lunedì 14 agosto 2017

Dino BAGGIO


Estate del 1991: «Mi chiama Borsano, il presidente del Torino, e mi chiede se voglio andare alla Juve. Al volo dico io, che da piccolo tenevo anche per i bianconeri. Visite mediche, accordo fatto e presentazione con tanto di foto. Poi, mi telefona Boniperti, ero in vacanza. Mi dice di andare subito in sede. Vado e mi lascia a bocca aperta: per quest’anno vai all’Inter, poi torni da noi. Ma come, mi avete fatto fare anche le foto con la maglia della Juve e dopo due giorni vado via? Poi, capii. Doveva tornare Trapattoni alla Juve. La verità è che sono stato il primo giocatore a essere scambiato con un allenatore!». Tornato in maglia bianconera, vi resta due anni; la prima stagione in bianconero è indimenticabile, in quanto è il grande protagonista della vittoriosa cavalcata in Coppa Uefa. I suoi goal sono decisivi, addirittura tre nella doppia finale contro il Borussia Dortmund.
La seconda stagione è meno felice, sballottato in più ruoli non riesce a rendere come potrebbe: «Sono partito attaccante, poi li ho girati un po’ tutti. Trapattoni voleva impostarmi come terzino sinistro e a me non dispiaceva. Ma quando Sacchi ha iniziato a chiamarmi in Nazionale e a mettermi a centrocampo, ho chiesto al Trap di fare altrettanto. Ma non è stato facile convincerlo».
Nell’estate del 1994 si trasferisce al Parma e, con la maglia gialloblu, il 9 gennaio 2000 si rende protagonista di un episodio increscioso: secondo tempo di Parma-Juventus, Baggio si rende colpevole di un duro intervento su Zambrotta che viene sanzionato col cartellino rosso. Arrabbiatissimo, se la prende con tutti i giocatori juventini e, prima di uscire dal campo, mima all’arbitro Farina il gesto dei soldi: gli costerà una squalifica per sei giornate e una multa di duecento milioni di lire.
«È da quel momento che sono cominciati i miei guai e sono rimasto fuori dal giro della Nazionale. Mi sono beccato un rosso molto discutibile per un intervento su Zambrotta. L’arbitro era Farina. Mi ha cacciato ed io ho protestato vivacemente, facendo il segno dei soldi, strofinando indice e pollice. Per quel gesto sono finito fuori dal giro della Nazionale. Ricordo sempre che mi arrivò una telefonata dalla Federazione con la quale mi dicevano che avrei saltato due partite e che dopo mi avrebbero richiamato. Non era mai successo prima. Chiesi spiegazioni e mi fu detto che la mia punizione doveva servire da esempio. Ho anche perso la Nazionale. Avevo ventinove anni e fino alla squalifica ero uno dei titolari. A giugno del 2000 poi c’erano gli Europei ai quali avrei dovuto partecipare. Dopo le sei giornate di stop, sono tornato a giocare. Ed ero in campo anche nello spareggio con l’Inter per la Champions a maggio. Ero in forma, stavo benissimo. Aspettavo una chiamata dalla Nazionale. Mi telefonò Dino Zoff. Mi disse che non mi aveva visto bene fisicamente. Afferrai al volo. Dissi al mister che capivo che non era colpa sua. Tra l’altro con Zoff ho sempre avuto un ottimo rapporto e alla Lazio è stato l’unico allenatore che mi ha fatto giocare. Era già tutto deciso ed era un’ulteriore punizione per quello che era successo a gennaio. Non mi sono mai pentito. Anche se il lunedì seguente, il Parma mi mandò a forza al “Processo” di Biscardi per recitare la parte del figliol prodigo che si pente per quello che ha fatto. Ma di vero non c’era nulla. Quel gesto lo avrei fatto mille volte».


NICOLA CALZARETTA, DAL SUO LIBRO “TUTTI GLI UOMINI CHE HANNO FATTO GRANDE LA JUVENTUS F.C.”
Due sole stagioni nella Juventus, eppure c’è il suo timbro sull’unico trofeo conquistato dalla Juve del Trapattoni bis, la Coppa Uefa del 1993. Una squadra in cerca d’autore quella bianconera, sebbene gli attori siano da Oscar. C’è Roby Baggio, nel suo anno migliore. C’è Andy Möller, tedesco atipico, fantasioso e leggero. C’è Luca Vialli, costosissimo acquisto boom dell’estate. Quindi il baffo di Kohler, il dinamismo di Conte, la sicurezza di Peruzzi, l’irruenza del primo Ravanelli, le geometrie di Marocchi. E poi c’è lui, l’altro Baggio, quello alto e lungo e che come Roby ha origine venete. Nessuna parentela tra i due, per diversi anni compagni di banco. Un po’ nella Juventus e abbastanza in Nazionale. Una carriera iniziata presto, in quello che era un tempo il cosiddetto fertile vivaio del Torino. Non una formula giornalistica, ma la realtà di una società che ogni anno proponeva nomi nuovi per il calcio granata e per quello italiano. Il fisico lo aiuta, i piedi sono buoni e la grinta non manca.
Così nel 1991, a vent’anni, è già uomo mercato per un trasferimento che non passa inosservato, visto che lo prende la Juve. Giusto il tempo della foto ufficiale in bianconero con la maglia marchiata UPIM, e dopo una settimana si trova all’Inter in parziale contropartita del Trap che fa il percorso inverso. L’esilio dura solo un anno. A fine campionato, torna alla Juventus, stavolta targata Danone, dopo aver debuttato nella Nazionale maggiore con Arrigo Sacchi che lo impiega come centrale nel quartetto di centrocampo. Sembra essere quello il ruolo migliore per lui, che, nato attaccante, nel cuore della manovra dà il meglio di sé, riuscendo ad andare spesso al tiro. A Trapattoni, però, manca il terzino sinistro. Ha già fatto diversi esperimenti l’anno prima. Gli torna il Baggino e non ci pensa due volte. Dino è eclettico, ha fisico, tiene la posizione e ha una bella corsa. Baggio ci sta, ma si vede che morde il freno e non decolla. No, non è cosa sulla fascia, meglio tornare al centro. Si convince anche il Trap.
È la svolta, che matura a novembre 1992. Con il quattro sulla schiena, in un’epoca in cui al numero è possibile ancora associare un ruolo, Baggio fa la differenza. Soprattutto in Coppa Uefa, decisivo come non mai con goal spettacolari. La prima zampata nell’andata dei sedicesimi, contro i cecoslovacchi del Sigma Olomouc: pallonetto di prima intenzione da metà campo a ribattere una respinta al limite dell’area del portiere. Il secondo graffio nel ritorno dei quarti, a Torino contro il Benfica. Il suo è il goal del 2-0 che ribalta il risultato dell’andata: tocco sotto porta, da centravanti d’area. Ma i capolavori, Dino Baggio da Camposampiero, li riserva per le due finali contro il Borussia Dortmund. Ne fa tre, capocannoniere indiscusso dei centottanta minuti che regalano alla Juve la sua terza Coppa Uefa. All’andata, il suo sinistro piazzato dopo dribbling sull’avversario rimette in pista la Juve sotto di un goal, aprendo la strada alla goleada. Nel ritorno, il suo uno-due nel primo tempo mette KO i gialli fosforescenti dell’ex Reuter. Botta di sinistro dalla breve distanza dopo assist di tacco di Vialli: Juve uno, Borussia zero. Quindi colpo di testa su punizione laterale di Andy Möller. Una sua specialità: stacco ad anticipare la parabola, collo teso e rotazione perfetta. Il pallone picchia sul palo lontano e gonfia la rete. Mentre il Delle Alpi esplode. Festa grande in campo e sugli spalti. Möller e Kohler se la ridono di gusto. Dino Baggio, con le sue gote rosse e lisce, guarda già al futuro. L’anno che verrà gli riserverà sorprese poco gradite. Pendolare tra campo e panchina, si consola con l’azzurro. In America è uno dei big della Nazionale vicecampione del mondo. Torna dagli Stati Uniti e per lui non c’è più posto nella Juve. Se ne va a Parma e, quando vede bianconero, trova sempre il modo di andare a segno.

2 commenti:

pancrazio anfuso ha detto...

Certo che ne abbiamo avuti tanti, in comune. Baggio fece una bella stagione, da noi, con Dino Zoff. Cercammo una rimonta improbabile nell'anno in cui lo scudetto finì alla Roma, lui arrivò poco considerato ma disputò una bella stagione, segnando anche un gol molto bello (uh, non mi ricordo se al Milan o all'Inter). Sbracò completamente con Zaccheroni, e rimase il suo ingaggio pesante come un macigno a contribuire alla decadenza del bel tempo cragnottiano. La sua stagione migliore è stata quella dei mondiali sacchiani, credo...

bidescu ha detto...

Hai ragione, sono tanti i giocatori che hanno vestito sia la maglia laziale che quella juventina !!! Dino disputò degli ottimi campionati anche al Parma, durante i quali aveva il vizio di farci sempre gol !!! Ai mondiali del 1990 fu un assoluto protagonista, insieme al suo omonimo !!! Complessivamente è stato un buon giocatore, ma dal carattere pessimo.