lunedì 30 dicembre 2019

Antonio MONTICO


Il suo nome – si legge sulla pagina Facebook de La Maglia della Juve del 13 dicembre 2019 – è noto ai tifosi juventini meno giovani e a quelli che amano scandagliare con grande solerzia la storia della società sabauda: quasi fosse una meteora. Eppure ha militato all’ombra della Mole per otto stagioni, inanellando 115 presenze e 27 reti e un palmarès di tutto rispetto (due scudetti e due Coppe Italia).
Quando era al massimo del proprio fulgore agonistico, la Juventus navigava in acque procellose, quando perse smalto e finì sistematicamente fra i rincalzi la Signora riprese a dominare il nostro calcio.
La carriera di Antonio Montico è una sorta di inno al principio della compensazione: fu uno dei punti di riferimento della Juve dei “puppanti’, quando la classifica dei bianconeri languiva senza soluzione di continuità, apparve sporadicamente in campo quando Madama rinacque e tornò a dettar legge sul calcio italiano, anche grazie all’arruolamento di Omar e Big John. Antonio Montico, a soli 20 anni esordiva in Serie A con la maglia bianconera, essendo nato il 30 dicembre 1932. Si giocava la prima di campionato, era il 13 settembre 1953, la Juve faceva strame della Triestina: 4-1. Il poderoso pordenonese debuttava con i nostri colori nella massima divisione inserito, con la maglia numero 8, in un attacco stellare, animato da Muccinelli, Boniperti, John Hansen e Praest. Cresciuto nella Pro Gorizia e segnalatosi nell’Udinese, la Vecchia lo aveva fatto suo nell’estate appena terminata. L’avventura sabauda di Montico proseguì spedita, impreziosita anche da due presenze azzurre: nel 1955 Foni lo mandò in campo contro l’Ungheria di Puskas e la Germania Ovest di Fritz Walter.
Fisico aitante (183 cm x 78 kg), abile a disimpegnarsi da interno o da mediano, era un destro naturale che nel propria valigia da calciatore conteneva sia la vigoria fisica sia una disinvolta tecnica di base, rendendolo eclettico e in grado di rendersi utile nelle varie fasi di una partita. Non era uno che parlava molto, nemmeno quando il suo nome era sulla bocca di tutti e veniva considerato fra i giocatori italiani più bravi e promettenti e le ragazze spasimavano per lui.
Nell’estate del 1955 all’ombra della Mole approdò in qualità di tecnico Sandro Puppo, proveniente dal Barcellona. Avesse allenato oggi, lo avrebbero definito “un maestro di calcio”. Puppo lanciava giovani come coriandoli e nutriva un amore particolare per la tattica, della quale era considerato un grande conoscitore: conosceva la difesa a zona, aveva maturato esperienza in tanti club, aveva persino guidato contemporaneamente il Besiktas al successo in campionato e la Turchia ai mondiali svizzeri del 1954. La sua Juve dovette ingoiare anche un nono posto, peggior piazzamento di sempre dei piemontesi nella storia dei tornei a girone unico: i giovani, da soli, non potevano bastare; specie se accostati a stranieri estremamente deludenti. Ma in quegli anni dimessi, cominciarono a farsi luce Mattrel e Stacchini e altri protagonisti del favoloso ciclo bianconero che si dipanò a cavallo degli anni cinquanta e sessanta. Fra i ragazzi non più ragazzini c’erano Emoli e Colombo, c’era anche Montico. Era la prima annata con Umberto Agnelli presidente a tutti gli effetti.
La Vecchia, a un certo punto, rimase persino impantanata nella lotta per non retrocedere: Puppo venne accompagnato alla porta il 5 maggio 1957 e rilevato da Baldo Depetrini, juventino buono per tutte le stagioni. Proprio in quell’annata di sofferenze per i sostenitori della Zebra, Montico si illustrava alla grande, facendo anche tuonare il cannone su rigore, spesso e volentieri: a fine campionato, metterà insieme 30 partite contraddistinte da 10 reti, 6 delle quali realizzate dal dischetto, 7 decisive.
Nei consuntivi, poteva contare anche la pubblicità delle mutande “Enea”, dove lo si poteva ammirare in coppia con Capitan Boniperti: il binomio juventino si esibiva in giacca e cravatta ma non riuscì, malgrado la notorietà di cui godeva, a far impennare le quotazioni dello sponsor. Non era ancora tempo per prestazioni più ardite del consueto fuori dal campo. I due si tiravano l’elastico dell’indumento intimo saggiandone la consistenza dell’elastico.
Nell’estate del 1957 il nostro ha, sulla carta, tutto dalla sua per emergere definitivamente: è ancora nel pieno delle forze, ha la congrua esperienza, è stimolato dal ritorno al proprio miglior standard. Invece, il 1957-58 non si rivelerà come il torneo della sua consacrazione, bensì l’inizio di una rapidissima parabola discendente che lo relegherà ai margini per il resto della carriera. Ai tanti assi assoldati da Umberto, si aggiunge anche un nuovo tecnico, Brocic: lo slavo ha la brillante idea di arretrare Colombo da interno a mediano, dando così vita una coppia di mediani eccezionale, atta a coprire le spalle ai grandissimi della prima linea. Montico, che al suo primo anno torinese dovette subire la concorrenza di Ricagni, questa volta si trovò un concorrente di alto profilo anche nel ruolo di laterale: fra l’altro, uno juventino DOC. Antonio si ritrovò fra i rincalzi in un amen e finì vieppiù nel dimenticatoio soprattutto quando sulla panchina di Madama subentrarono altri trainer.
Per l’introverso centrocampista fu dura: era uno che tendeva ad esaltarsi col vento a favore, ma anche a intristirsi di fronte a un’inattesa piega negativa degli eventi. In occasione della vittoriosa campagna che regalò ai bianconeri la prima stella riuscii a raccogliere 14 presenze, ma negli ultimi tre campionati con la maglia della Juve racimolò, complici guai fisici, appena 8 presenze e 1 gol.
Nel 1960-61, quando lo Zebrone fece completamente suo il primato nazionale, con noi giocò solo qualche amichevole; era sceso a Bari, in B. La sua stella ormai aveva cessato di brillare, i galletti retrocedettero e lui non riuscì a fornire un apporto decisivo onde evitare ai pugliesi una grande delusione.
Rientrò nel capoluogo piemontese per le ultime apparizioni in bianconero, quindi, a soli 30 anni, si ritrovò ad aver chiuso con il calcio ai massimi livelli: spese le ultime energie nell’Anconitana, in Serie C.
Antonio Montico, perdente di successo, vincente di riflesso.

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