martedì 29 agosto 2017

Nicola AMORUSO


Nato in provincia di Foggia, a Cerignola, il 29 agosto 1974, cresce nelle giovanili della Sampdoria e, con la maglia blucerchiata, esordisce in Serie A, nella stagione 1993–94; le presenze di Nicola, in quella stagione, saranno otto, condite da tre realizzazioni. L’estate successiva torna in Puglia, nella Fidelis Andria; è una grandissima stagione per Nick: trentaquattro partite e quindici goal. Altro campionato, altra squadra; questa volta tocca al Padova: trentatré partite e quattordici goal, che gli valgono il trasferimento alla Juventus. Non è facile trovare spazio in quella Juventus, il parco attaccanti è terrificante: Del Piero, Bokšić, Padovano, Vieri e appunto lui, Nick Dinamite. Nicola non si perde d’animo, dopotutto ha solamente ventidue anni. Comincia a lavorare duramente e i risultati arrivano.
La stagione è da incorniciare; sono tanti i goal decisivi di Amoruso, soprattutto in Champions, dove riesce a esprimere in pieno la sua grande dote realizzativa. Suo è il goal della tranquillità contro i norvegesi del Rosenborg, realizzando un rigore a tempo scaduto. Contro l’Ajax, nella semifinale, iscrive il proprio nome nel tabellino, sia ad Amsterdam sia a Torino, nella splendida vittoria per 4–1.Purtroppo la finale contro il Borussia Dortmund non è felice; Nick entra nel secondo tempo, ma non riesce a risolvere la partita. Alla fine della stagione, si possono fare i conti: trentacinque partite e nove goal, compreso quello al Parco dei Principi, nella goleada contro il P.S.G., nella finale di Supercoppa Europea: «Io avevo molto legato con Bobo Vieri, Iuliano e Montero ma era un gruppo famiglia guidato da un grande tecnico come Lippi e con una grandissima società alle spalle. Sì, la Juventus è un club impareggiabile e i risultati che ottiene sono il frutto del lavoro che produce».
Comincia la stagione 1997–98: sono partiti Bokšić e Vieri, ma arriva Superpippo Inzaghi, fresco vincitore del titolo di capocannoniere della Serie A, con l’Atalanta. Amoruso parte spesso dalla panchina, ma non si scoraggia: Inzaghi non ingrana e, alla decima giornata, Lippi lo schiera titolare. Si gioca a San Siro, contro il Milan, per Nick può essere la rampa di lancio definitiva. Purtroppo, però, la sua partita dura pochi minuti: in uno scontro con Costacurta si infortuna gravemente al perone. La sua stagione, in pratica, finisce qui. Rientra alla fine del campionato, giusto per racimolare qualche minuto di gloria, poiché la Juventus sta per vincere il suo secondo scudetto consecutivo. Qualche soddisfazione arriva, come al solito, dalla Champions; Amoruso gioca la semifinale di ritorno, contro il Monaco e realizza anche una rete, nell’inutile sconfitta per 2–3. Guarda i propri compagni uscire sconfitti dall’Amsterdam Arena, nella finale contro il Real Madrid. In totale diciotto presenze e cinque goal: «La società mi è stata sempre accanto e mi diede una grande spinta morale per guarire dal grave infortunio che ho subito. Mi sentivo tutelato in tutto e per tutto. Non soltanto io. Anche oggi, chi fa parte della Juventus sa che alle spalle c’è una società, come dire, stratosferica».
La stagione 1998–99 è avara di soddisfazione per la Juventus e per Nicola: la squadra stenta e Lippi dà le dimissioni. Arriva Ancelotti, ma la musica non cambia. Nick litiga con l’allenatore emiliano e, dopo un goal alla Sampdoria, sfoga tutta la sua rabbia contro il mister. Amoruso non ha ancora ripreso pienamente dall’infortunio e la sua rapidità è limitata e fatica a trovare spazio. Le sue presenze saranno ventotto, i suoi goal sei. Emigra nuovamente al Sud, a Napoli: trenta partite e dieci goal e, nell’estate del 2002 ritorna alla Juventus. Si respira aria nuova, anzi vecchia, a Torino. È ritornato Lippi ed è subito scudetto. Nick scende in campo raramente, solamente in Coppa Italia trova il giusto spazio: alla fine saranno ventidue presenze e sette reti, di cui sei in Coppa Italia. L’avventura bianconera di Amoruso finisce qui.
Comincia un lungo peregrinare per l’Italia: Perugia, Como, Modena, Messina e Reggio Calabria, le sue tappe. Ma con la Juventus sempre nel cuore: «Quattro anni e mezzo di Juventus non potrò mai dimenticarli. Sono state stagioni indimenticabili. Quella gloriosa maglia bianconera mi veniva di baciarla ogni qualvolta la indossavo. Con quella maglia ho vinto tre scudetti ed ho disputato due finali di Champions League». Quando ritorna al Delle Alpi gli batte sempre forte il cuore: «Sì, mi succede ogni volta che entro in campo con un’altra maglia. È sempre una grandissima emozione che provo».


CLAUDIO PELLECCHIA, JUVENTIBUS 30 MARZO 2017
Non ho mai particolarmente apprezzato i Peanuts. Almeno fin quando non sono stato in grado di cogliere dietro il tratteggiare di Charles Schulz la grande (auto)ironia di fondo e la capacità di rappresentare le varie emozioni umane. Non ricordo quando ho preso coscienza di tutto questo. Ricordo, però, quando ho compreso alla perfezione il significato del concetto di “coperta di Linus”. Solo che, per me, “l’oggetto transizionale che aiuta a superare la paura e colmare i vuoti” non era, appunto, un oggetto, bensì un calciatore: ecco, Nicola Amoruso da Cerignola era la mia “coperta di Linus”. Manifestatasi, in tutta la sua necessarietà, in una strana serata europea.
È il 18 settembre del 2001, un martedì di Coppa dei Campioni particolare. E non solo perché si tratta del debutto europeo della prima Juventus post Zidane. Il debutto vero e proprio, infatti, sarebbe dovuto avvenire una settimana prima a Porto, se non fosse stato per l’intrusione della Storia con la S maiuscola che, per una volta, ha imposto una deroga all’inflazionato “show must go on”. Comunque, nel solito, tiepido, Delle Alpi dei giorni feriali si gioca uno Juventus–Celtic Glasgow dall’esito apparentemente scontato. E il 2–0 sul tabellone poco dopo l’ora di gioco (doppietta di Trézéguet) lascia presagire una conclusione tranquilla della vicenda. Poi, però, la solita Juve da fase a gironi: una cosa va storta, poi un’altra, poi un’altra ancora ed ecco, in rapida successione, il 2–1 di Petrov, l’espulsione di Davids, il 2–2 di Larsson su rigore (generoso) accordato dall’arbitro Krug. Il cronometro corre veloce verso il novantesimo. Ci sarebbero tutti gli elementi per essere preoccupato e nervoso. Eppure una calma serafica mi avvolge. Da qualche minuto (e siamo poco oltre l’88’), infatti, è entrato in campo Nicola Amoruso. La mia coperta di Linus, appunto. Che fa quel che deve fare: rigore (altrettanto generoso) procurato e trasformato, 3–2, fischio finale, tutti a casa.
È l’estate del 1996. La Juventus campione d’Europa, in piena rivoluzione (saluteranno, tra gli altri, Paulo Sousa, Gianluca Vialli e Fabrizio Ravanelli), acquista dal Padova per sette miliardi di lire Nicola Amoruso, promettente ventiduenne di Cerignola, messosi in luce in una squadra che aveva mestamente chiuso all’ultimo posto in classifica il campionato appena concluso. Il ragazzo sarebbe l’ultimo nelle gerarchie di un reparto d’attacco composto da Del Piero, Vieri, Bokšić e Padovano, eppure colpisce tutti per la sua capacità di risultare sempre decisivo nelle occasioni in cui Lippi lo chiama in causa. E non sono sempre quegli umilianti scampoli di partita che sono nel destino di ogni bomber “di scorta” che si rispetti, ma vere e proprie occasioni della vita, simili a quei treni che passano una volta e forse mai più e che lui, da bravo ragazzo del Sud, ha imparato a prendere fin da ragazzo: come quando, a diciassette anni, passò dal Trinitapoli alla Sampdoria come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Il 9 aprile 1997, ad esempio, all’Amsterdam Arena si gioca la semifinale d’andata di Champions League. L’Ajax di Van Gaal fiuta la vendetta della finale di Roma dell’anno prima, non foss’altro perché, con Del Piero infortunato, i bianconeri schierano una coppia d’attacco giovane e inedita a certi livelli: Vieri e Amoruso, infatti, sono due che si sono trovati catapultati quasi per caso dai campi di provincia ai 180 minuti che valgono una stagione e, forse, una carriera. Risultato: quarantacinque minuti di lezione di calcio in casa dei maestri olandesi, con uno scarto che non è più ampio solo per l’imprecisione sotto porta dei Lippi Boys. E il primo goal, ovviamente, porta la firma di Amoruso. Che si ripeterà due settimane dopo nel 4–1 del ritorno, scartando il cioccolatino gentilmente offerto da uno Zidane in totale delirio di onnipotenza. Non tarda poi molto perché “Nick piede caldo” si confermi il Boniek degli anni Novanta, uno che dà il meglio di sé in Europa, di notte, quando le stelle, non necessariamente le più lucenti, si vedono meglio. E poco importa se è sempre l’ultimo tra gli attaccanti. Lui, c’è sempre. Che si tratti di siglare la rete che vuol dire terza finale di Champions consecutiva: o di giustiziare il Rosenborg nell’ultima partita di un girone fattosi improvvisamente complicato dopo cinque pareggi consecutivi.
Ecco perché quel 18 settembre del 2001, a due minuti dalla fine, ero così tranquillo. In campo è appena entrato Nicola Amoruso. E qualcosa sarebbe accaduto per forza, per il solo fatto che la mia “coperta di Linus” fosse lì.
Non avrebbe poi segnato molti altri goal in quel 2001–02. Nessuno nelle nove presenze in campionato, sei nelle sette partite di Coppa Italia. Termina la sua seconda e ultima parentesi in bianconero (la prima si era conclusa nel 1999), si prende lo scudetto del 5 maggio e se ne va proprio come era arrivato: in punta di piedi, senza far rumore. Lo rivedo, poi, cinque anni dopo, con la maglia della Reggina. Lui ha continuato a girare l’Italia in lungo e in largo, la Juventus è appena tornata in Serie A dopo il terremoto del 2006. Si gioca in un Granillo strapieno e in odore d’impresa: apre Brienza, pareggia Del Piero, amaranto in trincea a difendere un punto prezioso. Fino al novantesimo, fino al rigore conquistato e trasformato con modalità identiche a quelle di cinque anni prima contro il Celtic. Quasi a voler chiudere un cerchio. Non riesco, in quella circostanza, a volergli male. Quel goal, in fondo, è solo il giusto prezzo da pagare a quel salvifico senso di sicurezza che mi aveva accompagnato negli anni precedenti. Quando sapevo che non c’era niente da temere, nemmeno nelle situazioni apparentemente disperate: tanto, alla fine, Lippi lo avrebbe fatto alzare dalla panchina, lui sarebbe entrato e avrebbe realizzato la rete decisiva. Sempre, comunque, contro chiunque.
Stando a Wikipedia, oggi farebbe il dirigente sportivo, anche se le sue ultime tracce in tal senso rimandano al 2013 e ai quattro mesi scarsi da Direttore Sportivo del Palermo di Zamparini. Eppure è un ruolo in cui non riesco proprio a immaginarmelo. Forse perché spero ancora di vederlo lì, in panchina, pronto a entrare e a cambiare una partita nata male. In pieno Nicola Amoruso style. La mia “coperta di Linus”.

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