sabato 21 maggio 2016

Umberto COLOMBO

Poiché giocava in una Juventus il cui genio era garantito da un fuoriclasse come Sivori, a Colombo non si chiedeva di avere il piede vellutato, ma di garantire la solidità del centrocampo e il controllo, con dedizione assoluta, delle mezzali avversarie. E il possente ragazzo di Como (1,83 di altezza per settantasette chili di peso) assicurò, alla squadra, il sudore di mille rincorse, di altrettanti preziosi recuperi, di appoggi mai leziosi ai compagni più dotati tecnicamente di lui, sebbene nell’eleganza dello stile potesse rivaleggiare con gli stessi Sivori e Boniperti. La Juventus lo lanciò nel campionato 1954-55, in uno dei periodi più critici della storia bianconera; anche da lui, uno dei rappresentanti della linea verde, la società iniziò la ricostruzione che avrebbe portato alle vittorie dei primi anni Sessanta. Non era certo in possesso di una tecnica sopraffina, ma era prezioso per il suo senso tattico e per il grande dinamismo, tanto nei recuperi quanto nel rilancio dell’azione; il contributo alla squadra fu davvero prezioso e fondamentale.
Nato a Como il 21 maggio 1933, cresce nelle formazioni minori e dopo un paio di stagioni trascorse in prestito al Monza rientra alla Juventus nell’estate del 1954. In bianconero si ferma per sette anni che gli fruttano 193 presenze e ventitré goal. Con la Juventus Colombo lega il suo nome a tre scudetti (1958, 1960 e 1961) e a due Coppa Italia (1959 e 1560). Lascia Torino nell’estate del 1961 e si accasa all’Atalanta e con i neroazzurri, nel 1968, torna ad aggiudicarsi la Coppa Italia. Ha indossato tre volte la maglia della Nazionale.


“HURRÀ JUVENTUS” DEL LUGLIO 1963
Eccomi con la penna in mano. Di me e della Juventus potrei scrivere volumi. E temo che riuscirò soltanto a scrivere poche righe. Mi fanno ridere quelli di “Hurrà Juventus”. Mi hanno detto: «Per favore, ci raccomandiamo a te, poche righe, non eccedere, ma non scriverne anche in misura limitata; devi dire tutto quello che vuoi, ma per favore dillo bene. Non aver paura della verità, ma non trattarci troppo male». Scrupoli eccessivi. Se sapessero leggermi dentro, saprebbero cosa è la Juventus per me. Cosa è stata, cosa forse sarà per sempre. Quali pagine del libro della mia vita mi abbia aiutato a sfogliare.
Rivedo una fotografia: io giovanissimo in una Juventus che aveva Garzena, Emoli, Vavassori, Aggradi. Ci trovammo insieme anche in azzurro, oltre che in bianconero. Vivemmo un’epoca, la facemmo nostra. Io e la Juventus, ricordi, innanzitutto. Ricordi di quel che fu, di anni meravigliosi passati troppo in fretta. Quando arrivò Charles: sapevo un po’ d’inglese, mi delegarono a interprete. Che uomo immenso John! Se l’onestà è vita, se la volontà è vita, se il coraggio è vita, se l’amicizia è vita, John mi fece conoscere larga parte della vita.
Che uomini! E per quale Juventus! Sivori fantasioso e geniale, Boniperti continuo e accorto, John immenso e nobile, e la squadra che vinceva quasi sempre, ed io che preferivo credere a un sogno, spaventato da una realtà troppo grande e troppo bella per me. Anni felici. Vivevo a Torino lungo il Po, ero sempre un ragazzo, anche se i mesi si accavallavano sulla mia carta d’identità. Ero straordinariamente felice e l’unico mio rammarico attuale è di non averlo mai saputo completamente. Adesso gioco nell’Atalanta, ho trovato la mia seconda Juve e mi dicono: «Scrivi qualcosa sul tuo periodo juventino, su cosa pensi della Juve, paisà». Ma cosa volete che io pensi della Juventus? Tutto il bene possibile, con nostalgia, è chiaro. Per lei ho speso, oppure impiegato con buon reddito, il meglio di me, quando ero di lei innamorato e con lei passavo tutte le mie domeniche. Che posso dire di più, di diverso?
Andai poi all’Atalanta. Attesi il mio primo match contro la Juve con una certa paura, parente prossima del terrore. Mai l’ipotesi di giocare contro la Juventus era entrata nelle dimensioni del mio pensiero. Quel giorno. Beh, quel giorno fu una ridda di pensieri e in me si accavallarono sensazioni strane. Ma tutto andò bene. Fui un buon giocatore professionista, quel giorno. Appresi allora che la lezione juventina era stata definitiva, preziosa, insostituibile. La Juventus, al fondo di tutto, mi aveva insegnato anche a essere professionista. E la lezione si era sovrapposta a ogni altra. Anche di questo fui grato alla Juventus. Di questo le fui grato nel momento in cui giocavo contro di lei, e al massimo del rendimento, come, stando nella Juventus, avevo imparato che si doveva fare.
E adesso? Adesso ho con me ricordi e sensazioni e li sto catalogando tutti in quella che sarà la mia definitiva esperienza di vita. La Juventus ha significato per me cose grandiose, che mi pare persino di non poter mettere sulla carta. Vorrei che fosse chiara una cosa: noi calciatori siamo legati al nostro mestiere, che è poi la nostra vita. Chi segna il nostro mestiere con esperienze e insegnamenti, è legato a noi per la vita.
Episodi? Ne ho troppi in mente. Quando John Charles segnava e allora io cercavo di essere il primo ad abbracciarlo, e lui mi parlava in inglese, ed io non capivo niente, ma proprio niente, ma non potevo deluderlo o tradirlo, perché ero il suo interprete. Allora, gli dicevo: «Oh, yes, John, very nice, very nice». Lui contento, io pure.
In tutti questi sentimenti gentili, si innestò, direi brutalmente, un sentimento ardito e fiero. Quando volli mostrare a me stesso e alla Juve di essere un buon giocatore quale che fosse la mia maglia; e, operai allora in maniera strana e violenta, della quale mai mi sarei creduto capace. Un’esperienza in più, e anch’essa la devo alla Juventus.
Alla Juventus devo tante altre cose. La sensazione pesante di un debito di esperienza che non so proprio come pagare. Molta nostalgia, molti rimpianti, molte amarezze, molta fierezza per poter vivere anche senza di lei. La difficoltà, in ogni momento, di inquadrare me stesso, Umberto Colombo, in una sintesi di vita in cui la Juventus non c’è più. Io che con la Juventus fui ragazzo, che conservo una foto in cui sono con gli altri ragazzi juventini; e con essi feci una strada lunga, difficile, meravigliosa.


ANDREA NOCINI, PIANETA-CALCIO.IT 20 FEBBRAIO 2013
Il momento più bello da calciatore? «Quando ho esordito a San Siro, in casa dell’Inter, con la maglia della Juventus e ho firmato una doppietta al grande Ghezzi. Abbiamo vinto 1-3, ma eravamo fuori entrambi dalla corsa scudetto. Da mediano ho provato grande soddisfazione, ed anche quando ho giocato in attacco, anche se in questo ruolo sono stato meno decisivo. Feci un goal partendo palla al piede dal centrocampo. Goal e soddisfazioni ne ho fatti e provate a Monza, come attaccante, in Serie B. Alla Juve ero partito in attacco per chiudere come uomo di fatica, in mediana con Emoli. Con la Juventus abbiamo vinto tre scudetti e due Coppa Italia. Era il periodo di Charles, Sivori e Boniperti».
Qual è stato lo scudetto che ricorda più volentieri? «Il primo, quello conquistato nel 1957-58 perché non eravamo favoriti, si partiva con Broćić, uno jugoslavo molto bravo, e senza grandi ambizioni, con il Milan candidato alla vittoria finale. Due fuoriclasse come Charles e Sivori hanno fatto la differenza quell’anno».
Qual è stato l’avversario più forte che ha dovuto marcare? «Pelé, con la maglia del Santos, a Torino, in occasione della tournée che il club brasiliano aveva sostenuto per celebrare il centenario, nel 1961, dell’unità d’Italia. Partecipava anche il River Plate. Pelé, non essendo neanche tanto alto riusciva lo stesso andare in cielo a colpire la palla con la testa; continuava a chiamare palla, i traversoni erano tutti per lui e riusciva bene a coprire la palla. Un grandissimo atleta! Però, ancora più grande di Pelé è stato Valentino Mazzola, che ho visto giocare quando io ero una promessa bianconera a Torino. Non ci ho mai giocato contro, perché lui perì nella tragedia di Superga nel 1949, mentre io iniziai a giocare nei professionisti nella stagione 1952-53. La qualità del giocatore è sempre dipesa dal suo bagaglio tecnico e dalla velocità, rapidità di esecuzione. Valentino Mazzola e Pelé furono due perfetti ambidestri».
Lei ha giocato, con la Nazionale italiana, anche contro la Spagna di Alfredo Di Stéfano, leggenda del Real Madrid… «Sì, ho giocato contro di lui, Suárez, Gento, a Barcellona, dove abbiamo perso per 3-1 nel 1960. Di Stéfano era anche lui un giocatore completo, perché in attacco era un grande esecutore e a centrocampo era forte lo stesso. Altro fuoriclasse era lo juventino Charles, perché nel Leeds United giocava mediano, mentre alla Juventus era anche centravanti: fortissimo di testa, giocatore onnicomprensivo, velocissimo, nonostante le gambe corte. E idem quel furbo di Sivori, che chiedeva in area la sponda di petto (anche di venti metri) o di piede a John (Charles). E grazie a Charles, Sivori firmò un sacco di goal».
Che ricordo, aneddoto conserva dell’allora presidente bianconero, il dottor Umberto Agnelli? «Ricordo che eravamo in ritiro a Villar Perosa ed io ero stato lasciato a riposo. Incavolato dopo che mi fu comunicato che non avrei giocato, salii nella mia macchina, abbandonai il ritiro di Villar Perosa, e tornai a casa a Como. Il dottor Umberto Agnelli mi raggiunse telefonicamente a casa mia e mi offrì una cena assieme a due belle ragazze in centro a casa sua, a Torino. Lui era ancora scapolo come il sottoscritto. Così passammo la serata a casa sua, vicino a Via XX Settembre e vicino al cinema Multisala Reposi».
Che tipo di giocatore era? «Un poco come Marchisio oggi: magari lui è più veloce, però, avevo una buona falcata ed ero forte di testa. Ho fatto quasi tutti i ruoli, tranne il portiere e il terzino. Il periodo migliore l’ho vissuto a centrocampo con Flavio Emoli. Ed anche a Bergamo ho avuto la fortuna di giocare a grandi calciatori, quali il portiere Pizzaballa, Maschio, Da Costa».
I suoi genitori, cosa facevano? «I miei genitori erano commercianti di seta e prima di aprire alcuni negozi hanno fatto per anni la dura vita di ambulanti. Esponevano a Como, ma anche a Busto Arsizio».

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