domenica 23 agosto 2020

Luigi DELNERI

 

PAOLO ROSSI, “HURRÀ JUVENTUS” DEL GIUGNO 2010
Le immagini sono in bianconero. Era il 7 ottobre 1973 e la strada del giovane Delneri passava per Torino. Allo Stadio Comunale gioca il Foggia e tra i pugliesi esordisce in Serie A un ragazzo con la maglia numero 8. Testa alta, si muove per tutto il campo e lo si vede impegnato in qualche buon suggerimento per i compagni d’attacco. Il primo incrocio con la Juventus per Gigi Delneri è un giorno che si ricorda per tutta la vita. Ma adesso è tutta un’altra vita, quella dell’allenatore. E la Juventus non è più un’avversaria, ma la società che si affida alle sue competenze per riscattarsi da una brutta stagione.
«Quando ero in Serie A – racconta – sapevo essere veloce nell’esecuzione più che nel passo, perché già alla mia epoca se non avevi questa capacità non riuscivi a stare in campo, bisognava saper vedere il gioco prima degli altri. È il pensiero che determina principalmente il ritmo e le squadre che ho poi allenato hanno incarnato questa filosofia. Diciamo pure che mi sarebbe piaciuto essere un centrocampista più bello da vedersi, per questo poi apprezzo determinate caratteristiche che non avevo quali il dribbling, la fantasia, il tiro in porta».
– Nel calcio contemporaneo c’è ancora spazio per qualche forma d’innovazione?
«Il calcio è sempre in evoluzione e lo si registra nel particolare. È la cura dei dettagli a fare la differenza, soprattutto sul piano dell’organizzazione tattica. A me piace lavorare in questa direzione».
– Lei ha fatto un lungo percorso prima di arrivare al grande calcio, attraversando tutte le categorie dalla Serie D in avanti. È un’esperienza formativa allenare in diversi campionati?
«La cosa più importante è accumulare esperienze nel corso del tempo. Con gli anni impari ad affrontare diversi problemi, aumenti il tuo bagaglio di conoscenze, capisci le differenze di ogni ambiente con cui entri in contatto. Sono fermamente convinto che per essere un allenatore vincente devi riuscire a farlo ovunque tu vada e che si possa acquisire un certo tipo di mentalità anche in esperienze lontane dalla Serie A. Il lavoro dell’allenatore è difficile in ogni categoria e sono orgoglioso di avere vinto in tutti i campionati che ho affrontato. E considero momenti fondamentali della mia crescita anche aver conquistato la zona Uefa con il Chievo o la Champions League con la Sampdoria, in quelle piazze valgono quanto uno scudetto e forse persino qualcosa di più. Adesso c’è la Juventus, un’ulteriore tappa che considero la più importante della mia carriera».
– La vera novità fu che al Chievo portò a grandi livelli una società alla sua prima partecipazione in Serie A e ci riuscì con un coraggio non comune per una “provinciale”... 
«Credo che il mio Chievo, soprattutto nel girone d’andata della stagione d’esordio, abbia rappresentato una svolta storica per il calcio italiano e abbia cambiato per sempre |’atteggiamento delle piccole verso le grandi. Si è passati dalla cultura dell’adattamento, per la quale ti preoccupavi solo di annullare i grandi campioni, all’idea che anche con mezzi limitati si potesse fare qualcosa di buono».
– Nell’estate del 2004 poteva già arrivare alla Juventus, lo stesso Marcello Lippi disse che era un allenatore bravissimo, destinato a una grande squadra. Si può dire che è arrivato in ritardo...
«È vero, ero vicino alla Juventus, ma devo dire che è questo il momento giusto. L’anagrafe dice che ho 60 anni, ma io sono molto giovane. Nel calcio conta avere idee, passione, applicazione nel lavoro che fai, devi sposare l’ambiente e la società e trovare il giusto feeling con i tifosi. Io mi sento un grande entusiasmo e sono felice di essere qui adesso a giocarmi le chance per fare qualcosa di importante».
– La scorsa stagione la Sampdoria è stata protagonista di una grande impresa. L’obiettivo di partenza era decisamente lontano dalla conquista del quarto posto...
«Già se fossimo arrivati in Europa League sarebbe stato un ottimo risultato, la Sampdoria era fuori dal giro europeo. Esserci tornati addirittura attraverso la Champions è stato fantastico, ha ricreato un entusiasmo che a Genova non si vedeva da quasi vent’anni. Non è stata un’impresa facile, anche perché la squadra ha cambiato il modo di giocare, all’inizio c’era da creare la giusta conoscenza tra allenatore e giocatori, bisognava trovare i giusti equilibri. Siamo stati bravi a partire bene, poi abbiamo registrato un calo fisiologico perché non avevamo il tasso tecnico per competere più in alto. La svolta si è avuta nel ritorno, quando senza Cassano il gruppo si è sentito responsabilizzato, ha trovato autostima e consapevolezza nei propri mezzi e si è innescato così un ruolino di marcia da primato: basti pensare che al giro di boa eravamo nella parte destra della classifica».
– Lei giustificò la famosa esclusione di Cassano sul piano puramente tecnico e disse che «Solo i gabbiani, forse, credevano che lo avrei messo fuori». È stato uno straordinario messaggio interno per dare compattezza al gruppo...
«Il mio non è stato un modo di dire. In quel momento il problema della Sampdoria non erano le punte, ma la fase difensiva. Mi spiego: non si può giocare sempre con un’intensità a mille, bisogna sapersi ritagliare nel corso dell’incontro alcune fasi di respiro, di gestione tranquilla. Con Cassano rischiavamo di perdere troppo facilmente il pallone e quindi ci esponevamo ad attacchi pericolosi. In quel momento avevo bisogno di giocatori meno bravi tecnicamente ma più disponibili sotto il profilo agonistico e più aggressivi sul portatore di palla avversario. In questa maniera abbiamo creato un calcio “operaio”, più redditizio sul piano dei risultati».
– Quando si parla del suo 4-4-2 è opinione comune sottolineare una vocazione offensiva. In realtà, le sue squadre colpiscono soprattutto per l’estrema attenzione difensiva. La Sampdoria non ha nomi di primissimo piano, ma il reparto arretrato è stato tra i meno battuti...
«È vero. E in casa siamo stati addirittura la miglior difesa d’Europa. Lo dico con una formula paradossale: la difesa deve sapere attaccare. E deve essere un’espressione matematica: se i quattro componenti del reparto stanno molto bene allineati e si muovono in sincronia, lo spazio che devono coprire si riduce tantissimo e il compito si semplifica. La divisione delle zone di appartenenza è fondamentale, ci vuole un grande lavoro quotidiano. Certo, conta anche il valore dei singoli, ma con la giusta applicazione tattica si ottengono grandi risultati collettivi. Alla Juventus ci sono difensori che sono campioni e che hanno qualità fisiche di primissimo ordine, sono sicuro che lavoreremo bene. È chiaro poi che nell’immaginario collettivo del tifoso la copertina la guadagnano gli attaccanti, del resto sono i giocatori che suscitano maggiore entusiasmo e producono esaltazione, perché con una giocata ti possono anche risolvere una partita. Ma un allenatore ha il dovere di costruire dietro una grande solidità, altrimenti rischia di vanificare tutto il lavoro fatto».
– Nel 4-4-2 hanno grande importanza gli esterni. Però di ali davvero in grado di andare fino sul fondo non se ne vedono poi tante in Italia e pure in Europa...
«Intanto non è che uso sempre solo questo modulo. Diciamo che parto sempre dalla difesa a quattro, questo sì. Il punto vero è che a me piace una squadra d’attacco e cerco il modo più adatto perché si possa attuare. Per essere precisi, prediligo un 4-2-4 rispetto a un 4-2-3-1: alla Roma, infatti, giocavo con Amantino Mancini a destra, Cassano a sinistra e Totti e Montella di punta e segnavamo molto. Gli esterni vanno cercati sul mercato e credo che per le ambizioni che la Juventus nutre verranno trovati. Dopodiché non vanno escluse altre soluzioni, come adattare due punte e metterle laterali. Credo comunque che la Juventus mi abbia voluto anche perché sa qual è la mia impostazione e sono convinto che mi metterà nelle condizioni per agire al meglio».
– Che idea si è fatto delle difficoltà della Juventus 2009-10?
«Per certi versi è inspiegabile. Quando si entra in certe crisi è difficile uscirne, una situazione negativa finisce per alimentare quella successiva. Il valore dei componenti della rosa non è certo quello di un settimo posto. Probabilmente, oltre al peso degli infortuni, ci sono stati problemi psicologici legati alla prematura eliminazione in Champions League, una sconfitta troppo pesante perché si riuscisse a metabolizzarla in fretta, è successo anche alla Sampdoria dopo la sconfitta nel derby. Ci sono partite che rappresentano veri e propri snodi, basta poco per far cambiare il senso a un’intera stagione».
– Conclusa una stagione così negativa, si riesce fare tabula rasa e a ripartire su nuove basi o c’è il rischio che rimanga un’eredità che zavorra anche la costruzione del futuro?
«Sono convinto che riusciremo a resettare tutto. Già solo un cambio di modulo può offrire motivazioni diverse. Un gruppo di lavoro nuovo significa una grande svolta collettiva, ogni singolo è chiamato ai rimettersi in gioco. Posso garantire che punteremo a costruire una Juventus che possa regalare ai tifosi le soddisfazioni che meritano. Saremo una squadra che cercherà d’imporsi, non ci adatteremo agli avversari, ma sceglieremo una nostra identità da proporre sempre e comunque».
– L’ambiente chiede giustamente alla Juventus di tornare a vincere. Ho la sensazione che ci sia un bisogno vitale anche solo di un trofeo e che non si conceda più tempo per fasi di passaggio, nonostante si arrivi da una stagione decisamente deficitaria.
«Intanto confido che i grandi cambiamenti in società e nella conduzione tecnica possano dare fiducia e mettere in circolo idee ed energie positive, che creino un clima costruttivo. La Juventus ha l’obbligo di crearsi una mentalità vincente che rispecchi quella storia che i tifosi amano. Sono stato subito chiaro: il nostro primo compito è recuperare credibilità. Non significa giocare da Juve una partita, ma avere una serietà dentro e fuori dal campo e manifestare una cultura di gruppo che sia visibile e percepibile anche dai nostri avversari. Costruire una squadra significa accontentare la società in tutto quello che chiede: il mio impegno sarà massimo per soddisfare questo compito».
– Lei passa per un sergente di ferro, però i suoi giocatori parlano anche di una persona molto divertente.
«Sono intransigente, non c’è dubbio, e cerco sempre di ricevere il massimo rispetto perché lo garantisco a mia volta. Qualcuno mi ha rimproverato di essere troppo diretto in certe esternazioni, io invece lo considero un pregio: se ho da dire una cosa non sto zitto, preferisco affrontare di petto le situazioni. I giocatori della Juventus devono sapere che tratto tutti nella stessa maniera, per me non c’è chi è più importante degli altri. Diciamo che sono un “dittatore democratico”…».
– Qual è la curiosità maggiore di questa sua nuova avventura?
«Sono fiducioso. Vedo grandi possibilità di lavorare come piace a me, non ci sono pregiudizi come quando approdai al Porto dove c’erano leadership consolidate all’interno della squadra impossibili da modificare e per questo me ne andai via molto presto. Dovremo essere bravi a ricreare entusiasmo attorno alla squadra. I tifosi ora devono avere un’unica certezza: daremo il massimo per conquistarli e lo faremo unendo tutte le componenti della società in un’unica direzione per raggiungere il posto dove la Juve merita di stare e dove è sempre stata. Sono sicuro che saremo tutti dalla stessa parte».
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Dal 7° posto dell’accoppiata Ferrara-Zaccheroni al 7° posto di Delneri. Non c’è pace in quegli anni per la Juventus che, per il secondo anno consecutivo, non riesce nemmeno a centrare la Zona Uefa. La cosa positiva di quella stagione è che si pongono le basi per i grandi trionfi a venire (con gli acquisti di Pepe, Bonucci, Barzagli, Matri, Quagliarella, Storari) e che si lanciano in Prima Squadra tanti giovani che faranno più o meno bene lontano da Torino (Ekdal, Sørensen, Liviero, Giannetti, Cammilleri, Boniperti, Libertazzi, Buchel).
Il mercato è fatto privilegiando la “quantità” e non la “qualità”. Delneri punta molto sulla Furia Serba (alias Milos Krasić) e su Quagliarella. E saranno proprio loro due a tenere a galla la Juve, con le grandi giocate e le numerose realizzazioni. Poi, con l’infortunio dell’attaccante di Castellamare e la scomparsa del serbo dopo il “fattaccio” di Bologna (vedi simulazione punita con tre giornate di squalifica e l’unanime condanna di tutto il mondo calcistico, arbitri compresi), la truppa bianconera si sfalda piano piano. Con essa anche il suo comandante, troppo legato al suo 4-4-2 e tradendo un’incapacità a poter cambiar modulo una volta capito che non era il più adatto per quella squadra. Soprattutto, balzano agli occhi i numerosi sbandamenti difensivi – molti dei quali casalinghi – che spesso e volentieri vanificano la produzione offensiva. E questo non permette quasi mai di tradurre in punti la grande mole di gioco sviluppato dalla truppa bianconera in più occasioni.
«Nello scorso torneo la Juve sembrava afflitta dalla paura di perdere. Quest’anno, invece, siamo stati frenati dalla paura di vincere», afferma Andrea Agnelli.
«Agnelli era già all’epoca appassionato, competente – racconterà più tardi il mister di Aquileia –. Capace di imparare, anche: ha dato continuità, costruendo una corazzata passo dopo passo. Quando c’ero io, non si potevano mica prendere certi calibri. Dopo di me prese Conte. Grande scelta. La storia ha dato ragione ad Agnelli: la Juve è tornata subito a essere la regina del campionato e non si è più fermata. Un alibi però c’è ed è la rosa che avevo a disposizione. La maglia n.7, per dire, non era sulle spalle di Ronaldo ma di Salihamidžić: un segno dei tempi, appunto. Mancava qualità in mezzo al campo: Pirlo e Vidal io non li ho mai avuti. E una rosa più profonda. Non eravamo una squadra da scudetto, ma da terzo-quarto posto sì. Nel ritorno persi per infortunio giocatori chiave come Quagliarella. Ho ottimi ricordi e capisco come un settimo posto alla Juve non possa bastare, però non butto via quella stagione. Ai tifosi ricordo che con me arrivarono Bonucci e a gennaio Barzagli: quest’ultimo lo caldeggiai io, memore di quanto avesse fatto bene al Chievo. La lite Melo-Chiellini? Scaramucce da vivere come tali. Melo era un solista dal carattere particolare, rude e istintivo: Chiellini lo juventino per antonomasia. Una certa incompatibilità di carattere era più che normale».

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