domenica 10 luglio 2016

Paolo DI CANIO

Estate del 1990, la Lazio deve monetizzare e vende Di Canio alla Juventus. Per Paolo (pur se a malincuore) è un’importante opportunità di fare carriera passando da una squadra che staziona a centro classifica a una che in teoria dovrebbe concorrere per il titolo ogni anno. È la squadra di Maifredi, quella del cosiddetto gioco champagne. «Mi sono detto che se la società bianconera continuava a seguirmi, credeva in me non solo dal punto di vista tecnico, capivano il Di Canio ragazzo più che giocatore, allora dovevo tentare. Che emozione il giorno in cui strinsi la mano dell’avvocato Agnelli! Ora so che rischio in prima persona, non sarà facile trovare un posto in una squadra di grandi campioni. Ma nell’ultimo campionato con la Lazio ho dimostrato di poter giocare non solo da tornante ma pure da seconda punta, mi sono divertito molto, segnando anche tre goal, uno proprio alla Juve. Abbandono la mia città, Roma, lascio una ragazza a Terni per vivere da solo a Torino. Mi sembra che la dica lunga sulle mie intenzioni. Vivo un momento bellissimo, vorrei giocare molto, so che naturalmente non dipenderà solo da me. Non mi sento un raccomandato di Maifredi, perché il tecnico continua a elogiarmi. Sono contento della sua stima così come di quella della società. Ho ritrovato fiducia e serenità, al punto che tornerò a Roma tranquillo. Contro i giallorossi no, non sarà derby, anzi finalmente potrò dormire la notte prima della partita e sperare di segnare un goal, un ultimo regalo alla curva biancoceleste. E contro la Lazio, beh, mi sembrerà strano non indossare quei colori, ma l’unica cosa che potrebbe farmi star male sono i fischi, non credo di essere un traditore».
Ma nella rosa oltre a Paolo, ci sono Häßler, Baggio, Schillaci, tutti giocatori troppo individualisti per poter coesistere. Amano ricevere la palla al piede per poi lanciarsi in azioni personali e ci vorrebbero quattro o cinque palloni contemporaneamente per poterli accontentare tutti. Senza contare il fatto che la squadra è molto sbilanciata e Tacconi è costretto a passare parecchi brutti momenti. Va da sé che la stagione non può finire bene e anche Di Canio finisce nell’occhio del ciclone.
L’anno successivo, con Trapattoni, malgrado qualche iniziale mugugno, Di Canio ritrova entusiasmi e stimoli. Della curva juventina, quella dedicata al fuoriclasse del calcio e della vita Gaetano Scirea, è un beniamino. I sostenitori bianconeri si riconoscono in lui, nella sua genuinità, in quel suo essere privo di maschere e reticenze. E lui ricambia tanto affetto piroettando sul campo, con quel suo modo sudamericaneggiante di intendere e interpretare il football.
Comincia la terza stagione juventina con buoni propositi, nonostante gli spazi si restringano con l’arrivo di Vialli e Ravanelli, ma Di Canio è un personaggio irrequieto ed ha qualche incomprensione di troppo con l’allenatore di Cusano Milanino. Così, dopo aver vinto la Coppa Uefa edizione 1992-93 («È da un mese che ho deciso di andar via. Io qui non ci posso più stare», afferma), chiede di essere ceduto e si trasferisce a Napoli.
«Eravamo a Villar Perosa una domenica mattina – racconta anni dopo – era una novità per me che ero giovane e appena arrivato alla Juventus. Una villa enorme, un posto magnifico. Ci fecero restare per più di mezzora in quel cortile e vedevo attorno a me una certa tensione anche sul volto di grandissimi campioni come Baggio. A quel punto mi preoccupai, perché volevo far bella figura davanti a un personaggio così importante. A un certo punto si sentì il rumore delle pale dell’elicottero e atterrò tra noi l’Avvocato. Parlò molto con Trapattoni ed io, che ero lì vicino, ascoltai alcune parole. “Lo farai giocare Di Canio?” chiese al Trap. Il nostro allenatore rispose negativamente “Abbiamo bisogno di più copertura a centrocampo contro i mediani dell’Udinese”. Allora l’Avvocato fece una delle sue meravigliose battute “Di Canio è come lo champagne, tutti vogliono le bollicine alla fine di un pasto”. Allora mi sentì ringalluzzito da tanta considerazione. Ma l’Avvocato andò oltre: “Quando Di Canio entra in area e c’è un difensore avversario sono contento, perché molto probabilmente per fermarlo saranno costretti a fargli un fallo da rigore”. Ero tanto sorridente in quel momento, a sentire queste parole, ma ecco che l’ultima parte del suo discorso mi distrusse: “Quando invece entra in area e non ci sono difensori avversari mi preoccupo, perché chissà dove manderà quel pallone”. Su questa battuta i compagni mi presero in giro per un anno intero. Effettivamente era il fantastico stile dell’avvocato, ironico e dissacrante. È qualcosa che mi manca tantissimo in questo calcio di oggi, qualcuno col suo acume. In mezzo ai dirigenti sciatti di oggi servirebbe così tanto uno come lui».


VITTORIO OREGGIA, “HURRÀ JUVENTUS” NOVEMBRE 1992
C’è una cosa che lo fa arrabbiare: sentirsi descrivere come una testa matta. Se la prende, Paolo Di Canio, perché questa etichetta appartiene al passato e, in un certo senso, non è mai stata aderente alla realtà. In assoluto, comunque, l’ex ragazzino terribile del Quarticciolo, nemico dichiarato della Roma giallorossa, amico ritrovato della Juventus, ha cambiato pelle. Il merito è di due donne, le sue donne: la moglie Elisabetta e la piccola Ludovica. Così, stregato dal fascino delle sue signore, Paolo il caldo ha raffreddato certi entusiasmi per la vita spericolata. Ma questa metamorfosi non gli impedisce di andare al massimo: «Sono sempre me stesso. Chiedetelo a quei poveretti dei miei compagni, vittime di scherzi terribili». Sacrosanta verità.
Non a caso, Di Canio ha legato subito con Vialli, l’altro mattacchione dello spogliatoio juventino. Luca crapa pelata ha fatto proseliti, tanto che anche Paoletto ha deciso di tagliarsi i capelli a zero. Uno skinhead in piena regola, ma solo nel look un po’ trasgressivo. Perché dietro la voglia di scherzare e il desiderio di sdrammatizzare ci sono consapevolezze importanti. I famosi valori, per esempio: «Strada facendo, sbagliando e correggendomi, ho imparato a prendere la vita per il verso giusto. Ho capito che la famiglia è tutto. Perché in famiglia c’è armonia e con l’armonia c’è la tranquillità. Ingredienti fondamentali per emergere».
Ecco, Elisabetta e Ludovica, le sue donne. Di Canio è stato a lungo sull’orlo di una crisi di nervi. Era persino arrivato al punto di pensare al divorzio, alla rottura del rapporto con la Juve. Una storia vecchia, passata. Anzi, sorpassata: «Non diamo a una situazione delicata i contorni di un dramma. Non ero soddisfatto di star fuori, a guardare gli altri. Ma chiunque lo sarebbe stato. Trapattoni mi raccomandava di avere pazienza e non riuscivo a capirlo. Invece sbagliavo. Me ne sono reso conto dopo. Il fatto è che la mia carriera è sempre stata esagerata. A diciannove anni ero titolare della Lazio, un perenne osservato speciale. Ed io non avevo pazienza per aspettare ma neppure gli altri ne avevano per aspettare me. Quando si è giovani si sbaglia. Ed ho sbagliato. Ma mi sono ripreso».
Si è ripreso la maglia titolare, soprattutto. Le ultime prestazioni della scorsa stagione e il convincente inizio di campionato hanno spinto il Trap a confermarlo sul fronte offensivo. Di Canio è rinato poco a poco, anche se nessuno gli ha regalato nulla: «Quest’estate, mentre gli altri compagni si divertivano in spiaggia, sono andato in Calabria a lavorare con il dottor Bergamo. Ogni giorno mi sottoponevo a una cura intensiva di sudore. Il potenziamento muscolare, comunque, ha dato i suoi frutti. Ho messo qualche chilo, non sono più una piuma: per buttarmi a terra ci vuole una spallata. E l’arbitro fischia il fallo. Dettagli, la cura dei dettagli. Trapattoni sembra un maniaco, ma se insiste sui dettagli una ragione deve pur esserci, no?».
Non è più quello di una volta, Di Canio. Ha accantonato le inutili leziosità che tanto facevano infuriare il Trap ed ha messo la sua classe al servizio della squadra. Un’evoluzione tecnica, tattica, personale. Adesso Paolo il caldo è un freddo ragionatore: «Ho conservato qualche tocco, il gusto per il dribbling, la passione per le fughe inebrianti sulla fascia destra. Nel contempo ho capito che non bisogna esagerare. E devo confessare che Trapattoni ha svolto un ruolo fondamentale nella mia maturazione».
Con la Curva Scirea ha stretto un legame basato sulla reciproca simpatia. Non c’è partita in cui la frangia più accesa dei sostenitori bianconeri non scandisca semplicemente il nome o non componga un coro in favore di Di Canio. Retaggio di una passione lontana: «Ero un ultrà della Lazio. Andavo in trasferta con poche lire in tasca e non avevo paura di nulla. Ho provato cosa significa soffrire per una sconfitta o vivere una partita in curva: ecco perché, forse, oggi i tifosi juventini mi vogliono bene. In fondo, io sono uno di loro. Un innamorato della Signora».
Dicono che sia un bisbetico domato. Dice che il suo peggior difetto è l’istintività e il suo miglior pregio è la disponibilità. Dice che ha quasi pianto quando ha saputo che avrebbe giocato la prima finale di Coppa Italia con il Parma. Insomma, un ragazzo semplice a cui piacciono le cose semplici. E non dite che è una testa matta. Al massimo lo era.




1 commento:

Giuliano ha detto...

Inqualificabile, un buon calciatore ma un pessimo esempio per i giovani. Con un talento come il suo avrebbe potuto vincere il pallone d'oro, e invece è sempre rimasto uno dei tanti.

Meno male che da noi è rimasto poco, e speriamo che non torni alla ribalta come allenatore.