, Long Island, passando per la Spagna, andando in Sardegna e finendo in Costa Azzurra. Solo di ritorno dalle ferie, il 2 luglio, mi è stato comunicato che si era a buon punto per concludere la trattativa. Non ho potuto fare altro che dare il mio assoluto consenso al passaggio in bianconero e le due società hanno fatto il resto».
Vestire la maglia bianconera può essere un aiuto per riconquistare anche quella azzurra, con cui hai avuto sempre un feeling particolare. «È vero, ho fatto tutta la trafila nelle Nazionali giovanili, come capitano dall’Under 15 sino all’Under 21 e arrivando anche alla Nazionale maggiore, dove sono stato convocato due volte senza però esordire. Credo che sia il sogno di ogni bambino, sin da quando inizia a giocare a calcio. Essere alla Juve è una grande chance, ma non voglio sponsorizzarmi. Come detto, credo nel lavoro e nel campo. Se si ottengono risultati, allora si può pensare a soddisfazioni personali».
Qualche soddisfazione personale però te la sei tolta eccome: agli Europei Under 21 del 2009 sei stato inserito tra i dieci migliori giocatori del torneo. «Sì e la cosa mi ha inorgoglito molto, anche se non ha cancellato la delusione per non essere riusciti a vincere. Avevamo una squadra talentuosa con Giovinco, De Ceglie, Marchisio, ma purtroppo abbiamo perso contro la Germania che, non a caso, era composta da molti giocatori che hanno preso parte all’ultimo Mondiale».
In cosa credi di poter migliorare e qual è invece la tua miglior qualità? «Devo crescere sotto tutti gli aspetti, non per falsa modestia, ma perché credo che nella vita si possa sempre migliorare. Il mio punto di forza credo sia la fase di spinta, perché amo correre, non mi pesa assolutamente».
Dovendo lavorare con un tecnico come Delneri, questo è un ottimo biglietto da visita. «Penso di sì, visto che punta molto sugli esterni. A noi terzini chiede di ricordarci soprattutto di difendere, ma anche di appoggiare l’azione in fase offensiva. È un allenatore tosto, l’ideale per una squadra in cui il minimo comune denominatore è la gran voglia di rivalsa e il desiderio di lavorare sodo. Mi auguro di giocare con continuità e dimostrare quanto valgo: questo è lo sfizio più grande che potrei togliermi con la Juve».

La disastrosa stagione juventina sotto la guida di Delneri, coinvolge anche Motta che alterna buone prove a prestazioni molto negative. Scende in campo trentadue volte, tra campionato Europa League e Coppa Italia. Riscattato dall’Udinese, Marco non rientra nei piani tecnici di Antonio Conte, nuovo mister bianconero, ed è ceduto in prestito al Catania. Rientra a Torino nell’estate del 2013, giusto in tempo per collezionare qualche minuto contro la Fiorentina e il Catania. Quindi, il trasferimento al Genoa e la fine della sua avventura juventina.

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