domenica 7 agosto 2016

Roberto TAVOLA

Nato a Pescate, in provincia di Como, il 7 agosto 1957, cresce nell’Atalanta, con la quale fa il suo esordio in Serie A, l’11 settembre 1977 nella partita contro il Perugia. Rimane nella società orobica fino all’estate del 1979, quando è acquistato dalla Juventus. In quegli anni, sono molti gli affari che si concretizzano fra le due società; Scirea, Cabrini, Marocchino, Prandelli, Bodini, tanto per fare alcuni esempi. La Juventus deve sostituire un pezzo da novanta, come Romeo Benetti e consegna la maglia numero dieci a Tavola. Il campionato si conclude con il secondo posto, ottimo risultato poiché alla fine del girone di andata la Juventus era in zona retrocessione; anche l’avventura in Coppa delle Coppe è positiva, nonostante l’eliminazione in semifinale da parte dell’Arsenal, del futuro juventino Brady. Le partite di Roberto furono poche, pochissime e alla fine, tirando i conti, in Galleria San Federico, decisero che il ragazzo doveva farsi le ossa da qualche altra parte.
Fu spedito (con la garanzia di ritorno, giacché era in prestito) a Cagliari insieme a Pietro Paolo Virdis, anche lui esiliato nell’isola che era sua calcisticamente e in pratica. A Cagliari, Tavola, fu impiegato prima come centrocampista e poi come terzino di fascia: «Fu un’annata un po’ sfortunata sotto parecchi aspetti; qualche incidente, qualche partita saltata nella fase più delicata, quella dell’avvio della stagione, ed ecco spiegato il perché delle mie non numerose apparizioni in campionato. A voler comunque essere preciso e sincero, non sono nemmeno mancati gli aspetti positivi; ci ho comunque guadagnato in esperienza e credo che in molti se ne siano accorti».
Si ripresenta al ritiro juventino dell’estate 1981; la stagione è molto deludente, Roberto totalizza solamente quattro presenze, di cui una schierato nell’inusuale ruolo di terzino sinistro. Fa nuovamente le valigie, destinazione Lazio, in Serie B; due allenatori in un anno: il primo che lo aveva voluto, Clagluna l’altro, Morrone, che non lo amava troppo. In ogni modo, la promozione in Serie A della Lazio ha visto anche Tavola come protagonista. Ritorna a Torino; la Juventus inizia il campionato 1983-84 senza due suoi monumenti, Zoff e Bettega, ma sarà ugualmente una stagione trionfale; scudetto e Coppa delle Coppe ingrassano la bacheca, ma per Tavola gli spicchi di gloria sono rarissimi. Solamente sei presenze e una fantastica rete, in Coppa delle Coppe, contro il Lechia Danzica.
Termina qui l’avventura juventina di Roberto Tavola; buon centrocampista, dotato di un tiro al fulmicotone ma lacune caratteriali non gli permisero di emergere dall’anonimato.

MAURIZIO TARNAVASIO, “JUVENTUS STORY” GIUGNO 2000
Un goal davvero indimenticabile, da favola; un gesto atletico di rara bellezza che rimarrà per sempre negli annali della storia del calcio, anche se il nome del suo autore forse è già stato frettolosamente dimenticato. Sveliamo subito l’arcano. È il 28 settembre 1983 e la Juve è di scena a Danzica contro i polacchi del Lechia. Sul 2-0 a favore dei bianconeri, Trapattoni manda in campo il cavallo di ritorno Roberto Tavola, per la terza volta a Torino dopo la positiva esperienza con la Lazio. «Dopo dieci minuti provoco un calcio di rigore e me ne dispero; pochi istanti più tardi mi spingo in avanti e, su un cross di un compagno, colpisco al volo di sinistro da fuori area in maniera impeccabile. Ne scaturisce un missile imparabile che lascia di stucco il portiere avversario». Il giorno dopo la rete di Tavola è premiata con l’Eurogol, prestigioso riconoscimento che allora era attribuito alla più spettacolare marcatura realizzata nel mercoledì europeo: «Una soddisfazione enorme e indimenticabile per chi, come il sottoscritto, ha certamente raccolto meno del dovuto».
Come dar torto al quarantaduenne centrocampista comasco di scuola atalantina che, nonostante le dodici presenze con la Nazionale Under 21, si è eclissato troppo presto dal calcio che conta lasciando di sé soltanto un tiepido ricordo? «Sono nato come mediano ma, una volta approdato alla Juve, il Trap mi impostò come terzino sinistro in quanto, pur credendo nelle mie qualità, si era accorto che il centrocampo bianconero era prerogativa di troppi campioni; ed io ero un giocatore di quantità che si manteneva sempre su un discreto standard di rendimento, anche se usavo il destro giusto per correre. Pur non essendo grintoso e neppure cattivo, cercavo di non mollare mai l’avversario di turno. Il più grande difetto? Nella vita, come nel calcio, sono sempre stato incapace di mordere: quando, a soli ventidue anni, arrivai a Torino con ottime prospettive, non mi resi conto di essere in grado di confrontarmi con i vari Cabrini, Gentile, Tardelli, Cuccureddu, Causio e Bettega. Avrei dovuto essere più sfacciato. Invece mi rassegnai, non so perché, alla parte del rincalzo. Il carattere non è mai stato il mio punto di forza».
Nelle prime tre partite del campionato 1979-80 a Tavola fu assegnata addirittura quella maglia numero dieci che in precedenza era stata di Capello e Benetti. E Roberto non sfigurò. Poi, dopo un po’ di panchina: «A un certo punto iniziai senza motivo a farmela sotto; quindi andai militare, e questa concomitanza contribuì a rendermi ancora più insicuro. Quando finalmente ripresi fiducia nei miei mezzi, mi spaccai un menisco: quello che doveva essere per me fanno della consacrazione si rivelò invece un mezzo fiasco».
Dopo una stagione in A con il Cagliari, Tavola è richiamato una seconda volta alla Juve: «Ero in prestito, per cui mi toccava ubbidire. Il fatto è che ogni volta che tornavo, prendevo sempre meno soldi. Per motivi vari, sia nel 1981-82 sia nel 1983-84 ho giocato davvero poco, ma ho imparato moltissimo. Anche se ero sempre di cattivo umore, perché le cose non andavano come volevo io. Però, grazie al cielo, qualche soldo l’ho guadagnato».
Anche se, inutile negarlo, le cifre che giravano nel mondo del calcio una quindicina di anni fa non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quelle attuali: «Nel corso della carriera mi sono preso qualche piccola soddisfazione; ma il calcio che ora pratico per puro diletto mi appassiona più di un tempo. Di certo però i tredici anni di professionismo non mi hanno reso ricco: allora guadagnavo circa il triplo di un impiegato di buon livello, mentre ora i miei colleghi incassano come ridere cifre anche di cinquanta volte superiori. Tra l’altro all’epoca, salvo casi rarissimi, andavano di moda i contratti annuali, per cui chi non rendeva come richiesto dalla società fanno successivo era costretto a cambiar aria senza aver possibilità di scelta. Poi devo anche ammettere che mi è sempre piaciuto vivere bene, e non ho mai avuto la mentalità della formica».
Dopo aver gestito per otto anni una boutique in pieno centro, Tavola, che si è oramai definitivamente stabilito a Torino («Anche se ogni volta che mi trovo a venti chilometri dalle mie montagne e dal Lago di Como mi viene la pelle d’oca», confessa) continua in qualche modo a interessarsi di abbigliamento. Ma il suo anelito è quello di rientrare nel calcio dalla porta principale: «Ho il patentino da allenatore di terza categoria, e presto dovrei iscrivermi a quello di seconda. Per ora ho guidato al massimo squadre di Promozione, e questa esperienza mi ha arricchito non poco; certo, non è facile insegnare la tecnica ha chi ha più di vent’anni e un difficile rapporto con i fondamentali, però a livello tattico si può lavorare con soddisfazione. Così mi diverto a far finta di essere un trainer vero: le mie squadre si allenano almeno tre volte alla settimana e praticano il 3-4-3 con buoni risultati. Dove vorrei arrivare? Almeno in C2 o nel campionato nazionale Dilettanti, anche se so che non sarà facile. È troppo tempo che sono fuori dal giro; e poi, salvo rare eccezioni, non ho mai coltivato rapporti con gente del mio ambiente».
E, infatti, pur frequentando ancora, quando gli è possibile, gli stadi, gioca a calcio con chi gli capita. Meglio se si tratta di amici privi di un passato come il suo: «A differenza di altri non mi sono ancora dato al calcetto, finché il fisico mi sorregge. Poi continuo a essere tifoso della Juve, e la seguo con continuità in Coppa e negli allenamenti: purtroppo la domenica mi è impossibile andare allo stadio, perché sono impegnato con i miei ragazzi. Gli amici? Pochi ma buoni, anche se sono davvero poche le occasioni per incontrare i vari Prandelli, Marocchino e Fanna, mentre è molto più facile coltivare rapporti con illustri sconosciuti che però sanno darmi moltissimo».
A trent’anni Roberto Tavola era già un ex. Dopo l’ultima parentesi in bianconero per lui si aprirono prima le porte della Terza Serie (Avellino, Reggina, Spal, Catanzaro, Ischia) e poi l’Interregionale in quel di Asti. Un curioso cammino professionale, il suo: «Scesi in C pur di giocare ma Angelillo, l’allenatore degli irpini, mi spedì sin da subito in panchina. Fu una grossa delusione, dalla quale non mi ripresi più. Il carattere mi aveva fregato ancora una volta. A quel punto mi resi conto che sarebbe stato assai difficile risalire e, dopo qualche stagione al Sud, decisi che pur di tornare a Torino avrei smesso di giocare. E così è stato. Se ho rimpianti? Non troppi. Anzi, mi considero un ragazzo fortunato, in quanto ho esercitato per anni una professione bellissima che mi ha portato a vivere a fianco di allenatori e compagni che mi hanno aiutato a crescere anche dal punto di vista umano. Certo, ero proprio un orso: una volta, quando avevo già più di vent’anni, mi chiesero un autografo. Ed io, nel prendere in mano la penna, iniziai a sudare come un pazzo. Mi sembrava impossibile un tale attestato di stima».
Roberto Tavola canta fuori dal coro ancora adesso. Un fatto piuttosto strano nel mondo dei giocatori, quasi sempre totalmente omologati al sistema anche nel dopo calcio.

1 commento:

luca ha detto...

roby......sei un grande!!!! i tuoi amici miky paolo teo