martedì 9 luglio 2013

JUVENTUS - DERBY COUNTY


DI GIANNI GIACONE, SU “HURRÀ JUVENTUS” DEL NOVEMBRE 1996:

Ci sono molti modi per ricordare, con un pensiero o con il nome di un campione, lo Juventus dei primi anni Settanta. Chissà quale sceglieranno i posteri. La Juve del dolce stil novo passa agli annali per i Bettega, gli Anastasi, i Cuccureddu, i Causio e i Furino. Quella dei campioni affermati fa ricorso alla classe di Zoff, Salvadore, Haller e Morini.

Ma c’è un capitolo a parte, una storia tutta speciale che assomiglia molto di più a una favola. Protagonista un vecchio ragazzo del 1938, nato in Brasile ma presto diventato uno dei nostri, che dopo una lunga e onorata carriera al Milan e al Napoli arriva, a trentaquattro anni suonati, a dare una mano e qualche consiglio (si pensa, si spera) alla giovane Juve già vincente ma ancora un tantinello acerba, che si appresta a scalare l’Everest, cioè la Coppa dei Campioni, sogno da sempre di tutti gli juventini di buona volontà.

Questo signore si chiama Giuseppe Altafini, o Josè, pronuncia Giosè, alla napoletana. Non tutti capiscono che razza di affare ha combinato la Juve. O meglio, non subito. Altafini, che ha avuto tutto dal calcio, potrebbe sentirsi appagato e magari non gradire troppo il ruolo di panchinaro quasi fisso che gli assegna Vycpalek. In effetti, i primi mesi di Josè alla Juve trascorrono con pochi sussulti e manco l’ombra di un goal importante. La Juve che pure non sempre va al massimo in campionato e coppa chiama a risolvere le sue faccende di goal ora il Bettega ritrovato dopo lo malattia, ora l’Anastasi sempre idolo delle folle, ora Causio che si avvia a diventarlo.

Altafini nasce nella considerazione del popolo juventino addì 3 dicembre 1972, quando vince da solo, con una prodezza che lascia di sasso compagni e avversari, un delicatissimo Juve-Fiorentina cominciato bene per i viola, in vantaggio subito e poi pareggiato da quell’altro arzillo vecchiaccio di nome Haller.

L’ingranaggio un po’ arrugginito, una volta oliato, come per incanto si mette a funzionare al meglio, e son dolori per tutti. 4 goal in 4 partite, poi altri sparsi, tutti importanti, tutti decisivi per la rincorsa della Juve che adesso galoppa. In Coppa, segnali di grandezza arrivano da Budapest, dove Josè inventa con una prodezza il goal che cambia una partita e forse una stagione. Ma il meglio deve ancora venire.

Mercoledì 11 aprile 1973, pomeriggio. Juventus contro Derby County, semifinale di andata della Coppa dei Campioni nello stadio stracolmo nonostante l’ora. Curiosità: si gioca di pomeriggio perché il nuovo impianto di illuminazione non è ancora pronto. Non c’è Bettega, infortunato. Altafini in campo dal primo minuto, a far coppia con Anastasi. La Juve, che è reduce da una brutta scivolata in campionato in quel di Firenze, e che adesso è a 5 lunghezze da Milan e Lazio, appare come bloccata dalla paura di un Derby che invece corre a perdifiato ed arriva primo su ogni pallone. La folla assiste muta, non accade nulla di importante dalle parti di Zoff, ma i minuti passano e di vera Juve da battaglia non c’è notizia.

Poi, al primo assalto serio dopo lo fase di studio, è giusto Altafini a dare perentoriamente lo carica. Alla sua maniera.

27’, Marchetti, che è uno dei pochi a non temere i britanni sul piano della corsa, veleggia sulla fascia e mette in azione Anastasi; palleggio di Pietruzzo e girata al volo per Altafini. Stop a seguire del brasiliano e sinistro che trafigge Boulton. Stadio in delirio. È come svegliarsi da uno strano incubo. Ma si vede che il risveglio non è completo. La Juve si compiace, mentre il Derby reagisce: e pareggia tre minuti dopo con Hector. 1-1 è assai peggio che 0-0, lo sanno anche i bambini. Quel pareggio è una sassata al cuore, potrebbe raggelare gioco ed entusiasmi.

Ma Altafini non si lascia raggelare. Ha troppa paura dei reumatismi, dirà dopo celiando. Il vecchio Josè ha una filosofia tutta sua: si può anche perdere con i brasiliani dei tempi suoi, con Pelè-Didi-Vavà, ma giammai con la perfida Albione. E la Juve reagisce stimolata da un brasiliano vero ancorché stagionato e da uno che ha tutto dei brasiliani veri, Causio. Non è un caso che siano Altafini e Causio ad andare vicini al goal poco prima del riposo. Senza fortuna.

E men che mai è un caso che la svolta, nella ripresa, arrivi da Josè e da Brazil Causio. Anzi, tocca prima al più giovane. Grande Causio, che segna il 2-1 al 27’ con un tiro dal limite di grande prontezza e precisione. Grandissimo Altafini, che rifinisce splendidamente ancora per Causio tre minuti dopo: stavolta è palo pieno. Ma il 3-1 è nell’aria, e arriva al 38’. Indovinate per merito di chi? Da Anastasi ad Altafini: il vecchio pirata sistema lo palla, lo tocca un paio di volte per togliersi di torno nugoli di difensori, e poi infila di prepotenza. Goal da cineteca, da centrattacco vecchia maniera capace però di giocare a cento allora. Un prodigio fuori del tempo, insomma.

Juve ad un passo dalla finale di Coppa Campioni, Altafini che prende per mano lo squadra e conquista lo ribalta. Ce n’è abbastanza per scrivere a fiumi. Giglio Ponza su ‘‘Tuttosport” cerca di tenere a freno entusiasmo e retorica, ma si capisce che è dura: «Nel suo momento più difficile, la Juventus si è vista riaprire da Josè Altafini la strada del giuoco e della fiducia. Come già a Budapest, il vecchio campione è stato l’uomo-partita: decisivi i suoi goal, determinante l’influsso che egli ha avuto sulla condotta di compagni che a lungo avevano lottato più con furore che con discernimento».

E sullo stesso giornale, c’è spazio per lo poesia. Vladimiro Caminiti intinge lo penna nel nettare, come gli aedi al tempo di Omero: «Altafini», scrive Camin, «è anche incommensurabilmente modesto dopo il 3-1 che ha personalmente siglato con due firme imperiose. Ma i fuoriclasse sono come i marziani, insomma tipi di un altro mondo, bisogna saperli capire nella loro sincerità sconfinata. Certo, il clima della coppa da una regolata al vecchio campione, non pare più vecchio, persino si nota una ricrescita dei capelli sopra la testa. Ride. Quando ride Josè non è mai solo. Si precipitano un nugolo di lentiggini attorno al suo sorriso made in Brasile».

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