martedì 20 settembre 2016

Carlo PAROLA

La prima passione di Carlo Parola fu la bicicletta; suo padre (scomparso prematuramente per una crisi cardiaca) ne costruì una per il figliolo, un autentico gioiello di tecnica e leggerezza. Parola abitava vicino al Motovelodromo ed imparò a solo otto anni a tenersi in equilibrio sulle curve in cemento ed a provare qualche sprint. Nell’intervallo tra una prova di velocità ed una di mezzofondo, Carletto inforcava la sua bicicletta ed inanellava tre o quattro giri in piena velocità, tra gli applausi della folla divertita e stupita. Dalla pista alla strada il passo fu breve ed in una corsa Torino-Bardonecchia e ritorno, in due tappe, fece cose strepitose, classificandosi primo nella tappa con arrivo a Bardonecchia, terzo in quella con arrivo a Torino, e secondo in classifica generale.
Racconta: «Andavo veramente forte in salita, peccato che non fossi altrettanto bravo in discesa. Ma a rendermi prudente era stata una brutta caduta, piombando a valle da Pino Torinese, con serie conseguenze, la frattura di un braccio. Fu il calcio che spuntò nei miei orizzonti qualche anno dopo la morte di mio padre. Abitavo a Cuneo, dove non c’era il Velodromo, ma dove esisteva il campo sportivo: e fu là che presi confidenza con la sfera di cuoio e mi convertii a quello che giudico ancora oggi il più bel gioco del mondo. Quando tornai a Torino, insieme ad alcuni amici appassionati, fondai una squadretta che, dal nome del corso adiacente al prato sul quale si giocava, venne chiamata Brianza. Avevo appena dieci anni, ma ricordo che in quella compagine feci di tutto, dal difensore al centravanti, dal mediano all’ala e persino il portiere. La nostra squadretta non tardò a farsi un proprio nome ed ebbe anche i suoi tifosi che, domenicalmente, la seguivano, spingendosi in audaci trasferte magari fino a “Porta Susa”».
La prima vera squadra in cui giocò Carlo Parola fu il Vanchiglia, nel 1935; Parola aveva notevoli qualità e non poteva non essere notato anche dai numerosi osservatori dei grandi club, fra i quali la Juventus. Carletto si trasferì alla squadra del Dopolavoro Fiat e di qui alla Juventus, dopo che Umberto Caligaris aveva portato ai dirigenti juventini referenze molto positive sul conto del giovane centromediano. Caligaris era l’allenatore della Juventus ed uno dei problemi più grossi era la sostituzione di Luisito Monti, che aveva lasciato il club bianconero. Berto provò Varglien II, un talento calcistico molto adattabile a qualsiasi ruolo, ma la soluzione non soddisfò molto l’allenatore, anche se la Juventus concluse il campionato 1939/40 al terzo posto, dietro al Bologna ed all’Ambrosiana campione.
Carletto Parola, per interessamento di Sandro Zambelli, venne trasferito dal Fiat alla Juventus; quello che sarebbe diventato uno dei più grandi terzini centrali sistemisti del mondo, un classico nel suo ruolo, giocava mezzala, se non addirittura centravanti. Poi le necessità di squadra lo arretrarono in seconda linea, ruolo nel quale esordì in campionato, il 3 dicembre 1939. Quella domenica la Juventus ospitava il Novara e Caligaris decise di far debuttare Carletto, diventato ormai il suo pupillo. Parola giocò una buona partita, scatenando gli applausi a scena aperta dei tifosi bianconeri e l’entusiasmo dei propri tifosi personali, la cosiddetta “Banda della Brianza”, che tentò addirittura di invadere il campo per festeggiare il giocatore.
Il triste giorno della morte di Caligaris, Parola provò un dolore incredibile; non aveva perso solo l’allenatore, ma un secondo padre. Viri Rosetta non se la sentì di raccogliere l’eredità del suo grande amico scomparso ed allenatore diventò Felice Borel, l’ineguagliabile centrattacco della Juventus del quinquennio. I rapporti tra Farfallino e Parola non furono perfetti, perlomeno all’inizio; il primo era un assertore convinto del sistema, il difensore, invece, era fedele al metodo e le differenze tattiche tra i due moduli di gioco erano fondamentali per il ruolo del centromediano. Carletto, da persona intelligente quale era, non ci mise molto tempo a capire i concetti basilari del sistema, adattandosi al nuovo modo di giocare.
Carlo Parola va considerato come uno dei più grandi stopper del calcio europeo moderno; la classe e l’intelligenza del giocatore non potevano di certo sfuggire a Vittorio Pozzo che schierò il bianconero nella Nazionale giovanile, contro l’Ungheria. Lo stopper titolare di quella formazione era Todeschini, ma Pozzo convocò ugualmente Parola e gli affidò la maglia numero quattro. La partita venne giocata a Torino il 6 aprile 1942 e furono gli azzurrini ad imporsi con il risultato di 3-0. Il 6 gennaio 1943, in occasione di un successivo incontro con la Nazionale giovanile croata, Pozzo schierò Parola nel suo ruolo naturale.
Il salto nella Nazionale maggiore avvenne a Zurigo, la prima gara dopo la fine della guerra, contro la Nazionale elvetica. Pozzo scelse il blocco del Torino, ad eccezione di Sentimenti IV° in porta, Parola stopper, Biavati all’ala destra e Piola centravanti. La partita terminò con l’inconsueto risultato di 4-4.
La sua fama internazionale di Parola aumentò notevolmente qualche anno dopo quando si volle organizzare il match del secolo, il 10 maggio 1947 a Glasgow tra la Gran Bretagna e la rappresentativa d’Europa. A rappresentare il calcio europeo vennero mandati in campo: Da Rui (Francia), Peterson (Danimarca), Steffen (Svizzera), Carey (Eire), Parola (Italia), Ludl (Cecoslovacchia), Lambrechts (Belgio), Gren (Svezia), Nordhal (Svezia), Wilkes (Olanda), Præst (Danimarca). Il “Resto d’Europa” fu sconfitto per 4-1, ma i giudizi dei critici di tutto il mondo furono unanimi nel complimentarsi con Parola per l’ottima partita. Dal giorno, Carletto, si meritò l’appellativo di “Carletto l’Europeo”.
«Per me fu un grande onore e cosi penso, per il calcio italiano. Le altre nazioni europee indugiavano nel riprendere i contatti con noi: la guerra aveva lasciato il segno anche nello sport. I selezionatori mi videro all’opera a San Siro nella mia seconda prova in azzurro. L’11 novembre 1945 a Zurigo avevo esordito contro la Svizzera: il 1° dicembre dell’anno successivo Pozzo mi confermò contro l’Austria che battemmo per 3-2 (con la Svizzera avevamo fatto 4-4). Io giocai abbastanza bene, feci una delle mie rovesciate, ma in quell’occasione ci fu una grandissima partita da parte di Maroso che avrebbe meritato di giocare nella selezione europea. Scelsero soltanto me cosi partii tutto solo per la Olanda. Ci allenammo a Rotterdam, dove conobbi Wilkes, asso del calcio locale, eppoi Nordhal, Præst e così via dicendo. Il 7 maggio giocammo a Glasgow in uno scenario indimenticabile. Gli stadi sudamericani dovevamo ancora scoprirli e quelli italiani erano piuttosto piccoli: Glasgow, invece, conteneva 150.000 spettatori, una cosa impressionante, cosi come restò indimenticabile quella partita contro i campioni britannici. Ricordo che nello stesso anno, la Juventus andò a giocare in Svezia contro una squadra di cui non ricordo il nome. Ricordo bene, invece, il nome di un’ala sinistra che ci fece impazzire: si chiamava Liedholm, era giovanissimo, due anni dopo sarebbe venuto in Italia assieme ad altri fuoriclasse del suo paese. “Però”, commentammo alla fine dell’incontro “quell’ala non stonerebbe in Italia”. Più avanti ci fu l’invasione straniera, arrivarono in tanti, anche per la Juventus. Nordahl fu ingaggiato dalla Juventus, se non che venne poi smistato al Milan in cambio di Ploeger. Peccato, perché i nostri due scudetti potevano essere con lui almeno cinque. Perché fu Nordhal successivamente ad indicare alla sua società i nomi di Liedholm e di Gren ed a farli venire in Italia dopo avere constatato di persona che nel nostro paese si stava bene. Pensate se quei tre fossero finiti alla Juventus: un attacco composto da Boniperti, Gren, Nordhal, Liedholm e Præst avrebbe fatto almeno 150 goal!»
In Italia, invece, gli fu affibbiato il soprannome di Nuccio Gauloises riferito alla marca di sigarette che solitamente fumava, ma la consacrazione definitiva avvenne quando la famiglia Panini decise di utilizzare una fotografia di Carletto che effettua in perfetto stile una rovesciata, come simbolo del proprio album di figurine. Per tutti i bambini italiani, Parola diventò “quello della rovesciata”.
Appesi gli scarpini al chiodo, un uomo tanto competente e tanto esperto di calcio decise continuare il suo rapporto con la Juventus, in qualità di tecnico. Parola diventò per la prima volta allenatore (con Cesarini direttore tecnico) nel campionato 1959/60 e venne riconfermato per due stagioni successive (1960/61 e 1961/62) prima con Gren e poi da solo. Carlo tornò poi alla Juventus all’inizio del campionato 1974/75 conquistando lo scudetto e concludendo al secondo posto la stagione successiva.


INTERVISTATO NEL FEBBRAIO 1972
Quali sono i tre migliori ricordi della mia lunga stagione bianconera? Il mio esordio nella Juventus, il mio primo scudetto, la mia partita nella selezione del Continente. Era il 1939, a quei tempi ero iscritto alla scuola allievi Fiat. Lavoravo, studiavo e giocavo a calcio, naturalmente, nella squadra ragazzi del Fiat: ero centravanti, segnavo moltissimi goal. Gli osservatori della Juventus mi seguivano con interesse e quell’anno su indicazione di Zambelli finii nelle file del club che sognavo giorno e notte. Portavo a casa 18 Lire al mese: pensate quando andarono da mia madre e le chiesero se mi avrebbe lasciato giocare per 750 Lire al mese! Mi guardò e mi chiese: «Ma è proprio vero?»
Seppi più tardi che ero costato alla Juventus qualcosa come 60.000 lire una bella cifra indubbiamente. Mi misi al lavoro con tutto l’entusiasmo possibile, avevo diciotto anni ed una gran voglia di sfondare. Mi cambiarono subito di ruolo: da centravanti passai dalla parte opposta, cioè nel ruolo di chi controllava i goleador. Forse fu anche per questo che affrontai sempre gli ex colleghi con una certa attenzione. Tremavo al pensiero che un giorno avrei potuto sostituire un certo Monti, io che avevo diciotto anni e che davo del “voi” ai Foni, ai Rava ed ai Gabetto. Un giorno accadde: esordii nella Juventus, in serie A. Proprio contro la mia attuale squadra, il Novara; vincemmo per 1-0 e fu una giornata bellissima, indimenticabile, io, ragazzino, in mezzo a tanti campioni! Come stopper metodista, mi difesi abbastanza bene ed in seguito presi sempre più confidenza con il mio ruolo fino ad impormi come titolare.
Passare dai ragazzi Fiat alla grande Juventus fu una cosa meravigliosa: penso che per ogni giocatore sia la stessa cosa, anche se sovente l’esordio è talmente infarcito di emozioni che si finisce con il perdere il senso della realtà. Fu dieci anni dopo che vincemmo lo scudetto, subito dopo la scomparsa del “Grande Torino”. Noi continuammo la tradizione che voleva il titolo appannaggio dei club torinesi. Fu una stagione meravigliosa: pensate che segnammo la bellezza di cento goal. Il presidentissimo Agnelli aveva acquistato Martino, Hansen, Præst ed altri campioni, avevamo Carver come allenatore. Il suo italiano era ancora incomprensibile per cui la tattica nasceva in campo a seconda delle necessità.
Fu allora che inventammo il libero anche se pochi se ne accorsero. Alcuni mesi fa parlando in proposito con Gianni Brera gli chiesi: «Ma non ti ricordi in che posizione giocavo io?»
E lui, ripensandoci, mi diede ragione. In effetti. senza che lo stesso Carver se ne accorgesse, Karl Hansen fungeva da mediano, Mari si piazzava sul centravanti avversario ed io stavo in ultima battuta alle sue spalle, proprio come succede al giorno d’oggi. Allora però non si parlava tanto di tattiche: si giocava, si pensava a segnare il maggior numero possibile di goals ed a subirne il meno possibile. Con questo non è che rinunciassimo ad attaccare anzi lo facevamo con quattro punte. Era il nostro gioco elastico a centrocampo a permetterci queste possibilità, tattica alla quale si richiamano anche oggi molte società. Avevamo grandi avversari. come il Milan del trio Gre-No-Li, eppure vincemmo in bellezza. Parlando di quella formazione con Boniperti, concordammo in una giornata dedicata ai ricordi, che quella forse fu la formazione più completa del dopoguerra.
Vincemmo il campionato con diversi punti di vantaggio. Era la mia decima stagione nella Juventus (complessivamente ho giocato in bianconero 15 campionati) la più bella, indubbiamente; anche lo scudetto successivo non fu cosi ricco di soddisfazioni.


VLADIMIRO CAMINITI
Non esiste un altro, nella storia del calcio nostro, che emuli Parola nel suo modo di essere campione. È vero, c’era stato Rosetta, ma con Parola l’esercizio virtuoso diventa stile. Con Parola, il calcio parla al mondo, quel mondo di un’Italia ancora sbigottita se non disfatta che sgrana gli occhi su tutto, non ci sono più ideali, ogni valore è stato frantumato in un mare di sangue, ma si riaprono gli stadi e Parola esegue la sua rovesciata per tutti gli umili e diseredati, disegna l’illusione con la sua acrobazia meditata; la sua rovesciata, in Italia, contende alla pizza napoletana il primato della popolarità.
Parola nasce in una famiglia che è un grumo di ristrettezze. Torino non è solo piazza San Carlo, ed i Savoia sono da tre anni in esilio, nel 1949, quando Parola è celebre. L’Italia è una Repubblica, Parola è l’alfiere di una Juventus che gioca un calcio stellare, non troppo istintivo. con un ragazzo biondo che abbaglia per i suoi goal freddi e poetici (Boniperti). Il papà di Carlo, detto Nuccio, è morto precocemente, vittima di un suo stesso vizio: si era accoppato ingurgitando tabacco pur di non andare soldato.
Il ragazzo si trovò presto a sostentare una famiglia. Al dopolavoro Fiat, sgobbava come garzone e nel tempo libero giocava a calcio, senza sapere che un singolare tipo di osservatore da qualche tempo, Parola aveva già diciassette anni, veniva a osservarlo; l’orecchiuto compare Sandro Zambelli, detto Zambo, il cantore dell’altra Juventus, quello delle dame patronesse e dei signori in frac. Ora la Juventus, è il 1939, aspetta di ridarsi una verginità. Dopo la morte di Edoardo, gli Agnelli si sono messi da parte. Gianni è ragazzo. La presidenza viene affidata al conte dottor Emilio De La Forest de Divonne. Non si saprà mai nulla di questo patrizio. La storia dice che c’è la sua firma sul primo contratto di calciatore di Carlo Parola.
Parola nel campionato 1939/40 entra nei ranghi, è utilizzato in vari ruoli. Ha piedi morbidi ed il suo calcio detta legge. Tanto è giovane, tanto è bravo. La guerra frenerà anche il suo cammino, ma è ancora in tempo per farsi amare. L’esordio è avvenuto contro il Novara, il 3 dicembre 1939, poi è tutta una scalata. Finisce la guerra, la ripresa è ilare e tormentata, a Zurigo l’11 novembre 1945 Parola è in campo contro la Svizzera, 4-4, non è un falco sul vecchio Amadò che segna 3 goal, non è proprio la sua giornata. Certi critici, secondo me maldestri, opinano che Parola non sia mai stato un combattente. Non è esattamente così.
Nelle sue tante partite in bianconero, nelle sue 10 presenze azzurre, Parola è sempre Parola, parla il calcio, vuole essere mai restrittivo. sempre evocativo di libertà. È il simbolo della libertà recuperata, non concepisce le strettezze di una marcatura assillante, in cui sono più bravi Rigamonti e Tognon. Ma nessuno lo vale per il gesto stilistico, per la capacità di giungere primo sulla traiettoria, annichilendo nei giorni di vena anche bisonte Nordahl sull’anticipo. Gioca nella Juventus fino al 1954, quando con John Hansen emigra nella Lazio.
E forse l’allenatore non è stato pari al giocatore, ma il mondo va così, e salendo sull’erta che ricorda quell’ameno sito che è Ceriale, col suo mare strabiliante, Parola mi dava questa spiegazione del suo quasi fallimento come tecnico: «Sono stato un giocatore troppo grande per essere anche un allenatore troppo grande».


3 commenti:

Anonimo ha detto...

Non so nulla di lui, nè l'ho mai visto giocare.

Me lo ricordo più di trenta anni fa (doveva essere il 1974) nella grande sala all'entrata delll'Hotel Quirinale a Roma (che ospitava la Juventus in trasferta contro la Lazio) quando lui era l'allenatore della squadra.
Era un signore molto elegante, tranquillo, gentile, solido e prestante.

Quando arrivò Boniperti scendendo dalla scale dell'albergo, elegantissimo, carismatico e molto cordiale, i due si abbracciarono e baciarono come due vecchi amici. E durante questo abbraccio tutti i giocatori della squadra, i quali fino a quel momento passeggiavano, in ordine sparso, nella grande sala all'entrata dell'Hotel, si avvicinarono e strinsero a loro.

Sembravano una grande famiglia.

Mi sembrò, allora, di comprendere perchè quella squadra fosse così forte.

Ogni volta che, da bambino, guardavo con ammirazione la sua sforbiciata sulla copertina degli album delle figurine Panini pensavo sempre che per compiere quel gesto così spettacolare doveva, evidentemente, essere stato un grande difensore molto agile, audace e potente fisicamente.

Angelo Balzano

Stefano ha detto...

questo tuo ricordo è splendido ... grazie mille per questo e per tutti commenti che mi lasci ...

Enzo Saldutti ha detto...

Carlo Parola centromediano della Juve anni cinquanta, un giocatore di stile e spettacolari qualità acrobatiche in area di rigore: celeberrima la rovesciata (emblema delle figurine Panini) e quando a Glasgow fu celebrata la storica adesione della Gan Bretagna alla Fifa era proprio lui l’unico italiano a giocare nella formazione dei più grandi calciatori del Resto d’Europa (tra i quali Gren, Nordhal, Gunner e Praest) con una prestazione tanto memorabile che la compagine londinese del Chelsea pervenne a quindicimila sterline per ingaggiarlo (una cifra esorbitante nel 1947 ma Carlo Parola rifiutò per rimanere alla Juve).