sabato 9 maggio 2020

Rino MARCHESI


Rino Marchesi è arrivato a Torino nell’estate dell’86 – si legge su “La storia della Juventus” di Perucca, Romeo e Colombero – dopo aver salvato il Como con un girone di ritorno in crescendo. Non era propriamente un uomo vincente, ma un tecnico serio, di poche parole (sin troppo poche diranno i giocatori bianconeri), e aveva soprattutto un padrino, che alla Juve conta ancora, tanto che Gianni Agnelli ogni tanto continua a chiamarlo al telefono: Giovanni Trapattoni.
La prima stagione (1986-87) per Marchesi è stata un calvario per la dipendenza da un Platini ormai alla frutta (più psicologicamente, nausea da pallone, che fisicamente). La gente bianconera non si convinceva facilmente che il francese non era più lui: sprazzi di gioco al livello della sua classe, ma anche partite più «passeggiate» che lottate.
La stagione ‘86-87 di Marchesi vede comunque la Juventus finire il campionato al secondo posto: 39 punti contro i 42 del Napoli campione (la prima volta). La squadra non offre un grande calcio: è concreta, ma ricalca in linea di massima gli schemi di Trapattoni. Comincia ad accusare il peso degli anni Gaetano Scirea, Caricola si rivela un rincalzo modesto, Cabrini accusa i malanni al ginocchio e gioca solo 17 partite di campionato. Il blocco si sfalda, il secondo posto è il risultato di un correre a ruota libera sugli schemi del passato. Si propone il rinnovamento, che si rivela una trappola anche (se non soprattutto) per Rino Marchesi.
Non si saprà mai a chi attribuire le colpe della campagna acquisti-cessioni dell’estate ‘87. Marchesi prepara i programmi, la versione ufficiale dice «in sintonia col presidente». La Juve perde Platini, che ne ha abbastanza del pallone e delle interviste italiane, perde il cardine Manfredonia perché vuole un contratto di tre anni e tanti soldi, perde lo «zingaro», Serena reclamato dall’Inter.
Arrivano De Agostini, Bruno, Alessio, Tricella, Magrin, Napoli. E, ciliegina sulla torta, Ian Rush prenotato da due anni col Liverpool, Troppa gente, tanti gregari e pochi leaders. Rino Marchesi si rivela un barman senza la mano felice, soprattutto senza la mano ferma. Ogni settimana un cocktail.
Impossibile parlare di gioco alla Juve, per tre quarti di stagione. Ogni domenica una squadra diversa, polemiche in spogliatoio. Il presidente, in prima linea nel difendere lo stile del club, non nega mai fiducia al tecnico pur nutrendo forti dubbi. I giocatori dicono (sottovoce) di allenarsi poco. Sarà per via di questa preparazione leggera, ma dall’aprile ’88 la Juve comincia a correre. Va in gol Rush, si sgancia Tricella dopo un campionato dei più anonimi, fatica meno Cabrini spostato a centrocampo dopo aver lasciato la fascia sinistra a De Agostini che torna al suo ruolo veronese. Sale di tono Laudrup, Bonini e Mauro scendono dall’altalena e tornano titolari.
Una Juve più logica, alla fine di due stagioni drammatiche. Se l’avversario è debole, fuori un marcatore e dentro una seconda punta (il giovane Buso) o un altro esterno (Alessio). Per la Juve di Marchesi due stagioni senza una identità. Ma alla base di tutto una colpa precisa: il pensare di poter sostituire un asso come Platini comprando un po’ di gregari. Due carciofi, un sedano, due carote per rimpiazzare un tartufo. In cucina non è mai riuscito, in campo (e lo si è visto) neppure.

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