domenica 10 maggio 2020

Bruno CORINO


I tifosi più giovani forse, non se ne sono accorti – scrive Andrea Boscione su “Hurrà Juventus” dell’ottobre 1980 – ma quelli abituati a controllare ogni minimo cambiamento l’hanno notato subito. Qualche altro, meglio informato, lo sapeva perché certi tifosi sanno sempre tutto: c’è stato un cambiamento nell’organico della panchina della Juventus alla ripresa del campionato.
Non c’è più Bruno Corino, il massaggiatore che con De Maria ha accompagnato la squadra nelle sue attività negli ultimi dieci anni. Ha chiuso con la panchina alla fine della passata stagione perché diversi motivi non gli permettevano più di seguire la squadra con tutta l’attività che vuole oggi il massaggiatore a tempo pieno.
Così manca, nel panorama tradizionale della panchina l’occhialuto Bruno, passato a far parte del numero di quelli che soffrono di più in tribuna quando la Juventus gioca in casa. Si ritrova così a patire il doppio o il triplo degli altri, come Derio Sarroglia, ed è facile incontrarli la domenica o nelle serate di Coppa nell’antistadio. Si vede che gli manca qualcosa, anche se cercano di nascondere le loro emozioni dietro una disinvoltura un po’ forzata. Non si cancellano di colpo dieci anni di vita vissuta con la famiglia bianconera. Perché proprio i massaggiatori, come e forse più dei medici, vivono la vita dei giocatori, i quali a loro volta sono legati a questo genere di tecnici come a fratelli maggiori se non addirittura come a padri putativi limitati nel tempo.
Corino è uno degli esempi di professionismo serio e devoto di una professione che, per quanto antica, oggi è fra le più evolute e impegnate. Bruno Corino c’è arrivato per libera scelta, attraverso una preparazione scolastica maturata nel corso tenuto presso il Centro di Medicina dello Sport di Torino. Aveva seguito nella scelta un indirizzo maturato da giovane, quando, nella natia Barriera di Milano, alternava la scuola con i calcetti al pallone con i compagni di quartiere, e dopo, quando fatto più grande, si era innamorato dello sci.
Fu un altro massaggiatore a dirgli che poteva diventare professionista, e lo mandò a chiedere informazioni al Centro dello stadio.
Si trovò con una settantina di aspiranti, e, dopo due anni, venne diplomato a pieni voti insieme a un’altra trentina.
Sui neo diplomati si era appuntata l’attenzione di parecchie società sportive. Corino venne chiamato, anche grazie alla sua pagella, a far parte della Juventus che lo mise subito in attività nel settore giovanile. Per tre anni lavorò a scaldare i muscoli dei ragazzi della Primavera, della squadra allievi, con la quale assaporò la soddisfazione del primo scudetto, e cominciò la routine delle trasferte in giro per il mondo, con le diverse squadre impegnate nei tornei.
Ebbe modo di perfezionare la professionalità attraverso i contatti con i medici e di maturare le doti di umanità necessarie, dal punto di vista psicologico, per svolgere questa attività.
Tra i giocatori giovani di quel momento si ritrovò con Paolo Rossi, proprio nel periodo in cui il giocatore rimase vittima degli infortuni ai menischi.
«Me lo ricordo benissimo, dice parlando di quei tempi; – e posso dire che il professor Pizzetti al quale Rossi venne affidato, trattò il caso come un manuale, tanto è vero che il giocatore non riportò nessuna conseguenza. Per me fu un tirocinio pratico al momento della rieducazione dell`arto trattato».
Così, nel giro di tre anni, Corino passa alla prima squadra. Sette anni di vita intensa, di emozioni indescrivibili, di approfondimento tecnico, ma, ci tiene a sottolineare, di contatti umani che non si potranno dimenticare mai più.
Perché, dice ancora Corino, non è solo il lavoro della professione che ci tiene a contatto sempre con la squadra. Quando è in allenamento, prima della stagione, durante le trasferte. No. Il contatto continuo, prima e dopo le partite, quando si scaldano i muscoli sul lettino, quando si lavora insieme mentre gli altri sono fuori, fanno nascere un rapporto confidenziale, da uomo a uomo, che dà origine ad amicizie profonde.
Il massaggiatore finisce così con il trasformarsi in psicologo-confidente, consigliere. È il primo a correre in campo se qualcuno cade, si ferma per uno scontro, una botta, una caduta. Il più delle volte è il primo a parlare con l’infortunato, e le sue parole, mentre massaggia, aiutano il giocatore a scaricare la tensione, a riprendere il gioco.
Il dialogo prosegue poi nello spogliatoio, continua il giorno dopo. E il rapporto si approfondisce.
Per questo Corino, quando gli chiedo qualche episodio da ricordare, risponde che non ci sono episodi particolari. Tutto è da ricordare e tutto fa parte di un bagaglio umano che si può vivere solo partecipando come ha fatto lui a questa vita attiva.
La panchina, vissuta dal massaggiatore ai bordi del campo, è una cosa tutta diversa da come ce la possiamo immaginare dal di fuori. Corino l`ha vissuta da protagonista, e oggi, quando la squadra esce dal sottopassaggio, sente tutta la nostalgia che l’ondata di ricordi gli fa venire ogni volta.
Sente la voce di Francesco Morini, che in una partita è capace di chiedere venti volte il massaggio con spugna imbevuta d’acqua, o quella di Salvadore che, per tornare subito in gioco dice che non è niente, e gli prende la spugna dalle mani per passarsela sul volto. O quella di Anastasi che dice: «Ce la faccio? È vero che non c’è niente?». Così come sente ancora quella di Galdiolo che, dopo aver dato un calcione a Bettega, si lamenta che gli fa male il piede…
E riaffiorano, in un colpo solo, momenti di partecipazione a vittorie e trionfi. Quello più intenso, dice ancora Corino, è il ricordo degli ultimi minuti della Coppa Uefa a Bilbao. Una fatica indescrivibile per tutti: ci domandavamo chi avrebbe tenuto di più, in quei momenti che sembravano non aver termine. Poi la Coppa.
Oggi, che motivi personali lo hanno costretto a lasciare la società per proseguire la professione in studio, Corino vive, forse più di prima, quella vita. Soprattutto perché i giocatori gli sono rimasti amici, legati da una vita in comune che ha fatto nascere rapporti umani destinati a mantenersi nel tempo anche più di quello che lui stesso avrebbe potuto credere.

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