martedì 19 aprile 2016

Antonio NOCERINO

Cresce nelle giovanili della Juventus, prima di trasferirsi all’Avellino, con il quale esordisce in serie B, l’11 settembre 2003 contro il Palermo. Lasciata l’Irpinia, gioca con le maglie di Genoa, Catanzaro, Crotone e Messina; nel frattempo, viene anche convocato nella Nazionale Under 20, con la quale disputa il Mondiale del 2005, prima di arrivare al Piacenza, nell’estate del 2006. Nella squadra emiliana trova la sua consacrazione: infatti, si rende protagonista di una stagione esaltante, nella quale mette in mostra le sue qualità di incontrista. Nocerino non è solamente un ladro di palloni ma si distingue per la continuità del rendimento e per gli inserimenti nell’area avversaria, che gli permettono di realizzare cinque reti. Logico che la Juventus, ancora detentrice della metà della proprietà del giocatore, ne riscatti l’altra parte.
Fa il suo esordio in maglia bianconera alla prima giornata, nella vittoriosa partita contro il Livorno per 5-1. Ranieri è conquistato dal grande agonismo del giocatore e della sua duttilità e lo promuove titolare, a discapito della più titolata coppia Almirón-Tiago. Intanto, il 17 ottobre 2007, esordisce con la maglia della Nazionale maggiore, nella partita amichevole giocata e vinta contro il Sudafrica. Nel girone di ritorno, a causa dell’arrivo di Sissoko, Nocerino è impiegato con minore frequenza, dimostrando notevoli lacune dal punto di vista tecnico.
Antonio termina la stagione con trentasei presenze, senza, tuttavia, convincere del tutto: così, è inserito nell’operazione che porta Amauri alla Juventus e si trasferisce al Palermo. «Questo è un addio – dice il centrocampista lasciando Vinovo – sto andando al Palermo, sono contento e orgoglioso della scelta, perché è una grande piazza, un’ottima squadra e una grande città. Mi avvicino a casa e questo mi fa molto felice. Non vedo l’ora di cominciare con la nuova maglia. Sono, comunque, onorato di aver indossato la maglia della Juventus, ci siamo lasciati benissimo e senza rancore. Mi sono trovato molto bene a Torino. Ma adesso ognuno per la sua strada».


PAOLO ROSSI, “HURRÀ JUVENTUS” OTTOBRE 2007
Ha l’orgoglio della sua napoletanità e di trovarsi in buona compagnia nella Juventus. «Io, Palladino, Criscito e Molinaro abbiamo un carattere forte. Non ci spaventano i voti in pagella e le responsabilità. Sono convinto che faremo tutti bene». Antonio Nocerino è stato l’uomo dell’estate. A ogni partitella del ritiro, si segnalava come il più determinato a mettersi, in mostra. Se oggi glielo ricordi, adesso che è un potenziale titolare della squadra e che le gare contano tre punti, si schermisce: «Volevo solo far vedere chi ero. Niente di più, era solo una presentazione».
Intervistare il numero ventitré della rosa di Claudio Ranieri è un bel viaggio nel futuro, pur stando comodamente seduti in divani del presente. Perché si illumina non appena gli si ricorda le esperienze internazionali  con le Nazionali Giovanili. «Rappresenti il tuo paese, è il massimo», ti dice e si intuisce che è all’azzurro più preciso, che pensa. E quando gli chiedi i suoi obiettivi, ti dice che li ha ben scadenzati: ce n’è uno settimanale, uno di stagione e un altro, inconfessabile, per la carriera. Idee forti, ancorché giovani. Le radici stanno in un sincero e genuino amore verso la sfera rotolante.
Antonio, sei d’accordo che si impara a giocare a calcio davvero solo per strada? «Sì, è lì che si capisce davvero che cos’è il calcio. Da bambino, appena mio padre finiva di lavorare, mi portava a giocare in Piazza del Plebiscito. Ci andavo anche da solo, talmente mi piaceva correre dietro a un pallone. La piazza è grande, ma non è che sono diventato centrocampista, perché lì si correva tantissimo. Quando muovi i primi passi non pensi a un ruolo preciso, ti interessa solo divertirti ed è questo che conta. Se hai troppi pensieri non è più bello, non c’è più spontaneità e nemmeno piacere».
Quand’è che hai maturato l’idea che fosse in mezzo al campo il luogo dove ti esprimevi meglio? «È stato nelle Giovanili della Juventus che hanno capito le mie qualità da centrocampista centrale. E devo ammettere che ho trovato la dimensione giusta».
Sei stato attratto da altri sport o ti ha catturato solo il pallone? «Il calcio è sempre venuto prima di tutto. Avevo un cugino che giocava a pallanuoto, seguivo le sue partite e mi appassionava, però non abbastanza per cambiare strada. Però oggi penso che il nostro mondo abbia da imparare molto dagli altri sport. Attorno al calcio ci sono troppe cose che non hanno nulla a che vedere con una sana concezione sportiva. Il calcio deve essere innanzitutto uno spettacolo per chi lo vede. Penso ai bambini, spesso. Noi calciatori per loro siamo degli eroi, dei modelli ai quali ispirarsi. Dobbiamo ricordarcelo tutti, qualsiasi sia la posizione che occupiamo. Trasmettere lo spettacolo e farlo nel modo giusto significa impegnarsi, essere corretti, riconoscere i propri errori».
Quando sei arrivato alla Juventus qual è stata la prima impressione che hai avuto? «Mi sono detto una sola cosa: “Guarda un po’ dove sei capitato”. Ero stupito che mi volesse la Juventus e, contemporaneamente, provavo orgoglio, perché se ero qui significava che avevo fatto bene. Però ho sempre saputo che dovevo dare di più. Se approdi in una grande società non sei che all’inizio di un lungo cammino. L’obiettivo vero è restare in bianconero».
Quando giocavi nelle Giovanili eri convinto che il tuo mestiere sarebbe stato quello di calciatore professionista o temevi di poterti perdere? «Guarda, io credo di avere la testa dura. Se mi prefiggo un obiettivo cerco di raggiungerlo in tutti i modi. E sono convinto che se si dà il massimo e si fanno un po’ di sacrifici alla fine i risultati arrivano. Non ho mai avuto paura di non farcela. Ma se fosse andata male non sarebbe stato un dramma. In questo senso la mia famiglia è stata decisiva, non mi ha mai messo addosso pressione. Mio padre mi ha sempre detto: “Impegnati, perché tutto quello che arriverà sarà importante. Ma se non ci riesci non ti preoccupare, l’importante è provarci e non avere rimpianti”».
Tu hai vissuto in una città lontana dalla famiglia. È possibile spiegare la tua foga agonistica anche come una risposta a quella solitudine che magari hai provato? Ci si mette più rabbia in campo quando un po’ la vita ti fa soffrire, si diventa un po’ più cattivi? «Non bisogna esagerare, però è indubbio che vivere a mille chilometri dai tuoi cari ti obbliga a crescere in fretta, a diventare uomo molto presto e ad assumerti un bel carico di responsabilità. I giovani di oggi sono troppo protetti dai genitori, pensano sempre che “tanto c’è mamma, tanto c’è papà” ed è un errore, devono avere la voglia di prendere sulle spalle la propria vita. Affrontare le cose di petto è decisivo, uscire dalla protezione degli adulti: così si cresce davvero, ci si forma un carattere forte. Le esperienze bisogna farle, anche quelle negative sono utili, perché la cosa importante è comunque provarci, non nascondersi».
Tu hai giocato in molte squadre provinciali. Qual è l’esperienza che ti è rimasta maggiormente dentro? «Tutte, non ne escludo nessuna. In ogni posto ho fatto esperienze importanti tanto per la mia professione che per la mia vita».
Hai conosciuto il Nord e il Sud dell’Italia: di quale ambiente hai bisogno per giocare meglio? Quali sono le condizioni che ti esaltano di più? «Gli ambienti si somigliano tutti. È il giocatore che trascina il pubblico: la gente ti vede correre di più o riuscire in un gesto tecnico particolare e ti sostiene con l’entusiasmo. Comunque, preferisco il casino. Anzi, ti dirò: mi fa rendere di più anche il tifo contro. Mi fa reagire».
Tu hai esordito in Serie A col Messina: rispetto alla B, che hai frequentato di più, la Serie A è davvero un calcio più difficile o tutto sommato il modo di giocare non si differenzia granché? «L’anno scorso Serie A e Serie B non presentavano grandi differenze. Con Juventus, Genoa, Napoli e tante altre formazioni di ottimo livello la serie cadetta non aveva nulla da invidiare a quella maggiore. Prima era diverso. In B prevaleva la quantità, la qualità scarseggiava. Lì se arrivano dieci palloni fuori area al massimo uno o due possono trasformarsi in goal. In A la media si quadruplica»
Quando con il Piacenza ti è capitato di affrontare la Juventus che sensazioni hai provato? «Sapevo che andavo ad affrontare la squadra che aveva metà del mio cartellino, dovevo fare bene e mettermi in mostra. E soprattutto ero fortificato dall’enorme tranquillità che ho trovato a Piacenza. Un gruppo fantastico e un mister, Iachini, che ha creduto molto in me. Una società perfetta per un giovane che vuole crescere, in cui funziona tutto. Non posso dimenticare nessuno, dal presidente al magazziniere: se oggi gioco nella Juventus è anche per merito loro».
Come vivi la vigilia? Sei uno nervoso o non ti fai condizionare dalla tensione? «Cerco e trovo la tranquillità nella musica, anche perché se entro in campo troppo carico poi finisco per sbagliare anche cose piuttosto semplici».
Ti condizionano gli errori in partita? «No, so che si possono fare e non bisogna farne un dramma: se pensi troppo perdi il filo del gioco. Io cerco di non snaturarmi nel corso della gara. L’emozione la sciolgo tutta nei primi minuti, poi acquisto tranquillità, mi aiuto seguendo le direttive dell’allenatore, cerco di eseguire correttamente ciò che mi chiede. A quel punto puoi azzardare qualche numero più difficile, anche se ritengo che un grande giocatore debba essere semplice e soprattutto efficace. Peraltro, noi della Juventus abbiamo giocatori estrosi e di classe: la cosa importante, per uno come me, è aiutarli a mettere in atto la loro fantasia. Questo non esclude che ogni tanto io non provi qualche colpo particolare per sorprendere gli avversari: è anche un modo per conoscere i miei limiti».
Su YouTube circola un tuo video, molto cliccato, in cui ti riscaldi prima di una partita dell’Under 21 a Wembley. Sembri un clone di Maradona, ti si vede intento a palleggiare con la spalla e fai un po’ di numeri circensi. Il Pibe de Oro diceva di comportarsi così perché gli avversari lo vedevano ed entravano già intimoriti… «Ma io l’ho fatto con lo stadio vuoto, non c’era alcun intento esibizionistico. A me piace il pallone, starei ore e ore a palleggiare, mi fa stare bene, è il modo più naturale per entrare nel clima partita».
Quali sono le partite che ti esaltano di più? «Mi piace quando si entra nel cuore della partita, quando c’è da soffrire. È lì che esce fuori il carattere, la voglia che hai e metti tutto quel che hai a disposizione della squadra».
Quindi prediligi gli incontri un po’ fuori di testa, nei quali si perdono le attenzioni tattiche e prevale l’agonismo… «È bello affrontarsi a viso aperto, senza paura. Il calcio spettacolo ha bisogno di coraggio e la Juve ha questa mentalità, vuole sempre vincere e non sta mai a fare troppi calcoli».
Da dove nasce la tua capacità di corsa? «Per me gli allenamenti sono molto importanti. Ho avuto la fortuna di avere lavorato con Zeman: il suo tipo di preparazione è una base che ti porti dietro per sempre. Qui alla Juve abbiamo tecnici ottimi nell’aiutarci a tenere il livello di corsa sempre su standard molto alti. Correre è comunque una questione non puramente personale, non è che macini chilometri tanto per farli. Tutto dipende da com’è disposta in campo la squadra, se ci si allunga molto sei costretto a colmare gli spazi».
Ti riconosci nella definizione di incontrista o la ritieni riduttiva delle tue qualità? «Credo che ogni valutazione nasca da quel che si vede in campo. È vero che recupero tanti palloni, ma a me interessa anche la costruzione del gioco e sono in grado di fare un lancio o un passaggio. Mi considero anche un giocatore discretamente tecnico. Insomma, non ho piedi scandalosi!».
Che rapporto hai con il goal? A Piacenza ne hai fatti sei… «Prima dell’anno scorso il goal era una dimensione sconosciuta. Avevo segnato una volta con il Messina in Serie A, ma il goal mi era stato annullato. Con il Piacenza appena toccavo la palla finiva in rete. Intanto con la Juve sarebbe bello vincere poi, magari, partecipare con qualche goal».
E con la tattica? Sei uno che si appassiona allo studio dei moduli? «Mi piace fare quello che dice il mister: lui studia e noi giocatori in campo mettiamo in pratica. L’importante è la pratica, la teoria non mi attrae».
Come vivi in partita il confronto con il tuo avversario diretto? «Intanto scatta in me una forma di rispetto. Spesso affronto giocatori con più esperienza, ed è giusto guardarli e imparare. Diciamo che provo a buttarla sul mio terreno, provo a metterlo in difficoltà standogli addosso, sfruttando la mia più giovane età e la determinazione».
Chi è il compagno in campo che ti dà maggiori consigli? C’è qualcuno che urla di più? «Tutti danno il proprio contributo e parlano. Ma non c’è gente che ti sgrida. Si inizia da Buffon e si finisce con Palladino, ognuno può dire la sua ed io sono disposto ad ascoltarlo, perché è anche così che si migliora e si arriva a costruire le vittorie. Le parole che contano di più sono quelle fuori dal campo. Mi è capitato di fare un’ora di viaggio in auto con Nedved e lui mi ha offerto molti consigli. E non sono legati al calcio, quelli più interessanti riguardavano la vita: perché lui è un maestro anche fuori dal campo».
Un’ultima cosa: lo sai che le statistiche dicono che tocchi un’infinità di palloni a ogni incontro, sei quasi da record… «Non lo sapevo. Non me le dicono mai certe cose…»

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