venerdì 1 luglio 2016

Lucidio SENTIMENTI

Detto Cochi, nasce nell’estate del 1920 a Bomporto, in provincia di Modena, in una famiglia che eguagliava i fasti calcistici di un’altra mitica dinastia, quella dei Cevenini. Tutto cominciò, si dice, con una lettera: «Ho quasi quindici anni, faccio il garzone calzolaio a quindici lire la settimana, vorrei giocare. Va bene qualsiasi ruolo. Anche portiere». Lucidio è tifoso della Juventus e grande ammiratore di Combi; vanta qualità atletiche per riuscire bene in qualsiasi ruolo, un bel tiro, anche se la statura non è eccezionale, ma, a quei tempi, nessuno ci faceva troppo caso. Così si trova nel Modena, in Serie B, a solo sedici anni, senza un ruolo ben definito, a volte portiere altre attaccante. Sbalordisce tutti: in due stagioni segna ventidue goal, risultando uno dei migliori cannonieri della squadra.
La Juventus è alla ricerca di un portiere affidabile; nell’ultimo campionato, quello del 1941, si sono alternati in cinque, un vero record: Goffi e Peruchetti, Ceresoli e Micheloni e, per una sola domenica, un certo Bulgheri, mai più visto né sentito. Cochi aveva già disputato circa cinquanta partite in Serie A quando debuttò nella Juventus, a Venezia: i terzini sono Foni e Varglien II, gioca anche suo fratello, Vittorio, ovvero Sentimenti III, arrivato alla Juventus un anno prima. Dopo aver subito cinque goal in un derby, è messo da parte ma qualche domenica dopo è ripresentato in mezzo ai pali che non lascia più per altre quattro stagioni.
Conquista anche la maglia azzurra e, nel maggio 1947, contro l’Ungheria è l’unico giocatore “straniero” in una formazione composta da dieci giocatori del Grande Torino. Gianni Brera lo descrive freddissimo determinista, dotato di un’astuzia luciferina.
Il suo gesto atletico più famoso è rimasto l’uscita, a piedi uniti, un intervento che sembra disperato e invece è calcolato al millesimo e, secondo alcuni, al limite del lecito. Molto abile anche sulle palle alte: stupisce vederlo arrivare lassù, con tanta sicurezza, a bloccare o spingere lontano il pallone con pugni decisi, nonostante la bassa statura. Tra i pali è agile e dotato di presa ferrea, non ha bisogno di volare, ha un grande senso della posizione e un notevole colpo d’occhio. Qualche volta se ne fida troppo e prende goal balordi su tiri da lontano.
Cochi Sentimenti difende la rete juventina durante quei campionati resi proibitivi dal dominio del Grande Torino. Nel 1949, a ventinove anni, è ceduto alla Lazio, dove ritrova una seconda giovinezza. Riconquista anche il posto in Nazionale e ha l’onore di disputare la sua ultima partita nel 1953, contro la Grande Ungheria. Si mette perfino a parare rigori, cosa che prima non gli riusciva mai, come se una legge non scritta lo volesse punire per la sicurezza che aveva nel tirarli. Diventa uno specialista, quasi al pari del mitico Bepi Moro e, nel febbraio 1954 proprio su un rigore ottiene una piccola rivincita nei confronti della Juventus: a Torino, infatti, para un tiro di Boniperti dal dischetto, facendo finire la partita 0-0. La Juventus perde proprio per un punto quel campionato, a favore dell’Inter.
Gioca fino a trentanove anni, chiudendo la carriera con il Vicenza, senza vincere mai niente: nonostante avesse già appeso gli scarpini al chiodo, torna in campo per difendere la rete del Torino che, in piena zona retrocessione, si trova di colpo senza portieri.
Un giorno gli chiesero quale fosse stato il goal che gli avesse provocato più dolore: disse che molti anni prima, quando era ancora al Modena in Serie A, gli era capitato di tirare un rigore contro suo fratello più grande, Arnaldo Sentimenti II, portiere del Napoli, realizzandolo. Ecco, quello era stato il goal che gli aveva fatto più dispiacere.
«Ecco un bel ricordo. 1946, a Torino: Juventus-Bologna. Ha vinto la Juventus per 1-0. A un certo momento Gritti, del Bologna, in posizione di ala sinistra, mi fa un tiro violentissimo, io sono piazzato sul palo giusto ma Parola interviene e mi fa la carambola con la coscia, poveraccio lui ha fatto il possibile per salvarmi. Così io mi trovo improvvisamente sul palo sbagliato, un po’ fuori porta, con la palla che mi va dentro nel sette più lontano, alle spalle. Balzo indietro stringendo i denti e chiudendo gli occhi, mi distendo quanto sono lungo, do la manata e, quando credo di esser fregato, incontro qualcosa. Dico: sarà un giocatore. Cado a terra, sento un urlo, apro gli occhi e vedo il pallone che è andato in corner: io l’avevo portato via dal sette, l’urlo l’avevano fatto per questo. Hanno fatto anche una bella fotografia, che conservo. Eh sì; mi sentivo forte, mi sentivo come un leone, ero padrone dei miei pali e della mia area, avevo un rinvio lungo e preciso e non avevo paura di uscire. Mi buttavo giù con i piedi, mai di faccia o di braccia, perché con i piedi si arriva prima e difatti precedevo un sacco di attaccanti proprio per questo. E non ho mai avuto incidenti anche per questo».
Il portiere che tirava i rigori: era il primo, forse, e tutti si meravigliavano. In seguito avrebbe avuto ottimi imitatori, ma nessuno è riuscito a giocare in modo non saltuario e in una vera partita di campionato, con la maglia di attaccante.


VLADIMIRO CAMINITI
Nei giorni dopo la guerra, che sono di atavica fame, portieri di ogni formato si esibiscono in Italia. Nella Juventus si alternano, ancora per poco, Micheloni e il vecchio Perucchetti, mezzo clown e mezzo artista, che ha trentaquattro anni, ma già si affaccia il giovane Lucidio Sentimenti, quarto di una famiglia modenese di Bomporto dedita a sane bevute e a interminabili partite di calcio, destinato a giocare in porta, perché il meno appariscente fisicamente dei fratelli, e anzi, a dire il vero, di figura un tantino tozza. Il fatto è che a Cochi, questo è il soprannome con cui lo indicano e strapazzano specialmente i fratelli Arnaldo e Vittorio (Primo è ancora piccolino), va di contraggenio a fare il portiere e, quando può, viene fuori e molla le sue sacramentali legnate di destro con le quali segna al fratello maggiore Arnaldo goal irresistibili.
Rimane che il ruolo di portiere a poco a poco entra nello spirito del giovanotto, che ha uno sviluppo orizzontale pari alle manone e sfoggia nel colpo di reni la sua qualità migliore. Il nano, in campo, diventa un gigante, anche in questo caso, come dire che nelle parate alte Sentimenti IV è formidabile come nelle parate a terra, e va a giocare un campionato entusiasmante nel Modena, quando la Juventus lo ingaggia, lasciandolo ancora un anno nella città emiliana, perché completi il servizio militare.
Sono i giorni ruggenti del Torino, quando Sentimenti IV si trasferisce definitivamente nella Juventus. Il derby è il derby, le parate di Cochi impediscono in più di una circostanza al Grande Toro punteggi straripanti. Nasce il mito di questo portiere tarchiato e flessuoso, brevilineo dal portentoso colpo d’occhio, quasi imbattibile nell’area piccola, che domina con pugni che sono autentiche mazzate, specialista nelle uscite contro l’attaccante solo, che risolve con una tecnica personale (le gambe avanti e il busto all’indietro) micidiale all’impatto per giocatori come Fabbri, e cui solo gli estrosi Lorenzi e Gabetto trovano, ma non sempre, contromisure.
Si parlerà solo negli anni Ottanta di portieri con la somma di qualità che Sentimenti IV mostra già negli anni Quaranta, il primo portiere calciatore d’Italia e d’Europa; perfetto rigorista, egli indossa la divisa addirittura con grazia, ma forse una natura troppo sempliciotta lo porta a vivere con eccessiva emotività le partite in Nazionale. Il giorno dell’esordio, nebbia e vento gelido al vecchio Prater, becca cinque goal, e Carosio urla al microfono che Sentimenti IV non ci vede. Una fandonia, ma l’Italia è terra di pregiudizi. L’Avvocato, che di calcio se ne intende, intervistato nel 1988, dirà che Sentimenti IV è stato il portiere più grande che egli abbia visto giocare nella sua Juventus. Potentissima macchina atletica, Cochi si allenava come gli ostacolisti, per esercitare i suoi magici lombi, e Bacigalupo aveva nel portafogli, restituite dalla lurida fiammata che distrusse il Grande Torino, la sua fotografia. Nella tradizione del ruolo, in Italia almeno nessun portiere è mai stato altresì calciatore come Cochi Sentimenti, dalle rimesse in gioco che erano un vero lancio per il centrattacco e diedero l’avvio a tanti goal di Boniperti ventenne. I suoi fondamentali tecnici (presa, piazzamento, colpo di reni, uscita alta) sono forse tuttora irripetibili.


MAURIZIO TERNAVASO, “HURRÀ JUVENTUS” AGOSTO 1988
Era dal 1975 che non lo incontravo. Esattamente da quel giorno di giugno in cui terminò la mia carriera di pulcino bianconero della squadra riserve, con grande rimpianto di diverse zolle d’erba del Combi alle quali talvolta non pareva vero di potersi staccare dal loro habitat naturale per volteggiare in aria colpite da qualche calcio maldestro del sottoscritto.
In quel triste giorno terminarono di colpo i miei rapporti bisettimanali con il mio allenatore Lucidio Sentimenti, meglio noto come Sentimenti IV; e a ulteriore dimostrazione della labile impronta che lasciai quale giovane calciatore sta il fatto che, ripresentatomi a lui per l’intervista, sono stato riconosciuto con fatica. E mentre io da allora sono sicuramente cambiato (qualche pelo di barba e mezzo metro in più), il personaggio è rimasto quasi del tutto immutato nel fisico e nell’aspetto, dal momento che lo ricordavo completamente canuto fin dai tempi in cui lo vidi corricchiare in tuta nel glorioso campo Combi.
Signor Sentimenti, sono quasi sicuro che ancor oggi le capita spesso di infilarsi una tenuta sportiva per insegnare qualche prezioso rudimento ai giovani calciatori: è proprio così? «Certo, ci mancherebbe altro! Attualmente curo i ragazzini della Sisport, l’organizzazione sportiva gestita dalla Fiat, ma soltanto fino a un paio di anni fa lavoravo per la Juventus, fino a quando non è purtroppo giunta l’età della pensione».
Quali sono state le tappe della sua attività di allenatore?  «La tappa è stata unica, ma molto felice: una volta conseguito, infatti, il patentino di allenatore di prima categoria, entrai nel settore giovanile della Juventus, dove lavorai quasi trent’anni, con lunghe parentesi come allenatore dei portieri della prima squadra e come allenatore in seconda quando titolari della panchina erano Rabitti prima e Vycpálek poi. E giuro di non aver mai provato alcun rimpianto per non aver arricchito la mia esperienza altrove».
Come si è svolta invece la sua carriera agonistica? «Iniziai nella stagione 1937-38 in Serie A con il Modena, la squadra della mia città natale, e dopo altre due stagioni con la stessa maglia approdai nel 1940 alla Juventus ove ho disputato nove campionati; dal 1949 al 1954 giocai nella Lazio, poi fu la volta di Vicenza, dove nel 1957 terminai l’attività. In totale 443 presenze nella massima serie e sessantotto gettoni in Serie B; al mio attivo anche nove maglie azzurre, con la partecipazione ai Campionati Mondiali nel 1950 in Brasile».
Il fatto che lei sia conosciuto come Sentimenti IV implica ovviamente che non sia stato l’unico della sua dinastia a calcare i palcoscenici calcistici: mi racconterebbe la storia agonistica della sua famiglia? «I miei genitori misero al mondo nove figli, di cui cinque maschi. Il primo, Ennio, arrivò a giocare in Serie C; il secondo era Arnaldo, classe 1914, il quale disputò come portiere ben sedici campionati di A con il Napoli; fu quindi la volta di Ciccio che giocò fino al 1949 come mezzala nella Juventus; l’ultimo fu Sentimenti V, il fratello più giovane che militò nel Modena, nel Bari, Lazio, Udinese e Parma».
Come spiega il fatto che cinque fratelli su cinque abbiano giocato a calcio a certi livelli? E i rispettivi figli hanno continuato a seguire le orme dei padri? «La risposta alla prima domanda non è per nulla agevole, e posso soltanto dire che siamo stati aiutati da una grande, enorme passione per il gioco del calcio; per quanto riguarda invece il suo secondo quesito, le sembrerà incredibile, ma soltanto mio figlio ha giocato qualche anno, arrivando al massimo alla Serie C, mentre tutti gli altri miei nipoti non si sono praticamente neppure cimentati in questo meraviglioso sport».
Se non sbaglio lei fu il primo portiere rigorista e si rivelò un cecchino infallibile: qual è il motivo per cui questa tendenza da lei lanciata non è stata proseguita con una certa continuità? Io credo che il numero uno di una squadra sia colui il quale meglio conosce la tecnica del rigorista, e perciò potrebbe sfruttare al meglio la sua esperienza, diciamo così passiva per proporsi come soggetto attivo del calcio di rigore: «Quanto lei dice è vero: io, infatti, oltre a segnare in campionato quattro massime punizioni, ne parai parecchie senza mai muovermi prima del tiro. E se al giorno d’oggi è così raro vedere un portiere calciare un rigore, ritengo che ciò sia dovuto al fatto che non tutti i numeri uno hanno i piedi buoni e sono avvezzi ad affrontare un momento così delicato qual è in fondo quello in cui ci si appresta a calciare dagli undici metri; per di più vi è il timore diffuso di affrontare con la porta sguarnita il contropiede degli avversari nel caso in cui il tentativo si rivelasse maldestro».
Tutti sanno che ai suoi tempi il modulo di gioco non prevedeva l’esistenza del libero: ciò rendeva  più difficile o quanto meno delicato il ruolo del portiere rispetto a quanto accade invece ora? «Indubbiamente allora toccava a me fungere da libero, dal momento che almeno dieci volte a incontro dovevo uscire di piede dai pali, e talvolta mi spingevo persino fuori area per bloccare le punte avversarie che si erano liberate del loro marcatore; da tutto ciò ne derivava che quando la mia squadra attaccava, la posizione del portiere era quella di attesa al limite dell’area, sempre pronto a intervenire. In definitiva il ruolo era forse più impegnativo, soprattutto perché in un modo o nell’altro si toccavano molti più palloni».
Adesso sia così gentile da raccontarmi qualche episodio che abbia fatto cronaca quando lei era protagonista in campo e che io, per motivi di età, non posso conoscere: «Gliene racconterò un paio, in quanto mi sembrano entrambi meritevoli di essere rivisitati. Il primo: primissimi anni cinquanta, incontro Lazio-Milan, terminato 1-1. Passò in vantaggio il Milan grazie a un autogoal di mio fratello nonché compagno di squadra Sentimenti III, quindi su rigore pareggiò Sentimenti V (anch’egli giocava al mio fianco) e a pochi minuti dalla fine il sottoscritto parò un rigore dei rossoneri: e il giorno dopo quasi tutti i giornali portavano un titolo del tipo “Lazio-Milan: tutto fatto in famiglia”. Il secondo: lei forse non sa che io vanto un record piuttosto curioso, essendo l’unico portiere d’Italia che abbia giocato in due incontri di campionato fuori dalla porta, e più precisamente come ala destra: e nel primo (stagione 1947-48: Juventus-Atalanta 2-0) segnai addirittura una rete!»
E che sensazioni provava quando negli incontri immediatamente successivi era costretto a tornare tra i pali? Delusione, rammarico oppure gioia? «Senza dubbio mi divertivo di più in porta, sicché ero ben contento di riprendere il mio posto di origine; e ciò nonostante alcuni tecnici mi vedessero meglio nel ruolo di attaccante».

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