mercoledì 26 aprile 2017

Federico GIAMPAOLO


Trequartista dal talento sopraffino, arriva alla Juventus alla fine degli anni Ottanta e viene aggregato alla Primavera di Cuccureddu. Senza avere mai la fortuna e l’onore di vestire il bianconero della Prima Squadra, inizia a girovagare per tutta la penisola con alterna fortuna, per poi cominciare la carriera di allenatore.


GIANNI SPINELLI, “GUERIN SPORTIVO” NOVEMBRE 1991
Platt, Fortunato, Farina? Macché... Nel Bari dei trenta miliardi, per riferirci alla sola campagna–acquisti estiva, il più bello (l’unico...) del reame è lui: Federico Giampaolo, anni ventuno, di Giulianova, una Cenerentola in versione maschile a lungo trascurata dalla matrigna–Salvemini. Zibì Boniek, alla disperata ricerca di una formazione decente, ha cominciato a puntare su questo ragazzino interessante: a Firenze, in casa col Milan, nella partita di Coppa con la Samp e, quindi, nel derby di Foggia. Il derby straperso, ma incoraggiante per il gioco del Bari e soprattutto per un giocatore da votazione alta, appunto Giampaolo, ex Cenerentola, autore di un goal alla Sivori. Applausi. E riconoscimenti. Fra i primi, quelli di Cesare Maldini, commissario tecnico dell’Under 21: «Bravo. Per me è stata una novità. Avevo letto sui giornali della buona prestazione a Genova, con la Samp, ma non mi aspettavo tanta lucidità e freddezza. Il goal, poi, è stato un autentico capolavoro...». Maldini non ha perso tempo: lo ha convocato per l’Under 21, ma un infortunio ha messo fuori causa il giovane talento.
Dunque, Giampaolo bello del Bari. Un ragazzo da scoprire anche come personaggio. Sorridente, disponibile, senza molti grilli per la testa. Si presenta: «Sono nato a Teramo, ma sono di Giulianova. Mio padre lavora in ospedale, mia madre è casalinga. Come ho cominciato? Seguendo mio fratello che, attualmente, gioca nel Gubbio (C2). All’inizio, la molla era la curiosità: mi divertivo. Così ho iniziato la trafila nel Giulianova, una società che ha sempre avuto un gran vivaio: Tancredi, il povero Curi, De Patre, tanto per fare dei nomi, sono venuti fuori dalla mia stessa “scuola”. Ho avuto un maestro eccezionale a cui devo molto: Roberto Vernisi. Ora allena la Santegidiese in Interregionale. Per quattro anni mi ha forgiato, prima come uomo, poi come calciatore. Era molto severo, ma a dodici anni serve avere una guida così».
Giovanili, poi il debutto in prima squadra... «A diciassette anni, allenatore Giorgini, col mio Giulianova. Ho giocato in C2, penso benino...».
Tanto da essere notato dalla Juventus... «Sì. Fui acquistato dalla Juve. Due stagioni nella Primavera, allenatore Cuccureddu. La Primavera, dal punto di vista agonistico, è un passo indietro. Ma respiri l’aria di una grande società e maturi. A Torino ho capito che era anche il caso di smettere di studiare. A Giulianova avevo frequentato fino al quarto anno l’Istituto Tecnico Industriale. Il calcio ti assorbe e c’era anche il servizio militare a Roma. Ogni lunedì ritornavo a Torino in aereo ed ero, in alcuni periodi, stanco morto. Cuccureddu, per due o tre volte, il sabato mi lasciò in panchina e la squadra, guarda caso, infilò tre vittorie consecutive. Mi stava venendo il complesso: forse è meglio che non giochi...».
È pessimista? «Dipende. Alterno momenti diversi: a volte sono ottimista, a volte no. Tornando alla Juve, mi rifeci subito, riuscendo a collezionare qualche panchina in A. Per esempio, la società mi portò in tournée negli USA».
Dalla Juve allo Spezia, in C1. Siamo allo scorso campionato. Giampaolo riprende la parola. «È la politica della Juve: ragazzo, devi farti le ossa. Un’esperienza positiva, con un grande tecnico, Ferruccio Mazzola. Un padre che ci trattava come figli, capiva tutti i nostri problemi e ci metteva a nostro agio: si chiacchierava, si usciva con lui. Ho giocato tutte le partite, meno due per squalifica e una per infortunio. Ho fatto anche quattro goal».
Definendo il suo ruolo, ci pare... «Sono un interno di rifinitura, anche se fuori casa Mazzola mi faceva giocare dietro la prima punta. Mi vedono, e mi vedo, rifinitore portato all’offensiva...».
Col famoso numero dieci, quello che piace a tutti. «È vero. E, fra i numeri dieci, ci sono i miei due idoli: Maradona e Mancini».
Veniamo al Bari. Un altro prestito, per completare quel discorso sulle... ossa. «Il massimo per me. Una società ambiziosa e la Serie A. Finora ci è andata male, ma il mio entusiasmo resta tutto».
Con Salvemini non c’era feeling? «No. Non mi vedeva. Se fosse rimasto, avrei chiesto di andar via. Poi è arrivato Boniek e mi sono sentito subito più seguito».
Con Boban rischia però di fare spesso panchina... «Non sarà un trauma. L’importante è sentirsi considerati: le occasioni ci sono per tutti, quindi anche per me».
Ma questo Bari si salverà? «Sono fiducioso. Prima o dopo i risultati verranno».
Insomma, un Giampaolo immerso nella realtà barese, ambientato, con tanti amici. Ha imparato anche a voler bene a una città difficile come Bari. Prendete l’incendio del Teatro Petruzzelli, simbolo e mito culturale del Sud. Quelle fiamme gli sono entrate dentro, colpendo la sua sensibilità: «Quel cumulo di rovine, che tristezza».

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